le lenti di Gramsci

giovedì 30 aprile 2015

1 Maggio (1947)

La prima pagina de La Gazzetta del Mezzogiorno del 3 maggio 1947



lunedì 27 aprile 2015

La via della scienza e conoscenza e i valori effimeri (Lucrezio Caro)


Lucrezio- incipit del libro II del "De rerum natura"



È dolce, mentre nel grande mare i venti sconvolgono le acque,

guardare dalla terra la grande fatica di un altro;

non perché il tormento di qualcuno sia un giocondo piacere,

ma perché è dolce vedere da quali mali tu stesso sia immune.

Dolce è anche contemplare grandi contese di guerra

apprestate nei campi senza che tu partecipi al pericolo.

Ma nulla è più piacevole che star saldo sulle serene regioni

elevate, ben fortificate dalla dottrina dei sapienti,

donde tu possa volgere lo sguardo laggiù, verso gli altri,

e vederli errare qua e là e cercare, andando alla ventura,

la via della vita, gareggiare d'ingegno, rivaleggiare di nobiltà,

adoprarsi notte e giorno con soverchiante fatica

per assurgere a somma ricchezza e impadronirsi del potere.

O misere menti degli uomini, o petti ciechi!

In che tenebre di vita e tra quanto grandi pericoli

si consuma questa esistenza, quale che sia! E come non vedere

che nient'altro la natura latrando reclama, se non che il dolore

sia rimosso e sia assente dal corpo, e nella mente essa goda

di un senso giocondo, libera da affanno e timore?

lunedì 20 aprile 2015

Così percossa e attonita? No, grazie. Cinque maggio: riappropriamoci della scuola pubblica

Ei fu. Siccome immobile,
dato il mortal sospiro,
stette la spoglia immemore
orba di tanto spiro,
così percossa, attonita...

STUDENTI, INSEGNANTI, OPERATORI SCOLASTICI, GENITORI: prepariamo una grande giornata di lotta il 5 maggio prossimo per salvaguardare la scuola pubblica come bene comune.
  1. no a modelli di gestione autoritaria che stravolgono i principi di un'autonomia fondata sulla collegialità, la cooperazione e la condivisione;
  2. subito un piano di assunzioni che assicuri la stabilità del lavoro per tutto il personale docente e ATA impiegato da anni precariamente;
  3. organici adeguati al fabbisogno, per un'offerta formativa efficace e di qualità;
  4. rinnovo del contratto scaduto da sette anni per una giusta valorizzazione del lavoro nella scuola;
  5. no a incursioni per legge su materie soggette a disciplina contrattuale, come le retribuzioni e la mobilità del personale;
  6. avvio di una strategia di forte investimento su istruzione e formazione, recuperando il gap che separa l'Italia dagli altri paesi europei.
COSI' PERCOSSA E ATTONITA? No, noi non ci stiamo

In pericolo sono la democrazia e l'uguaglianza di un bene pubblico così importante come la scuola
DIFENDIAMOLA INSIEME

fe.d.

 

domenica 12 aprile 2015

Retorica e senso comune


editoriale Lavoro Politico nr. aprile 2015


RETORICA E SENSO COMUNE

I poteri forti alimentano il senso comune deteriore dell’antipolitica e dell’antipartitismo con cui rafforzano se stessi. Lo strumento è la retorica delle parole e le frasi  stereotipate per occultare le cause strutturali dei fenomeni sociali

----- ferdinando dubla -----

La scuola di retorica di Isocrate (in Atene, 436-338 a.C.)  era celebre nell’antichità perché metteva in condizione, per chi poteva permettersi una retta consistente, di avviare giovani alla vita politica attiva, alla carriera, al successo e alla gloria, attraverso sofisticate tecniche del discorso, un’estetica della parola che mirasse a rendere persuasivo anche il ragionamento privo di finalità di ricerca e conoscenza oggettiva (come era nell’Accademia di Platone). Attraverso l’estrema soggettività dell’opinione, l’obiettivo era quello del convincimento di larghi strati della popolazione a porre rimedio alle degenerazioni della democrazia, così come si era sviluppata in Atene dalla fine  del V secolo a.C.

