le lenti di Gramsci

sabato 19 maggio 2012

IL PDCI SUL CRIMINALE ATTENTATO A BRINDISI



"Di fronte al terrorismo, di qualunque matrice, le forze democratiche devono reagire subito insieme, unite, per evitare che vinca chi punta, o dal versante criminale o da altri versanti, alla destabilizzazione dello Stato." Lo afferma Oliviero Diliberto, segretario nazionale del Pdci, che prosegue: "Le indagini e la magistratura ci diranno la verità su questo vile gesto, intanto oggi saremo in piazza, a partire dai nostri giovani, nei presidi organizzati in tutta Italia, perché un attentato di queste proporzioni non può vederci immobili." 

BRINDISI: LICANDRO (PDCI), VICINANZA ALLE FAMIGLIE, MAGISTRATURA DOVRA' FARE CHIAREZZA"In queste ore siamo vicine alle famiglie di chi ha perso giovani vite nell'attentato odierno ed è l'ennesimo segnale dell'avvio di una brutta stagione tutta da decifrare sul piano della tensione." Lo afferma Orazio Licandro, coordinatore della segreteria del Pdci, e già componente della commissione antimafia: "Le modalità e l'obiettivo non sembrano immediatamente riconducibili alla mafia. La magistratura dovrà fare piena luce, chiarendo in ogni aspetto quanto avvenuto."

mercoledì 16 maggio 2012

Fosco Giannini: "El pueblo unido jamás será vencido"



Dalla grande manifestazione della FDS del 12 maggio a Roma un progetto di lotta e di
unità


Sotto il Colosseo, sopra un mare di bandiere rosse, dal palco della manifestazione della
Federazione della Sinistra, sabato 12 maggio, a Roma, il segretario del PdCI, Oliviero Diliberto,
saluta “ i comunisti e le comuniste d’Italia” e prosegue : “ la Repubblica dice che siamo in 40
mila! E se lo dice la Repubblica, che certo non ci ama... Dopo quattro anni tremendi di
umiliazioni è l’ora del riscatto. Dico ai compagni di SEL: cosa aspettate a tornare con noi? E
ringrazio la delegazione che l’IDV ha mandato; questo partito è l’unica opposizione di sinistra in
Parlamento. Dobbiamo unirci, uniti si vince, possiamo, insieme, lottare e giungere ad un
consenso elettorale a due cifre”.
Subito dopo è Paolo Ferrero, segretario del PRC, a confermare la tesi di Diliberto e ad
affermare nettamente, al popolo comunista e di sinistra in piazza, che “oggi siamo di fronte ad
un fatto storico: nasce l’opposizione sociale al governo Monti e se ci presentassimo insieme alle
elezioni, IDV, SEL e la Federazione della Sinistra, supereremmo il 20 per cento!”.
L’ottimismo e la passione ritrovata dei due segretari comunisti non vengono dalla retorica, non
sono appesi alle nuvole: sono nati, rinati, passo dopo passo, bandiera rossa dopo bandiera

rossa, da Piazza della Repubblica al Colosseo, lungo un corteo lunghissimo e folto che ha

