le lenti di Gramsci

giovedì 27 novembre 2014

SENTENZA STORICA: I PRECARI VANNO ASSUNTI!


Colpito al cuore il sistema della precarietà. La corte di giustizia europea: il governo italiano stabilizzi il personale Ata e i docenti che lavorano da più di 36 mesi con contratti a termine. Giannini rassicura: «148 mila in ruolo nel 2015 e 40 mila con un concorso». Per i sindacati è insufficiente: «La decisione riguarda anche gli altri 100 mila esclusi dal governo»

Roberto Ciccarelli su Il Manifesto (articolo integrale)

 La Corte di giu­sti­zia dell’Unione Euro­pea ha col­pito al cuore il sistema del pre­ca­riato nella scuola in Ita­lia. Con una sen­tenza attesa da tempo ieri la corte di Lus­sem­burgo pre­sie­duta dal giu­dice slo­veno Marko Ile­sic ha dichia­rato ille­gali i con­tratti di lavoro a tempo deter­mi­nato sti­pu­lati in suc­ces­sione oltre i 36 mesi (tre anni). Da oggi i docenti pre­cari e il per­so­nale Ata, che hanno supe­rato un con­corso nel 1999, o hanno otte­nuto un’abilitazione, hanno diritto ad essere assunti nella scuola. La Corte ha ripor­tato sui binari del diritto un paese che ha cer­cato con tutti i mezzi di restare nell’illegalità con il Dl 368 del 2001 che per­mette un numero illi­mi­tato di rin­novi con­trat­tuali solo nella scuola.
L’Italia sarà così obbli­gata, pena risar­ci­menti milio­nari e decine di migliaia di ricorsi ai giu­dici del lavoro, a tor­nare a far parte dello stato di diritto comu­ni­ta­rio dopo quin­dici anni.
La sen­tenza ha un valore epo­cale per­ché vale sia per il lavoro pub­blico che per quello pri­vato. Dun­que sia per la scuola e la pub­blica ammi­ni­stra­zione sia per le imprese. Que­sto signi­fica che la riforma Poletti (la prima parte del Jobs Act) che ha can­cel­lato la cosid­detta «cau­sa­lità» dei con­tratti a ter­mine può essere con­si­de­rata non valida poi­ché con­trav­viene alla diret­tiva euro­pea 70 del 1999. Quella che vieta i rin­novi dei con­tratti a ter­mine oltre i tre anni, ma che il governo Renzi non ha rispet­tato. Con­tro que­sta «riforma», i giu­ri­sti demo­cra­tici, la Cgil e l’Usb hanno già pre­sen­tato una denun­cia alla Com­mis­sione Euro­pea. In caso di parere posi­tivo, il ricorso pas­serà alla Corte che, alla luce della sen­tenza di ieri, non potrà che con­fer­mare il suo orien­ta­mento. Nel frat­tempo in Ita­lia, i giu­dici del lavoro saranno costretti ad appli­care la sen­tenza nella scuola o negli enti di ricerca e nella P.A.
La Corte ha smon­tato uno degli alibi usati dai governi per non fare le assun­zioni: quello dei con­corsi pub­blici. Una rarità ormai, di recente risco­perto in maniera cao­tica e ini­qua dal mini­stero dell’Istruzione. Ebbene, i lavo­ra­tori dovranno essere assunti subito senza aspet­tare l’epletamento delle pro­ce­dure concorsuali.
La sen­tenza fa inol­tre tra­bal­lare le basi sulle quali è stato costruito l’edificio della pre­ca­rietà sin dal 1997, quando il centro-sinistra di Prodi approvò il fami­ge­rato «pac­chetto Treu». Riso­lu­tivi sem­brano i punti 100 e 110 della sen­tenza a favore di otto docenti e col­la­bo­ra­tori ammi­ni­stra­tivi napo­le­tani che hanno lavo­rato per il mini­stero dell’Istruzione per non meno di 45 mesi su un periodo di 5 anni. Il primo sta­bi­li­sce che il con­tratto a tempo inde­ter­mi­nato è «la forma comune dei rap­porti di lavoro» anche in set­tori come la scuola dove il tempo deter­mi­nato rap­pre­senta «una carat­te­ri­stica dell’impiego». Il secondo punto smen­ti­sce le poli­ti­che dell’austerità con le quali i governi hanno giu­sti­fi­cato il blocco delle assun­zioni in tutto il pub­blico impiego: il rigore del bilan­cio non può giu­sti­fi­care il «ricorso abu­sivo a una suc­ces­sione di con­tratti di lavoro a tempo deter­mi­nato». Biso­gnava aspet­tare l’Europa per affer­mare la cer­tezza di que­sti prin­cipi. A tanto è arri­vata la bar­ba­rie poli­tica e giu­ri­dica nel nostro paese.