Marx, già nell’opera L’Ideologia Tedesca (1845), esaminava la formazione e lo sviluppo dell’ideologia dominante, quello della borghesia capitalista, che tentava di mistificare la realtà delle contraddizioni di classe attraverso la sovrapposizione, all’analisi scientifica della società, di falsi assiomi e luoghi comuni. Una sorta di produzione di retorica, attraverso il potere politico dei ceti dirigenti, che giustificasse i rapporti sociali funzionali alla struttura economica.

Il nostro Gramsci, infine, nei Quaderni dal carcere, da studioso di filologia e filosofo della politica, forgia una categoria fra le più acute e rivelatrici della natura del dominio capitalista, quella di “senso comune”. Nel linguaggio si scopre il rapporto tra dialettica e retorica, inteso come relazione tra la scienza del comprendere attraverso il ragionamento confutativo e la tecnica, l’arte della persuasione. Il senso comune, dunque, per Gramsci, è attraversato, nel sistema capitalista, dalla mistificazione retorica che “occulta” una descrizione dei rapporti di classe effettivi e il nesso causa-effetto dei fenomeni sociali.

“Il legame tra dialettica e retorica continua anche oggi nel linguaggio comune, in senso superiore quando si vuole indicare una oratoria stringente, in cui la deduzione o il nesso tra causa ed effetto è di carattere particolarmente convincente e in senso deteriore per l’oratoria pagliettesca, che fa stare a bocca aperta i villani.” Quaderno 11 (XVIII) § (41)

Interessante sarebbe approfondire l’influenza o la concordanza che questa acuta riflessione gramsciana ha avuto nella psicologia sociale, in particolare di G.W.Allport, autore che è riuscito a mettere in luce come i pregiudizi abbiano un ruolo fondamentale nelle valutazioni di massa di tipo errato (bias) nelle facili categorizzazioni e generalizzazioni proposte dai mass media e in generale dai poteri forti del sistema sociale.

Questi riferimenti servono per spiegare, in buona parte, ciò che accade in Italia ai nostri giorni, nella spirale perversa che si è sviluppata: i poteri forti che utilizzano l’antipolitica e l’antipartitismo per alimentare il loro dominio e il loro controllo sulla vita sociale. Di fronte ai dilaganti fenomeni di corruzione prodotti dal sistema nel sistema, piuttosto che mettere in discussione il sistema, si cerca di rafforzare il senso comune della repressione, dell’inasprimento dei controlli, del giustizialismo. Per rafforzarsi, il potere esecutivo cerca incessantemente il consenso penale, dalla parossistica stretta sanzionatoria per i reati contro la pubblica amministrazione, alla progressiva erosione dei diritti costituzionali, alle nuove norme antiterrorismo, fino al populismo giudiziario dell’aumento insensato dei termini di prescrizione dei reati. Nutrire la cultura repressiva significa escludere in partenza la ricerca cause strutturali-effetti sociali e accarezzare il senso comune in forma populista, demagogica, ad uso e consumo dei poteri dominanti, con la restrizione degli spazi di democrazia reale e lo stravolgimento delle stesse regole formali presenti nella nostra Carta Costituzionale. Significativo è che ampie parti della sinistra, e non solo quella moderata, pur contestando alcune misure particolarmente violente nei confronti del mondo del lavoro (come il cosiddetto “Jobs Act”) e i metodi autoritari utilizzati dal governo-Renzi (per far passare l’ignobile legge-capestro elettorale contro minoranze e il democratico principio della rappresentatività), poi si spellano le mani ad ogni iniziativa della magistratura o dinanzi a orchestrate campagne mediatiche di delegittimazione di individui o gruppi, politici e sociali, felicitandosi di ogni impiccagione pubblica e auspicandone di sempre nuove e cruente, punire un reo (presunto) per educarne altri cento, mille e così via in una spirale senza via d’uscita se non l’imbarbarimento collettivo e la delegittimazione di tutta la politica in quanto tale. Ma a furia di godersi lo spettacolo, che è lotta furiosa tra fazioni delle classi dominanti, si finisce per restare legati allo stesso palo degli impiccati. Il caso dei No-Tav insegna come sia sempre più possibile essere colpiti da teoremi apodittici di magistrati, funzionali ai peggiori piani dei poteri dominanti.

Paradossalmente non ci si accorge (o conviene che non ci si accorga, visto l’abbandono della lettura marxista della realtà) che proprio la magistratura o i mass-media sono tra i poteri forti dediti alla conservazione del sistema. Gravissimo per la sinistra, diventerebbe imperdonabile per la sinistra di classe.