riconsegnato senso sociale e politico, determinazione e coraggio ai comunisti e alle comuniste
del nostro Paese, alla sinistra italiana.
Niente viene a caso, naturalmente, e la grande manifestazione del 12 maggio trova le sue radici
in un lungo, paziente e certosino lavoro che le compagne e i compagni del PdCI e del PRC –
uniti – hanno fatto sui territori, nelle città, nei paesi, nelle fabbriche, nei luoghi di lavoro, fianco a
fianco ai movimenti di lotta, con la Fiom, con Cgil. Lavoro da cui è scaturita quella lunga teoria
di pulmann che hanno portato i comunisti da tutta Italia a dipingere di rosso Roma. E qui sta il
primo dato, significativo, centrale, denso di prospettive felici: le comuniste e i comunisti, il PRC
e il PdCI, uniti, possono farcela, possono invertire la rotta, rilanciare la FDS, mettere in piedi
l’opposizione sociale e politica necessaria per rispondere alle dure politiche liberiste e
antipopolari del governo Monti; possono, uniti, offrirsi come catalizzatore unitario dell’intera
sinistra, dei movimenti di lotta. Possono, uniti, evocare sul campo, praticare, costruire una
politica concreta d’alternativa al liberismo imperante; possono dare un contributo importante al
cambiamento. In ogni territorio, dal nord al sud del Paese,il PRC e il PdCI, i loro dirigenti
nazionali, i dirigenti locali, i militanti, vanno da mesi lavorando assieme: prima nella campagna
di raccolta firme per la petizione lanciata dalla Federazione della Sinistra in difesa dell’articolo
18, che si è sviluppata in tutto il Paese; poi per la riuscita di questa grande, solare,
manifestazione contro il governo Monti e per l’unità della Sinistra. Scese e scesi in piazza
assieme, le compagne e i compagni del PdCI e del PRC, unite e uniti nel lavoro comune e
concreto, non hanno trovato, tra loro, differenze ostative dell’esigenza unitaria; hanno solo
constatato, sul campo, nelle piazze, davanti alle fabbriche, alle prefetture, attorno ai gazebo
messi in piedi in difesa dell’articolo 18 e dell’intero Statuto dei Lavoratori, che unirsi è possibile,
è facile, positivo, proficuo. Per risorgere, per rilanciare l’idea e la prassi del Partito comunista,
dell’unità dell’intera Sinistra. L’hanno constatato, l’hanno praticato e le diecimila bandiere rosse
con la falce e il martello che si sono levate, come il risvegliarsi di un’idea, nel cielo di Roma,
sono state il premio per tanto, unitario, appassionato, determinato, sereno – determinato e
sereno perché unitario - lavoro. Lungo il corteo, mano a mano che i “cento passi” che portavano
al Colosseo divenivano i mille e i diecimila passi, la differenza di iscrizione, di tessera, tra
compagni del PRC e del PdCI scemava e cresceva, invece, la consapevolezza di essere lì, a
lottare, insieme, per gli stessi obiettivi: critica profonda, senza sconti, alle politiche antioperaie
del governo Monti e costruzione, camminando insieme, dell’unità, dei comunisti e della Sinistra.
La strada, diceva un poeta dell’America Latina, si fa camminando e camminando, nelle strade
di Roma, si è battuta la strada dell’unità, che è l’unica per il cambiamento, per la vittoria.
Certo, ciò che vogliamo non giunge solo dalla nostra pura volontà. Il lavoro capillare e unitario
svolto dai comunisti e dalle comuniste dei due partiti sui territori è stato centrale per la riuscita,
anche insperata nelle sue dimensioni, della manifestazione. Ma tale riuscita ha avuto anche
un’altra, decisiva, base materiale; il punto è che il vento sta cambiando, sta cambiando in tutta
Europa. Le vittorie della sinistra e dei comunisti in Grecia; la vittoria di Hollande e del Front de
gauche in Francia; quella dei laburisti inglesi di Milleband nelle ultime amministrative; la disfatta
della Merkel e di tutta la sua politica d’austerità antipopolare nel Nordreno- Westfalia e
l'affermazione speculare della SPD e dei Verdi; le grandi lotte di massa della sinistra e dei
comunisti in Portogallo e in Spagna: un’onda continentale si alza a dire che delle politiche
iperliberiste, della ditttura della BCE, della Commisione europea, dell’Europa di Maastricht i

popoli sono stanchi, che una coscienza di massa antiliberista va costituendosi, che la lotta va