Ieri il governo Renzi ha pro­vato a fare il vago. La rispo­sta del mini­stro dell’Istruzione Ste­fa­nia Gian­nini era pre­ve­di­bile: la «buona scuola» pre­vede l’assunzione dei 148 mila docenti pre­cari nelle gra­dua­to­rie ad esau­ri­mento e il con­corso per 40 mila nel 2015. Tutto a posto allora? Per nulla. La sen­tenza della Corte chia­ri­sce la fon­da­men­tale discri­mi­na­zione com­piuta dal governo ai danni di almeno altre 100 mila per­sone che non ver­ranno assunte a set­tem­bre, pur aven­done i titoli. Si tratta dei docenti abi­li­tati Pas e Tfa, oltre che del per­so­nale Ata (almeno 15 mila). La mag­gior parte ha lavo­rato più di 36 mesi nella scuola. Si parla di 70 mila, ma anche di 100 mila.
Sui numeri non c’è cer­tezza per­ché manca un cen­si­mento serio, l’unico stru­mento per pro­ce­dere ad un vero piano per le assun­zioni. La sen­tenza è infine un colpo tre­mendo, anche finan­zia­rio, alla poli­tica degli annunci dell’esecutivo. Se, com’è pre­ve­di­bile, con­ti­nuerà sulla sua strada, allora dovrà pre­pa­rarsi a pagare milioni di euro in risar­ci­menti. Nei tri­bu­nali ita­liani giac­ciono almeno die­ci­mila ricorsi in attesa della sen­tenza della Corte. Da oggi i pro­cessi di mol­ti­pli­che­ranno a dismi­sura e si con­clu­de­ranno con una con­danna. Renzi si trova davanti a que­sta alter­na­tiva: assu­mere fino a 300 mila per­sone nella scuola, oppure ini­ziare a pagar­gli i danni.
Tutti i sin­da­cati della scuola stanno affi­lando le armi giu­ri­di­che. L’Anief, che tra i primi ha ini­ziato a per­cor­rere que­sta strada, pre­para una valanga di nuovi ricorsi per imporre il paga­mento degli scatti di anzia­nità ai pre­cari, non­ché le loro men­si­lità estive per un totale di 20 mila euro. «È una pagina sto­rica – ha detto Mar­cello Paci­fico, pre­si­dente Anief – Ora è asso­dato che non esi­stono ragioni ogget­tive per discri­mi­nare chi è stato assunto a tempo deter­mi­nato nella scuola dal 1999». La Gilda di Rino Di Meglio ha reca­pi­tato una dif­fida al governo. Se entro dicem­bre non avvierà la sta­bi­liz­za­zione dei pre­cari per­cor­rerà fino in fondo la via giudiziaria.
«La que­stione pre­ca­riato è esplo­siva – sostiene Mas­simo Di Menna della Uil Scuola – Con­ferma la mio­pia di una gestione del per­so­nale attenta al rispar­mio anzi­ché al rispetto dei diritti dei lavo­ra­tori». Piero Ber­noc­chi dei Cobas chiama alla mobi­li­ta­zione con­tro il governo che, come i pre­ce­denti, pre­fe­rirà pagare le multe piut­to­sto che rispet­tare il diritto: «Con il suo piano Renzi voleva espel­lere il 50% dei docenti met­tendo pre­cari con­tro pre­cari, fasce con­tro fasce. Non c’è riu­scito. Ora biso­gna esten­dere que­sta con­qui­sta a tutto il pub­blico impiego». «Non biso­gna illu­dere i pre­cari, non pos­sono aspet­tare gli anni del dibat­ti­mento nelle aule legali — sostiene Cri­stiano Fiorentini(Usb) — La sen­tenza non deter­mina assun­zioni imme­diate. Ci vuole una norma per la stabilizzazione».
«Il governo ha soste­nuto che la Cgil difende i lavo­ra­tori sta­bili e discri­mina quelli pre­cari — sostiene Mimmo Pan­ta­leo, segre­ta­rio Flc-Cgil — La sen­tenza della Corte di Giu­sti­zia euro­pea sulla scuola ha ribal­tato que­sta fal­sità e dimo­stra come il nostro sin­da­cato si stia bat­tendo per i pre­cari. Que­sta sen­tenza raf­forza le ragioni dello scio­pero gene­rale del 12 dicem­bre». Giunta all’indomani dell’approvazione alla Camera del Jobs Act, la sen­tenza col­pi­sce uno dei pila­stri della riforma tar­gata Renzi-Poletti: vieta cioè di rin­no­vare infi­nite volte il con­tratto a ter­mine: «Ora devono sce­gliere — con­ti­nua il sin­da­ca­li­sta — O affron­tano migliaia di ricorsi, e li per­de­ranno, oppure sta­bi­liz­zano tutti i pre­cari e non solo quelli iscritti nelle gra­dua­to­rie a esaurimento».