Il gergo utilizzato dal circo mediatico e dai politici di maggioranza e moltissimi di minoranza che siedono attualmente sugli scranni parlamentari (con scarsissima rappresentatività della società grazie a sistemi elettorali più vicini al fascismo e al pre-fascismo piuttosto che agli assetti post-bellici), è pieno zeppo di retorica per orientare il senso comune in un senso ancora più degradato. Senza che alcuno ribatta, si ascoltano frasi assiomatiche come, tanto per fare degli esempi, “riforma del mercato del lavoro”, “il cammino delle riforme non si arresta”, “la magistratura ha aperto un fascicolo”, “la legge sulla buona scuola”, “i colpevoli vanno chiusi in carcere e gettata la chiave”, e potremmo continuare a lungo. L’egemonia nel linguaggio diventa egemonia nei rapporti sociali, nella vita reale. L’abbandono di un’intenzionalità pedagogica dei partiti differenza questi nostri tempi tristi da quelli del secondo dopoguerra del ‘900, quando i valori ideali permeavano comunque anche il senso comune. Uno dei motivi, e non il secondario, della straordinaria crescita e influenza del PCI. Oggi “ideologico” significa “ideale” ed è utilizzato contro tutti coloro che si oppongono al sistema capitalistico e ai suoi falsi valori e assiomi, come con “tabù ideologico” è stato scardinato l’art.18 dello Statuto dei lavoratori, come con “rifiuto ideologico del progresso” viene etichettato ogni antagonismo che cerca di resistere agli scempi ambientali, ad operazioni anti-storiche come l’Expo (molto emblematico: lì le indagini della magistratura sono servite non per mettere in discussione l’impianto inutile della manifestazione e lo spreco di soldi, ma per una ‘necessaria’ accelerazione dei tempi con un uomo solo al comando). A Taranto, ‘coniugare ambiente e lavoro’ sta significando leggi ad hoc per continuare ad avvelenare un martoriato territorio per superiori ‘interessi strategici’:  per il caso-Ilva la retorica fatica a coprire gli odori di morte.

Chi in questo paese voglia ricostruire un partito comunista di quadri e di massa, ha da rimettere al centro la lettura marxista della realtà e affrontare la questione degli strumenti di cui dotarsi per sfidare retorica e senso comune. Per indicare un solo esempio, avere un partito e non avere un giornale che si indirizzi ad andare oltre la ristretta area della militanza, è impensabile oggi come ai tempi di Lenin. Nè può bastarci essere presenti nel magma incandescente delle nuove tecnologie e delle reti, che risulta modalità insufficiente per garantirsi una visibilità di massa. Avere sezioni territoriali e non curare la formazione di cellule nei luoghi della produzione, è impensabile oggi come ai tempi di Antonio Gramsci e Pietro Secchia. E’ una moderna necessità unire le funzioni dell’intellettuale “organico” e dell’intellettuale “collettivo”, è compito dei comunisti dei tempi presenti sviluppare il lavoro politico e il lavoro culturale in un’unica direttrice che sostanzi i nostri valori e i nostri programmi.

fe.d., aprile 2015

venerdì 10 aprile 2015

Pedagogia di Giordano Bruno


Il pensiero è infinito, nessuno può limitarne la possibilità infinita.

ferdinando dubla


lunedì 6 aprile 2015

KARL KORSCH: marxismo e filosofia (prima parte)


COMUNISMO E FILOSOFIA (1)
(Riassunto e adattamento da “Marxismo e filosofia” di Karl Korsch) 

