le lenti di Gramsci

giovedì 31 dicembre 2015

DIALOGHI EPICUREI


DIALOGHI EPICUREI

..al che il maestro disse: "e per te, cosa sono serenità e felicità?"
risposi: forse serenità e' uno stato d'animo, felicità un desiderio....
e il maestro:
« Dei desideri alcuni sono naturali e necessari, altri naturali e non necessari, altri né naturali né necessari, ma nati solo da vana opinione. » (lettera a Meneceo, 127)

dal che conclusi che la felicita' può non esistere, a meno che non la si trasformi in serenità' d'animo....(Dublicius)

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giovedì 24 dicembre 2015

Antonio Banfi: il razionalismo critico (1) e il problematicismo


Il razionalismo critico di Antonio Banfi e il problematicismo in sintesi (prima stesura)

mio contributo su Wikipedia, 24/12/2015 (prima parte)


Antonio Banfi può essere considerato il maestro della corrente filosofica che in Italia si è denominata Razionalismo critico e che ha avuto anche derivazioni significative nel campo della pedagogia teoretica con il Problematicismo. In sostanza, usando il concetto kantiano di ragione, B. la considera come la facoltà di un discernimento critico, analitico, presupposto Trascendentale che sistematizza l'esperienza, i dati empirici, non pervenendo a dogmi o a sistemi di sapere chiusi e assoluti. Il principio razionale permette di cogliere e comprendere la realtà nelle sue complesse determinazioni: senza questo principio, che va assunto appunto come trascendentale, la realtà sarebbe caotica e solo contingente ed esperienziale oppure interpretata secondo la Metafisica o sistemi di pensiero chiusi e non problematici quale richiede la scienza e in generale la complessa dinamica del mondo umano e naturale. L'apertura della ragione è talmente ampia che anche le filosofie assolutizzanti vengono poste come possibilità di verità, seppur parziali. La filosofia è lo strumento indispensabile per l'analisi critica del reale, non deve tendere ad un sapere assoluto, ma porsi il tema privilegiato della coscienza, purchè questa coscienza sia "coscienza della relatività, della problematicità, della viva dialettica del reale"[4]. Si sfugge al relativismo possibile seguendo le orme di Socrate: l'eticità prevale quando, non potendo esistere se non come tendenza verità assoluta, le verità relative sono assunte come problema, cioè come ricerca interrogante e incessante fondante l'intero processo conoscitivo. Le conclusioni sono, come nell'ambito scientifico (la scienza è lo strumento pragmatico della ragione, la filosofia lo strumento teoretico) non false ma possibili, non solo provvisorie, ma reali.
Il confronto che B. predilige è con gli indirizzi filosofici della prima metà del Novecento, in particolare la Fenomenologia, il neokantismo di Marburgo, il neopositivismo, l'Esistenzialismo, ma negli ultimi anni orienta sempre più il suo interesse al Marxismo, di cui condivide gli assunti fondamentali leggendoli alla luce del suo razionalismo critico, come si evince dalla raccolta postuma Saggi sul marxismo editi nel 1960.

venerdì 11 dicembre 2015

Tina Tomasi: i teorici dell'educazione marxista (1)


 I teorici dell'educazione marxista (1)

di Tina Tomasi

I grandi teorici del marxismo, occupati in altre più pressanti questioni, non approfondiscono il problema educativo, pur comprendendone l'enorme portata. C.Marx (1818-1883) e F.Engels (1820-1895) e più tardi N.Lenin (1870-1924) accusano la scuola di essere strumento di dominio borghese, di conservare inalterate, nonostante le pretese riforme , la struttura e la funzione classista, di contribuire all'alienazione della persona, di formare i giovani secondo un'astratta concezione intellettualistica chiusa ai vivi problemi sociali in particolare quelli produttivi ; ed auspicano un'educazione nuova capace di dare a tutti la possibilità di svolgere le proprie doti personali , e di agire razionalmente così da contribuire alla eliminazione dell'antica schiavitù dell'uomo sull'uomo , necessaria per l'edificazione di un mondo nuovo. Le prime generazioni di marxisti, persuasi che il rinnovamento scolastico debba seguire quello delle strutture sociali, si limitano a lottare per una migliore educazione della classe operaia ed a denunciare l'atteggiamento incerto e contraddittorio della borghesia, da un lato bisognosa di mano d'opera qualificata e dal'altra parte paurosa di qualunque azione educativa; la loro fondamentale aspirazione è una scuola primaria pubblica e gratuita, formativa e professionale insieme. (1)

