le lenti di Gramsci

domenica 28 settembre 2014

Francesco De Sanctis: io non credo alla reazione



« Io, signori, non credo alla reazione; ma badiamo che le reazioni non si presentano con la loro faccia; e quando la prima volta la reazione ci viene a far visita, non dice: io sono la reazione. Consultatemi un poco le storie; tutte le reazioni sono venute con questo linguaggio: che è necessaria la vera libertà, che bisogna ricostituir l'ordine morale, che bisogna difendere la monarchia dalle minoranze. Sono questi i luoghi comuni, ormai la storia la sappiamo tutti, sono questi i luoghi comuni, coi quali si affaccia la reazione.»

Francesco De Sanctis, Ministro della Pubblica Istruzione, discorso alla Camera - 10 dicembre 1878

Ben presto, dunque, la faccia da guitto del sign. Renzi sarà senza maschera. Sui problemi della scuola.


Svelate le vere intenzioni dietro il piano sulla scuola del duo truffaldino Renzi-Giannini



Articolo su Il Manifesto di sabato 27 settembre 2014

autrice: Anna Angelucci*


La con­sul­ta­zione popo­lare sul docu­mento «La Buona Scuola» è ini­ziata il 15 set­tem­bre e si con­clu­derà a metà novem­bre. Ci rife­riamo al rap­porto inti­to­lato «La Buona Scuola». Pre­sen­tato alla stampa il 3 set­tem­bre scorso, enun­cia ambiti e moda­lità dei futuri inter­venti legi­sla­tivi imma­gi­nati da que­sto ese­cu­tivo: accesso alla pro­fes­sione, for­ma­zione, valu­ta­zione, sta­tus giu­ri­dico, car­riera dei docenti; com­pe­tenze dei diri­genti sco­la­stici, sus­si­dia­rietà pubblico-privato, organi col­le­giali e governo della scuola.

Nel merito, al netto di atti dovuti con­trab­ban­dati come scelte (l’assunzione a tempo inde­ter­mi­nato di 150 mila pre­cari impo­sta dalle diret­tive euro­pee) e di alcune vel­leità con­di­vi­si­bili (più arte, più musica, più edu­ca­zione fisica sin dalle ele­men­tari), il qua­dro che si deli­nea è quello di una scuola che rinun­cia defi­ni­ti­va­mente a tutti i nostri prin­cipi costi­tu­zio­nali e, prima ancora, al sistema di valori cui quei prin­cipi fanno rife­ri­mento: una scuola in cui la com­pe­ti­zione pre­varrà sulla coo­pe­ra­zione, una scuola finan­ziata e con­trol­lata dal mer­cato, una scuola mar­cata da un’autonomia loca­li­stica in cui il ter­ri­to­rio si farà destino.

Una scuola che avrà dun­que rinun­ciato al suo man­dato costi­tu­zio­nale, quello di ricom­porre le ine­gua­glianze socio-economiche e cul­tu­rali per con­sen­tire a tutte e a tutti pari oppor­tu­nità di eser­ci­zio della cit­ta­di­nanza e di accesso ai saperi cri­tici. Una scuola defi­ni­ti­va­mente tra­sfor­mata in azienda, costan­te­mente sot­to­po­sta al vaglio del custo­mer care.
Come ci chiede l’Unione Euro­pea. La quale, pat­teg­giando la dila­zione del pareg­gio di bilan­cio con riforme neo­li­be­ri­ste, ci impone i dik­tat della troika anche nell’istruzione.

Se leg­giamo le rac­co­man­da­zioni del Con­si­glio Euro­peo sul pro­gramma ita­liano di sta­bi­lità del 2014 non resta alcun dub­bio sul fatto che Mat­teo Renzi i com­piti a casa li stia ese­guendo scru­po­lo­sa­mente. Si chiede «la diver­si­fi­ca­zione della car­riera dei docenti, la cui pro­gres­sione deve essere meglio cor­re­lata al merito e alle com­pe­tenze, asso­ciata ad una valu­ta­zione gene­ra­liz­zata del sistema edu­ca­tivo che potrebbe tra­dursi in migliori risul­tati della scuola». Si chiede «il raf­for­za­mento e l’ampliamento della for­ma­zione pra­tica, aumen­tando l’apprendimento basato sul lavoro e l’istruzione e la for­ma­zione pro­fes­sio­nale, per assi­cu­rare una tran­si­zione age­vole dalla scuola al mer­cato del lavoro».

