le lenti di Gramsci

giovedì 31 luglio 2014

Per la fine immediata del massacro del popolo della Palestina



Per l'Italia aderiscono Partito dei Comunisti Italiani e Partito Comunista

Sessantasei Partiti Comunisti e Operai hanno già firmato un comunicato comune in cui “condannano l'assalto barbaro e criminale dello Stato di Israele contro il popolo della Palestina”, manifestano “piena solidarietà al popolo della Palestina” e chiamano “i lavoratori di tutto il mondo a mobilitarsi perché si rafforzi l'ondata di condanna di Israele, e sia espressa in forma pratica la solidarietà con il popolo della Palestina”.

Nel testo che continua ad essere aperto a nuove sottoscrizioni,sono sottolineate le “grandi responsabilità” degli USA “negli sviluppi sanguinosi” e l'appoggio dato ad Israele “nella continuazione dell'oppressione e del massacro del popolo palestinese”.


“Anche l'UE ha responsabilità perché mantiene una posizione di “equidistanza” tra l'aggressore e la vittima e, allo stesso tempo, sviluppa la cooperazione con Israele a livello militare, economico e politico”, si evidenzia nel documento, in cui si esige:

- La condanna dei crimini contro il popolo palestinese;

- La fine immediata degli attacchi aerei continui contro il popolo della Palestina e delle operazioni terrestri;

- Il ritiro dell'esercito israeliano di occupazione;

- La liberazione di tutti i prigionieri politici dalle carceri israeliane;

- La distruzione dell'inaccettabile muro di divisione e la sospensione di tutte le forme di blocco ai palestinesi, a Gerusalemme, in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza;

- La fine degli insediamenti coloniali e il ritiro di tutti i coloni insediati al di là delle frontiere del 1967;

- Il diritto al ritorno di tutti i rifugiati palestinesi alle loro case, sulla base delle corrispondenti decisioni dell'ONU;

- La cancellazione delle esercitazioni militari e di tutti gli accordi di cooperazione militare con Israele;

- Uno Stato palestinese entro i confini del 1967, con capitale Gerusalemme Est.

Fino ad ora hanno firmato il comunicato comune:

Partito Comunista di Albania, PADS di Algeria, Partito Comunista di Australia, Tribuna Progressista Democratica del Bahrein, Partito Comunista del Bangladesh, Partito dei Lavoratori del Bangladesh, Partito del Lavoro del Belgio, Partito Comunista Brasiliano, Partito Comunista del Brasile, Partito Comunista Britannico, Nuovo Partito Comunista Britannico, Partito Comunista del Canada, Partito Comunista del Cile, Partito Socialista dei Lavoratori della Croazia, AKEL di Cipro, Partito Comunista di Boemia e Moravia, Partito Comunista della Danimarca, Partito Comunista in Danimarca, Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia, Partito Comunista della Finlandia, Partito Comunista Unificato della Georgia, Partito Comunista Tedesco, Partito Comunista di Grecia, Partito dei Lavoratori Ungherese, Partito Comunista dell'India, Partito Comunista dell'India (Marxista), Partito del Popolo dell'Iran, Partito Comunista di Irlanda, Partito dei Comunisti Italiani, Partito Comunista Giordano, Partito Comunista del Lussemburgo, Partito Comunista del Messico, Partito Popolare Socialista – Associazione Politica Nazionale del Messico, Nuovo Partito Comunista dei Paesi Bassi, Partito Comunista della Norvegia, Partito Comunista del Pakistan, Partito Comunista Palestinese, Partito del Popolo Palestinese, Partito Comunista Peruviano, Partito Comunista delle Filippine (PKP-1930), Partito Comunista della Polonia, Partito Comunista Portoghese, Partito Comunista della Romania, Partito Comunista della Federazione Russa, Partito Comunista dei Lavoratori di Russia, Nuovo Partito Comunista della Jugoslavia, Partito dei Comunisti della Serbia, Partito Comunista di Spagna, Partito Comunista dei Popoli di Spagna, Partito dei Comunisti della Catalogna, Partito Comunista Sudanese, Partito Comunista di Svezia, Partito Comunista Siriano e Unione dei Comunisti di Ucraina.


