Subaltern studies Italia

L’analisi e la classe - a cura di Ferdinando Dubla

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giovedì 11 agosto 2022

MARIO LA CAVA E ROCCO SCOTELLARO: l'incontro e l'ispirazione

 

L'INCONTRO

Vidi Rocco Scotellaro la prima volta l'11 novembre 1953, anzi il 12 perchè la mezzanotte era suonata, ed egli era seduto un pò di fianco accanto alla porta d'ingresso, davanti alle tavole scintillanti dell'Albergo delle Palme a Palermo, affollate per il pranzo di gala offerto in onore dei vincitori di vari premi letterari. Rocco Scotellaro era uno di questi e in quel momento ascoltava l'orazione di plauso dell'On.Castiglia. C'era stato Guglielmo Petroni che era riuscito a strappare per lui 50.000 lire di premio per una raccolta inedita di poesie, e Rocco Scotellaro era arrivato all'improvviso per ritirarle. Ascoltava con calma l'oratore che parlava. L'unico era lui in abito grigio, mentre gli altri tutti indossavano l'abito nero. Ma Rocco Scotellaro non era imbarazzato. Mi stupì la freschezza giovanile del suo volto, quasi di adolescente , che io non sospettavo. Era biondo di colorito, con delle lentiggini sparse sulla pelle, robusto nella taglia e piuttosto basso di statura , come sono spesso i lucani, almeno da come appariva nel posto dove era seduto.



Mario La Cava su Scotellaro

scritto il 6 gennaio 1954

Rocco Scotellaro con l’accento dei lucani che hanno un giorno parlato il dialetto del loro paese, era pronto, vivace e sicuro. Quella sua prontezza e sicurezza, che derivava in lui dalla forza del carattere io l’avevo notata frequente nei lucani che avevo conosciuto. Gli parlai con molto calore di un viaggio che avevo fatto in Lucania, parlai di tante cose. Poi egli offrì tutto il suo appoggio per una migliore conoscenza di quella regione, qualora fossi ritornato, e mi chiese se gli potessi fare conoscere qualche contadino intelligente del mio paese per interrogarlo, avendo da fare un’inchiesta. (..) Gli dissi che mi sarei fermato la notte a Messina e che perciò il viaggio fino al mio paese non lo avremmo potuto fare insieme. Io già lo chiamavo “Rocco”, solo col nome. Egli mi rispose che si sarebbe fermato a Reggio, donde poi insieme avremmo proseguito il viaggio. (..) Era la sera del 16 novembre (1953, ndr). L’indomani lo attesi invano a Reggio, all’ora stabilita: e ritornai, solo a casa. (..) Lo pensai più volte nei giorni seguenti e per quel contrattempo non sapevo spiegarmi la ragione. La sua immagine si ripresentava sempre alla memoria ed era così viva e solida. “Chi sa se verrà più” mi dicevo. E invece mi arrivò una lettera dell’amico Manlio Rossi-Doria che con acerbo rimpianto mi comunicava, che Rocco era morto il 15 del mese (di dicembre, ndr) per un colpo al cuore, impreveduto e imprevedibile. Io proprio il 15, ricevendo la lettera di lui, mi rallegravo di aver avuto sue buone notizie; ed egli invece moriva!

Mario La Cava, Viaggio in Lucania, Rubettino, 2019, pp. 49-53 (ed.or. L’Arco, 1980)



L'ISPIRAZIONE

scritto il 24 gennaio 1956

E che cos’è questo popolo di contadini meridionali, misero nelle sue realizzazioni pratiche, ma non nelle aspirazioni ideali, già maturo nella sua coscienza civile, se pure impedito per varie ragioni di farsi valere, se non la simbolica uva puttanella, che lo Scotellaro aveva imparato a conoscere nella vigna di suo padre? Ugualmente piccolo il suo contributo, ma ugualmente utile nella fermentazione delle idee collettive, che la nazione e il mondo oggi preparano nel travaglio della storia. Scotellaro ha creduto in esso, dando l’apporto completo del suo pensiero e della sua azione: in questo senso esemplare per gli italiani, come giustamente osserva Carlo Levi nella sua lucida prefazione: e pertanto, nella compiutezza classica del suo carattere particolarmente suggestivo al momento della sua resa poetica. (..) L’uva puttanella supera l’apporto popolare delle immagini in una espressione originale di corale poesia, intensa e appassionata. Fermentano in essa con suggestivo vigore la dolcezza agreste della vita, la nostalgia del passato doloroso, il dramma delle lotte quotidiane, la pietà che addolcisce il cuore, e il sentimento civico che spinge all’azione. Non estetismo, dunque, ma partecipazione seria ai problemi della vita: tanto da giustificare in pieno, indipendentemente dalle esagerazioni polemiche, il consenso del pubblico per quanto rimane di Rocco Scotellaro, il rimpianto per la sua perdita dolorosa, il fascinoso vagheggiamento per la bellezza incompiuta della sua opera giovanile.

