le lenti di Gramsci

lunedì 30 luglio 2012

Lo scrittore Franco Arminio scrive su Taranto



A Taranto sono tre le città da recuperare

Franco Arminio su Il Manifesto del 29 luglio 2012

L'apocalisse di Taranto prima che nelle cartelle cliniche è nella forma della città: una bellissima città della Magna Grecia circondata una cintura di ferro, simbolo di come l'Italia sia passata dalla civiltà contadina alla modernità incivile.

Taranto è una città apocalittica, è un'apocalisse grigia, a lento rilascio. C'è una fabbrica che si è presa il mare, la terra, il cielo della città e adesso si prende anche il lavoro. Bisogna fermarsi e ragionare, si può enfatizzare l'importanza del lavoro o quella della salute, comunque siamo di fronte a un vicenda cruciale.
L'apocalisse di Taranto prima che nelle cartelle cliniche è nella forma della città: una bellissima città della Magna Grecia circondata una cintura di ferro, simbolo di come l'Italia sia passata dalla civiltà contadina alla modernità incivile. Una storia di trasformazioni che hanno cambiato il volto dell'Italia, ma non i rapporti tra dominati e dominanti.
Gli operai di Taranto provengono spesso dalle campagne ioniche, spinti dal mito del posto fisso. Negli anni sessanta in quella che allora si chiamava l'Italsider andò a dir messa anche il papa. E valenti documentaristi filmavano una fabbrica che aveva nella sua grandezza il suo mito. Insieme all'industria è cresciuta la città nuova, i negozi, gli uffici del terziario. Tutto si è mosso in un direzione che pareva di avanzamento e che col passare del tempo si è configurata come un abbraccio mortale, da città sviluppata a città impolverata: la fabbrica, il quartiere Tamburi e il cimitero, uno a fianco all'altro.
Ora la faccenda non può essere risolta con un intervento pubblico teso a rendere la fabbrica meno nociva. E bisogna sempre considerare che magari fra vent'anni scopriremo che era inaccettabile ciò che adesso consideriamo accettabile. In ogni caso il punto di partenza deve essere la condizione degli operai. Perdere il posto è una beffa ulteriore e insopportabile. Ed è singolare che lo stesso padrone abbia una fabbrica al sud che inquina il doppio di quanto inquina al nord.
Forse è la stessa logica che porta il padrone a indennizzare gli operai vittime del petrolchimico di Marghera e non di quello diBrindisi. La stessa logica che ha portato a riempire di rifiuti tossici le campagne del casertano e di tanti altri luoghi del sud: c'è sempre stato qualcuno, camorrista o semplice cittadino, che ha pensato al denaro più che alla salute, anche perché il denaro si prende subito, le malattie arrivano più lentamente.
A Taranto non c'è solo la fabbrica, c'è anche un meraviglioso museo archeologico, c'è una città vecchia sopra un'isola. È lecito chiedersi se è giusto mettere soldi su una fabbrica che non sarà mai innocua: l'acciaio non si fa coi guanti bianchi. È lecito chiedersi se non è il caso di orientare l'investimento anche in un grande piano di recupero del centro antico, per restituire alla Puglia e all'Italia un luogo importante.
È veramente il caso di spendere bene il tempo. Per studiare interventi migliorativi, ma anche per capire che la città deve da subito ricostruire le macerie del suo centro storico: nessuna città italiana ha un centro che sembra reduce da un bombardamento. Ci vuole una politica all'altezza di un luogo straordinariamente bello e complesso: c'è la fabbrica, ci sono gli operai, ma ci sono anche i contadini intorno alla città, anche loro hanno un lavoro, anche loro hanno diritto a essere tutelati. E hanno diritto a essere tutelati i bambini e gli anziani di Taranto. E anche gli ipocondriaci: le persone che tendono a sviluppare malattie immaginarie trovano tutte le condizioni per accrescere le proprie ansie. Se una mattina ti svegli con un linfonodo ingrossato fai presto a pensare che il tumore è venuto a visitare pure a te, fai presto a pensare che non è stato fabbricato nel tuo corpo, ma nella fabbrica.
Ci sono tre città: la città nuova, la città fabbrica, la città antica. Negli ultimi decenni le prime due hanno esiliato la terza sulla sua isola, gli hanno assegnato il ruolo di accogliere lo spirito accidioso della città. Questo modello che cammina su una gamba sola non è più sostenibile. Lo deve capire la classe dirigente locale e nazionale mettendo a disposizione risorse non solo per il padrone, ma per i tarantini, costruendo un nuovo modello basato sull'equilibrio tra le diverse opportunità: il porto, il museo, la città vecchia. Dare salute a queste tre realtà di fatto significa rendere la città meno dipendente dalla grande acciaieria. Come si dice in questi casi, è una grande sfida, una sfida che non può ridursi agli aggiustamenti che non aggiustano niente. E nonostante gli errori di questi giorni le uniche figure meritevoli di rispetto restano gli operai: quello che stanno facendo ci dice che esiste l'egoismo degli sfruttati, ma è sempre meno grave dell'egoismo degli sfruttatori.