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domenica 20 luglio 2014

Alberto Burgio su Il Manifesto: il disegno Renzi-Berlusconi un pericolo gravissimo per la democrazia. Bisogna fermarli. Uniti


Alberto Burgio, su Il Manifesto di oggi:


Indi­spet­tito dal per­si­stere della dis­si­denza e dalle accuse di auto­ri­ta­ri­smo rivolte ai suoi dise­gni «rifor­ma­tori», il pre­si­dente del Con­si­glio dà segni d’impazienza. Irride e fa del sar­ca­smo gra­tuito. È tipico di chi mal tol­lera le cri­ti­che, ma in que­sto caso c’è di più. Sta final­mente emer­gendo il senso delle grandi mano­vre in corso: la «cosa stessa» su cui si gioca la par­tita. Si può dire così, in estrema sin­tesi: viviamo (da anni) nel pieno di una crisi demo­cra­tica che ora minac­cia di sfo­ciare in un regime. La for­mula suona estre­mi­stica, eppure è la descri­zione fedele della situa­zione. Vediamo perché.

Da vent’anni a que­sta parte in Ita­lia si opera per mano­met­tere il rap­porto di rap­pre­sen­tanza – essenza di una demo­cra­zia par­la­men­tare – e per ampliare la distanza tra «paese reale» e «paese legale». In una lunga tran­si­zione (lunga ma tutto som­mato rapida, con­si­de­rata la por­tata delle tra­sfor­ma­zioni) si è venuto modi­fi­cando il sistema in senso maggioritario-bipolare al solo scopo di auto­no­miz­zare le isti­tu­zioni poli­ti­che dal ter­reno sociale e dai suoi con­flitti. Que­sta è stata la bus­sola delle «riforme» per la «gover­na­bi­lità» che hanno segnato la via ita­liana alla post-democrazia. Era, per esem­pio, l’obiettivo della dot­trina del «taglio delle ali», for­mu­lata, tra gli altri, da Mas­simo D’Alema.

La cen­tra­lità (anti­co­sti­tu­zio­nale) dell’esecutivo discende da qui, poi­ché, cor­re­lata alle sole posi­zioni domi­nanti, la prassi poli­tica si risolve nell’applicazione del para­digma gover­na­men­tale, con tutti i suoi corol­lari auto­ri­tari e fami­li­stici, com­preso il pro­li­fe­rare delle logi­che mafiose di appar­te­nenza che ormai domi­nano ogni ambito isti­tu­zio­nale. La stessa cor­ru­zione dila­gante è in buona misura ricon­du­ci­bile a que­sto pro­cesso. Per­ché l’autosufficienza inco­rag­gia la deca­denza etica delle isti­tu­zioni, e per­ché un ceto poli­tico che si costi­tui­sce a valle di una bru­tale ampu­ta­zione della rap­pre­sen­tanza (e che di fatto agi­sce come una pro­tesi ese­cu­tiva del governo) si com­pone per­lo­più di attori inte­res­sati a per­ce­pirecachet sem­pre più pro­fu­mati, all’altezza del tra­di­mento per­pe­trato nei con­fronti della demo­cra­zia repubblicana.

Que­sta è la sto­ria degli ultimi vent’anni, la cui chiave di volta con­si­ste nella distru­zione dei par­titi come stru­menti di rap­pre­sen­tanza e come luo­ghi di alfa­be­tiz­za­zione poli­tica e di par­te­ci­pa­zione demo­cra­tica di massa.

Ma que­sta sto­ria – frutto anche della cro­nica ina­de­gua­tezza di una sini­stra inca­pace di argi­nare l’offensiva rea­zio­na­ria inau­gu­rata dalla Bolo­gnina – approda oggi a un salto di qua­lità. In que­sto senso la crisi demo­cra­tica di lungo periodo minac­cia seria­mente di sfo­ciare nella costru­zione di un regime.

Per un verso, l’eclissi della rap­pre­sen­tanza si tra­duce nell’irresponsabilità del governo di fronte ai deva­stanti effetti della crisi sociale. I dati sulla povertà, la disoc­cu­pa­zione, l’implosione dell’apparato pro­dut­tivo e del sistema for­ma­tivo sono scon­vol­genti. C’è mate­ria per varare un governo di salute pub­blica che subor­dini ogni obiet­tivo al varo di misure straor­di­na­rie per il rilan­cio dell’economia nazio­nale, con tanto di pre­lievo for­zoso e mas­sic­cio sui grandi patri­moni pri­vati per finan­ziare dra­sti­che ini­zia­tive di inve­sti­mento e redi­stri­bu­zione. Niente di tutto que­sto avviene, come ben sap­piamo. Il governo che doveva «cam­biare verso» per­se­vera, con un sovrap­più di popu­li­smo, nelle poli­ti­che pro-cicliche dei pre­de­ces­sori (pre­ca­rizza, taglia la spesa, pri­va­tizza, aumenta la pres­sione fiscale sul lavoro) – per tacere di altre oscene con­ti­nuità, e in par­ti­co­lare dell’oltranzismo filoa­tlan­tico e guer­ra­fon­daio. Per­ciò il ruolo dei media è oggi stra­te­gico, for­nendo l’«informazione» – nei fatti, una rap­pre­sen­ta­zione pro­pa­gan­di­stica – un soste­gno essen­ziale a un’azione di governo sem­pre più lon­tana da ogni base reale di legittimità.