Ivi, stralci dalle pp. 58,59,60



Rocco Scotellaro (1923-1953) e Mario La Cava (1908-1988)






giovedì 4 agosto 2022

#MarioLaCava #Novecento #MeridianoSud

 

1. da I fatti di Casignana

2. L'amica - romanzo postumo del grande scrittore calabrese

 

Dalle terre incolte si sarebbe passati a quelle che col loro sudore avevano fecondato. “Vedete quanti alberi? Vedete quante pietre raccolte nelle macerie? Quante stradelle calpestate dai vostri piedi nei lunghi cammini. Quanto sole vi siete preso o freddo o pioggia nei vostri lavori? Chi vi ricompenserà? Nessuno. Sarete voi a strappare il nefasto potere; e lo gestirete nell’interesse di tutti quelli che producono e lavorano! -

- L’animo suo era combattivo per la speranza che aveva di cambiare le cose del mondo. In guerra aveva acquistato coscienza che niente poteva essere peggiore di quel sistema che aveva dato quei risultati. E qual era il sistema di vita che bisognava abolire? Quello in cui vi erano da una parte i padroni e dall’altra gli schiavi. Gli schiavi facevano la guerra per conto dei padroni e credevano che la facessero per sè. Sempre era stato così. Ma la rivoluzione russa aveva provato che le sorti potevano invertirsi. Gli schiavi erano diventati padroni. E quelli che erano padroni, che cosa erano diventati? Nulla, erano diventati i rottami di un mondo scomparso. -

 

L'IDEA

- Certi mali non potevano essere sanati che da un nuovo ordinamento del mondo. La conquista delle terre in favore di chi intendeva lavorarle, il mutuo aiuto tra i contadini, l'abbassamento del potere padronale erano i primi passi nel cammino che la società avrebbe seguito per rendersi sempre più giusta e umana: e questo, Casignana aveva incominciato a farlo, con ardimento. -

 

SENZA RISCATTO

- Tutto era stato perduto, e perduto per sempre. Le speranze erano cadute, non restava che l'odio impotente. (..) I pastori lo avevano sempre detto: e quanto avevano detto era tornato in faccia ai contadini che avevano creduto di potere a loro arbitrio mutare la legge eterna delle cose, che riservava ai padroni il comando, e ai servi l'ubbidienza. (..) Non c'era altra lotta che quella dell'uomo isolato contro il suo destino.(..)

 

LA SPERANZA

Quello che non si fosse fatto oggi, sarebbe stato compiuto domani. L'azione infruttuosa di oggi, sarebbe maturata vittoriosamente domani nella coscienza degli individui e dei popoli.

 

Mario La Cava, (1)

I fatti di Casignana, Rubbettino, 2018, pag.46,52,98,195,197,199,201 [1.ed.1974, Einaudi, (Premio Sila sezione narrativa 1975)] "uno dei libri più belli e significativi sulle lotte contadine nel Meridione", Roberto Casalini su 'Fronte popolare' del 23 febbraio 1975.

I titoli dei passi scelti sono di Subaltern studies Italia.

In foto, composizione Subaltern studies Italia ‘Novecento.Meridiano Sud’, scatti di Mario Carbone - Lucania,1960

 

(1) Mario La Cava (Bovalino, 1908-1988), narratore e saggista. Tra le sue opere ricordiamo: Caratteri (1939; n. ed. 1953), Colloqui con Antonuzza (1954), Le memorie del vecchio maresciallo (1958), Mimì Cafiero (1959; n. ed. Rubbettino-Ilisso 2016), Vita di Stefano (1962; n. ed. Rubbettino-Ilisso 2006), Una storia d’amore (1973). Per Rubbettino sono inoltre usciti, postumi, I racconti di Bovalino (2008), il carteggio con Leonardo Sciascia, Lettere dal centro del mondo, 1951-1988 (2012) e la riedizione de I fatti di Casignana (2018).

L’autobiografia in video di #MarioLaCava sul canale Subaltern Studies Italia https://youtu.be/RiIRzKeIWZg


L’AMICA” di MARIO LA CAVA, romanzo postumo del grande scrittore calabrese / #MarioLaCava

- In un paesino della Calabria degli anni Trenta, la giovane Giuditta sposa – nonostante l’opposizione del padre, emigrato in Argentina in cerca di fortuna – lo spiantato Pietrino, che spera di potersi sottrarre al lavoro grazie ai servigi resi alle autorità del regime fascista. Dopo tre figli in omaggio alla patria, la quotidianità dei due sposi viene sconvolta dall’arrivo di una coppia del Nord Italia, l’antifascista convinto Milone e la moglie Olga. Inizia allora un gioco di tentazioni e vendette, di prevaricazioni che scatena voci e malizie nella piccola comunità. La situazione precipita quando l’Italia entra in guerra: è la fine di un mondo e l’inizio di un altro. Con ritmo serrato tipico della prosa lacaviana, i personaggi si delineano in tutta la loro complessità attraverso il prepotente fascino della seduzione, il folle potere dell’illusione, i drammatici conflitti sociali ed esistenziali. “L’amica” è uno spaccato della decadenza morale in epoca fascista, un intreccio di sincerità e di bieco cinismo, l’affresco di un Paese costretto a voltare pagina all’improvviso.

/Scheda del libro editato da Castelvecchi, agosto 2022, dello scrittore ’subalternist’ Mario La Cava di Bovalino/

 

seguite #SubalternStudiesItalia per seguire l’itinerario antologico di un intellettuale tra i più significativi del Mezzogiorno d’Italia e tematiche care a #MeridianoSUD e agli studi subalterni.

servizio canale video Subaltern Studies Italia - L’altro corriere TV https://youtu.be/tTLtN2ZefXM






lunedì 1 agosto 2022

ERNESTO DE MARTINO, CESARE PAVESE E LA "COLLANA VIOLA"

 

  • La scheda di Pavese
  • L'impostazione di De Martino
  • L'etnologo e il poeta

 

- Tra entusiasmo e cautela

LA CORRISPONDENZA della COLLANA VIOLA

 

LA SCHEDA di PAVESE

 In quei giorni usciva l’Antologia Einaudi 1948, un volume tra la strenna e il catalogo storico, curata personalmente da Pavese. A lui va ascritta la “scheda” di presentazione della collana viola.