A cura di Daniele Mansuino

Per molto tempo, l’idea che il rapporto tra marxismo e filosofia potesse costituire un problema importante ha avuto scarsa fortuna. Per i filosofi, il marxismo rappresentava un aspetto piuttosto marginale della dissoluzione della scuola hegeliana ; per i marxisti, sebbene Marx ed Engels avessero sostenuto che il socialismo scientifico raccoglieva l’eredità della filosofia classica tedesca, il marxismo non era una filosofia bensì il suo superamento e la sua soppressione ; vedremo più avanti cosa questo significhi esattamente. Fu quindi costume generale dei grandi pensatori marxisti, come Mehring, il rifiuto di ogni elucubrazione filosofica : rifiuto che, secondo loro, nei maestri Marx ed Engels avrebbe costituito la premessa delle loro opere immortali . Occuparsi di problemi filosofici veniva considerato una perdita di tempo e di energie : si aveva sempre cura di sottolineare espressamente che, ai fini della lotta di classe, il chiarimento di tali problemi era irrilevante e sempre lo sarebbe rimasto. Ma naturalmente, una simile concezione era giustificata solo a condizione che il marxismo non implicasse nessuna posizione determinata nei confronti di posizioni filosofiche di qualsiasi tipo. Questo era il punto di vista dei professori di filosofia borghesi, che affermando ciò supponevano di dire qualcosa di molto importante contro di esso, come i marxisti ortodossi affermando la stessa cosa erano convinti di dire qualcosa in suo favore . C’era una terza posizione, ed era quella di molti socialisti ottocenteschi che si proponevano di integrare il marxismo con concezioni filosofiche precedenti ; ma il fatto stesso che ritenessero necessaria una tale integrazione prova, in fondo, il loro scetticismo nei confronti del contenuto filosofico del marxismo stesso. Al punto in cui sono giunti gli studi teorici sul marxismo nel ventesimo secolo, è abbastanza facile provare che tutte queste posizioni erano segnate da una grave superficialità ; è un fatto, tuttavia, che coincidevano su un punto importante, ovvero erano contrassegnate dall’oblio del principio dialettico che era stato a suo tempo il cardine della filosofia hegeliana, e che solo il marxismo poteva fregiarsi di aver ripreso e conservato. Si potrà ovviamente interpretare questa omissione come semplice malafede, o meglio come istinto di classe che spinse la ricerca filosofica lontano da quei contenuti che avrebbero potuto gravemente pregiudicare la sua stessa esistenza ; ma se vogliamo conservare l’obbiettività necessaria a trattare il nostro argomento senza sospetti di parzialità, occorre dire che la realtà fu molto più complessa. La classe nella sua interezza , dice Marx , dalle sue basi materiali crea e dà forma a tutta una sovrastruttura di sensazioni, di illusioni, di modi di pensare e di concezioni della vita, differenti e configurate in forme peculiari , e la sua filosofia – pur essendo parte integrante della sovrastruttura – è una parte particolarmente distante dalle basi economiche materiali .
Non ci si può quindi accontentare di spiegare il mancato riconoscimento del contenuto filosofico del marxismo a partire dal suo nocciolo terreno , ovvero gli interessi di classe che esso nasconde. Occorre invece concentrarsi sulla distanza : ovvero sulle mediazioni che impedirono ai filosofi di coglierlo, almeno per stabilire se queste possano aver rivestito un peso determinante. L a risposta non può che essere affermativa : in quanto lo smarrimento dell’importanza del principio dialettico fu un’acclarata conseguenza della crisi della filosofia hegeliana un fenomeno sul quale il peso diretto della lotta tra le classi può essere definito insignificante. Tra le ragioni per cui tale fenomeno non fu mai debitamente analizzato, la principale risiede nel fatto che la filosofia hegeliana può essere compiutamente compresa solo in connessione con il reale sviluppo storico complessivo della società borghese, un tema che la filosofia borghese al suo attuale stadio di sviluppo non è in grado di cogliere con una ricerca spregiudicata e imparziale. Questo problema riguarda anche l’analisi dell’evoluzione precedente, da Kant a Hegel, che non può essere correttamente interpretata se ci si limita a considerarla come un mero periodo della storia della idee , senza tener conto delle sue implicazioni storiche. Ogni tentativo di comprendere nel suo contenuto essenziale questo grande periodo è destinato a fallire finché si trascureranno i nessi che collegano il movimento del pensiero al movimento rivoluzionario .