La sen­tenza della Corte Ue è uno di quei «casi in cui diciamo meno male che l’Europa c’è — ha com­men­tato la segre­ta­ria Cgil Susanna Camusso — Non c’è dub­bio che que­sta sen­tenza sia un pre­ce­dente per i pre­cari della P.A. e sul decreto Poletti. Il governo deve rispon­dere sul fatto che non pro­cede alla sta­bi­liz­za­zione dei precari».


Le migliori frasi per la Giornata internazionale dei diritti dell'infanzia e dell'adolescenza


1^ posto (+1)
"Per un insieme di valori, non chiamateci minori"

                                       -Dinoi Michele. 
                                        Liceo delle Scienze Umane F. De Sanctis, Manduria
                                        Classe 3 AS/UM 

AutoMotivazione:
L'alunno in seguito spiega la scelta del motto appena sopra elencato e spiega che con l'evoluzione della società, si stanno tralasciando alcuni valori principali della vita del fanciullo,la definizione di minore non aiuta la società a integrare e rendere partecipe le opinioni,i sentimenti e il pensiero di questi fanciulli.Il termine minore nell'accezione comune è inteso come più piccolo e siccome al giorno d'oggi con l'ignoranza si è coinquilini,un termine un po' più adatto per questi fanciulli renderebbe per loro e per tutti una concezione di bambino adeguata al contesto.
  

2^ posto (+0,5)
"Lasciati guidare dal bambino che sei stato"
                                        -Pompigna Virginia.
                                         Liceo delle Scienze Umane F. De Sanctis, Manduria
                                         Classe 3 AS/UM


3^ posto (+)
"Uniti per il sorriso"
                                       -Di Maggio Flavia
                                        Liceo delle Scienze Umane F. De Sanctis, Manduria
                                        Classe 3 AS/UM
                                        

mercoledì 26 novembre 2014

Brïganten

(..)

"Non ho nulla da rimproverare alla mia coscienza perché ho agito sempre per costrizione e non per libera scelta; ma la società non ha voluto accogliermi nel suo seno. Mi consegno alla giustizia dopo aver invano sognato per me e per voi un mondo più giusto e più umano. Il mio nome echeggia tragicamente in tutta la Provincia: sappiate però che don Ciro è innocente di tanti delitti che gli sono addossati. Addio!"
(..)
Don Ciro, tra due fila di soldati, seguiva il cataletto incedendo a testa alta e quasi noncurante di quanto accadeva intorno. Ovunque soldati in assetto di guerra e perfino qualche cannone... Sugli archi della caserma sventolavano, in alto, la bianca bandiera borbonica e, al di sotto in stridente contrasto, la bandiera nera dei Decisi. Don Ciro, dopo aver allontanato ancora un sacerdote, fu condotto davanti agli archi e, nonostante le sue rimostranze, bendato e con le spalle rivolte al plotone. Un silenzio gelido si stese sulla piazza e risuonarono sferzate le parole della sentenza letta da un sottufficiale prima che l'ordine di fuoco venisse impartito. La luna in quel momento si fece spazio tra le fredde nuvole di febbraio e sovrappose il suo colore funereo ai lumi e alle fiaccole; le campane mandavano all'intorno rintocchi di morte. Atterrita e spaurita, la gente attese come una liberazione il suono della tromba: una scarica di fucileria laceró il silenzio della sera dissolvendo il mito di don Ciro Annicchiarico.
(..)
Da: Rosario Quaranta ~ Un prete brigante - Don Ciro Annicchiarico  (1775-1818)
ed. Del Grifo, 2005