sabato 28 luglio 2012

ILVA di Taranto: il documento politico del PdCI



Tanti sono i soggetti che hanno la responsabilità della situazione ambientale di Taranto, a cominciare dal ruolo svolto dalla Marina Militare con le attività dell’arsenale e continuando con l’impatto di insediamenti industriali: Raffineria, Cementir e Italsider, oggi Ilva, di proprietà del gruppo Riva.
A tutto questo va aggiunta la responsabilità di tanta parte politica, quella più conservatrice che ha governato il paese e amministrato la città,  che ha permesso per lunghi anni a questi soggetti imprenditoriali di fare i propri affari senza tener conto della compatibilità ambientale delle loro attività produttive.
Nello specifico, l’impennata dell’inquinamento coincide con il passaggio della proprietà della grande fabbrica dall’Iri al gruppo Riva, passaggio avvenuto in modo quanto meno strano tant’è che ancora oggi non se ne conoscono chiaramente le modalità e il costo reale.
Tutto questo ha permesso a Riva di operare senza un sostanziale controllo continuando a produrre per diciassette anni  ubbidendo solo alle  leggi di un mercato senza regole, sacrificando alla logica del profitto i lavoratori, la popolazione e l’intero territorio tarantino.
Riva ha messo in atto una politica di intimidazione prima e poi di attacco alla classe operaia, ai suoi diritti, al suo sindacato e perfino agli stessi valori della democrazia, sanciti nella carta costituzionale circa il ruolo sociale della proprietà e dell’iniziativa imprenditoriale privata.
Non si può dimenticare l’infamante palazzina Laf, nella quale vivevano reclusi un centinaio di lavoratori che reclamavano solo rispetto dei propri diritti e dignità, c’è voluta la magistratura e non l’azione di altri a cui spettava il dovere di farlo."
Così oggi, di fronte ad un padrone che rifiuta il confronto con le rappresentanze dei lavoratori la magistratura interviene avendo preso atto di elementi che denunciano le responsabilità dell’azienda del disastro ambientale.
Né Riva può strumentalmente utilizzare i lavoratori per attaccare l’operato della magistratura o per sottrarsi agli adempimenti per abbattere le emissioni attraverso gli investimenti necessari su innovazioni tecnologiche.
Il problema non si risolve con la chiusura dell’area a caldo dell’Ilva, si tratta invece di capire che è giunto il momento di rivendicare la modifica degli impianti attraverso il coinvolgimento di tutti gli attori per le responsabilità politiche, manageriali e operative.
La chiusura di una parte importante dello stabilimento di Taranto avrebbe ricadute disastrose perfino sulla tenuta occupazionale e delle attività del porto. 
Taranto deve diventare un caso Nazionale: occorre quindi che il governo produca un piano di bonifica del territorio e della fabbrica e non solo di riqualificazione ambientale;  esso deve interessare la messa sotto controllo delle emissioni di tutte le attività produttive.
Occorre che la classe operaia sia rappresentata con forza dalle organizzazioni sindacali nella trattativa e nel controllo delle misure adottate dal piano.
Occorre che le istituzioni: Regione, Provincia, Prefettura, Comune diventino soggetti di confronto con Ilva e di controllo del territorio sulle emissioni attraverso l’uso delle strutture pubbliche preposte come ARPA che devono vigilare con gli strumenti del caso ventiquattro ore su ventiquattro.
I comunisti Italiani, preoccupati della situazione di scontro determinatasi, sono al fianco dei lavoratori per la difesa del posto di lavoro ed esprimono solidarietà al Sindaco Stefàno condividendone a pieno la impostazione politica per la soluzione del problema