Nell’elaborato del pre­mier tutte le con­se­gne sono rispet­tate: gli scatti di anzia­nità sosti­tuiti da scatti per com­pe­tenze; la valu­ta­zione incre­men­tata con il ricorso per­va­sivo ai test Invalsi e con la pre­senza degli esterni; le forme di alter­nanza scuola-lavoro, da svol­gersi più in azienda che a scuola, asso­lu­ta­mente rafforzate.

Ora, come si con­fi­gura la pro­po­sta dell’esecutivo? «La buona scuola» non è un dise­gno o un pro­getto di legge pre­sen­tato e discusso in Par­la­mento, come iter giu­ri­dico e isti­tu­zio­nale vor­rebbe, bensì un «rap­porto», annun­ciato ai cit­ta­dini in tele­vi­sione, con il con­sueto cor­redo post­mo­derno di loghi e slide. «Docenti, stu­denti, geni­tori, nonni o altro» pos­sono regi­strarsi sul sito dedi­cato e com­pi­lare un que­stio­na­rio a rispo­sta chiusa; pos­sono par­te­ci­pare e pro­muo­vere dibat­titi sulla piat­ta­forma, pre­li­mi­nar­mente muniti di kit, sulla base di un for­mat e di una meto­do­lo­gia pre­de­fi­niti; pos­sono costruire «stanze» tipo «sblocca scuola», «meno costi per le fami­glie», «ser­vi­zio civile per la buona scuola».

Una moda­lità nep­pure appa­ren­te­mente tra­spa­rente, poi­ché priva di qua­lun­que pos­si­bi­lità di veri­fica e di inter­scam­bio tra chi vi accede e chi la governa. Ma l’Ocse ci ha inse­gnato che le riforme che hanno suc­cesso sono legate alla crea­zione del con­senso: nel Rap­porto 2009 spie­gava chia­ra­mente che «in Ita­lia il decen­tra­mento e l’autonomia della scuola non ha con­dotto a trat­ta­tive locali su sti­pendi, retri­bu­zioni e con­di­zioni di lavoro. Manca il con­senso per dotare gli isti­tuti e gli inse­gnanti degli stru­menti di gover­nance neces­sari». Ed ecco allora una con­sul­ta­zione tele­ma­tica pronta alla biso­gna, il secondo com­pito ben fatto del nostro volen­te­roso pre­si­dente del Consiglio.

Non importa che sia un dispo­si­tivo bio­po­li­tico, come direbbe il filo­sofo fran­cese Michel Fou­cault, cioè di fab­bri­ca­zione e con­trollo di forme di espres­sione e spazi di libertà solo appa­renti. Non importa che, in cor­pore vili, nes­sun cit­ta­dino cul­tu­ral­mente attrez­zato e nor­mo­do­tato aval­lerà mai la dismis­sione della scuola da parte dello Stato, chiun­que sia a chie­derla. Non importa che, men­tre gli ita­liani per due mesi si baloc­che­ranno sul sito della buona scuola, il mini­stero intro­durrà i prov­ve­di­menti varati a Bru­xel­les, «pas­so­do­po­passo», a colpi di note, cir­co­lari e diret­tive. Non importa che ci siano solu­zioni diverse dall’iniquo modello pri­va­ti­stico di stampo ame­ri­cano e anglo­sas­sone. Ci sem­bra di sen­tirlo, il solerte Mat­teo, men­tre fa bene i com­piti a casa: “Fou­cault chi?”

*Asso­cia­zione Nazio­nale «Per la Scuola della Repubblica»


venerdì 26 settembre 2014

Toccafondi conferma: con il piano di Renzi la scuola toccherà il fondo


da Il Manifesto di oggi, 27 settembre 2014 -- Roberto Ciccarelli

Con il fucile della spending review puntato dietro la schiena, il governo sta preparando una gigantesca partita di giro ai danni della scuola, dell’università e degli enti di ricerca. Nella prossima legge di stabilità ci potrebbero essere 900 milioni di euro in tagli complessivi per finanziare la prima tranche dei fondi necessari per assumere 148 mila precari dalle graduatorie ad esaurimento a settembre 2015. Ne serviranno, a regime, altri 2,7 miliardi, ma al momento l’esecutivo non sembra avere alcuna idea su dove, come e quando prenderli. (..)