Nè Marx nè Engels nè Lenin, pur facendo colpa alla  società borghese dell'ignoranza  popolare e pur criticandone la scuola perchè astratta evasiva enciclopedica, ne respingono completamente il patrimonio culturale e quindi il programma di studi in cui si traduce; lo vogliono però sottoposto ad una profonda rielaborazione sia per eliminare ogni forma di dogmatismo ,  sia per renderlo più attuale ; si propongono di dare maggior peso alle lingue viventi, alle materie scientifiche, all'educazione fisica e sopratutto al lavoro produttivo quale strumento di formazione e liberazione. Il loro ideale è una istruzione “politecnica” capace di offrire il fondamento scientifico indispensabile per qualunque processo produttivo, di superare l'antitesi tra teoria e pratica, tra studio e attività manuale, tra dirigenti ed esecutori e di valersi di metodi didattici nuovi, fondati sul lavoro produttivo.

Fin dal primo incontro con l'attivismo, la pedagogia marxista si dichiara d'accordo su alcun punti fondamentali: la difesa della dignità umana, la salvezza dall'alienazione mediante la formazione di personalità autonome , lo stretto collegamento tra scuola e vita, il valore dell'attività manuale . Molte e gravi sono però le riserve o i motivi contrastanti: anzitutto il rinnovamento dell'educazione non è una faccenda puramente pedagogico-didattica che si possa trattare da sè , nella ristretta visuale di un individuo o di un gruppo, e nell'ambito delle vigenti istituzioni scolastiche. ma un complesso problema politico-sociale che non può essere risolto isolatamente prescindendo da una data prospettiva . L'attivismo è inoltre accusato di essere prigioniero di alcuni miti romantici esasperati ed ingigantiti: postula infatti la libertà e la spontaneità senza tener conto del condizionamento dell'ambiente e la “superiorità” della fanciullezza sull'età adulta, pregiudizio quest'ultimo pericoloso, perchè elude il più grave problema dell'educazione, verso quale tipo di uomo lo sviluppo del fanciullo deve essere orientato. Lo stesso concetto di attività, esaltato come valido strumento per combattere antichi mali e per rendere la vita scolastica più viva e stimolante, è incerto e suscettibile di interpretazioni errate quando non dà all'azione individuale o collettiva un preciso fine; ed anche il lavoro, se concepito ed attuato con mentalità retriva ossia come strumento fine a se stesso o utile a pochi , perde qualunque potere liberatore. Analogamente la ricerca personale o di gruppo spesso è ridotta a disordinata ed inconcludente dispersione di energie invece di essere via consapevole per riconquistare con mezzi propri ciò che altri ha già conquistato e per prepararsi ad una proficua opera collettiva.

Note:

1)      Marx apprezzò l’opera di R.Owen al punto da giudicarla, nonostante i limiti, “l’embrione dell’educazione delle epoche future”. Owen (1771-1858) era convinto che l’ambiente, e quindi l’educazione, hanno un peso fondamentale nella formazione dell’uomo; che è compito essenziale dello stato dare a tutti una scuola uniforme e aconfessionale. Si adoperò, ed efficacemente, per la diffusione degli asili infantili; nella scuola da lui fondata a Lanark adottò il metodo del mutuo insegnamento.

Dall’opera di Tina Tomasi, Il metodo nella storia dell’educazione, Loescher, 1965, pp.288-90

giovedì 10 dicembre 2015

Una storia del marxismo


Una teoria che non fa scuola- Stefano Petrucciani, su Il Manifesto 08.12.2015
Tempi presenti. Dopo anni di ricerca ai margini dell’industria culturale e in piena egemonia
neoliberale, «Una storia del marxismo» è l’importante iniziativa editoriale in tre volumi della Carocci.
Pubblichiamo un brano dell’introduzione del curatore
 