Taranto li, 27-7-2012
                                                                                                   Partito dei Comunisti Italiani
            

lunedì 23 luglio 2012

Mario Monti ha fallito

PERCHE' MARIO MONTI HA FALLITO


È possibile fare un breve e disincantato bilancio del governo Monti? La prima, avvilente constatazione, è che in quasi 9 mesi di "riforme" e di "vertici decisivi" la montagna del debito pubblico italiano non è stata neppure scalfita. Anzi si è fatta ancora più alta e imponente. Il debito ammontava a 1.897 miliardi di euro nel dicembre 2011, oggi è arrivato a. 1.966. Dunque, la ragione fondamentale della nostra condizione di rischio, la causa causarum delle nostre difficoltà presenti e future si è ulteriormente aggravata. Lo spread si mantiene elevato e torna sui 500 punti.
Il Pil - questo vecchio totem delle società capitalistiche - è nel frattempo diminuito e diminuirà ancora. Scenderà di oltre il 2% nel 2012. Dicono gli esperti che si riprenderà nel 213. Ma per quale felice congiunzione degli astri non è dato sapere. Qui, infatti, la scienza economica si muta in astrologia, dà gli oroscopi. L'elenco dei disastri non è finito.

La disoccupazione è aumentata, quella giovanile in particolare. Per quella intellettuale in formazione il governo propone ora di aumentare le tasse universitarie, così potrà essere efficacemente ridotta... Una nuova tassa sulle famiglie italiane di cui occorrerebbe informare l'on. Casini, che ne è uno zelante difensore.

Nel frattempo le più importanti riforme realizzate dal governo incominciano a mostrare effetti indesiderati che pesano e peseranno sull'avvenire del Paese. Prendiamo la riforma delle pensioni, sbandierata dai tecnici al governo come lo scalpo di un mostro finalmente abbattuto.

Pur senza considerare qui il grande pasticcio dei cosiddetti esodati, che pure costituisce un dramma inedito per migliaia di famiglie, la riforma appare come un'autentica sciagura economica e sociale. L' allungamento dell'età pensionabile ha già bloccato l'assunzione di migliaia di giovani nelle imprese. Vale a dire che essa impedirà l'ingresso nelle attività produttive e nei servizi di figure capaci di portare innovazione e creatività. Mentre riduce ulteriormente prospettive e speranze di lavoro alle nuove generazioni. Quale slancio può venire da una società se si chiede agli anziani di continuare a lavorare sino alla vecchiaia e ai giovani di aspettare, cioé di invecchiare senza lavoro? Ma le imprese dovranno tenersi lavoratori logorati e demotivati sino a 65 anni e oltre. Chiediamo: è questo un incentivo alla crescita della produttività, fine supremo di tutte le scuole economiche?