montando e che il tempo è giunto del cambiamento. Un’onda, questa continentale, che sembra,
seppur ancora troppo timidamente, lambire anche il PD italiano, che inizia forse a pensare che
a destra può morire, che tra gli artigli di Monti e del monetarismo totale è destinato sicuramente
a dissanguarsi.
Questo vento continentale e nazionale del cambiamento, peraltro, si è levato forte sullo stesso
palco della manifestazione comunista e di sinistra del 12 maggio: sono stati, da quel palco, il
compagno Pierre Laurent, del Partito comunista francese e del vittorioso Front de gauche; è
stato il compagno greco Vassilki Primikiris, di Syriza, è stata la compagna del Partito comunista
portoghese, assieme agli operai in lotta delle fabbriche italiane, ad Adelmo Cervi ( figlio del
capo partigiano Aldo, uno dei sette fratelli Cervi) e a tanti esponenti dei movimenti di lotta del
nostro Paese, a dire che è ora di cambiare, che “el pueblo unido jamas serà vencido”.
E sarà stata anche quest’aria di successo che si respirava già diversi giorni prima della
manifestazione – assieme alla determinazione unitaria, all’offensiva unitaria dell’intera
Federazione della Sinistra – a convincere SEL di Vendola e l’IDV di Di Pietro ad aderire e
partecipare al corteo del 12 maggio. Un primo passo importante, significativo, dopo il quale altri
passi dovranno venire. Lo vogliamo e ci impegneremo, tutti, unitariamente, per questo, a partire
dal consolidamento dei rapporti tra FDS, SEL, IDV e movimenti nei territori.
La manifestazione del 12 è venuta dopo le amministrative italiane. Un voto che ha prodotto
almeno tre punti positivi: primo, la disfatta della destra, Pdl e Lega; secondo, la disfatta del
centro e un colpo forte – seppur momentaneo - al costituendo Partito della Nazione di Casini;
terzo, la tenuta della Federazione della Sinistra, che da quelle postazioni difese, nonostante
Grillo e la scientifica, totale, cancellazione del proprio operato sociale e politico da parte dei
media, può ora rilanciare il proprio progetto di unità a sinistra.
Diciamo che uno dei punti positivi è quello della temporanea disfatta della linea Casini poiché
vediamo nella costruzione strategica del Partito della Nazione – o simili - il pericolo forse più
grande per la democrazia italiana e per gli interessi dei lavoratori. E’ del tutto evidente, infatti,
che il FMI, gli USA, la NATO,la BCE, la Commissione europea, dopo il disgregarsi del PDL,
cercano, in Italia, un loro, nuovo e solido, partito di riferimento. Un partito liberista con consenso
di massa e subordinato ai poteri forti internazionali e nazionali, all’imperialismo USA e
all’Europa di Maastricht , un partito che possa instaurare un nuovo ordine in Italia, un ordine
liberista conseguente, strutturato ed organico come mai, nella storia repubblicana, si è ancora
visto. Un ordine liberista nuovo che ha iniziato a prendere forma nella fucina del governo Monti
e potrebbe costituirsi attraverso un’unità partitica delle forze del Terzo Polo, di quelle – forse
imponenti - in libera uscita del PDL, della destra del PD, di esponenti dello stesso esecutivo in
carica più esponenti delle forze conservatrici e capitalistiche italiane. O potrebbe costituirsi da
un diverso progetto unitario a destra, da un “colpo” ad effetto di Berlusconi volto all’unità con
Casini. Sarebbe, questo nuovo partito, quello che insegue da tempo lo stesso Casini, il partito
che va cercando la BCE e l’Europa di Maastricht. E’ per questo che le elezioni amministrative ci
hanno dato, tra gli altri responsi, un responso positivo: un primo colpo a Casini, vero regista del
partito della Nazione o – chiamalo come vuoi - del nuovo partito di massa italiano della BCE.

E’ del tutto chiaro, però, che il pericolo non è scomparso. Casini è al lavoro, il PDL cerca una