Il «patto» pagato dai docenti
Ma non di soli tagli vive il miraggio della «riforma» Renzi. Non potendo perdere la faccia imponendoli in forma lineare, sullo stile Gelmini-Tremonti, il governo-che-tiene-tanto-alla scuola sceglie di rapinare le risorse direttamente dalle tasche dei docenti. Il sottosegretario all’Istruzione Toccafondi ieri ha gettato la maschera del «patto educativo». Rispondendo ad un’interpellanza parlamentare del Movimento 5 Stelle, ieri Toccafondi ha confermato che non ci saranno risorse aggiuntive per la scuola. E che quindi i tagli da 8,4 miliardi di euro non verranno nemmeno in parte recuperati. Saranno dunque i docenti a finanziare gli annunci di Renzi rinunciando ad una parte del loro stipendio.

I 5 Stelle denunciano: «Gli scatti di competenza sono una finzione perchè il sistema di Renzi prevede che il 66% dei docenti sia meritevole e il 34% immeritevole. Questo meccanismo è un taglio. La spesa per l’istruzione continua a calare anche con Renzi».


sabato 20 settembre 2014

Immanuel Kant: elogio dell'educazione (1)


Non occorre, d’altra parte, spender molte parole per dimostrare come l’educazione fisica, intellettiva, morale e civile per l’uomo sia una necessità. Sta bene che l’uomo, fornito di corpo e di animo, ha naturali disposizioni fisiche e intellettuali, come ha leggi sue proprie; ch’egli è un animale naturalmente ragionevole, sociabile e parlante, come lo definiva Aristotile. Ma senza l’arte educativa, abbandonato a se stesso, l’uomo non si distingue dagli animali bruti, non apprende il linguaggio, non dispiega debitamente le sue facoltà mentali e morali, e non può quindi conseguire il suo massimo perfezionamento e il vero suo fine.

I.Kant: da "La pedagogia", 1803

venerdì 19 settembre 2014

Cuba e l'istruzione


La Banca Mondiale ha pubblicato un recente rapporto in cui si parla dell'eccellenza cubana in fatto di scuola e sanità: Cuba possiede un corpo docente di alta qualità, un forte talento accademico, retribuzioni adeguate ed elevata autonomia professionale, al pari di Paesi rinomati come Finlandia, Singapore, Cina (in particolare la regione di Shanghai), Corea, Svizzera, Paesi Bassi e Canada.
Fin dalla rivoluzione del 1959 è stato creato un sistema che permette l’accesso a tutti alla salute e all’educazione: Cuba ha raggiunto l’alfabetizzazione generale, ha eliminato determinate malattie, ha permesso l’accesso all’acqua potabile e la salute pubblica di base, con bassi livelli di mortalità infantile e alta speranza di vita, con un ulteriore miglioramento dei tassi di mortalità infantile e speranza di vita negli anni Novanta.
La Banca mondiale ritiene le prestazioni dei servizi sociali a Cuba  fra i migliori del mondo in via di sviluppo, come documentato  da fonti di varie organizzazioni internazionali come l’Organizzazione mondiale della salute, il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo e altre agenzie delle Nazioni Unite.
Il Paese assegna all’insegnamento il 13% del proprio bilancio nazionale contro la percentuale italiana inferiore al 4%.
Anche sul fronte della salute Cuba eccelle: ha inviato 165 medici e infermieri in Africa per combattere il virus dell’Ebola, mentre da noi si parla di chiusura delle frontiere.




