le lenti di Gramsci

venerdì 29 giugno 2012

La pedagogia come rapporto tra felicità e futuro


Se l’intento educativo è intenzionalità pedagogica, esso ha a che fare con i concetti di felicità e di futuro. Entrambi si trovano nel limbo del dover-essere; la felicità è un’aspirazione che nel momento in cui si attua non produce piena consapevolezza di sé: per cui si è stati felici e mai si è felici. Il futuro non c’è mai, si progetta, ma quando viene si concretizza come presente. La pedagogia è progetto di vita, di istruzione, di formazione, che ricerca felicità e futuro. La scommessa della pedagogia di ispirazione marxista è una felicità sociale collettiva e un futuro costruito con le proprie mani e nell’autodeterminazione di soggetti a cui sono stati forniti gli strumenti culturali emancipativi, che si pensano e agiscono come totalità sociale che, affermava il Lukacs di Storia e coscienza di classe (1923), rompono il dilemma dell’impotenza: “il dilemma tra il fatalismo delle leggi pure e l’etica della pura intenzione”.

ferdinando dubla, giugno 2012

domenica 17 giugno 2012

SYRIZA, regalaci un sogno


Oggi, anche noi dall'Italia, votiamo Syriza, perchè questa Europa dei banchieri, speculatori e intrallazzatori al servizio dei poteri economico-finanziari capeggiati dalla Merkel e incarnati in Italia dall'algido Mario Monti e la sua corte di "esperti", faccia un serio passo indietro, perchè i popoli e la democrazia vera facciano un concreto passo avanti. Syriza, regalaci questo sogno.

venerdì 8 giugno 2012

APPELLO CONTRO DDL GOVERNO SULLA SCUOLA


SCUOLA MINISTERIALE O SCUOLA DELLA REPUBBLICA ITALIANA?

E’ attualmente all'esame della Commissione cultura ed istruzione della Camera una proposta di legge (ex Aprea) che in sintesi propone:

1) La trasformazione del sistema scolastico statale, previsto dalla Costituzione per garantire a tutte/i una formazione democratica e culturale il più possibile uguale in un sistema nazionale formato da scuole statali, paritarie private (e quindi anche di orientamento confessionale) e pubbliche, già delineato nella legge di parità ed ora più accentuato e definito.
2) La frantumazione del sistema scolastico unitario a livello nazionale anche se aperto alle diverse realtà territoriali in un insieme di scuole-azienda, ciascuna con una propria specifica identità statutaria con il rischio di forti caratterizzazioni localistiche e di forme di privatizzazione: dalla scuola per l'uguaglianza alla scuola delle disuguaglianze.
3) L'accentuazione della tendenza all'aziendalizzazione della scuola con il rafforzamento dei poteri manageriali del dirigente scolastico (ds) e l'indebolimento del ruolo degli organi di democrazia scolastica.
4) La riduzione degli spazi di autonomia dell'attuale Collegio dei docenti e, con l'accentuazione dei poteri del dirigente scolastico, la riproposizione del rapporto di subordinazione gerarchica dei docenti al dirigente scolastico, già previsto nel Rd del 1924. Andrebbe, viceversa, reso più cogente il fatto che la responsabilità gestionale del ds viene svolta nell'ambito della collegialità, di cui lo stesso Ds è espressione e parte attiva.
5) Gli organi di democrazia scolastica, affidati ai singoli statuti, possono essere o ridimensionati o soppressi. Il Consiglio dell'autonomia ha generiche competenze d'indirizzo e limitate funzioni deliberanti e sempre su "proposta del dirigente scolastico". Il consiglio dei docenti, non essendone esplicitato il potere deliberante, rischia di vedere indebolite le funzioni di programmazione e di valutazione. I consigli di classe sono fortemente ridimensionali nelle loro competenze e nella loro composizione.
6) Non è accettabile che sia lo Statuto a definire in ogni scuola le modalità attraverso le quali genitori e studenti esercitano il diritto di partecipazione. In tal modo, tra l'altro, vengono anche messe in discussione le assemblee degli studenti in orario di lezione.
7) L'organizzazione degli organi collegiali territoriali è attribuita alle discrezionali scelte delle Regioni in palese violazione della Costituzione che invece, per garantire l'assetto unitario del sistema scolastico, attribuisce allo Stato la competenza per le norme generali sull'istruzione.
8) Il governo nazionale della scuola è mantenuto al Ministro dell'istruzione con un ruolo sempre più evanescente del cosiddetto Consiglio nazionale delle autonomie scolastiche.
9) All'interno di queste scelte che mettono in discussione il ruolo istituzionale del sistema scolastico statale tutta la necessaria articolazione è demandata in gran parte al potere regolamentare del Ministro: dalla scuola della Repubblica alla scuola ministeriale.