E' facile infatti immaginare - salvo ambiti limitati in cui l'anzianità significa maggiore esperienza tecnico-organizzativa - che questi lavoratori saranno più facilmente vittime di infortuni, che contrarranno più malattie , si assenteranno per stress, ecc. Dunque peseranno sul bilancio dello stato, probabilmente in maniera più costosa che se fossero in pensione. Non meno fallimentare appare la riforma del lavoro della ministro Fornero. A parte la razionalizzazione di alcuni aspetti di una normativa ingarbugliata, essa ha peggiorato la condizione dei lavoratori occupati. Come hanno mostrato tante analisi pubblicate sul manifesto, questi sono oggi più ricattabili da un padrone che può licenziarli con maggiore facilità tramite un indennizzo monetario. Nel frattempo la giungla legislativa del lavoro precario non è stata cancellata. I giovani, pochi, che entrano nel mondo del lavoro fanno ingresso nel regno dell'insicurezza, non diversamente da quanto accadeva in precedenza. Ma quanta nuova occupazione creerà questa rivoluzione copernicana della supponente ministro? Perché le imprese straniere dovrebbero precipitarsi a investire nel nostro Paese, dove prevale una forza-lavoro anziana, le università e i centri di ricerca sono privi di risorse, la pubblica amministrazione è in gran parte inadeguata, illegalità e criminalità sono fenomeni sistemici, dove spadroneggia un ceto politico fra i più inetti e affaristici dell'Occidente? Questi ultimi due aspetti, ovviamente, non sono addebitabili al governo Monti, ma fanno parte ineliminabile del quadro nazionale di cui occorrerebbe tener conto. Ebbene, dove ci porterà questo governo nei prossimi mesi? Economisti e media continuano il loro estenuato ritornello: faremo riforme strutturali, la formula magica che dovrebbe dischiudere la spelonca di Alì Babà, deposito di immensi tesori. Quali riforme strutturali? Forse la nazionalizzazione delle banche, una tassazione stabile sulle transazioni finanziarie, il 3% del Pil destinato alla formazione e alla ricerca, la creazione di un sistema fiscale progressivo, una tassa stabile sui patrimoni, una grande legge urbanistica che protegga il nostro territorio e faccia vivere civilmente le nostre città? Niente di tutto questo. Le riforme strutturali sono state già fatte e sono quelle che abbiamo esaminato e ora la spending review, che avrebbe bisogno di tempi lunghi e di circostanziata conoscenza della macchina statale per non diventare un'altra operazione di tagli lineari. Quale di fatto è. Deprimerà ulteriormente la domanda aggregata, con quali effetti sul Pil ce lo comunicheranno nei mesi seguenti, invocando qualche altro vertice decisivo. Ma il repertorio pubblicitario è in realtà esaurito. Proveranno con la svendita dei beni pubblici, ma non avranno né il tempo né l'agio. Chi dice dunque, a questo punto, che il re è nudo, che il governo Monti ha fallito? Il fallimento è certo globale. Sono ormai cinque anni che le società industriali navigano nella tempesta e gli uomini di governo, che hanno salvato le banche dalla rovina, protetto i potentati finanziari da tracolli su vasta scala, sono ancora col cappello in mano a chiedere comprensione ai grandi speculatori, definiti mercati. Cinque anni nei quali si potevano separare le banche di credito dalle banche d'affari, bandire i prodotti finanziari ad alto rischio, riformare le agenzie di rating, regolamentare i movimenti di capitale, chiudere i paradisi fiscali, applicare la Tobin tax, ecc. Eppure niente è stato fatto. La finanza spadroneggia e il ceto politico ubbidisce, demolendo pezzo a pezzo, su suo ordine, le conquiste sociali del XX secolo. E chiama riforme strutturali questo cammino all'indietro verso il XIX secolo. In Italia non si è fatta eccezione. Ma oggi occorre aggiornare il quadro. Non si tratta più, per gli italiani, come alla fine dello scorso anno, di scegliere fra uno dei peggiori governi dell'Italia repubblicana e la strada di una cura severa e dolorosa, ma che alla fine ci porterà fuori dalla catastrofe. Oggi non si da più questa alternativa. Il governo Monti ha solo ritardato la discesa del paese nell'abisso per un comprensibile effetto psicologico. Oggi appare nella sua piena luce di «governo ideologico», come lo chiama Asor Rosa: esso è la malattia che vuol curare i sintomi, acuendo le cause che ne sono all'origine. E' l'ideologia che domina a Bruxelles. Lo abbiamo visto con la Grecia, lo stiamo osservando con la Spagna. Un medico che dovrebbe dare ossigeno al malato e continua a tagliare col bisturi. Prima il "risanamento" e poi la crescita è un vecchio ritornello, che oggi appare tragicamente fallimentare. La presente crisi, com'è noto ormai a molti, origina dalla sproporzione fra l'immensa ricchezza prodotta a livello mondiale e la ridotta capacità della domanda di attingerla. Troppe merci a fronte di redditi popolari stagnanti e in ritirata, sostenuti con il surrogato dell'indebitamento familiare. La politica di austerità, dunque, rende più grave la crisi perché ne ripropone e alimenta le cause. Premi Nobel come Stiglitz e Krugman lo vanno ripetendo da mesi, anche sulla stampa italiana. Forse qualcuno dovrebbe rammentare ai dirigenti del partito democratico che in autunno le condizioni economiche generali del paese saranno peggiorate. E che agli occhi degli italiani il perdurante sostegno a Monti finirà col rendere tale partito interamente corresponsabile di un fallimento di vasta portata. La sua prudenza e il suo tatticismo si trasformeranno in grave irresponsabilità. Perché la forza politica che dovrebbe costituire e aggregare l'alternativa, non solo di facce, ma anche di politiche economiche, apparirà irrimediabilmente compromessa. Parte indistinguibile del mucchio castale che ha fatto arretrare le condizioni generali del Paese. Un vuoto drammatico che, temiamo, la sinistra radicale non riuscirà a colmare e che indebolirà il tentativo di una nuova "rotta d'Europa": vale a dire l'alleanza con le sinistre europee per cambiare strategia, a cui gruppi e singoli intellettuali vanno lavorando da tempo. Appare a tal proposito molto significativo che un giornalista come Eugenio Scalfari, uno dei più convinti sostenitori del governo Monti nell'area liberal progressista, abbia preso le distanze con tanta eleganza, ma con tanta fermezza, nel suo editoriale su Repubblica del 15 luglio. Che abbia più fortuna di Stiglitz e di Krugman?