via per sopravvivere e riciclare la propria essenza, altre forze di destra ed emanazioni dirette
del capitale e della Confindustria cercano la via dell’unità e della vittoria per un ordine nuovo,
quello liberista organico e strutturato. Un pericolo vero, presente, che sarebbe devastante per la
residua democrazia italiana e per i residui diritti dei lavoratori. Un pericolo che le forze
comuniste, di sinistra e democratiche debbono scongiurare, lottando e progettando
un’alternativa. Lottando, anche, per sottrarre il PD a questo progetto.
E’ per questo che è più importante di prima costruire una sinistra forte in grado di porsi come
punto di riferimento per l’ormai troppo vasto dolore sociale e per le lotte di massa, per evitare
che si organizzi consenso verso nuove soggettività populiste e anche per condizionare, da
sinistra, lo stesso PD; una sinistra forte in grado di evocare le spinte migliori del PD battendo le
sue pulsioni liberiste, di destra e volte al proseguimento, anche sotto altre spoglie, del governo
Monti.
La manifestazione del 12 maggio, la sua riuscita, ci dà speranza e nuova passione. E ci pone,
in modo più pressante di prima, la questione del “che fare”. Come dobbiamo operare, cioè,
concretamente, dopo questo splendido 12 maggio?
Dobbiamo, innanzitutto, prioritariamente, considerando questo passaggio quello ineludibile e
decisivo, mettere a valore, consolidare e accelerare il processo unitario, nelle piazze, nelle lotte,
del PRC e del PdCI, dell’intera Federazione della Sinistra. Occorre che i gruppi dirigenti dei
partiti della FDS, senza indugio, senza retropensieri negativi e senza perdere tempo, chiedano
a tutti i militanti della FDS di unirsi, subito, nella lotta, nell’impegno comune contro le politiche
del governo Monti. Occorre che i coordinamenti territoriali della FDS, sinora un po' aggrovigliati,
macchinosi, disorganizzati e segnati da striscianti pregiudizi reciproci provenienti dalla pancia
oscura delle varie forze della stessa FDS, prendano slancio, risorgano e alla luce unitaria del 12
maggio si rimettano decisamente in marcia. Occorre che dagli stessi gruppi dirigenti nazionali
della FDS partano indicazioni forti e chiare, a proposito. Occorre che i dirigenti nazionali della
FDS scendano al più presto nei territori per incontrare i coordinamenti della FDS, per tastare il
terreno, conoscere lo stato d’animo, indurre all’unità, al lavoro, alla lotta comune. C’è molto da
fare: la lotta contro la devastante controriforma pensionistica, contro l’IMU, in difesa dell’articolo
18 e dello Statuto dei Lavoratori, contro gli F35 e contro la guerra annunciata contro la Siria e
l’Iran debbono trasformarsi un una vera e propria campagna unitaria e di massa, attorno alla
quale evocare il maggior numero di forze di sinistra e progressiste. Occorre un progetto di lotta
da definire centralmente e disseminare territorialmente, chiamando ad un impegno pianificato
tutta la FDS. La lotta contro il fiscal compact, contro l’orrore sociale insito nell’obbligo del
pareggio di bilancio inserito nella Costituzione deve trasformarsi in una vera e propria
campagna nazionale, volta a respingere questo diktat tedesco e costruire coscienza per
l’alternativa. Ora, dopo il 12 maggio, ben più di prima, si può. Ed è importante, decisivo, che
una richiesta di lotta unitaria, più unitaria di prima, sia motivata e sollecitata da un’indicazione
comune dei gruppi dirigenti della FDS; magari una lettera comune, firmata dai segretari dei
partiti della FDS, a tutti gli iscritti e i militanti dei partiti della FDS. Una lettera, ma – ancor più -
un’indicazione generale forte e viva, volta a superare ogni titubanza unitaria, ogni pregiudizio
residuo, ogni stucchevole atteggiamento diretto a dividere il capello unitario in sedici; una
indicazione forte che divenga una vera e propria parola d’ordine, un vero e proprio “piano

d’azione”, un conflitto sociale organizzato da sviluppare nei territori. Mettendo a fuoco obiettivi