Queste scelte mettono in discussione la scuola della Costituzione; se l'iter legislativo non sarà fermato, la proposta sarà approvata dalla Commissione della Camera in sede legislativa, senza alcun dibattito né in Parlamento né nel mondo della scuola: chiediamo pertanto che l'iter legislativo sia fermato e sia avviato, sin dall'inizio del prossimo anno scolastico, un ampio dibattito nelle scuole in modo che la riforma del governo della scuola statale, senza dubbio necessaria, con la partecipazione democratica del mondo della scuola e della cultura, segni un rafforzamento della democrazia scolastica per una scuola statale pluralista ed aperta a tutti e tutte.

Tavolo Regionale del Lazio in difesa della Scuola statale, Tavolo Regionale della Toscana in difesa della Scuola Statale, Antonia Sani, Marcello Vigli (ass.naz.Scuola della Repubblica), Corrado Mauceri (Comitato Scuola Repubblica Toscana), Simonetta Salacone (Sel), Giulia Rodano (Idv), Vito Meloni (Fed/Sin), Alvaro Belardinelli (Rsu Unícobas), Ambrogio Vítalí (l'Urlo - Ass. Per una nuova primavera della scuola), Anna Angelucci, Carla Spaziavi (coord. Scuole secondarie Roma), Bruno Moretto (Comitato bolognese Scuola e Costituzione), Cesare Pianciola (periodico Ecole), Claudia Rancati (dir. naz. Prc), Elena La Gioia (pres. naz, Cip), Comitato Insegnanti Precari, Ersilia Salvato, Fabrizio Rocca (segr. gen. prov. Flc Massa Carrara), Francesca Koch (pres. Casa Internazionale delle donne), Francesco de Sarlo (Uni Firenze), Gianni Cimbalo, Gianni Ferrara, Gigliola Corduas (Fnism), Isetta Barsantí Maucerí (Resp. legale Flc-Cgil nazionale), Lidìa Menapace, Luca Kocci (Adista), Marcella Bresci (Comitato di Firenze per la difesa della Costituzione), Maria Mantello (pres. Ass. naz. Libero Pensiero "Giordano Bruno'), Marina Boscaino (docente e giornalista), Matteo Viviano (presidente Liguria Cgd), Michele Santoro (esecutivo provinciale Cobas Firenze), Monica Battivi, Francesco Mele (ass. Scuolafutura Carpi), Nicola Pantaleo (ass. X1IX7 ottobre insegnanti evangelici), Nicola Tranfaglia, Pupa Garribba (Com.naz. Scuola e Costituzione), Raul Mordenti, Roberta Roberti (ass. "La scuola siamo noi" Parma), Sergio Laríccia, Susanna Capodícasa (ass. Difesa scuola pubblica Vicenza), Tommaso Grassi (Cons. com. Firenze Sel/FdsNerdi/Cittadini), Unione degli Studenti Lazio.