Fonte: il Manifesto del 22 luglio 2012 | Autore: Piero Bevilacqua

giovedì 19 luglio 2012

Paolo Ferrero spiega la crisi

"Pigs! La crisi spiegata a tutti", il nuovo libro di Paolo Ferrero


I luoghi comuni sulla crisi passati al setaccio del pensiero critico, prospettando una via di uscita che sfugga alla retorica del male minore

Sicuramente più di trent'anni fa Paolo Ferrero si interrogava, come molti di noi, sulla possibilità di uscire dalla crisi del capitalismo e, come molti di noi, rispondeva che quella strada era impraticabile. Piuttosto bisognava uscire dal capitalismo in crisi. Leggendo l'ultimo libro del segretario di Rifondazione comunista - Pisgs! La crisi spiegata a tutti, DeriveApprodi, pp. 216, 12 euro - si scopre che tanto la domanda quanto la risposta non sono cambiate. Segno di coerenza, o vuol anche dire che in fondo in fondo lo stato delle cose esistente è lo stesso che negli anni Settanta e Ottanta? In realtà è cambiato il mondo e con esso, l'economia e la finanza. È cambiato il rapporto di forza tra le classi ed è cresciuta in modo esponenziale la diseguaglianza. Se Valletta guadagnava 20 volte più di un «suo» operaio, oggi Marchionne ne guadagna 500 volte in più.

Il pregio del libro di Ferrero sta nello sforzo, riuscito, di spiegare ai non addetti ai lavori, ma probabilmente addetti al cambiamento, la natura della crisi attuale del capitalismo smontando uno per uno i luoghi comuni di cui si nutre la narrazione economica, politica e giornalistica. Per evitare che si radichi una sorta di rassegnazione per cui siccome nessuno capisce l'economia e la finanza, tanto vale che a occuparsene siano i tecnici. Si potrebbe citare Gramsci («Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il vostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la vostra forza. Studiate, perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza»), ma il comunista valdese Ferrero sceglie di aprire il suo «glossario» con don Milani: «L'operaio conosce 100 parole, il padrone 1000 per questo lui è padrone».

«Il problema è il debito pubblico» è il primo dei luoghi comuni denudati in Pigs!: capirne le origini per capire che chi ci ha guadagnato oggi è lo stesso soggetto che detta legge, governi e tagli ai debitori. Il problema, scrive Ferrero, «non è il debito pubblico ma la speculazione». E la crisi finanziaria non è la causa ma solo l'effetto (e qui torniamo alla domanda iniziale) «della crisi strutturale del capitalismo». Karl Marx, sostituendo al luogo comune della sovrapproduzione come causa della crisi la categoria della sovraspeculazione, citava «quella scuola ormai scomparsa di filosofi della natura che considerava la febbre come vera causa di tutte le malattie». Se «la causa» è strutturale e risale al capitalismo, incapace di onorare le promesse nei confronti dell'umanità grazie a cui è diventato egemone, allora è evidente che non saranno i tagli a portarci fuori dalla crisi restituendoci un futuro. Né la riduzione dei salari e dei diritti. Né è percorribile la strada delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni.