Nei sistemi filosofici di quest’epoca effettivamente rivoluzionaria nel suo movimento storico la rivoluzione è depositata ed espressa nella forma del pensiero (…). Solo due popoli hanno preso parte a questa grande epoca della storia mondiale di cui la filosofia della storia coglie l’intima essenza : il popolo tedesco e quello francese, per quanto siano opposti o proprio a causa della loro opposizione. Interiormente, le rimanenti nazioni non vi hanno preso parte ; vi hanno però partecipato politicamente, sia i loro governi sia i popoli. In Germania questo principio si è espresso impetuosamente come pensiero, spirito, concetto, in Francia come realtà effettiva ; ciò che di reale si è prodotto in Germania appare invece come violenza di circostanze es teriori e come reazione ad essa (…). La Francia ha il senso del reale, del giungere a compimento, perché in quel paese l’idea trapassa immediatamente in azione, è così che laggiù gli uomini si sono rivolti praticamente alla realtà. Ma per quanto la libertà in sé sia concreta, laggiù essa fu applicata al reale nella sua astrattezza senza prima venir sviluppata ; e far valere le astrazioni nella realtà, significa distruggere la realtà. Il fanatismo della libertà, dato in mano al popolo, divenne terribile. In Germania lo stesso principio ha impegnato l’interesse della coscienza ma è stato sviluppato solo sul piano teorico… In queste frasi di Hegel è espresso il principio che permette di cogliere l’essenza del suo pensiero : quel nesso dialettico tra filosofia e realtà, per cui ogni filosofia non può essere altro che la sua epoca espressa nel pensiero . La classe borghese, che dopo la metà del diciannovesimo secolo cessò definitivamente di essere rivoluzionaria nella sua prassi , perse anche nel pensiero la capacità di comprendere nel loro reale significato i nessi dialettici tra gli sviluppi ideali e quelli storici, e in particolare tra filosofia e rivoluzione. Alla conclusione della filosofia classica tedesca, che era stata l’espressione ideologica del movimento rivoluzionario della borghesia, si sostituisce il suo trapasso nella nuova scienza che d’ora in avanti apparirà, sulla scena della storia delle idee, come l’espressione del movimento rivoluzionario della classe operaia. In realtà, per comprendere il nesso tra i due fenomeni non è strettamente necessario adottare un punto di vista marxista : è sufficiente collocarsi in una prospettiva dialettica. Risultano allora evidenti non solo i nessi tra l’idealismo tedesco e il marxismo, ma soprattutto la loro interiore necessità ; comprendiamo allora che il rapporto che li collega può essere considerato analogo a quello tra i movimenti rivoluzionari espressi dalle due classi, borghesia e proletariato. Per quanto riguarda in particolare la teoria marxista, il suo sorgere non può essere scollegato dal sorgere del movimento proletario : solo se presi assieme i due lati formano la totalità concreta del processo storico. La situazione che rende tanto difficile la comprensione corretta del rapporto tra marxismo e filosofia dipende appunto da questo, che solo il travalicare i limiti del punto di vista borghese trasforma il contenuto del marxismo in oggetto comprensibile, e nello stesso tempo sembra portare alla soppressione dell’oggetto in quanto filosofico.
Marx ed Engels erano ben lontani dal voler erigere una nuova filosofia, pur essendo ben consapevoli del nesso storico esistente tra il loro materialismo e la filosofia precedente, soprattutto il sistema hegeliano. Ma questa origine filosofica formale non significa che esso sia rimasto una filosofia anche nella sua forma autonoma e nel suo ulteriore sviluppo . A partire dal 1845 hanno caratterizzato il loro punto di vista come non più filosofico , e la loro critica nei confronti della filosofia può essere considerata analoga alla critica marxista dello Stato : la quale non è orientata contro una forma storica di Stato in particolare ma contro lo Stato in generale, perché l’idea stessa di Stato corrisponde allo Stato borghese, e la sua soppressione corrisponde al fine ultimo della società comunista. Analogamente inconciliabile viene considerato il contrasto tra la concezione realistica del marxismo e le ciance ideologiche non solo della filosofia in generale, ma di qualunque sistema di pensiero che non sia in grado di trascendere l’idealismo borghese. Ora, in che modo questa soppressione della filosofia fu realizzata concretamente ? E come dobbiamo immaginarla : come un singolo atto legato alla sentenza di condanna espressa da Marx ed Engels nei suoi confronti, o come nel caso della soppressione dello Stato – alla stregua di un processo storico rivoluzionario lungo e complesso, che passa attraverso fasi differenziate ? E in questo caso : quali dovranno essere i rapporti i rapporti tra marxismo e filosofia fintantoché la sua soppressione non sarà ultimata ?

venerdì 3 aprile 2015

Passions: alle origini del mito che si fa storia -- Vaishnavismo come terapia della musica (e dell'anima)

 
 
 

 

Goloka The Zen Room Durata: 1:08:01.

  • HD

 
 
intelligenza suprema e risiede con Radha in una sorta di paradiso chiamato "goloka", il "mondo delle mucche", dove non esistono che gioia e piaceri. Vallabha