mercoledì 19 novembre 2014

Giornata per i diritti dell'infanzia:bambini di tutto il mondo, unitevi!


Convenzione internazionale sui diritti dell'infanzia

La Convenzione ONU sui Diritti dell'infanzia fu approvata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre1989. Essa esprime un consenso su quali sono gli obblighi degli Stati e della comunità internazionale nei confronti dell'infanzia:
-Tutti i paesi del mondo (eccetto Somalia e Stati Uniti) hanno ratificato questa Convenzione.
-La Convenzione è stata ratificata dall'Italia il 27 maggio 1991 con la legge n. 176.
-Oggi aderiscono alla Convenzione 193 Stati.
-La Convenzione è composta da 54 articoli.
-La Convenzione è uno strumento giuridico e un riferimento a ogni sforzo compiuto in cinquant'anni di difesa dei diritti dei bambini.
La creazione della convenzione è ricordato ogni anno, il 20 novembre, con la commemorazione della Giornata internazionale per i diritti dell'infanzia e dell'adolescenza.

Grazie Wiki!

giovedì 13 novembre 2014

Se ieri Pasolini, oggi…

Sul numero odierno de Il Manifesto, in edicola a 20€ per sostenere l'acquisto della testata da parte della cooperativa dei giornalisti, uno stralcio dell'articolo di Alberto Burgio su Pasolini........


Se ieri Paso­lini lamen­tava che il Pci fosse un cen­tro di potere, che direbbe oggi – lui comu­ni­sta – di una sedi­cente «sini­stra» inse­diata nelle stanze più ambite del Palazzo e feb­bril­mente impe­gnata in una guerra senza quar­tiere non solo con­tro la verità (la poli­tica ridotta a tra­smis­sione di spot a reti uni­fi­cate) ma anche con­tro il lavoro, per radi­ca­liz­zarne la subor­di­na­zione? Difatti sus­si­stono, per con­tro, anche ele­menti di inat­tua­lità di quella denun­cia, che pro­prio da qui discen­dono.
Intanto: dove scri­ve­rebbe oggi Pier Paolo Paso­lini? Allora poteva sfer­rare attac­chi ad alzo zero con­tro i potenti dalla prima pagina del prin­ci­pale quo­ti­diano ita­liano che già da due anni ospi­tava le sue inau­dite pro­vo­ca­zioni. Lì poteva dirsi orgo­glio­sa­mente comu­ni­sta. E pra­ti­care la libertà dell’intellettuale senza riguardi per diplo­ma­zie e opportunità.

La sua scan­da­losa pre­senza riflet­teva e appro­fon­diva con­trad­di­zioni irri­solte in un sistema di potere che si sarebbe blin­dato solo nel corso degli anni Ottanta, al tempo della strut­tu­rale crisi di espan­si­vità del capi­ta­li­smo maturo. Oggi sarebbe forse imma­gi­na­bile un Paso­lini edi­to­ria­li­sta del Cor­riere della sera o di Repub­blica? Cia­scuno cono­sce la rispo­sta, se appena ha con­tezza del deso­lante pae­sag­gio dell’informazione ita­liana. Che non è un ambito distinto e sepa­rato, ma lo spec­chio fedele della deca­denza intel­let­tuale e morale del paese e della cor­ru­zione di tutta una classe diri­gente.