Ma que­sto non signi­fica che la poli­tica stia con le mani in mano, al con­tra­rio. Per l’altro verso, essao­pera feb­bril­mente sul ter­reno delle «riforme», impe­gnan­dosi in un pro­cesso costi­tuente di enorme por­tata. Un nesso orga­nico col­lega tra loro i due momenti – l’eclissi della rap­pre­sen­tanza e l’iniziativa «rifor­ma­trice» del governo – nel senso che le «riforme» mirano a costi­tu­zio­na­liz­zare l’assetto isti­tu­zio­nale più ido­neo alla gestione oli­gar­chica della dina­mica economico-sociale e più capace, al tempo stesso, di pro­teg­gere il sistema poli­tico dai rischi con­se­guenti alla sua autoreferenzialità.

Sarebbe dif­fi­cile in que­sto qua­dro soprav­va­lu­tare la rile­vanza del patto Renzi-Berlusconi. Lo si bia­sima, a ragione, per i suoi obbro­briosi pro­fili etici: per­ché colui che in que­sto ven­ten­nio ha incar­nato la cor­ru­zione della vita ita­liana ne viene innal­zato a padre costi­tuente; e per­ché l’accordo è di certo in qual­che modo con­nesso alle vicis­si­tu­dini giu­di­zia­rie di uno dei con­traenti, serie anche dopo la sua sor­pren­dente asso­lu­zione mila­nese. Ma la sostanza resta tutta politica.

L’intesa serve in primo luogo a garan­tire all’iniziativa «rifor­ma­trice» una base par­la­men­tare suf­fi­ciente (almeno sulla carta: di qui le rea­zioni scom­po­ste del pre­si­dente del Con­si­glio al mani­fe­starsi della dissidenza).

Ma soprat­tutto il patto tra i capi del Pd e di Fi riflette e cementa una con­ver­genza di pro­po­siti anti­te­tici all’ispirazione demo­cra­tica e anti­fa­sci­sta della Carta del ’48. L’idea pidui­sta che acco­muna i due con­traenti è chiara: il par­tito che vince le ele­zioni (cioè la più forte delle mino­ranze poli­ti­che) deve poter pren­dersi tutto. Quando Ber­lu­sconi si lamenta dell’impotenza dei governi, que­sto intende dire. E ha nel gio­vane lea­der «demo­cra­tico» un disce­polo con­corde e diligente.

Come le ana­lisi di Mas­simo Vil­lone mostrano in modo incon­tro­ver­ti­bile, il pro­getto «rifor­ma­tore» mira a sman­tel­lare il sistema costi­tu­zio­nale dei con­trap­pesi: a varare un regime auto­cra­tico nel quale la mag­giore delle mino­ranze (al netto dell’astensionismo, il 20–25% di un corpo elet­to­rale sem­pre più disin­for­mato e diso­rien­tato) possa eleg­gere un pre­si­dente della Repub­blica tra­sfor­mato in pro­ta­go­ni­sta della scena poli­tica (la poli­ti­ciz­za­zione del ruolo costi­tui­sce la più grave tra le gra­vis­sime respon­sa­bi­lità dell’attuale capo dello Stato) e, per que­sta via, con­trol­lare tanto la Con­sulta (e il Csm), quanto il pro­cesso di for­ma­zione delle leggi ordi­na­rie e costituzionali.

Natu­ral­mente quello che oggi è un accordo tra i due padroni della poli­tica ita­liana è desti­nato a tra­sfor­marsi, una volta tagliato il tra­guardo della «riforma», in una com­pe­ti­zione. Ma intanto è que­sto il cuore nero dell’intesa. E la ratio dell’agonia della Costi­tu­zione repub­bli­cana, alla quale ine­vi­ta­bil­mente assi­ste­remo se non si riu­scirà a sabo­tare il dise­gno eversivo.