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Inviato da: Renato Caputo <renatocaputo71@gmail.com

domenica 14 settembre 2014

Saviano sull'Espresso: la cialtroneria del governo-Renzi e le finte riforme alla scuola che nascondono solo tagli di oscuri ministri senza voti


Finalmente un bell'articolo di Roberto Saviano sull'ultimo numero dell'Espresso:


Ogni governo si sente in dovere di annunciare una “rivoluzione” 
nel mondo dell’istruzione. Un diversivo che serve solo a mascherare nuovi tagli. E il capitale umano del nostro paese diventa sempre 
più povero

di Roberto Saviano

È chiaro che il Governo in carica da pochi mesi non può essere considerato responsabile dello sfascio che si è andato accumulando nel corso dei decenni. Non si può neanche tacciare superficialmente l’azione di questa compagine di essere in piena continuità rispetto a quelle che l’hanno preceduta negli ultimi tre anni, poiché si affermerebbe una verità parziale che non aiuterebbe a comprendere le ragioni dello stallo. In aereonautica lo stallo può precedere lo schianto al suolo, poiché l’aereo, oramai ingovernabile, inizia a perdere inesorabilmente quota.

Date queste condizioni, quello che non si comprende è l’allegrezza, la spavalderia. Si pensava davvero che questi accenti caricaturali appartenessero, dopo il novembre 2011, al passato. Si pensava che con l’uscita di scena di Silvio Berlusconi, quell’eterno rinvio ai tipici personaggi della commedia all’italiana fosse esaurito. Si sperava che il pagliaccio e l’abile battutista con responsabilità di governo avessero lasciato il terreno a una generazione di persone serie, in grado di cogliere la gravità delle situazioni e dunque capace di lavorare con discrezione a soluzioni anche dolorose, ma di largo respiro.

Per un attimo era balenata l’idea che il cambiamento avrebbe consentito finalmente l’utilizzo di tante intelligenze umiliate o addirittura costrette alla fuga e all’esilio. Si credeva che quel capitale umano formato a caro prezzo e poi espulso dal mercato del lavoro potesse avere una possibilità di rientro in Italia. Certo sono passati pochi mesi e sarebbe ingiusto pensare che questo sogno sia del tutto infranto, ma il timore è che questi mesi, contraddistinti da un’assoluta inazione di Governo, abbiano mutato i caratteri di quel sogno.

Il timore è che dietro un Presidente del Consiglio che non esita a mettere in scena una pagliacciata per rispondere a un’autorevole testata economica, più che le intelligenze dimenticate si stiano accodando tanti sciacalletti in attesa di una chimerica nuova stagione delle vacche grasse: perlomeno questo sembra emergere dai territori, dove il Pd sembra sempre più uno di quei treni sovraffollati delle ferrovie indiane (o anche italiane), oramai parte dell’immaginario collettivo.

E non si tratta solo di messinscene o di comunicazione politica abbassata al rango della linea comica di una qualsiasi fiction; vi è di più. L’idea che ogni Governo si senta in obbligo di annunciare una “rivoluzione” nel mondo della scuola è oramai una tragedia alla quale dobbiamo rassegnarci. Come quel ministro senza voti che ha provato ad animare agosto con due polemiche stantie e studiate a tavolino – tra le quali l’eterno ritorno dell’art. 18 – così l’impressione è che l’ennesima rivoluzione della scuola altro non sia stato che il tentativo di creare un fronte polemico per l’autunno.

Con una drammatica, poiché fuori tempo, reiterazione di quel gioco delle parti (ministro, sindacati, studenti in piazza) che ha ammazzato la formazione degli italiani. Un giovane laureando che eroicamente pensi di diventare insegnante deve almeno avere la possibilità di sapere che i criteri di selezione e accesso alla professione saranno immutabili di qui a dieci anni almeno. Non deve subire l’opera di mobbing da parte di oscuri ministri, anch’essi senza voti, che dall’oggi al domani spacciano nuovi tagli alla spesa scolastica per “rivoluzioni”.