mercoledì 5 novembre 2014

Ecco come il 'pensiero unico' distrugge scuola e Università


Dagli anni '90 a oggi un massacro bipartisan

Come l’istruzione sia con­ce­pita dal punto di vista di un’ideologia di destra è com­pren­si­bile, e ben noto, al let­tore anche solo un po’ attento alla poli­tica. Ma sull’università il discorso è ancora più sem­plice e si potrebbe rias­su­mere così: roba da ric­chi. E pazienza se qual­cuno par­ti­co­lar­mente geniale rie­sce a «bucare» il blocco pro­ve­niendo dai ceti infe­riori. Uno su mille ce la fa, can­tiam pure anche noi.
Del resto è la tesi pale­se­mente dichia­rata da molti. Un solo esem­pio: in «Facoltà di scelta», di Ichino e Ter­liz­zese, si sostiene can­di­da­mente che l’istruzione supe­riore è un lusso che deve essere pagato dagli utenti. Dun­que è, appunto, roba da ricchi.
Una visione di sini­stra come dovrebbe essere?
Anche qui, per ragioni di spa­zio, ricor­riamo a uno slo­gan: l’università come ascen­sore sociale. Manca la can­zo­netta, ma spe­riamo che prima o poi qual­che nostro can­tore prov­veda. Per soste­nere que­sto assunto non c’è biso­gno di fare rife­ri­mento a posi­zioni di accen­tuata sini­stra: è più o meno quanto si dice nella pacata for­mu­la­zione degli artt. 3, 33 e 34 della Costi­tu­zione. Basta cioè un approc­cio, vogliamo dir così, illuminista?
Ora, come è messa la nostra uni­ver­sità pubblica?
La più recente ana­lisi Ocse ci descrive agli ultimi posti nell’investimento sull’istruzione supe­riore, nel rap­porto docenti/studenti, nel numero di ate­nei, e con una per­cen­tuale di lau­reati che ci vede ultimi in Europa. La spesa per stu­dente è sotto la media, men­tre sono in costante aumento i costi sca­ri­cati sulle fami­glie. Non ci mera­vi­glia che l’Italia sia al ter­zul­timo posto per per­cen­tuale di gio­vani lau­reati. E la scuola? Peg­gio ancora. Ben al di sotto della media Ocse in rela­zione a tutti gli indi­ca­tori, com­presi gli indici di inclu­sione sociale, tranne rare e diso­mo­ge­nee ecce­zioni: un sistema sco­la­stico for­te­mente pola­riz­zato e con una situa­zione di reale emer­genza al Sud, maglia nera per i numeri della disper­sione. E intanto gra­vano gli ulte­riori tagli pre­vi­sti dalla legge di sta­bi­lità per il 2015.
Se ne dovrebbe con­clu­dere che, per arri­vare a un simile disa­stro, ci siano voluti almeno vent’anni di soli governi e mini­stri di destra. Ma la sto­ria ci dice tutt’altro.
deter­mi­nare la disar­ti­co­la­zione del sistema nazio­nale dell’istruzione pub­blica è la legge isti­tu­tiva dell’autonomia sco­la­stica (Bas­sa­nini, 1997) che isti­tui­sce tanti cen­tri di istru­zione sepa­rati e in com­pe­ti­zione tra loro quanti sono gli isti­tuti sco­la­stici. Con l’autonomia il pre­side diventa mana­ger e pro­muove la sua scuola sul mer­cato. L’autonomia si nutre di vuoto didat­ti­ci­smo («saper essere»), di for­mule burocratico-pedagogiche («impa­rare ad impa­rare»). La rinun­cia a una cul­tura com­plessa, pro­fonda e disin­te­res­sata, viene sug­gel­lata dai can­tori dell’autonomia con l’ideologia delle competenze.
La pro­gres­siva dimi­nu­zione delle spese per l’istruzione inau­gu­rata da Bas­sa­nini si accom­pa­gna, con la legge Ber­lin­guer sulla parità, a un costante aumento dei finan­zia­menti alle scuole pri­vate, per­lo­più cat­to­li­che. A par­tire dal 2000, col plauso del governo D’Alema I, Con­fin­du­stria e Santa Sede, il det­tato costi­tu­zio­nale verrà siste­ma­ti­ca­mente eluso e gli oneri dello stato nei con­fronti delle scuole pri­vate cosid­dette pari­ta­rie aumen­te­ranno progressivamente.