A que­sto pro­po­sito, un’ultima con­si­de­ra­zione. Data la gra­vità della minac­cia, sarebbe neces­sa­ria la più vasta unità, nell’azione par­la­men­tare, di quanti dis­sen­tono da tale pro­getto «rifor­ma­tore», oltre che il mas­simo sforzo per avver­tire l’opinione pub­blica su quanto si nasconde die­tro il prag­ma­ti­smo del capo del governo. Non è que­sto il momento delle mezze misure.

Tutti gli oppo­si­tori delle «riforme» – dai dis­si­denti demo­cra­tici ai gril­lini, da Sel ai disob­be­dienti di Forza Ita­lia e ai leghi­sti cri­tici – dovreb­bero otti­miz­zare le pro­prie forze in par­la­mento per fer­mare il pro­getto renziano-berlusconiano bene­detto dal pre­si­dente della Repub­blica. Nella con­sa­pe­vo­lezza che la sal­va­guar­dia del sistema costi­tu­zio­nale non è sol­tanto il più impor­tante dei beni poli­tici comuni, ma anche la con­di­zione neces­sa­ria per una dia­let­tica demo­cra­tica nel segno della rap­pre­sen­tanza reale della società.

Il Manifesto, 20 luglio 2014

giovedì 17 luglio 2014

Scuola, sciopero unitario a ottobre contro il blitz Giannini-Reggi


da Il Manifesto del 16 luglio 2014

Bloc­cati da una camio­netta dei cara­bie­nieri e cin­que della poli­zia tra piazza Mon­te­ci­to­rio, via della Colonna Anto­nina e via della Guglia, ieri (il 15 u.s., ndr) a Roma due­cento docenti e pre­cari della scuola ade­renti ai sin­da­cati hanno dovuto rinun­ciare ad un cor­teo verso piazza delle 5 Lune al Senato.

Il pre­si­dio, con­vo­cato dai coor­di­na­menti delle scuole romane, dai sin­da­cati di base e dalla Flc-Cgil, ha pro­te­stato con­tro l’annunciato aumento dell’orario di lavoro per i docenti, il taglio di un anno di scuola alle supe­riori, la pro­po­sta di tenere aperte le scuole fino alle 22, la can­cel­la­zione delle sup­plenze brevi e il supe­ra­mento del con­tratto di lavoro fermo al 2007. Dovreb­bero essere que­ste le linee guida della legge delega alla quale sta­rebbe lavo­rando il governo in que­sti giorni e che potrebbe vedere la luce tra que­sta set­ti­mana e il 20 luglio. Il governo avrebbe inten­zione di lan­ciare una con­sul­ta­zione da svol­gere nelle scuole e nei prov­ve­di­to­rati; poi dovrebbe incon­trare i sin­da­cati sul pos­si­bile rin­novo del con­tratto; infine pro­ce­dere ad una con­sul­ta­zione online con i cit­ta­dini. Il tutto in due set­ti­mane, a scuole chiuse.

Con­tro il blitz legi­sla­tivo estivo, annun­ciato, smen­tito , in fondo riba­dito dal sot­to­se­gre­ta­rio all’istruzione Reggi (Pd) i lavo­ra­tori auto­con­vo­cati delle scuole di Roma hanno con­vo­cato un’assemblea il 15 set­tem­bre e pen­sano ad mobi­li­ta­zione già all’inizio del pros­simo anno sco­la­stico. Di «scio­pero uni­ta­rio» entro otto­bre parla anche la Flc-Cgil: «L’unico vero obiet­tivo – ha detto il segre­ta­rio Dome­nico Pan­ta­leo — è tagliare ulte­rior­mente le risorse peg­gio­rando occu­pa­zione, con­di­zioni di lavoro e diritti. In que­sta fase dif­fi­cile è neces­sa­ria la mas­sima unità tra le orga­niz­za­zioni sin­da­cali e il forte pro­ta­go­ni­smo delle Rsu».

«Il Mini­stro Gian­nini e il sot­to­se­gre­ta­rio Reggi non pos­sono usare le inter­vi­ste per par­lare con il mondo della scuola» ha detto il coor­di­na­tore nazio­nale di Sini­stra Eco­lo­gia e Libertà Nicola Fra­to­ianni. Cri­tico anche il Movi­mento 5 Stelle: «Die­tro que­sta pro­po­sta si celano i soliti tagli ad una scuola già ves­sata e saccheggiata».