L'ideologia del mercato e della sua presunta oggettività e infallibilità è contestata, prima ancora che dal libro di Ferrero, dai fatti. I mercati non hanno codici etici «perché l'unica legge che conoscono è quella del maggiore guadagno realizzabile nel minor tempo possibile». Demolire questi mercati, dunque, prima che siano essi a demolire la società. Naturalmente l'analisi della crisi, la decodificazione dell'esplosione della bolla finanziaria, non possono procedere disgiuntamente dalla lettura dei comportamenti sociali e politici in Italia. E dunque Ferrero non può non intervenire sui guai del berlusconismo ma, soprattutto, sui guai connessi a un antiberlusconismo che porta a bere bibite indigeste. Monti e la Fornero non sono il male minore ma rappresentano la stessa malattia, sia pure in forme diverse. Anzi, si potrebbe aggiungere, quel che non è riuscito ai governi di destra sta riuscendo al governo dei sedicenti tecnici, forte di un consenso parlamentare inedito.

La critica al neoliberismo può richiamare padri nobili (Marx), analisti appassionati (Gallino) e persino improbabili compagni di strada, quelli che predicano in un modo e razzolano in un altro. Non devono dunque sorprendere le citazioni di Giulio Tremonti, che per altro parteciperà oggi alla presentazione del libro di Ferrero. Nell'ultimo capitolo della «crisi spiegata a tutti», dopo aver analizzato la crisi dell'Europa monetaria per riscoprire l'antico motto «socialismo o barbarie», l'autore si sofferma su quelli che, ai tempi andati, nelle relazioni seguivano «quadro internazionale e fase politica»: «i nostri compiti». Ferrero torna sui temi squisitamente politici, o meglio sull'agenda politica e sui percorsi possibili per arrivare al rovesciamento dello stato di cose esistente. A un punto della storia, però, in cui prima ancora dell'elogio del comunismo diventa prioritario anche per Ferrero, l'elogio della democrazia. Anzi, l'impegno per la sua non rinviabile riconquista.