“La collezione di studi religiosi etnologici e psicologici, la cosiddetta collana viola, è la più giovane del nostro catalogo e forse quella di cui più si sentiva il bisogno in Italia. Mentre in Inghilterra, in Francia, in Germania, in America da quasi un secolo la storia, la sociologia e la psicologia vanno rinnovandosi attraverso l’appassionato interesse per le società primitive e selvagge, per i loro culti, le loro istituzioni e tecniche, da noi ben poco s’era fatto per informare di questi conati di un nuovo e bizzarro umanesimo il pubblico colto. Le discussioni e i problemi sollevati dalle ricerche di Edward B. Tylor, James Frazer, Andrew Lang, Emile Durkheim, Leo Frobenius, Lucien Lévy-Bruhl, Walter Otto e tanti altri, nemmeno ci giungevano se non come pallida eco, e comunque non trovavano un ambiente adatto a quella rielaborazione e acclimatazione che costituiscono il naturale processo di ricambio di ogni cultura vitale. Un pioniere in questo campo fu, coi suoi studi sul Naturalismo e Storicismo nell’etnologia, Ernesto de Martino, nel cui nome abbiamo voluto iniziare la collezione. (…)


 

L’IMPOSTAZIONE di DE MARTINO

 La materia stessa della collezione viola costituisce un terreno assai fertile per la germinazione di motivi razzistici, esoterici, decadenti, torbidamente romantici, e nel complesso reazionari. (..) Il mio punto di vista è che le opere di questi reazionari - le più significative - debbono essere tradotte e fatte conoscere al nostro pubblico, ma a patto che siano precedute da una introduzione orientatrice che, segnalando i pericoli, operi nel nostro ambiente culturale come una sorta di vaccino definitivo. E’ il punto di vista di Bianchi Bandinelli nella sua eccellente prefazione al Frobenius. Devi aggiungere che in Italia la materia culturale che forma oggetto della collezione ha una assai modesta tradizione scientifica, e a noi tocca in certo modo la responsabilità di formarne una, il che significa per noi un accresciuto obbligo di vigilanza, di controllo e di cautela.

da de Martino a Pavese, dattiloscritto non datato (pres. 9/10 ottobre 1949)

da Cesare Pavese Ernesto De Martino, La collana viola, Lettere 1945-1950 (a cura di Pietro Angelini), Bollati Boringhieri, 1991, pag. 122-123 (nota) e pag.152. 

 

L’etnologo e il poeta

 

Povero Cesare / la mia amicizia gli fiorì dopo morto / modesta viola sulla tomba. / Così restò a me / il gusto amaro / di una pietà troppo tarda / ed il rimorso / di una disattenzione impietosa/ finché/ povero Cesare / fu nel bisogno.

Cesare Pavese e i due volti del Piemonte, Santo Stefano Belbo e Torino, la campagna ancestrale e la città aperta al mondo moderno. Per me: le Province del Regno e Napoli, anzi, nella stessa Napoli, la ragione illuministica e la jettatura, Vico e il culto dell’Avvocata, Don Benedetto e S.Gennaro. Un incontro di noi due, il piemontese e il napoletano, il poeta e l’etnologo, nella apparente casualità di una iniziativa editoriale: un incontro le cui ragioni inizialmente sfuggirono a me molto più che a lui, e che solo dopo la sua morte cominciarono a proporsi in me, dapprima come vago ritornante ricordo, e quasi come oscuro debito contratto con lui. Giunse poi il giorno - durante le ferie di agosto del 1962, in un villaggio di pescatori della “Terra del Rimorso” - giunse il giorno in cui rimeditando sul tema della “fine del mondo” e tracciando i primi contorni di un’opera storico-culturale che intendevo scrivere sull’argomento - quel ricordo vago e ritornante prese a crescere in me, e il debito a precisarsi nel modo col quale doveva essere pagato. Scrissi così questi versi, quasi “prologo in cielo” di un rapporto con lui che stava per essere affidato alla “terrena ragione” e alle sorvegliate analisi della ricerca storica. Ernesto de Martino /

dall’ Archivio Vittoria De Palma, il “prologo in cielo” in cui è inserito questo scritto è datato 1962, riprodotto in

- Cesare Pavese - Ernesto De Martino, La collana viola, Lettere 1945-1950, a cura di Pietro Angelini, Bollati Boringhieri, 1991, pp.191-192.

Cesare Pavese era morto suicida il 27 agosto 1950.








giovedì 28 luglio 2022

Ferdinando Dubla: CONTADINI e SOVVERSIVI in terra jonica

 

Abstract:

CONTADINI e SOVVERSIVI in terra jonica è la postfazione di Ferdinando Dubla ad Angelo Antonicelli, Il sovversivo - Memorie di un contadino di Massafra, edito dalla CGIL - Libera età, Collana "Passatofuturo", 2011. 