La legge delega dovrebbe aumen­tare l’orario di lavoro a parità di sala­rio, pre­ve­dendo una non ancora meglio spe­ci­fi­cata serie di premi per i docenti «meri­te­voli». La pro­po­sta è stata già avan­zata dall’ex mini­stro Pro­fumo e non inter­viene su uno dei guai pro­vo­cati dal blocco degli scatti del per­so­nale voluti da Tre­monti nel 2010. Da allora, i lavo­ra­tori della scuola ven­gono pagati dallo stato con i loro stessi soldi. Le atti­vità fun­zio­nali come la cor­re­zione dei com­piti, o il lavoro nelle com­mis­sioni, sono pagate con il sala­rio accessorio.

Si ritiene anche che si vogliano can­cel­lare 250 mila pre­cari nelle varie gra­dua­to­rie abo­lendo le sup­plenze brevi, da affi­dare ai docenti di ruolo. Chi ha retto le scuole per 10 anni verrà man­dato in strada per legge. Tra le righe rie­merge anche il vec­chio dise­gno di legge Aprea sugli ordini col­le­giali, riti­rato dal governo Monti dopo una mobi­li­ta­zione degli stu­denti. Sem­bra infatti che il governo voglia esau­to­rare i mec­ca­ni­smi di deci­sione ela­bo­rati dai decreti dele­gati in poi a bene­fi­cio dei poteri di indi­rizzo dei diri­genti scolastici.

Quanto alla pro­po­sta «pop» di aprire le scuole fino alle 22, 11 mesi su 12, chi ieri si è mobi­li­tato ha tenuto a rive­lare il tra­nello. Per i sin­da­cati la pro­po­sta sarebbe rea­liz­za­bile isti­tuendo l’organico fun­zio­nale, sta­bi­liz­zando 130 mila pre­cari e allun­gando il tempo scuola. Un pro­getto lon­tano dalle inten­zioni del governo che sem­bra invece essere orien­tato ad aprire le porte della scuola ai privati.

Roberto Ciccarelli

sabato 12 luglio 2014

La controriforma di Renzi è un vero e proprio massacro della scuola pubblica


L' 8 luglio scorso a Roma c’è stata una affollata assemblea sulla scuola, a partire dai temi del precariato, con la presenza di tantissimi giovani. Alla fine è arrivata l'adesione alla proposta di una mobilitazione unitaria per il 15 luglio sotto Montecitorio. Mobilitazione su cui sembrano convergere anche varie sigle del sindacalismo di base che un’assemblea l’avevano tenuta il giorno prima presso l’associazione “Il cielo sopra l’Esquilino” sempre a Roma. Insomma, un clima di gran fermento per bloccare il disegno dell’esecutivo guidato da Renzi, che prevede,tra le altre cose, l’aumento sino a 36 ore dell'orario di lavoro per i docenti, l’apertura delle scuole fino alle 22, l’eliminazione dell'ultimo anno della scuola secondaria superiore; abolizione delle graduatorie di istituto.

L’iniziativa del 15 luglio avrà il sostegno anche della Cgil. La Flc, come viene sottolineato in un comunicato, chiede risposte certe per i rinnovi dei contratti ormai scaduti da anni, per aumentare gli organici, per la stabilizzazione dei precari, per gli investimenti nell'istruzione pubblica che sono la vera priorita' per determinare una inversione di tendenza rispetto alle politiche degli ultimi anni. “Fino ad ora non abbiamo visto alcuna reale discontinuita' – sottolinea Mimmo Pantaleo in una nota - e anzi si vogliono solo colpire la funzione sociale e i diritti dei lavoratori della conoscenza. Il precariato e' sparito dal dibattito politico e dagli impegni di Renzi e anche per queste ragioni inizia una lunga fase di mobilitazione”.

L’assemblea dell’8 luglio aveva da parte sua sottolineato i seguenti punti:
Difesa del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro di fronte al tentativo di emanare modifiche di orario, competenze, retribuzioni per via legislativa;
Difesa della qualità del lavoro docente contro ogni pretesa di orari incompatibili con una seria offerta formativa;
Convinzione che la proposta educativa delle scuole passa in primo luogo attraverso i suoi organi di democrazia incompatibili con gestioni autoritarie di molti Dirigenti Scolastici.

In merito all'apertura delle scuole per un maggior numero di ore l'assemblea dell’8 luglio ribadisce la propria convinzione dell'importanza di una scuola aperta al territorio, ma denuncia la demagogia delle proposte del governo visto che finora a tagliare il tempo scuola (Tempo Pieno, Moduli, Materie, ecc) è stato proprio il Ministero. Una proposta seria si dovrebbe basare in primo luogo su un aumento di personale. 