L’impatto che Karl Marx ha avuto sulla storia del XIX e del XX secolo è stato così forte da non poter
essere paragonato a quello di nessun altro pensatore. Solo i fondatori delle grandi religioni hanno
lasciato alla storia del mondo una eredità più grande, influente e persistente di quella che si deve al
pensatore di Treviri. Ma per capire che tipo di influenza ha avuto la figura di Marx sulla storia del
suo tempo e di quello successivo, bisogna mettere a fuoco un aspetto che concorre con altri
a determinarne la singolarità: l’attività di Marx si è caratterizzata per il fatto che Marx è stato al
tempo stesso un pensatore e un organizzatore/leader politico, e di statura straordinaria in entrambi
i campi. Notevolissima è stata la ricaduta che le sue teorie hanno avuto sul pensiero sociale,
filosofico e storico, ma ancor più grande, anche se non immediato, è stato l’impatto che la sua
attività di dirigente politico (dalla stesura del Manifesto del Partito Comunista alla fondazione della
Prima Internazionale) ha lasciato alla storia successiva.
Certo, una duplice dimensione di questo tipo non appartiene solo a Marx: la si può anche ritrovare in
grandi leader che furono suoi antagonisti, da Proudhon a Mazzini a Bakunin. Ma in Marx entrambe
le dimensioni, quella della costruzione teorica e quella della visione politica, attingono una potenza
che manca a questi suoi pur importanti antagonisti. Sul piano della organizzazione politica
dall’attività di Marx sono infatti derivati, nel tempo e attraverso complesse mediazioni, i partiti
socialdemocratici e poi quelli comunisti che hanno inciso così largamente nella storia del Novecento.
Sul piano teorico, invece, Marx ha influenzato, e continua a segnare ancora oggi, una parte non
trascurabile della cultura che dopo di lui si è sviluppata.
La forza degli inediti
Un aspetto di questa duplice eredità di Marx è stato proprio quello che si suole definire «marxismo».
Anche la realtà politico-culturale che si designa con questo termine è stata qualcosa di assai
singolare perché ha avuto una duplice natura: da un lato è stata una corrente culturale presente in
modo più o meno intenso nei vari ambiti disciplinari, dall’altro è stata anche il riferimento
«statutario» di partiti e organizzazioni politiche (socialiste o comuniste): cosicché le discussioni sul
marxismo per un verso si sono dipanate come un libero dibattito culturale, per altro verso sono state
un elemento della lotta politica tra frazioni e gruppi all’interno del movimento operaio e dei suoi
partiti.
Ma che rapporto c’è tra il pensiero Marx e il «marxismo»? Un primo aspetto che deve essere messo
a fuoco, se si vuole ragionare su questo punto, è che la conoscenza e la diffusione dell’opera di Marx
è stata, durante la sua vita e nel tempo immediatamente successivo, decisamente molto limitata.
Anzi si potrebbe dire che, su questo tema, viene alla luce una sorta di contraddizione. Colui che
è divenuto la fonte ispiratrice di un «ismo», e cioè di qualcosa che comporta inevitabilmente una
certa dogmatizzazione, aveva con la propria opera un rapporto decisamente molto critico
e problematico.
Molti dei suoi scritti, Marx li lasciò semplicemente inediti, per la gioia di coloro che li scoprirono o li
pubblicarono quaranta o cinquant’anni dopo la sua morte. E agli inediti appartengono, questo può
essere interessante da ricordare, la gran parte dei testi sui quali si è affaticato il dibattito marxista
a partire dagli anni Venti del Novecento: vivente, Marx non pubblicò né la Critica della filosofia
hegeliana del diritto pubblico (scritta nel 1843, a 25 anni), né i cosiddetti Manoscritti
economico-filosofici del 1844.
Non solo, abbandonò in soffitta, alla critica distruttiva dei topi, (seppure dopo alcuni tentativi di
pubblicazione non andati a buon fine) anche quello che era un vero e proprio libro scritto con la
collaborazione dell’amico Engels, L’ideologia tedesca; un testo non certo trascurabile, dato che vi si
trova la prima e la più ampia delineazione di quella «concezione materialistica della storia» che
costituisce uno degli apporti più significativi di Marx alla vicenda del pensiero moderno. Di una
enorme quantità di manoscritti concernenti la critica dell’economia politica Marx pubblicò
pochissimo; in sostanza, solo il primo libro del Capitale (1867, e successive edizioni rimaneggiate)
e quella anticipazione delle prime parti di esso che è Per la critica dell’economia politica (1859). I
Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica (noti anche come Grundrisse), così
importanti per la discussione marxista degli ultimi decenni del Novecento, furono conosciuti in
pratica solo dopo l’edizione che uscì in Germania orientale nel 1953.
Come Engels giustamente osservava commemorando l’amico, però, non si può parlare di Marx
tralasciando l’altro aspetto della sua personalità, quello di militante e dirigente politico. «Lo
scienziato non era neppure la metà di Marx. Per lui la scienza era una forza motrice della storia, una
forza rivoluzionaria. Perché Marx era prima di tutto un rivoluzionario. La lotta era il suo elemento.
E ha combattuto con una passione, con una tenacia e con un successo come pochi hanno
combattuto».
Una visione politica
In tutta la sua vita, anche se con alcune interruzioni, Marx è stato un militante e un dirigente politico
ma soprattutto, come scriveva Engels, un combattente, che ha lottato per affermare i suoi punti di
vista sia verso l’esterno sia all’interno delle organizzazioni di cui era parte. Come politico, dunque,
Marx ha sviluppato una ben precisa visione della lotta e della emancipazione della classe operaia,
che contrastava nettamente con quelle che venivano proposte dai molti leader con i quali egli si
confrontò in quarant’anni di lotta politica: da Proudhon a Lassalle, da Mazzini a Bakunin.
La più netta delle opzioni politiche di Marx è la tesi secondo la quale non vi è salvezza attraverso il
miglioramento del sistema sociale dato, ma solo attraverso il suo rovesciamento, cioè attraverso la
negazione dei pilastri su cui si basa la sua economia, la proprietà privata delle risorse produttive e la
mercificazione dei beni e del lavoro. Sull’opzione antiriformista e rivoluzionaria Marx non avrà mai
dubbi, e questo lo divide sia da altri socialisti del suo tempo, sia da quelli che, pur partendo dalle sue
acquisizioni, le curveranno in una direzione gradualista o migliorista.
Al testamento spirituale di Marx appartengono organicamente le polemiche che, negli ultimi anni
della sua vita, egli indirizza contro l’ala moderata della socialdemocrazia tedesca (vedi ad esempio
l’importante lettera ai leader Bebel, Liebknecht e altri, inviata da Londra nel settembre del 1879), il
grande partito che, fortemente influenzato dalla sua dottrina, si avviava però, in alcune sue
componenti, a darne una lettura riformista o «revisionista».
Ma torniamo al processo di formazione del «marxismo»: gli storici ci informano che l’aggettivo
«marxista» viene dapprima utilizzato con un significato dispregiativo: all’interno della Prima
Internazionale (fondata nel 1864) i nemici della corrente che fa capo a Marx, e primi fra tutti
i seguaci di Bakunin, indicano come «marxidi», «marxiani» (termine modellato forse su quello di
«mazziniani») e più tardi come «marxisti» coloro che si rifanno alle tesi del pensatore di Treviri.
 