di lotta nazionali e omogenei ( una raccolta firme, città per città, banchetto per banchetto, festa
estiva per festa estiva attorno a un documento di critica serrata alle politiche liberiste del
governo Monti, un documento con le nostre proposte strategicamente alternative?) e obiettivi
comuni di lotte territoriali. Cioè: che facciamo, assieme, uniti, contro “l’acquario” ove vengono
chiamati ad umiliarsi gli operai della Fiat di Pomigliano d’Arco? Che facciamo a Termini
Imerese? Che facciamo, assieme, contro il progetto scellerato dell’Alcoa, la multinazionale
nordamericana che in Sardegna sta per licenziare mille operai? Che facciamo a Piombino,
contro il pericolo di chiusura delle acciaierie Lucchini? Che lotta organizziamo a Cameri, in
provincia di Novara, dove montano – indisturbati - gli F35? Non è ora che i compagni e le
compagne dell’intera FDS si appassionino a questi temi, rinunciando ad annusare, ancora
diffidenti, le reciproche tessere? Molto, anche se non tutto, dipende dalla compattezza, dal
senso di responsabilità, dalla visione strategica e dalla volontà di diffondere passione unitaria
dei gruppi dirigenti della FDS, che hanno anche il compito di lanciare con forza uno stile di
lavoro, chiedendo a tutti i militanti di costruire in ogni territorio, in ogni città e paese, l’unità
d’azione, dal basso, con i compagni di SEL, con l’IDV, con i militanti della FIOM e della CGIL,
con i movimenti di lotta.
Naturalmente, a tale indicazione, va assommata una nuova – se fosse possibile più decisa di
prima - offensiva unitaria verso SEL, l’IDV e ogni altro soggetto di sinistra volto al cambiamento
e alla costruzione dell’opposizione sociale e dell’alternativa. Occorre sviluppare verso queste
forze un chiaro, deciso, pubblico, lavoro politico e diplomatico. Dal basso si costruisce l’unità di
lotta e dall’alto i rapporti positivi, virtuosi, tra gruppi dirigenti.
Rispetto al nuovo vento che spira, in Europa e in Italia, questo lavoro è verosimile, possibile.
Non dobbiamo tentennare, attende gli eventi. Che la lotta inizi. Che il progetto prenda corpo.
Ora, subito.

sabato 12 maggio 2012

Chiude 'Il Manifesto': un'altra ferita

La possibile chiusura del manifesto rappresenta una gravissima e ulteriore ferita alla libertà di stampa in questo paese. I tagli del governo stanno portando alla chiusura le diverse testate della sinistra: prima Liberazione e adesso il manifesto. 
Monti in tutto e per tutto sta riuscendo dove Berlusconi non era ancora riuscito. Il governo degli oligarchi amici delle banche e nemico del mondo del lavoro deve andare via al più presto, perchè regime oramai insopportabile.

martedì 8 maggio 2012

Risultati elettorali a Taranto


Parola al secondo turno 
di MARCELLO COMETTI

TARANTO -  La disfida per la conquista del Palazzo di Città 

nella capitale dell'acciaio si gioca sul filo di una manciata di voti.
 Il sindaco uscente, Ezio Stefàno (centrosinistra) accarezza la 
vittoria al primo turno lambendo a più riprese la soglia fatidica 
del 50%, ma per festeggiare compiutamente deve giocoforza 
attendere la conclusione dello spoglio, che come sempre 
procede con una lentezza estenuante e che si conclude solo 
a tarda notte. Alle spalle di Stefàno, Mario Cito (At6) incassa
 il 18% delle preferenze e si candida, in caso di ballottaggio, 
a sfidare il sindaco uscente. Distanziato, con il 13%, il leader 
dei Verdi, Angelo Bonelli, che guidava un composito 
rassemblement di liste ecologiste.
Crolla il centrodestra, con il candidato del Pdl, Filippo Condemi, 

che non va oltre il 6,5% , in caduta libera anche rispetto al dato 
di cinque anni fa, quando il dissesto-monstre del Comune di 
Taranto punì severamente la coalizione berlusconiana che aveva 
visto in Rossana Di Bello la sua leader indiscussa sin dal 2000.
Non sfondano nemmeno i «grillini» del movimento «Cinque stelle», 

in corsa con un proprio candidato sindaco e rimasti sotto
 la quota del 2%.

Ma forse il dato più eclatante del capoluogo è quello che si riferisce 

all'affluenza alle urne. Al voto si sono recati appena 108.360 elettori 
su un totale di 173.530 aventi diritto. In termini percentuali, il 62,4%,
oltre 11 punti in meno del risultato di cinque anni fa, quando la 
percentuale di affluenza alle urne nel primo turno fu del 73,74%. 
Il dato di Taranto è inferiore sia rispetto al dato nazionale (66,9%), 
sia rispetto a quello regionale (71,5%).


da "La Gazzetta del Mezzogiorno" on line dell'8 maggio 2012

martedì 1 maggio 2012

Loris Campetti: editoriale sul Manifesto del 1 maggio


LAVORO E DIGNITÀ (Loris Campetti)