giovedì 7 giugno 2012

La scuola del "merito" e la società dei saperi condivisi



Nella seduta parlamentare del 13 aprile 1861, l’allora benemerito ministro dell’Istruzione pubblica Francesco Saverio De Sanctis, nonché noto critico letterario, così affermò rispondendo al deputato Alfieri che aveva criticato vivacemente la Legge Casati che stabiliva la volontà dello Stato di farsi carico del diritto-dovere di intervenire in materia scolastica a fianco e in sostituzione della Chiesa cattolica che da secoli deteneva il monopolio dell'istruzione: “Noi abbiamo decretato la libertà in carta. Sapete, o signori, quando questa libertà cesserà di essere una menzogna? Quando noi avremo effettivamente uomini liberi; quando dalla plebe avremo fatto un popolo libero”. (da Scritti politici, Morano, Napoli, 1889).
C’è una filosofia sottesa alle intenzioni del ministro dell’Istruzione Profumo di “riformare” la scuola e le Università in base al merito e alle eccellenze degli studenti: è una concezione antica, obsoleta, oltre che falsa e sbagliata, e ci fa tornare indietro anche rispetto alla rivoluzione pedagogica di Comenius (1592-1670), nome latinizzato di Johan Amos Komenskẏ. Dubito che il ministro, docente universitario, rettore, conosca la pansofìa e il suo ideale antidiscriminatorio ed egualitario, ma se pur lo conosce, sicuramente non lo condivide. La filosofia del “tecnico” del governo Monti è anche fuori tempo massimo rispetto alla rivoluzione digitale con cui lui e i suoi sodali sogliono ormai per consuetudine ammantare i loro discorsi sulla scuola e complessivamente sul mondo della formazione in relazione al cosiddetto mercato del lavoro. Ricercano disperatamente il ‘talento’ individuale, la genialità dell’intelligenza delle straordinarie intuizioni, come neanche ai tempi degli aristoi, filosofi-reggitori della repubblica di Platone. E gli insegnanti dovrebbero coltivare queste menti come si fa in una serra con i fiori pregiati, cogliendo nelle classi superaffollate la scintilla del soffio vitale. Poco importerà che il premio previsto è poca cosa, sicuramente insufficiente per garantire che quello splendido studente non prenda la mesta strada dell’emigrazione. Questi progetti sono una vera pena per chi nella scuola lavora concretamente, ogni giorno, cercando di essere all’altezza della sfida di tempi difficili. Tempi che sono stretti tra l’obsolescenza di angusti rapporti sociali, quelli del mondo capitalista che mercifica e rende dominante la finanziarizzazione dell’economia con l’egemonia di una nuova metafisica, laida e mercantile, quella dei ‘mercati’; e la necessità, potenziata enormemente dai nuovi media, di una società dei saperi condivisi, della conoscenza diffusa, delle innovazioni e scoperte realizzate con il certosino e sistematico lavoro di squadra, la società delle intelligenze multiple e collaborative (Howard Gardner), una società prospettata già dalle categorie di analisi dei Grundrisse di Marx (che spiega come in realtà l'individuo isolato, così come dagli economisti è stato descritto, non era affatto un "uomo di natura", ma semplicemente il prototipo d'individuo di cui la classe borghese aveva bisogno per affermarsi come tale) e dal concetto di ‘intellettuale collettivo’ di Gramsci. Anche chi marxista non è, però, si accorge dello stato comatoso in cui versa la nostra scuola pubblica, depauperata dei minimi mezzi di sostentamento e riempita a dismisura, invece, di retorica a costo zero, in una continua ricerca demagogica di raccattare consenso dal senso comune di massa: da una parte vengono confermati tutti i famigerati tagli della altrettanto famigerata Gelmini (alla faccia degli investimenti sul nostro futuro!), con gli edifici rattoppati le cui strutture tremano anche senza terremoto, con le classi-pollaio che fanno il paio con il sovraffollamento delle carceri, con meno ore di lezione, meno discipline e dunque meno professori (circa 100.000 posti di lavoro persi in tre anni), compresi i docenti di sostegno che lasciano alla solitudine ed (evidentemente) al “merito” gli alunni disabili o con deficit di apprendimento; con meno mense, meno tempo pieno, meno tutto, tranne l’aumento delle tasse. E dall’altra dobbiamo sorbirci questi discorsi sull’eccellenza da premiare, da consegnare alla bonomia dei bravi imprenditori che vogliono profitto profitto profitto da quei cervelli. La scuola classista di Giovanni Gentile voleva formare le élites dei gruppi dirigenti del fascismo-stato etico, l’ultraclassista Profumo e prima di lui tutta la variegata cricca berlusconiana, vorrebbero formare le élites nella teofanìa dei mercati, quando essi, da nuove divinità, si trasformano in dati in forma sensibile. Bisogna avere il coraggio e l’ostinazione di crederci, nonostante tutto; e in quanto comunisti, eredi di pedagogie popolari, teorizzate e praticate dalle personalità più prestigiose dell’intellettualità educativa italiana (Dina Bertoni Jovine, Bruno Ciari, Gianni Rodari, solo per citarne alcune), organizzare battaglie per un destino meno gramo dell’istituzione formativa pubblica: solo essa, al meglio delle sue forze ed energie, può progettare e realizzare la società dei saperi condivisi, il nostro vero futuro di uomini liberi.

ferdinando dubla, docente di filosofia e scienze dell'educazione

« (..)perché l’opera della scuola divenga veramente quella di indirizzare il popolo a conquistare l’indipendenza, la dignità, la posizione morale e sociale che compete ad ogni cittadino; a liberarsi da pregiudizi e conformismi, a muoversi in modo da avviare a soluzione quegli annosi problemi: analfabetismo, emigrazione, disoccupazione, ecc. che impediscono a tutto il corpo sociale di raggiungere un livello di civiltà veramente dignitoso».