Le accuse di settarismo
I «marxisti» sono visti dai loro nemici anarchici come una frazione settaria e autoritaria che cerca di
egemonizzare l’Associazione internazionale dei lavoratori. Quanto al sostantivo «marxismo», si può
affermare per certo che esso (sempre con un significato polemico) compare nel 1882 nel titolo di un
pamphlet di Paul Brousse (ex anarchico francese): Le marxisme dans l’Internationale. Il contesto in
cui si inserisce il libello è quello del confronto interno al socialismo francese tra un’ala riformista
e una rivoluzionaria ispirata a Marx e facente capo a Jules Guesde; e fu proprio in riferimento
a questa contesa che Marx ebbe occasione di osservare, conversando con Paul Lafargue: «Una cosa
è certa, che io non sono marxista». Ciò non vuol dire che Marx non fosse d’accordo con se stesso
o che fosse contrario al «marxismo». La questione è tutt’altra: se Jules Guesde veniva accusato, dai
suoi nemici, di obbedire agli ordini di un «prussiano» che viveva a Londra e che pretendeva di dare
indicazioni al socialismo francese, Marx invece non si sentiva così vicino al leader in questione,
e dunque ci teneva a sottolineare che non vi era una netta identificazione tra lui e la corrente
francese che al suo nome veniva accostata.
Sta di fatto, comunque, che il termine «marxista», dapprima usato in senso critico e polemico
soprattutto dagli anarchici, venne positivamente fatto proprio, negli anni Ottanta, dall’ala più
radicale dei socialisti francesi: «A poco a poco, i discepoli di Marx in Francia presero l’abitudine di
accettare una denominazione che non avevano creato loro e che, destinata fin dall’inizio
a distinguerli dalle altre frazioni socialiste, si trasformò alla fine in una etichetta politica e ideologica»
(Maximilien Rubel, Marx critico del marxismo, Cappelli).
Fu così che anche Engels, che dapprima non aveva visto con favore l’uso di un termine che, come
«marxismo», personalizzava eccessivamente la linea del movimento socialista rivoluzionario, finì per
accettarlo e legittimarne l’uso, ovvero per convertire in positivo una parola che era nata con un
senso tutto diverso. Come ha ricordato Maximilien Rubel, la cui attitudine nei confronti del
compagno di Marx è peraltro, va ricordato, duramente polemica, in una interessante lettera dell’11
giugno 1889 a Laura Lafargue, Engels osservava con soddisfazione che gli anarchici si sarebbero
mangiati le mani per avere creato questa denominazione destinata a divenire nel tempo la bandiera
di chi la pensava in modo opposto a loro. E, anche con l’imprimatur di Engels, il termine marxismo
cominciò ad affermarsi pure nella socialdemocrazia tedesca, della quale sarebbe divenuto il
riferimento costante e talvolta anche ossessivo.
 