Nel Novecento i comizi sindacali alle manifestazioni del 1° Maggio si concludevano regolarmente con l’appello «al lavoro e alla lotta». Altri tempi, quando il lavoro c’era per quasi tutti, al punto che una parte del movimento operaio poteva anche permettersi di invocare una lotta contro il lavoro, anzi «contro questo lavoro», cioè contro i rapporti di produzione capitalistici per liberare il lavoro dal profitto. Oggi, se si concludesse un comizio chiamando «al lavoro e alla lotta» si parlerebbe a una parte sempre meno maggioritaria di interlocutori. L’unico appello unificante, semmai, sarebbe «alla lotta per il lavoro». 
Se ci limitassimo a questa constatazione non faremmo un gran passo avanti e non fermeremmo lo smottamento in atto verso tempi bui. Come ha detto su questo giornale l’ex segretario della Cgil Antonio Pizzinato, «stiamo tornando a prima degli scioperi del 1944». La quantità – anzi la penuria – di lavoro, invece, dev’essere coniugata con la sua qualità. Perché le sorti del capitalismo declinato in chiave liberista non sono magnifiche né progressive e dentro questo modello di rapporti di produzione e dunque di relazioni sociali, non c’è futuro lavorativo e neppure dignità. Non è velleitarismo sostenere che dentro la crisi più drammatica bisogna ripensare un’altra società dove il lavoro, per tutti, sia socialmente e ambientalmente compatibile. Il modello dominante dettato dal Gotha della finanza mondiale a cui la politica ha passato la mano si fonda sulla cancellazione dei diritti e sulla distruzione delle risorse.
Come ha spiegato Mario Monti, non è accettabile che un lavoratore licenziato ingiustamente debba poter tornare al suo posto perché tale automatismo avvalorerebbe l’idea che il posto di lavoro è di proprietà di chi lo svolge. Invece no, chi lavora è appendice della macchina, variabile dipendente non solo dai profitti ma addirittura dai desideri di un capitale libero di dislocarsi dove vuole, alle condizioni che vuole. Il lavoro è merce, la soggettività roba da psicoanalisi, i diritti dei lavoratori cibo avariato incompatibile con le esigenze dell’impresa. Chi obbedisce alle regole del mercato potrà ricevere in premio il lavoro, a quali condizioni non dipende certo da lui. Chi vince alla lotteria può anche farsi rappresentare da un sindacato, purché a sceglierlo sia il padrone o chi ne fa le veci.
Se le cose stanno così, se è vero che il capitale si è globalizzato frantumando il lavoro, con la conseguente trasformazione del conflitto da verticale (tra lavoro e capitale) a orizzontale (tra lavoratori), allora vuol dire che c’è un problema di democrazia non solo nel lavoro ma nell’intera intelaiatura sociale: in Italia, in Europa, nel mondo. Se si assume che le relazioni sociali devono obbedire alle leggi di una guerra tra navi nemiche, in cui il nemico del rematore non è più l’armatore né il comandante bensì i rematori della nave avversaria, allora vuol dire che la democrazia stessa è diventata incompatibile con questo capitalismo. Giovani contro vecchi, indigeni contro migranti, uomini contro donne, uno stabilimento o un ufficio contro l’altro, stabili (si fa per dire, la stabilità è finita tra le scorie novecentesche) contro precari. In una competizione feroce senza regole, costituzioni, statuti, e gli «arbitri neutrali» al massimo potranno indicare risarcimenti monetari per la merce lavoro.
Non si vince da soli, in fabbrica, in ufficio, a scuola, in laboratorio. Non si fa la rivoluzione in un solo paese, oggi come quando si diceva «proletari di tutto il mondo unitevi», solo che oggi nelle strade del mondo corre solo il capitale. Non si vive di speranze di lavoro, e per di più a qualsiasi condizione: oltre ai diritti da ritrovare ce n’è uno inevitabile da conquistare ed è il reddito di cittadinanza. Ma soprattutto bisogna creare lavoro di qualità, utile, compatibile. Ha ragione Luciano Gallino che non è un sognatore a lanciare il suo appello keynesiano per un milione di posti di lavoro di pubblica utilità. Sarebbe un primo passo, piccolo ma concreto, un’inversione di tendenza, un modo semplice per legare la quantità del lavoro alla sua qualità.
Buon 1° maggio.
Da Il Manifesto del 01/05/2012.