Dina Bertoni Jovine, in Riforma della scuola, 1957, n.6/7, pag.19-20



sabato 2 giugno 2012

La Kill list dell'Imperatore d'Occidente

Fonte: il manifesto | Autore: Marco D'Eramo

L’orrore più spaventoso è quando nessuno s’inorridisce più per l’orrore. È quel avviene da giorni nei mass media mondiali a proposito della Kill list di Barack Obama. Dove Kill list non è un film di Quentin Tarantino che il presidente degli Stati uniti si godrebbe in poltrona nello Studio ovale della Casa bianca.
No, la Kill list è la lista degli esseri umani da uccidere che Obama personalmente redige ogni settimana. In quello che il New York Times definisce «il più strano dei rituali burocratici», «ogni settimana circa, più di 100 membri del sempre più elefantiaco apparato di sicurezza nazionale si riuniscono in videoconferenza segreta, per esaminare le biografie dei sospetti terroristi e raccomandare al presidente quale dovrà essere il prossimo a morire».
I burocrati raccomandano, ma l’ultima parola spetta a Obama che firma di sua mano la condanna a morte di questi «sospetti terroristi», che essi siano cittadini americani o stranieri. Da notare che nessuno di loro è stato mai condannato da nessun tribunale. Letteralmente, il presidente degli Stati uniti si arroga l’insindacabile diritto di vita o di morte su qualunque essere umano di questo pianeta. Già, perché una volta emanata, questa «strana» sentenza è inappellabile, né criticabile (visto che è segreta).
In fondo, la Bastiglia era stata rasa al suolo per molto meno: i monarchi assoluti dell’Ancien Régime si limitavano a firmare lettres de cachet, arbitrari e insindacabili ordini di carcerazioni, certo, ma non assassini.
In fin dei conti il calunniato George Bush jr era stato più fedele allo spirito della costituzione americana quando si era «limitato» a ordinare la detenzione arbitraria di qualunque sospetto al mondo: se proprio doveva essere ucciso, il malcapitato andava almeno processato da una corte marziale americana. Ora invece abbiamo il paradosso di un presidente che è stato eletto promettendo di chiudere la prigione di Guantanamo, e di non permettere più che i sospetti siano detenuti indefinitamente senza giudizio, ma che conclude il suo primo mandato stilando personalmente la lista degli assassini di stato. Detenerli senza processo, no. Ma ucciderli senza processo sì. Tenete conto che la lista comprende non solo terroristi accertati, ma anche «fiancheggiatori».
Per dirla tutta: mentre in base al decreto presidenziale di Bush poteva succedere che un commando irrompesse all’improvviso in casa mia in Italia, mi portasse in Egitto (o nella vituperata Siria) a farmi torturare da regimi più esperti in questa pratica e poi mi trasferisse in una base Usa d’oltremare, come Diego Garcia, per farmi processare da una corte militare Usa ed eventualmente uccidermi, facendomi così scomparire per sempre dalla faccia della terra all’insaputa di tutti, adesso, con i poteri che Obama si è arrogato, mentre io sto in Italia, qualcuno alla Casa bianca scorre la mia biografia, decide che sono un pericoloso fiancheggiatore, firma la mia condanna a morte; a questo punto in una base militare del Midwest un impiegato in maniche corte (che amo immaginare paciosamente obeso) si siede a un computer e con lo stick dei videogiochi dirige da 9.000 km di distanza un drone sulla terrazza di casa mia e mi spiana con un missile.
Perfino il sussiegoso New York Times protesta flebilmente che questo «è troppo potere per un presidente», ma ipocrita propone solo di «stabilire criteri certi» per includere qualcuno nella Kill list.
Siamo davanti al potere assoluto. Ma, come dicevo, ancora più terrificante del fatto in sé è la sua accoglienza da parte dell’opinione pubblica mondiale. Siamo ormai tutti assuefatti, non ci stupisce più nulla. Di questo nessun indignato s’indigna! Che altro ci serve per darci una sveglia?
Un primo assaggio della «crudeltà umanitaria», della «ferocia buonista» in cui siamo scivolando sempre più anestetizzati ce l’ha dato l’immagine marcante della prima presidenza Obama: quella della riunione di notabili e amici invitati ad assistere in tv non alla finale del Super Bowl ma all’uccisione in diretta di Osama bin Laden, e a esultare non per un gol ma per una pallottola.
Ma ancora più da brivido è la battuta riferita dal New York Times: dopo aver firmato l’uccisione di un cittadino americano che nello Yemen incitava alla jihad, il premio Nobel per la pace ha commentato: «Questo qui è stato facile».