Il rischio del fideismo
Ma il punto più importante che deve essere sottolineato è che il ruolo di Engels andò ben oltre quello
di legittimare la parola «marxismo». Ciò che molti (tra cui Rubel) hanno sostenuto, infatti, è che
Engels fu il vero padre del marxismo nel senso che fu colui al quale si deve non tanto la parola ma
proprio la cosa; ovvero fu colui che trasformò il pensiero di Marx in un «ismo», cioè in un sistema di
pensiero catafratto e onnicomprensivo, da prendersi in blocco con rischi di dogmatismo e di fideismo.
Si annida qui un problema, o se volgiamo un paradosso, sul quale vale la pena di fermarsi per un
momento a riflettere. La storia degli effetti del pensiero di Marx è segnata allo stesso tempo,
verrebbe voglia di dire, da una vittoria e da una sconfitta: l’eccezionale risultato che il pensiero di
Marx conseguì, e che ne fa qualcosa di unico e di difficilmente paragonabile ad altri percorsi teorici,
fu quello di riuscire effettivamente a realizzare l’obiettivo che il giovane Marx si era posto fin dal
1845: superare la scissione tra la teoria e la prassi, ovvero dare vita a una teoria che potesse anche
diventare una operativa forza di trasformazione del mondo. Proprio questo accadde nel momento in
cui nacquero e si svilupparono partiti e organizzazioni politiche che assumevano questa teoria come
loro punto di riferimento ideale.
Questo processo comportò però una conseguenza non altrettanto positiva: divenendo il riferimento
«statutario» di partiti e organizzazioni il pensiero di Marx non poté più essere considerato come
l’approdo di una ricerca teorica per tanti aspetti anche problematica e incompiuta, da svolgersi
e magari da superarsi criticamente, ma fu esposto alla conseguenza di irrigidirsi in una «dottrina»,
di subire un processo di ossificazione poco compatibile con l’idea di una ininterrotta ricerca critica.
 © 2015 IL NUOVO MANIFESTO SOCIETÀ COOP. EDITRICE
 
 
 



Populismo penale


Le urne elettorali della società del controllo

 
- Patrizio Gonnella, su Il Manifesto 08.12.2015

 
Saggi. «Il populismo penale», un libro collettivo curato da Stefano Anastasia. Un fenomeno che