Il momento è gravissimo e la necessità di serietà è illimitata: il primo ministro e gli altri componenti del Consiglio dovrebbero rendersi conto che non è possibile sempre e comunque strizzare l’occhio alla più stantia rappresentazione della cialtroneria nazionale. Ci si aspetterebbe umiltà, silenzio, riservatezza: esistere solo quando si è al lavoro, rifuggendo ogni futilità. Ci si aspetterebbe la messa al bando di ogni arguzia. E se il giorno in cui si è ufficializzata la deflazione che ha portato l’economia italiana al 1959 il nostro Premier ha teatralmente mangiato il gelato, forse a breve sarà costretto a presentarsi al Paese in ginocchio e con la testa bassa, in un vuoto di parole, finalmente rappresentativo del disastro. Almeno allora potremo evitare di sorbirci l’ennesima cattiva rappresentazione di quei personaggi magistralmente ritratti – e non esaltati – dalla commedia all’italiana.

http://espresso.repubblica.it/opinioni/l-antitaliano/2014/09/10/news/non-so-che-fare-riformo-la-scuola-1.179445

giovedì 4 settembre 2014

FONZIE-RENZI: per la scuola, co-design jams, barcamp o world cafes. Capito?


Dalla redazione economica de Il Manifesto di oggi, 4 settembre:

Per assumere 148.100 nuovi docenti saranno necessari circa 3 miliardi di euro. Per l’esercizio finanziario 2015, primo anno di attuazione del piano, sarà necessario impegnare 1 miliardo da settembre a dicembre. In una simulazione inserita nel volume «La buona scuola» il costo immediato sarà di 3 miliardi di euro, che in 10 anni salirà a 4,1 miliardi (per contributi ecc). Il governo dice che prenderà i soldi dal risparmio delle supplenze. Una previsione che al momento sembra ottimistica, ma che spiega anche l’idea di sostituire gli scatti di anzianità con quelli «di competenza».

Dal 15 settembre al 15 novembre partirà inoltre il «piano di ascolto» sul progetto di riforma della scuola presentato ieri dal governo Renzi. Il presidente del Consiglio preferisce non chiamarla «consultazione» ma «co-progettazione» che avverrà in «co-design jams, barcamp o world cafès». Agli sudenti verrà fornito il kit «La Buona Scuola» con il quale organizzare «dibattiti» negli istituti. «La scuola — si legge nel opuscolo “La buona scuola” consultabile sul sito pas​so​do​po​passo​.ita​lia​.it — deve diventare una vera risposta strutturale alla disoccupazione giovanile e l’avamposto del rilancio del Made in Italy».

Per il momento, il dato più concreto è l’assunzione dei 150 mila precari a settembre 2015 e il concorso per altri 40 mila abilitati all’insegnamento tra il 2016 e il 2019. Il costo sarà, a regime, di 4 miliardi di euro che il governo intende trovare con dal risparmio sulle supplenze e dalla spending review.

Forte è lo scetticismo tra i sindacati e i presidi, immediata è stata la reazione negativa degli studenti che scenderanno in piazza il 10 ottobre. Piero Bernocchi dei Cobas, giudica positivamente l’annuncio sui precari, ma critica la competizione tra i docenti prevista dalla riforma «meritocratica» e la sollecitazione agli investimenti privati, in un quadro di potenziamento dei rapporti con le imprese. «In termini generali è un piano ambizioso, ma ci sono degli aspetti di difficilissima applicazione». Così Massimo Di Menna, segretario generale della Uil Scuola. L’Unicobas conferma lo sciopero del 17 settembre e critica il sistema di valutazione dei docenti. Il Codacons ricorrerà contro lo strapotere dei presidi, mentre i presidi rimandano a settembre la riforma. Per loro, oggi, la valutazione degli insegnanti non è possibile. Gli studenti dell’Uds mancano misure per il diritto allo studio. «La riforma privatizza sostanzialmente l’istruzione».

La Flc-Cgil giudica positivamente l’assunzione dei 150 mila precari, ma chiede chiarimenti sulle coperture finanziarie. Negativo invece è il silenzio del governo sul blocco del contratto della scuola da 7 anni. Il sindacato di Domenico Pantaleo critica gli aspetti meritocratici della riforma: l’abolizione degli scatti di anzianità degli insegnanti, l’idea della valutazione individuale delle competenze:«Si piega l’istruzione ai bisogni dell’impresa». Il sindacato promette di mobilitarsi e continuerà l’interlocuzione con il governo.


lunedì 1 settembre 2014

La mafia ama gli inchini, ma odia l'educazione

bella la vignetta di Biani su Il Manifesto di oggi