Un memoriale ritrovato in un cassetto del nonno Angelo Antonicelli, scritto di suo pugno, e fatto pubblicare dal nipote Giancarlo Girardi, con lo scopo dichiarato di non perdere la documentata esperienza dell’antifascismo meridionale e dell’impegno politico di un bracciante della Murgia tarantina. La postfazione si occupa del quadro storico generale, regionale e locale in cui si situano le esistenze dei subalterni nel Mezzogiorno d’Italia: dalla costituzione delle leghe contadine nel periodo liberale prefascista del 1919-1921, alla persecuzione del regime mussoliniano che, in quanto espressione della reazione armata del grande latifondo agrario assenteista, reclude centinaia di ‘sovversivi’ delle campagne costringendo le popolazioni della civiltà rurale agli stenti e all’atavica sofferenza della miseria (qui emblematica la figura della moglie di Antonicelli, Maria Scala). Poi il dopoguerra, l’organizzazione delle lotte per la terra sostenute da PCI, PSI e Camere del lavoro, le speranze per una radicale riforma agraria che avrebbe dovuto recidere il dominio della grande proprietà, l’apice del movimento nel 1949, il disincanto per una trasformazione rivoluzionaria possibile degli anni seguenti (il memoriale si ferma agli inizi degli anni ‘60). Rocco Scotellaro ed Ernesto de Martino, sono citati sullo sfondo di una soggettività negata come ‘presenza’ e presa collettiva di coscienza. 

https://www.academia.edu/83855320/Contadini_e_sovversivi_in_terra_jonica_postfazione_di_Ferdinando_Dubla_ad_Angelo_Antonicelli_Il_Sovversivo_memorie_di_un_contadino_di_Massafra_

links (rassegna):

Pubblicato il memoriale di Angelo Antonicelli, 5 aprile 2011 - https://ferdinandodubla.blogspot.com/2011/04/pubblicato-il-memoriale-di-angelo.html

Prima presentazione a Massafra, - 11.04.2011 - https://ferdinandodubla.blogspot.com/2011/04/alcune-foto-della-presentazione-del.html

L’insegnamento lasciatoci da Angelo Antonicelli, “Il Sovversivo” di Massafra - 11 aprile 2011, - servizio di Radio Popolare Salento, https://ferdinandodubla.blogspot.com/2011/04/linsegnamento-lasciatoci-da-angelo.html

Presentazione al Convegno a Bari su PCI e movimenti contadini e bracciantili in Puglia, 4.05.2011 - https://ferdinandodubla.blogspot.com/2011/04/convegno-bari-su-pci-e-movimenti.html

Il sovversivo ad Ostuni, presentazione 24.10.2011 - http://ferdinandodubla.blogspot.com/2011/10/il-sovversivo-ad-ostuni.html  (Corriere del Giorno, ritaglio in Academia.edu)

Presentazione del libro “Il Sovversivo” di Angelo Antonicelli. 26 novembre 2013 a Martina Franca (Ta) [Insorgenza-appartenenza] video - https://youtu.be/8w5H3ATu4CQ

Presentazione Martina Franca, Palazzo Ducale, 30.11.2013          http://www.extramagazine.eu/it/blog/3-attualita-/1672-il-sovversivo.html

Seconda Presentazione a Massafra, 7.11.2014                            https://www.oltrefreepress.com/presentazione-libro-sovversivo/

Presentazione a Turi, 28.03.2014                                                              http://www.turiweb.it/cultura/34551-sovversivo-o-eroico-il-personaggio-di-antonicelli.html

Ivano di Cerbo su Il Manifesto, postato 5.05.2021 https://www.facebook.com/notes/898393484026914/







lunedì 25 luglio 2022

L'EMPATIA DI DE MARTINO - VECCHI STRUMENTI UTILI PER LEGGERE NUOVI SIMBOLI

 

dall'Archivio Storico de Il Manifesto

Annamaria Rivera Il Manifesto del 27.12.2008

 

I temi affrontati da questo articolo della Rivera, restituiscono l'unitarietà del lavoro di Ernesto de Martino e la sua riflessione in termini di antropologia filosofica e che costituiscono il sostrato degli studi subalterni. Analisi, riflessione e impegno politico-sociale, subalternità e resistenza. Il soggetto della ricerca è anche un soggetto affettivo: la lezione gramsciana e le speranze di riscatto del Mezzogiorno. Le 'rabate' disseminate nel mondo globalizzato e l'importanza delle dimensioni simboliche proprie dell"ethos del trascendimento", sottratte alla metafisica e ricondotte all'esperienza concreta, materiale e culturale delle popolazioni.

Subaltern studies italia, 25 luglio 2022

 

Appunti dal Salento

Una speciale temperie storica

Dal versante simbolico

 

 



«Solo più tardi, come militante della classe operaia nel Mezzogiorno d'Italia, mi resi conto che il 'naturalismo' della etnologia tradizionale si legava al carattere stesso della società borghese, che fra le condizioni di esistenza, per es. dei braccianti delle Murge e l'inerzia storiografica delle scritture etnologiche e folkloristiche vi era una connessione organica»: così scriveva Ernesto de Martino in un articolo del 1949, titolato «Intorno a una storia del mondo popolare subalterno». Il passo, fra i più citati, anticipa quello che sarà il tratto più saliente della sua biografia intellettuale, della sua ricerca, della scrittura: l'articolazione dell'analisi e della riflessione teorica con l'impegno civile e politico. Che non è solo l'ovvio corollario di uno studioso politicamente schierato, ma è anche una tra le condizioni della sua stessa etnografia, la quale, per non rimanere «inerte storiograficamente», deve farsi attraversare dalle «umane, dimenticate istorie» di quei subalterni per eccellenza che erano i contadini e i braccianti meridionali.
A de Martino interessava cambiare non solo il mondo, ma anche le sue rappresentazioni, e dunque il sapere dei folcloristi e degli etnologi. Quanto al tarantismo, che avrebbe indagato un decennio più tardi, intendeva sottrarlo alle interpretazioni di stampo positivista che l'avevano naturalizzato, per l'appunto, riducendolo a terapia magica creduta atta a curare i sintomi di una patologia reale, indotta dal morso di un aracnide velenoso, la taranta.