coinvolge l’insieme delle democrazie liberali

Il populismo penale è una malattia delle democrazie contemporanee. «Fino a qualche decennio fa
infatti si parlava di populismo in riferimento a realtà politiche marginali dell’America Latina o dell’Africa, in un modo che lasciasse intendere che fosse una prerogativa delle società premoderne o comunque poco evolute». Questo brano è tratto dal saggio di Manuel Anselmi, che si legge in apertura del bel libro scritto a sei mani da Stefano Anastasia, Manuel Anselmi e Daniela Falcinelli, Populismo penale: una prospettiva italiana (Cedam). Negli ultimi decenni del secolo scorso, su scala globale quasi tutti i Paesi, anche quelli meno sospettabili di derive autoritarie, sono stati attraversati da questo virus contagioso e mortale. Scrive Anastasia a conclusione del suo saggio e a chiusura dell’intero volume: «Nello sgretolamento del modello sociale protettivo, che era stato del welfare europeo della seconda metà del Novecento, il linguaggio della colpa e della pena, le istituzioni penitenziarie e quelle del controllo sociale coattivo sono tornate in auge a compensare il disorientamento della civiltà post-moderna e la fragilità delle sue istituzioni».
Il libro mette in ordine tutti i grandi campi semantici e tutte le complicazioni teoriche che il populismo porta con sé. Non da nulla per scontato e parte dalla questione politica complessa del
populismo, come viene giustamente definita, per giungere, attraverso una disamina concettuale
degli aspetti generali del populismo penale, a raccontare la deriva emozionale ed etica del diritto
penale, i rischi connessi in termini di riduzione degli spazi di welfare e la compressione dei diritti di
coloro che sfortunatamente incrociano la macchina infernale della giustizia criminale. Massimo
Pavarini, di recente scomparso, in modo plastico raffigurava quello che era il populismo penale: se
tutte le persone incarcerate in giro per il mondo si tenessero per mano riuscirebbero a circondare il
pianeta all’altezza dell’equatore. «Ogni pena che non derivi dall’assoluta necessità» scriveva
Montesquieu «è tirannica». Nel libro di Stefano Anastasia, Manuel Anselmi e Daniela Falcinelli, con attenzione profonda ai cambiamenti di piano, viene elaborata una mappa concettuale e storica del populismo, come teoria e strategia politica, all’interno della quale viene identificato lo spazio del populismo penale.

 

La legge della repressione

In questo percorso c’è il caso italiano la cui storia procede di pari passo alla fine dei partiti di massa e alla dismissione della loro funzione pedagogica. I partiti della seconda repubblica rincorrono l’opinione pubblica e non si preoccupano di orientare il loro corpo sociale, se ancora ne hanno uno.
È nella seconda repubblica che la deriva populista e giustizialista (termini che indicano processi
diversi ma che rimandano allo stesso campo semantico) trova terreno fertile. «Sotto la coltre del
conflitto politica-giustizia – scrive Anastasia nel saggio conclusivo del volume – messo in scena ai
piani alti del sistema istituzionale, si consumava quindi uno spostamento di fuoco delle politiche
penali e di sicurezza verso il controllo e la repressione della marginalità sociale». Si pensi alle leggi
su droga, immigrazione e recidiva che sono universalmente note con i nomi dei proponenti: Fini,
Giovanardi, Bossi, ancora Fini, Cirielli.

La «nomizzazione» delle leggi penali è una delle manifestazioni più evidenti del populismo penale
che vive di ricerca spasmodica e permanente di consenso elettorale. Dare il proprio nome a una
legge significa volerne capitalizzare i frutti. «Il diritto penale è diritto simbolico per eccellenza»
(sempre Anastasia), anche quando decide di non intervenire e lasciare impunite talune pratiche.
L’assenza del crimine di tortura nel codice penale italiano, nonostante gli obblighi di natura
costituzionale (articolo 13), è da leggersi come una lacuna evidentemente voluta e simbolica. Tale
assenza è il simbolo dei limiti imposti al potere punitivo dello Stato che non deve dirigersi contro
i custodi della sovranità e della sicurezza. Lo Stato sovrano moribondo ha bisogno di quel residuo di sovranità che il diritto penale gli concede.

© 2015 IL NUOVO MANIFESTO SOCIETÀ COOP. EDITRICE

martedì 8 dicembre 2015

Dialoghi sui minimi sistemi (2)


[2G scienze umane "Vittorino da Feltre" - Taranto - allieva: Alessia Moschetti]

Dublicius:
"Come atteggiare lo sguardo perché la comunicazione risulti persuasiva?"
Moschettibus :
"Guardando negli occhi la persona con cui si parla,perché gli occhi sono capaci di sguardi infiniti come le nostre emozioni."