le lenti di Gramsci

sabato 8 dicembre 2012

Il paradosso di Roszak nel mare di Taranto

Theodore Roszak, studioso americano, ha constatato un paradosso: prima l’uomo crea la macchina e poi l’assume come modello ideale da imitare. In definitiva, l’uomo si è rivelato capace di sottomettere la natura al suo volere, ma al prezzo di trasformare la realtà in cui vive in “un universo di alienazione congelata”, di rendere il dominio dell’universo “un possesso senza valore”. Vivere vuol dire invece partecipare alla realtà, “vedere, toccare, respirare”, perché qui risiede il fondamento ultimo dell’esistenza. [cfr. Theodore Roszak, La nascita di una controcultura. Riflessioni sulla società tecnocratica e sulla oppressione giovanile, Feltrinelli, 1971 (1968); dello stesso Roszak si veda, The voice of the Earth, Simon and Schuster, New York, 1992 e con Mary Gomes, Allen Kanner, Ecopsychology, Sierra Club Books, San Francisco, 1995].


Il termine ecopsicologia nasce nel 1989, con l’obiettivo di unificare con un unico termine diversi filoni di lavoro già esistenti, ognuno con diverso nome: psicologia verde, ecologia transpersonale, ecoterapia, ecc.. Un gruppo di accademici di Berkeley – Elan Shapiro, Alan Kanner, Mary Gomes e Robert Greenway – creano un gruppo di studio per discutere del contributo che la psicologia può dare a una diversa gestione della contemporanea crisi ecologica. La pratica dell’ecopsicologia non è legata a tecniche specifiche, ma alla capacità di creare percorsi che permettano di far sperimentare, a individui e gruppi, un più profondo senso di connessione con la dimensione naturale e di integrità personale. Ma l’ecopsicologia può considerarsi terapia dell’anima solo se nasconde a se stessa la radice causale dei sintomi, radice di classe.

Quale rapporto esiste tra Roszak e l’ecopsicologia con la vicenda dell’Ilva di Taranto? Forse nessuno, se non fosse che per i cittadini e i lavoratori della città jonica anche le ripercussioni psicologiche sono devastanti e nessun decreto calato dall’alto potrà cancellarne le conseguenze.

Sul piano del lavoro: la minaccia della perdita del proprio vitale sostentamento si coniuga con una coscienza di classe dimezzata; il proprio lavoro, già in pericolose situazioni di sicurezza, uccide.

Sul piano della salute: ognuno ha il timore delle forme patologiche che la devastazione ambientale può produrre, iniziando un calvario senza speranza.

Sul piano dell’ambiente: vedere trasformato il proprio luogo, il territorio in cui si è radicati, in un sito inquinato in cui si perde identità e senso di appartenenza.

E’ un furto irreparabile: il profitto di pochi rompe l’integrità psicofisica non di un singolo individuo, ma dell’intera collettività. Anche i limiti dell’ecopsicologia annegano nel mare di Taranto.

(Ferdinando Dubla)

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