Appunti dal Salento



De Martino, invece, sulla base dell'osservazione diretta e di una vasta documentazione storico-etnografica, raccolta con un'équipe interdisciplinare, depatologizzò il tarantismo, ne dimostrò l'autonomia simbolica, lo interpretò come istituto culturale che rifletteva ben altri disagi individuali e collettivi, riconducibili, in definitiva, alla mancata rivoluzione borghese nel sud e dunque a un limite di egemonia culturale. Come altri sincretismi popolari, il tarantismo era, per lui, espressione della storica subalternità delle plebi rurali, ma anche testimonianza del limite di espansione della cultura dominante e della resistenza opposta dai gruppi subalterni alle forme culturali e religiose ufficiali.
Nel corso della «spedizione» nel Salento - scrive de Martino - «io entravo nelle case dei contadini pugliesi come un 'compagno', come un cercatore di uomini e di umane dimenticate istorie, che al tempo stesso spia e controlla la sua propria umanità, e che vuol rendersi partecipe, insieme agli uomini incontrati, della fondazione di un mondo migliore, in cui migliori saremmo diventati tutti, io che cercavo e loro che ritrovavo».
La sua etnografia, quindi, non poteva che essere dialogica e riflessiva, per usare aggettivi che solo alcuni decenni più tardi sarebbero entrati nel lessico antropologico, essendo stato pioniere di un metodo di ricerca - del quale oggi si parla molto - che predilige l'empatia. L'intensità con la quale visse la «pungente esperienza dello scandalo sollevato dall'incontro con umanità cifrate», unita alla consapevolezza che «senza il pathos del rimorso e della colpa davanti al fratello separato», non vi è possibilità alcuna d'incontro con gli «zulu e beduini» (così erano detti i proletari agricoli del Sud) si riflettono nella sua ricerca di campo, nei resoconti etnografici, nella scrittura in prima persona - in quegli anni del tutto atipica, perfino eccentrica. De Martino, insomma, ci ha lasciato una lezione epistemologica del tutto anticipatrice: il soggetto epistemico è anche un soggetto affettivo. L'intera sua opera è attraversata da temi e inflessioni anticipatrici di quella etnografia riflessiva che oggi è ritenuta l'unica possibile, e che implica la valorizzazione della dialettica soggetto-oggetto della ricerca, la consapevolezza dell'ineliminabilità della soggettività del ricercatore e delle sue passioni, la proposta di una epoché metodologica delle categorie che gli sono familiari, per diventare «l'etnologo di se stesso».