Anche per il 2015, a fronte dei tagli per scuola e uni­ver­sità sta­tali, 200 milioni di euro ver­ranno loro gene­ro­sa­mente elar­giti. La riforma fede­ra­tiva del Titolo V della Costi­tu­zione (governo D’Alema II) spazza via le ultime incer­tezze in mate­ria: regio­na­lizza l’istruzione e per­mette alle Regioni di isti­tuire vou­cher per le scuole paritarie.
Insomma, con Ber­lin­guer e D’Alema chi manda i figli alla scuola cat­to­lica viene pagato, men­tre nelle scuole sta­tali i ter­mo­si­foni non par­tono e i sof­fitti crol­lano. Altro che carta igienica.
Irre­tito dalla stra­te­gia del mosaico, nello stesso «anno d’oro delle riforme», Ber­lin­guer mette mano agli ordi­na­menti uni­ver­si­tari: il 3 + 2, con­ce­pito a Parigi e par­to­rito a Bolo­gna, lungi dal deter­mi­nare le magni­fi­che sorti e pro­gres­sive dell’università ita­liana, pro­duce un’insopportabile pro­li­fe­ra­zione di corsi di lau­rea e sedi decen­trate, e una dram­ma­tica fram­men­ta­zione e dequa­li­fi­ca­zione del per­corso for­ma­tivo. Il tutto senza che dimi­nui­sca il numero di abban­doni dopo il primo anno, o che cre­sca il numero dei lau­reati, ancora di 15 punti per­cen­tuali al di sotto della media europea.
Pochi anni e qual­che «mini­stro per caso» dopo, ecco le déluge: Gel­mini, stru­mento cieco dell’occhiuto Tre­monti, darà all’intero sistema il colpo di gra­zia, rifor­mando e depau­pe­rando (da cen­tro­de­stra) scuola e uni­ver­sità, col plauso dell’illustre pre­de­ces­sore (di cen­tro­si­ni­stra), da cui ha ben appreso l’arte della desco­la­riz­za­zione, della disar­ti­co­la­zione, dell’aziendalizzazione, della governalizzazione.
Vani­lo­quio? Chiun­que abbia un figlio, un nipote o un vicino di casa a scuola o all’università sa di cosa stiamo parlando.
Oggi Ste­fa­nia Gian­nini, che ha con­ce­pito il suo inca­rico di mini­stra come tram­po­lino per un’elezione euro­pea mise­ra­mente fal­lita, lungi dal difen­dere ciò che resta di scuola e uni­ver­sità, fa il defilè per Renzi e tenta la qua­dra­tura del cer­chio, pro­muo­vendo la defi­ni­tiva dismis­sione dell’istruzione pub­blica, con­se­gnata al mer­cato senza nep­pure un bri­ciolo di rammarico.
La con­sul­ta­zione fasulla è già finita nelle maglie di una legge di sta­bi­lità che pre­fi­gura per il 2015 una scuola pri­vata della pos­si­bi­lità minima di sus­si­stenza. Una scuola, appunto, privata.
La ricetta Renzi è per­fet­ta­mente sovrap­po­ni­bile alle 100 pro­po­ste di Con­fin­du­stria: arre­tra­mento dello stato, tanto volon­ta­riato, bene­voli finan­zia­menti pri­vati, in nome di un malin­teso richiamo al prin­ci­pio di sus­si­dia­rietà, certo non appli­ca­bile a un’istituzione della Repubblica.
Et voilà, la scuola-azienda, sti­pendi da fame e con­di­zione di lavoro ser­vile, è servita.
Gli stu­denti nostal­gici che ancora invo­cano il «diritto allo stu­dio» impa­rino dai loro docenti della scuola pub­blica le com­pe­tenze del terzo mil­len­nio: pen­siero unico, fles­si­bi­lità, pre­ca­rietà, delo­ca­liz­za­bi­lità, silenzio.
Ma sì, che dia­volo: come ci inse­gnano i cat­to­li­be­ri­sti di Con­fin­du­stria o del Pd, istru­zione e cul­tura son roba da ricchi.


 Anna Angelucci, Maurizio Matteuzzi, Il Manifesto3.11.2014


domenica 2 novembre 2014

Art.1



"Art.1: L'Italia e' una Repubblica fondata sul silenzio delle istituzioni di fronte alla privazione del diritto al lavoro"

striscione delle 'magliette rosse', lavoratori in lotta della compagnia aerea Meridiana, imprese Accenture-Milano