Due gli appuntamenti che precedono la mobilitazione del 15:seminario organizzato dai lavoratori autoconvocati della scuola il 13 luglio dalle ore 9 al Cielo sopra l’Esquilino via Galilei 57, e l’assemblea nazionale Unicobas del 14 luglio alle ore 15,30 sotto al ministero della pubblica istruzione.

Gia' in occasione del prossimo consiglio dei ministri il ministro Giannini e il Premier Renzi potrebbero avere un primo confronto sulle proposte messe a punto dal ministero per il cosiddetto rilancio del sistema scolastico italiano.
Ma il "pacchetto" a cui da alcuni mesi stanno lavorando due gruppi di lavoro, ad hoc istituiti a viale Trastevere, dovrebbe arrivare ufficialmente sul tavolo del presidente del consiglio, a cui spetta l'ultima parola, la prossima settimana per poi essere tradotto in provvedimenti legislativi (un decreto legge che dovrebbe essere presentato entro la fine dell'estate per le cose piu' urgenti e poi probabilmente una legge delega).

Autore: fabrizio salvatori
sito: controlacrisi.org

giovedì 10 luglio 2014

Perdita di progetto e di agire collettivo

Editoriale di Andrea Ranieri su Left nr.25, 5 luglio 2014 

Situazione davvero complicata oggi per i partiti. Diminuiscono i soldi e diminuisce il capitale umano, la militanza volontaria su sui si basavano i grandi partiti di massa del secolo scorso, sopra tutto a sinistra.  L’abolizione del finanziamento pubblico non è bastata a recuperare credibilità e fiducia, dal momento che l’astensionismo è aumentato. Non solo. Ma senza risorse pubbliche, con il finanziamento tramite donazioni fiscalmente assistite, aumentano i sospetti di collusione con chi i soldi può permettersi di darli, e i ricchi si sa sono meno generosi dei poveri. Quando danno si aspettano sempre di ricevere. Non solo. La mancanza di risorse per finanziare le attività, rischia di spostare sempre di più il baricentro dei partiti verso gli eletti e le istituzioni. Agli organismi dirigenti partecipa in genere chi è già sul posto e chi il treno o l’aereo non lo paga. Con difficoltà si muovono i giovani dei circoli e i militanti, quelli che anche dentro la crisi provano a tenere aperte le sedi, a cui al massimo è concesso di sfogarsi in rete. E sempre più spesso le iniziative dei circoli sono possibili se c’è qualche deputato nazionale o regionale che le finanzia, aspettandosi qualche ritorno in proprio, in termini di consenso e magari, dove ci sono, di preferenze. Succede che è più facile trovare i soldi per un dibattito sulla caccia e la pesca, piuttosto che sulla pace e sulla guerra. Del resto le campagne elettorali sono sempre più personali e sempre meno di partito. I manifesti e gli spot ci propongono sempre più spesso le facce di chi ci mette la faccia- l’espressione più in voga e più di tutte rivelatrice della perdita di  progetto e di  agire collettivo- e sempre meno le idee con cui il partito si presenta agli elettori. Manifesti e spot che richiedono soldi, e i soldi bisognerà comunque riportarli a casa.
Sarebbe stato meglio, invece che pensare di rifarsi la verginità irrimediabilmente perduta, inseguendo l’antipolitica sul suo terreno, mantenere una quota di finanziamento pubblico, gestita secondo regole certe e in trasparenza, e affrontare le ragioni di fondo che sono alla base della perdita della risorsa più preziosa, gli uomini e le donne che fanno politica con gratuità e generosità, come una forma di dono alla collettività. E invertire la rotta rispetto alla deriva che più li allontana. Con la ricostruzione di una chiara alternativa di interessi e di valori, la riapertura dei luoghi di confronto collettivo, per i propri militanti ma anche per i tanti, i tantissimi, che in questi anni la politica hanno imparato a farla fuori e oltre i partiti.
Andrea Ranieri  

martedì 8 luglio 2014

Rifondazione dell'etica sociale e prospettiva socialista


 

“Del resto noi non fondiamo la città avendo questo di mira, come una classe del popolo possa essere straordinariamente felice, ma come lo sia al massimo possibile l’intera città.”

(Platone, Repubblica, IV, 420b)

“ […] siccome una società, secondo Smith, non è felice dove la maggioranza soffre,  e siccome lo stadio di maggior ricchezza della società conduce a questa sofferenza della maggioranza e l’economia politica (in generale la società fondata sull’interesse privato) conduce a questo stato di maggior ricchezza, bisogna concludere che l’infelicità della società è lo scopo dell’economia politica.”