Una speciale temperie storica

La terra del rimorso - tessera fondamentale della sua teoria del sacro, che si delinea a partire dal Mondo magico - è concepita come contributo molecolare (un termine molto gramsciano) alla storia religiosa del sud, «nella prospettiva di una nuova dimensione della quistione meridionale». Per De Martino il tarantismo - per meglio dire, i «logori relitti salentini» di ciò che era stato un istituto mitico-rituale - è espressione, per quanto minuta e locale, di un dramma universale, metafora dei tanti Sud che cercano di entrare nella storia: «la terra del rimorso è il nostro stesso pianeta, o almeno quella parte di esso che è entrata nel cono d'ombra del cattivo passato». Perciò ha un che di paradossale il recente ingresso imperioso del tarantismo nella cultura di massa, con la conseguente conversione in patrimonio delle tradizioni musicali salentine: questo fenomeno, nato come locale e identitario, poi consolidatosi in forma durevole e pressoché nazionale di consumo culturale, muove, infatti, dalla riscoperta di un tarantismo per lo più deproblematizzato e destoricizzato, talvolta anche desimbolizzato.
La ricerca e la riflessione di de Martino furono il frutto di una maturazione intellettuale che, dall'originaria formazione crociana, lo condussero poi ad aprirsi al pensiero gramsciano e alle più avanzate correnti europee della psicologia, della psichiatria, della fenomenologia. Ma la qualità delle sue ricerche è anche figlia di una temperie storica peculiare: erano anni di importanti lotte contadine e operaie, della grande speranza del riscatto del Mezzogiorno, dell'impetuoso movimento bracciantile di occupazione delle terre, che sarebbe poi stato represso con eccidi e arresti di massa. Del resto, anche i grandi eventi che si svolgevano sulla scena internazionale avevano una impronta contadina: l'offensiva dei vietcong contro i colonialisti francesi, il processo di emancipazione dei popoli colonizzati, la proclamazione della Repubblica popolare cinese... È questo il contesto al quale erano legati certi motivi di de Martino: il concetto di «folclore progressivo» (uno dei meno attuali della sua riflessione); il tema dell'«irruzione nella storia» del mondo popolare subalterno, inteso come «l'insieme dei popoli coloniali o semicoloniali, e del proletariato operaio e contadino delle nazioni egemoniche». È in questa temperie che va iscritta la convinzione del grande antropologo secondo cui la persistenza dei sincretismi pagano-cristiani, fra i quali il tarantismo, che intendeva come determinata da ragioni storiche e congiunturali (l'irrisolto conflitto fra mondo cristiano e mondo pagano, la miseria economica e culturale, la subalternità sociale), avrebbe potuto avere soluzione di continuità grazie all'irruzione nella storia delle plebi meridionali.
Se punti deboli sono presenti nel suo pensiero, risiedono in un eurocentrismo che non sarebbe mai riuscito davvero a trascendere e nella costante oscillazione fra la nostalgia del senso e della pregnanza culturale delle forme 'arcaiche' e la convinzione che, essendo esse espressione di miseria sociale e culturale, fossero destinate ad essere superate. È questo secondo polo che oggi appare meno convincente. In realtà l'«arcaico» non è stato affatto superato dall'avanzare della «civiltà», sul piano culturale come su quello economico e sociale: se c'è un tratto che connota i nostri anni è il recupero e la risemantizzazione dell'«arcaico» e dell'esotico, l'intreccio fra tradizione e modernità, la compresenza dei più disparati livelli di rapporti di produzione, dal feudale al postfordista. Un tema, questo, che lo stesso De Martino aveva abbozzato in Furore, simbolo, valore e sviluppato negli appunti poi raccolti nell'opera postuma, La fine del mondo, dove aveva fittamente commentato la crisi della razionalità e dell'ethos occidentali, senza essere mai capace, tuttavia, di rinunciare al presupposto secondo il quale il primato culturale sarebbe spettato alla civiltà occidentale. Perciò, la Rabata di Tricarico - il quartiere derelitto descritto nelle «Note lucane» di Furore, simbolo, valore - potrebbe essere assunta a metafora potente delle 'rabate' disseminate nel mondo globalizzato: per esempio, le bidonville dove nell'Italia del sud sono costretti ad alloggiare i braccianti immigrati stagionali, in gran parte «clandestini». I contadini di Tricarico possono riapparirci così nelle sembianze dei braccianti stagionali di Cassibile, di Castel Volturno di Rosarno o del Tavoliere.
Al tempo di de Martino, i contadini rabatani «più avanzati» avevano adibito a luogo di culto della chiesa battista «l'unica stanza oscura e fumosa» della dimora miserabile di uno di loro. Un paio di anni fa, i braccianti maghrebini di Cassibile dopo la distruzione della loro bidonville nel corso di uno dei tanti pogrom di oggi (spesso preceduti da leggende 'arcaiche', come quella degli zingari rapitori di bambini) hanno ricostruito, come prima cosa, un simulacro di moschea - un rettangolo di pietre con fogli di cartone per pavimento - dotandolo di un mihrab rudimentale ma correttamente orientato verso la direzione della Mecca. Pur condannati a regimi d'esistenza al limite dell'umano, gli uni e gli altri coltivano «costumi e ideologie che formano civiltà e storia». Per i contadini lucani, l'adesione alla comunità battista era stata una forma di protesta verso la chiesa cattolica, «alleata con i ricchi e con gli oppressori», e l'aspirazione a coltivare una religiosità evangelica e socialista. Per i braccianti maghrebini, il simulacro della moschea è un mezzo per salvaguardare e affermare la propria umanità, e per sventare il rischio della crisi della presenza, sottraendo una parte di sé al regime della merce e alla cultura razzista e deumanizzante del paese in cui approdano.


Dal versante simbolico

Dunque, l'opera di de Martino potrebbe ancora suggerirci qualche spunto per la lettura del presente. Il proletariato agricolo non è scomparso ma è stato ricostituito da braccianti stranieri, ugualmente stigmatizzati come superstiziosi, arretrati, inferiori. Pur in un contesto strutturale assai diverso, gli stagionali stranieri massicciamente sfruttati nelle campagne del sud d'Italia sono soggetti a condizioni di lavoro e di vita comparabili, se non peggiori, di quelle dei braccianti autoctoni fino agli anni '60: sottoposti al caporalato, obbligati a lavorare da sole a sole, spesso pagati a cottimo, costretti a dormire in alloggi di fortuna, ridotti a una condizione servile o addirittura di schiavitù. Si potrebbe indagare se alle vecchie forme magico-religiose sincretiche, legate al lavoro agricolo, non vadano sostituendosi altre forme ritualizzate di resistenza ugualmente sincretiche, pescate dalla memoria della propria tradizione ma adattate al contesto presente. Sarebbe un modo per chiedersi se questa condizione sociale non possa essere colta anche dal versante delle pratiche simboliche, e se queste non ci dicano qualcosa di interessante circa il modo in cui non soltanto si vive la propria appartenenza sociale ma la si trascende.

 

Anna Maria Rivera (Taranto, 19 febbraio 1945) è un'antropologa, saggista, scrittrice e attivista italiana, docente di etnologia e di antropologia sociale presso l'Università di Bari, è stata editorialista per i quotidiani Il Manifesto e Liberazione. Dirige la collana di ricerche Antropologiche della casa editrice Dedalo.