Loris Campetti su Il Manifesto del 18 luglio 2012

giovedì 5 luglio 2012

Monti è il peggiore

Articolo di Alfio Mastropaolo su "Il Manifesto" di oggi, 5 luglio 2012

Il governo Monti sta facendo, con vent’anni di ritardo, quel che ci aspettavamo dai governi Berlusconi. Vedasi quanto ha appena scritto Galli della Loggia sulle pagine del Corriere della Sera. Monti applica la sua ricetta con zelo spietato, sospinto da tre fattori fondamentali. Il primo è il suo furore ideologico. È un neoliberale a oltranza, rimasto a bocca asciutta malgrado una lunghissima permanenza della destra al governo, neanche minimamente turbato dai disastri che il neoliberalismo perpetra da almeno un trentennio. Sembra dunque intenzionato a recuperare a tappe forzate il terreno perduto profittando delle drammatiche difficoltà di tutte le forze politiche. 
Monti fa il lavoro di Berlusconi Perché il capo dello Stato abbia deciso di rivolgersi a lui è un mistero. Monti è il rappresentante organico di una cosa che in Italia da sempre non c’è, o che quando c’è fa ridere – sempre che non faccia di peggio – ovvero il settore privato, o il capitalismo, o la borghesia. Che non a caso hanno a suo tempo partorito il fascismo e da ultimo quella caricatura di destra che sono Berlusconi e il berlusconismo. Monti ne è la faccia decente, ma non ha mai nascosto le sue pulsioni, né come accademico, né come columnist del Corriere della Sera. Eppure Napolitano l’ha scelto. Va bene che si era fatto una reputazione in Europa come membro della Commissione, ma è dubbio che nella pur magra riserva della Repubblica non si potesse scegliere una figura meno profilata. 
Il secondo fattore che mette vento nelle vele di Monti è la crisi finanziaria internazionale, che ha amplificato a dismisura i problemi italiani, aggravati non poco dalla vergognosa incompetenza dei governi Berlusconi, nonché dalle pluriennali spoliazioni da essi perpetrate a danno del paese. 
Il terzo fattore che aiuta Monti è l’emergenza democratica in cui Berlusconi ha precipitato il paese. Rispetto a quella situazione i modi urbani di Monti sono un progresso. Quel che però non si può dimenticare è che la macelleria sociale che Monti sta perpetrando è anch’essa una sfida alla democrazia. Quando una democrazia partorisce politiche di questo genere gli effetti sono democraticamente devastanti. 
Qualcuno ritiene che la chiusura d’una fabbrica al giorno, la disoccupazione crescente, il decadimento dei servizi e l’impoverimento di fasce sempre più ampie della popolazione non abbia pesanti ricadute sullo stato di salute delle democrazia italiana? Sono fatti che corrodono il tessuto sociale e la convivenza civile, di cui ovviamente la democrazia paga il conto. E infatti la fiducia nelle istituzioni democratiche è in declino e l’antipolitica fiorisce. 
Certo, si può orientare il declino della fiducia contro i partiti. Che sono divenuti il capro espiatorio della grande stampa, di Beppe Grillo e talora di sé medesimi. I partiti non sono più immorali di altri pezzi della società italiana, ma invece di curare la propria immoralità si compiacciono di metterla in scena: vuoi immaginando riforme istituzionali volte a decapitarli, vuoi con le autodenigrazioni sistematiche come quelle in cui da ultimo primeggia il sindaco Renzi. 
Per intanto dunque i partiti calamitano la sfiducia verso la democrazia. Ma c’è ragione di ritenere che se Monti è stato ingaggiato per curare la democrazia dalle ferite che le ha inflitto Berlusconi, quelle che lui le sta infliggendo non sono meno gravi. Sono più subdole, non scandalizzano le vestali della democrazia, ma provocano danni che non sarà facile riparare. 
Insomma, il sollievo che il nuovo stile del governo suscita è modestissimo. Si concede il lusso perfino di qualche ministro che fa mosse apprezzabili (qualche parola si sente a beneficio del Mezzogiorno, anche se i fatti sono lenti; i beni culturali ricevono attenzioni cui erano disabituati da anni). E in Europa ci disprezzano un po’ meno. Ma la consolazione è modesta. L’azione del governo Monti non solo è economicamente e socialmente depressiva. Lo è pure democraticamente. Ci si consenta pertanto una domanda all’onorevole Bersani e a tutti coloro che a sinistra si affannano ad annettersi Monti. 
Già, perché in questa storia c’è una sfinge ed è proprio lui, insieme a molti suoi sodali del Pd. Qualche fremito ogni tanto da Bersani ci giunge, ma ci piacerebbe sentire qualcosa di più sostanzioso che non una battuta del tipo: “Monti è una risorsa”. Ci scusi, onorevole, una risorsa per chi? I cassintegrati, gli esodati, i disabili, e via di seguito, o i ristrettissimi circoli di banchieri e imprenditori con cui Monti è in confidenza? Ci dica ancora, onorevole, se fate società con Casini, è in Monti che troverete il vostro premier? O siete già d’accordo per fare il montismo senza Monti, di cui Casini è tifoso sfegatato? Il Pd da che parte sta? 
Ogni tanto una battuta può scappare e la penitenza che Monti ha imposto agli italiani (con l’accurata esclusione dei ceti abbienti) dobbiamo forse sopportarla, perché la situazione politica è quel che è e perché ci siamo consegnati mani e piedi ai diktat di Berlino. Ma intanto la penitenza si può attenuarla, si potrebbe applicarla altrimenti e si possono chiamare le cose col loro nome. Galli della Loggia lo fa: è un governo di destra e borghese. E siccome la borghesia italiana non mai stata illuminata, e oggi lo è men che mai, anche perché chi dovrebbe contrastarla o ha deciso di disarmare, o mette i bastoni fra le ruote a chi prova a reagire come la Fiom, questo è un governo antipopolare. Dire che lo si sopporta, ma non ci piace, è che la sinistra farà tutt’altro, aiuterebbe quanto meno a togliere a Di Pietro, alla Lega e a Grillo – e pure a Berlusconi – l’esclusiva delle riserve sul governo. E sarebbe un antidoto all’antipolitica.