(K.Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, Einaudi, ed.2004, pp.16-17)

 Nel passaggio dall’utopia alla scienza il socialismo, nella visione di K.Marx e F.Engels, non doveva perdere il carattere della prospettiva, intendendo per essa il necessario slancio ideale che doveva animare l’azione presente della classe operaia e degli sfruttati in generale. Naturalmente questa prospettiva doveva fondarsi su un esame analitico delle contraddizioni sociali insanabili del capitalismo e dunque partire, come dirà Lenin, dall’analisi concreta della situazione concreta.

-        Il sentimento che anima il giovane Engels che visita i sobborghi di Manchester e la sua umanità dolente, la classe operaia sfruttata in fabbrica e immiserita nelle sue condizioni materiali (La situazione della classe operaia in Inghilterra, 1845), non era dissimile da quello di Flora Tristan, che qualche anno prima, nel 1839, aveva visitato Londra e aveva concluso che l’emancipazione delle classi subalterne poteva realizzarsi solo attraverso l’unità operaia e l’emancipazione femminile (Promenades dans Londres, 1840): socialismo scientifico e slancio utopistico divergevano nella realizzazione concreta di un coerente disegno rivoluzionario, non nella necessaria indicazione di una prospettiva che si fondasse su un’etica sociale profondamente rinnovata.

E se il socialismo non è assimilabile a una teoria del pragmatismo, lo si deve alle speranze che suscita nelle menti e nei cuori di chi deve costruirlo, e cioè, i popoli del mondo in cammino verso la propria liberazione: “Il comunismo è possibile empiricamente solo come azione dei popoli dominati tutti ‘in una volta’ e simultaneamente, e ciò presuppone lo sviluppo universale della forza produttiva e le relazioni mondiali che il comunismo implica. Il comunismo, per noi, non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti.” (K.Marx, L’Ideologia Tedesca, 1946).  D’altra parte, nella stessa definizione di comunismo, è presente sia “lo stato delle cose presenti da abbattere” sia “la società in cui il libero sviluppo di ciascuno sia la condizione per il libero sviluppo di tutti” : il primo momento – la liberazione dalle catene dello sfruttamento e dell’oppressione dell’uomo sull’uomo – è l’indispensabile premessa del secondo momento – la riconquista del tempo della propria vita e lo sviluppo ‘onnilaterale’ delle facoltà umane.[1]

 Non perdere di vista la prospettiva e porla al centro non solo della riflessione, ma anche dell’azione politica, è compito anche dei comunisti di oggi: che debbono riproporla anche e forse soprattutto per la devastazione che l’idea del socialismo e della società comunista ha subìto in Occidente dopo l’esperienza storica del Novecento. Liberi da ogni visione palingenetica e salvifica, propria di ogni integralismo, riporre al centro il tema della prospettiva socialista significa cimentarsi con la necessità di una rifondazione sociale dell’etica. Discorso che va fatto discendere dalle vette filosofiche a cui sono pervenuti in passato autori marxisti come Lucàcks, Korsh o Ernst Bloch, e reso attuale più che mai dalla degenerazione delle relazioni umane e sociali proprie del capitalismo. Il quale non ha etica: la mercificazione e il feticismo del denaro come parametri di status sociale, pone in teoria una rigida regolamentazione dei comportamenti  attraverso codici morali assolutizzati, nella pratica una continua rottura e inutilità  di quei codici, resi tutti ‘relativi’ al processo che Marx chiamava di ‘reificazione’ dei rapporti tra esseri umani.  Nella temperie delle assemblee del movimento del ’68 come nell’interlocuzione di Marx ed Engels con gli utopisti a loro contemporanei, non era irrilevante il tema della felicità e di un’etica della liberazione delle energie cognitive e psico-fisiche che dovevano disegnare una vera e propria riappropriazione, tramite la socialità e la ricchezza articolata delle relazioni, dell’autorealizzazione  e del proprio e altrui benessere (appunto liberato dagli idola del denaro e in genere dei disvalori capitalistici). Oggi non è così. Un comunista che si intrattiene con questi discorsi, non è considerato tale. L’avversario ha scavato nel nostro terreno e ci ha deprivato. Una deprivazione grave: perché scollegare la prospettiva socialista dalla ricerca della felicità e del benessere collettivi, non in uno schema eudemonistico[2] ma concreto e possibile a partire dalle date e storiche condizioni determinate dall’epoca storica, significa privare di senso l’azione politica e interrompere il nesso dialettico che intercorre tra fini ideali e strategie per la trasformazione del presente. E’ la storia che ci consegna lezioni importanti, ma, se si tiene presente che liquidare la vicenda dei comunisti del XX secolo è anche voler liquidare il prezioso patrimonio di riflessioni e analisi sui destini più complessivi degli esseri umani, la lezione più significativa diventa quella che la prospettiva socialista che ha in sé la rifondazione di un’etica sociale non può poggiarsi, come pure è avvenuto in alcuni casi in passato, sulla pretesa di ‘integrale ricostruzione antropologica’, semmai di un rinnovato ‘senso comune’, per esprimersi gramscianamente. Ecco perché è suggestivo ricordare la profondità e il sentimento etico comunista di Enrico Berlinguer:

“Noi siamo convinti che il mondo, anche questo terribile, intricato mondo di oggi può essere conosciuto, interpretato, trasformato e messo al servizio dell’uomo, del suo benessere, della sua felicità. La lotta per quest’obiettivo è una prova che può riempire degnamente la vita.”

(manifestazione PCI, 7 giugno 1984)

ferdinando dubla
articolo di apertura del nr. luglio-agosto 2014 di Lavoro Politico
 
 

[1] Elaborazione sia del giovane Marx dei Manoscritti, sia del Marx ‘maturo’, come si legge nella Critica al programma di Gotha del 1875: “In una fase più elevata della società comunista, dopo che è scomparsa la subordinazione servile degli individui alla divisione del lavoro, e quindi anche il contrasto di lavoro intellettuale e fisico; dopo che il lavoro non è divenuto soltanto mezzo di vita, ma anche il primo bisogno della vita; dopo che con lo sviluppo generale degli individui sono cresciute anche le forze produttive e tutte le sorgenti delle ricchezze sociali scorrono in tutta la loro pienezza, - solo allora l’angusto orizzonte giuridico borghese può essere superato, e la società può scrivere sulle sue bandiere: “Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni”, con buona pace degli ‘scissionisti’ del pensiero di Marx. [in rete, vedi, per questa e le altre citazioni, le risorse presenti in http://www.marxists.org/italiano/marx-engels]
[2] Più che allo schema eudamonistico  della filosofia classica greca, ci riferiamo qui alle moderne riflessioni del filosofo francese Michel Onfray, che riprende la critica alle religioni cara alla sinistra hegeliana con cui il giovane Marx  polemizza, rendendo centrale semmai la categoria di lotta di classe;   in un discorso rinnovato sulla rifondazione di un’etica sociale,  i marxisti devono saper interloquire costruttivamente anche con suggestioni neoilluministiche. Crf. M.Onfray, Trattato di ateologia. Fisica della metafisica, Fazi, 2005.

mercoledì 2 luglio 2014

Scuola, Flc-Cgil lancia con l'assemblea dei precari del 9 luglio una nuova stagione di mobilitazioni


"Il tempo delle promesse e' scaduto e per queste ragioni riparte la mobilitazione: il 9 Luglio si terra' a Roma l'assemblea nazionale dei precari per preparare le iniziative di settembre”. Così Mimo Pantaleo, segretario generale della Flc Cgil, secondo il quale "finora non abbiamo visto alcun cambio di passo del Governo su scuola, universita', ricerca e piu' in generale sui settori pubblici". "Manca un progetto d'assieme - spiega Pantaleo - e non vi e' alcun impegno concreto per gli investimenti, il rinnovo dei contratti, la stabilizzazione dei precari e la riforma del reclutamento. Sul riordino degli enti di ricerca si naviga nel buio piu' assoluto, senza una idea sul come riposizionare il sistema della ricerca pubblica nell'ambito delle grandi scelte di politica economica, sociale e ambientale. A cio' si aggiunge un attacco senza precedenti alla funzione del sindacato con il taglio dei distacchi, dei permessi e il tentativo perfino di ridimensionare le rsu che sono il cuore della democrazia sui posti di lavoro. L'obiettivo e' imporre in maniera autoritaria provvedimenti che necessitano di partecipazione al solo fine di dare legittimita' alla ulteriore riduzione delle risorse".
"La Flc-Cgil e' pronta ad accettare la sfida del cambiamento in tutti comparti della conoscenza che hanno bisogno di profonde innovazioni per rimotivare la loro funzione sociale. Si mettano in campo proposte concrete e risorse e siamo disponibili a discutere di tutto. Non e' chiaro se si vuole andare in quella direzione o piuttosto tornare indietro non garantendo piu' a tutti un sistema d'istruzione e formazione pubblica di qualita' e negando diritti e valorizzazione professionale ai lavoratori della conoscenza" conclude.