 

Segnaliamo ai nostri lettori che è online il sito personale di Annamaria Rivera, https://www.annamariarivera.it/


Annamaria Rivera (Taranto, 1945), antropologa


mercoledì 20 luglio 2022

I ‘POPOLI SENZA STORIA’: PROSA DEL MONDO O PROSA DELLA STORIA

 

 La critica di Guha alla filosofia di Hegel

 

Ranajit Guha - Il pathos della storicità 

 


La complicità tra l’imperialismo e la storia del mondo, (..), non rappresenta solo una questione di espropriazione del passato dei colonizzati da parte dei colonizzatori. Essa equivale anche alla globalizzazione di uno sviluppo locale specifico dell’Europa moderna, ovvero il superamento della prosa del mondo da parte della prosa della storia. 64.

il nostro esame richiede di porre la narratologia della storia del mondo in una prospettiva che consenta ad altri modelli narrativi, quelli che si trovano dall’altra parte del limite, di comparire e parlare nel passaggio successivo del nostro cammino argomentativo. 65

Gli esclusi non sono astrazioni etniche o geografiche: formano la parte prevalente dell’umanità con le sue culture, letterature, religioni, filosofie e così via. Il filosofo osserva sistematicamente la moltitudine per scovarli uno a uno e depositarli nella terra desolata della preistoria. Non solo sono eliminati i passati a cui è improntata la vita quotidiana dei cosiddetti “popoli senza storia”, ma anche gli stili adottati nei loro linguaggi per includere tali passati nella prosa dei loro rispettivi mondi. In questo modo, la storia del mondo ha favorito la supremazia di un particolare genere di narrazione storica su tutti gli altri. Il fatto che sia riuscita in questo intento dimostra molto bene l’intelligente mescolanza di forza e persuasione grazie alla quale il colonialismo ha imperato tanto a lungo in vari continenti. 67.

l’esperienza, che porta il mondo nella narrazione, mantiene la narrazione in una condizione di forte tributarietà nei confronti del mondo.84.

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I numeri si riferiscono alle pagine relative da cui sono tratte le citazioni, cfr. Ranajit Guha, La storia ai limiti della storia del mondo, Sansoni, 2003 (con introduzione di Massimiliano Guareschi), traduzione it. (Rosanna Stanga) di Id., History at the Limit of World-History, Columbia Univ Pr. (2002)

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- Accanto alle civiltà orientali ci sono i cosiddetti “popoli senza storia” che vivono in uno “stato di natura”, incapaci di costruire raffinate istituzioni politiche. Per descrivere la vita di questi popoli, Hegel usa il termine “prosa del mondo” alla quale contrappone la “prosa della storia”. La prosa della storia, la storiografia, è quella scandita dagli Stati che si evolvono con la loro dialettica interna e attraverso i rapporti e gli scontri con gli altri Stati, mentre la prosa del mondo è quella che descrive l’empirica varietà delle esistenze individuali e sociali incapaci di farsi Storia e di mettere in moto la dialettica che conduce alla costruzione dello Stato. (..)

La demarcazione concettuale della storia hegeliana esclude sia le civiltà orientali, prive di capacità evolutive, di vera dialettica storica, sia, a maggiore ragione, i “popoli senza storia” (+) , che conducono un’esistenza sempre uguale entro un tempo ciclico naturale. Questa linea di demarcazione, che distingue vari livelli dell’esperienza temporale dei quali soltanto uno è forgiatore di storia, assume anche un preciso profilo geografico perchè la storia così intesa si sviluppa in un percorso che dalla Grecia classica conduce alla riflessione filosofica dell’idealismo tedesco passando attraverso la reinterpretazione cristiana della filosofia antica: questo è il modello classico dell’interpretazione della genealogia della modernità.

+ Eric R. Wolf, L’Europa e i popoli senza storia, Il Mulino, 1990

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PaolCapuzzo, La critica postcoloniale e i paradigmi della storia del mondo, sta in Saperi in polvere - Una introduzione agli studi culturali e postcoloniali, ombre corte, 2012, pp. 17-18-19




lunedì 18 luglio 2022

EDWARD SAID tra Oriente ed Occidente

 

SAID, L’IMPERIALISMO E L’OCCIDENTE


- alla voce ORIENTALISMO

- Gramsci, Said e i Subaltern studies

- Note

- Video

- What is Postcolonial Studies? L’approccio ‘subalternista’

 

Dipesh Chakrabarty,  Paolo Capuzzo, I.Chambers, Piero Onida, Robert JC Young, G.C.Spivak, Subaltern studies Italia

 

Gli studi subalterni fanno propria la visione post-coloniale, legata alla critica dell'orientalismo di Edward Said, così come all'analisi del discorso di Homi Bhabha e alle idee di Gayatri Spivak. Fin dal suo inizio, il collettivo Subaltern Studies ha posto domande sui metodi di scrittura della storia e si è inevitabilmente separato dal tradizionale metodo marxista inglese di cronaca della storia della classe operaia (l’autore si riferisce ad Eric Hobsbawm, Edward Palmer Thompson, Arnold Toynbee, principalmente, ndr).

Mentre gli studi subalterni discendono effettivamente da questa tradizione, sono diventati rapidamente una critica al campo accademico della storia.

Dipesh Chakrabarty Subaltern Studies and Postcolonial Historiography

su Journal for Historical Studies - Issue 3 / gennaio 2016

 

/Subaltern studies Italia/

 

  • alla voce ORIENTALISMO

 

L’opera di Said “Orientalismo” [Edward W.Said, Orientalismo. L’immagine europea dell’oriente, Feltrinelli, 1999 (1978)], che per molti aspetti ha aperto il campo degli studi postcoloniali, offre elementi significativi (..) assumendo la svolta tra Settecento e Ottocento come periodizzante per la costruzione di un’immagine di inferiorità dell’oriente che serve all’occidente per definire indirettamente se stesso come incarnazione di una serie di valori positivi. La costruzione di un sapere storiografico che vede l’occidente come il vertice della storia universale non è scindibile da un progetto di dominio che l’Europa mette in campo nel corso dell’Ottocento nei confronti degli altri continenti, sebbene esso vada considerato, così come fa Said per l’orientalistica, nella sua dimensione autonoma, non come epifenomeno di processi economici o politici. Il parallelismo tra imperialismo e immagine storiografica dell’occidente raggiunge il suo apice negli ultimi anni dell’Ottocento e nel primo Novecento. (..) Il declino sarà tuttavia repentino: questa indiscussa egemonia europea era destinata a inabissarsi nel pantano delle trincee della prima guerra mondiale.

Paolo Capuzzo, La critica postcoloniale e i paradigmi della storia del mondo, sta in Saperi in polvere - Una introduzione agli studi culturali e postcoloniali, ombre corte, 2012, pp.21-22

sul testo vedi post 12 ottobre 2021

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#subalternstudiesitalia#EdwardSaid, #postcolonialism

 

Il grande salto effettuato nel pensiero critico occidentale da Gramsci e poi rielaborato da Said, è stato quello di capire che la lotta politica, culturale e storica non consiste nel rapporto tra la tradizione e la modernità, ma tra la parte subalterna e la parte egemonica del mondo.

 [I. Chambers, Il Sud, il subalterno e la sfida critica, sta in I.Chambers, Esercizi di potere, Gramsci, Said e il postcoloniale, Meltemi, 2006, IV di cop.]

 

 

  • GRAMSCI, SAID e i SUBALTERN STUDIES

 

di Piero Onida

 

- Nel Quaderno 8, il discorso relativo alla subalternità diviene tra i prediletti nelle analisi del pensatore sardo. Proprio in queste pagine non è difficile riconoscere una nuova impostazione storiografica da lui proposta: una narrazione storica delle classi e delle popolazioni subalterne (particolarmente in Q8 §66, 70) (1), tematica che, come vedremo in seguito, sarà di importanza centrale all’interno dei Subaltern studies. Successivamente,nel Q25, Gramsci affronta in maniera più decisa il ruolo del subalterno nella storia italiana, con particolare riferimento al Risorgimento, ove le classi subalterne divengono “ forze innovatrici[…]gruppi dirigenti e dominanti” (2), mostrando in tal modo un esempio di ribaltamento sociale da parte delle classi sottoposte. È particolarmente interessante, alla luce dello studio che segue, l’analisi di percezione della cultura egemone rispetto alle manifestazioni sociali di massa dei subalterni, che Gramsci delinea nel Q25,nota su Lazzaretti :“[…] questo era il costume culturale del tempo: invece di studiare le origini di un avvenimento collettivo, e le ragioni del suo diffondersi, del suo essere collettivo, si isolava il protagonista e ci si limitava a farne la biografia patologica, troppo spesso prendendo le mosse da motivi non accertati o interpretabili in modo diverso: per una élite sociale, gli elementi dei gruppi subalterni hanno sempre alcunché di barbarico e di patologico." (3)

In questo frammento di discorso, Gramsci propone una visione sull’analisi superficiale svolta dagli egemoni sulla manifestazione di eventi collegata ai sottoposti: la profondità del disagio sociale subalterno viene mascherata ed occultata come evento violento ed animalesco nella concezione egemone. (4)

Vi è dunque una orientalizzazione del subalterno, impossibilitato a rendere le proprie ragioni evidenti dal muro pregiudiziale costruito dalla classe dominante. Il concetto di subalterno orientalizzato in senso proprio, fu sviluppato in maniera organica da Edward W. Said nel suo celeberrimo saggio Orientalismo. (5)

Said ottempera alla necessità di applicare il concetto gramsciano al suo lavoro, collegando la condizione di sottoposizione del proletariato a quella delle culture non europee, in un connubio senza dubbio riuscito. Il subalterno in Said è,dunque, l’orientale ritenuto inferiore, nonché barbaro, dalla lettura culturale eurocentrica. Gramsci e Said risulteranno fondamentali nei Subaltern studies, ove il lavoro dei due viene costantemente utilizzato tanto per questioni di ricerca ed analisi metodologica quanto per l’affinità degli studi subalterni alle categorie concettuali elaborate dai due autori. La concezione di subalterno già vista in Said, è un collegamento ideale molto forte tra il concetto gramsciano e quello elaborato da Gayatri Chakravorty Spivak, filosofa americana di origine bengalese, studiosa di primissima importanza nel campo dei Subaltern studies. Il subalterno della Spivak è il proletario del mondo, incapace perfino di comunicare la sua situazione:

“[…] subalterno non è semplicemente un termine aulico per dire “oppresso”, per l’Altro, per colui che non riceve la sua fetta di torta […] In termini post-coloniali, chiunque abbia accesso parziale o non abbia accesso all’imperialismo culturale è subalterno. Ora, chi direbbe che stiamo parlando degli oppressi? Il proletariato è oppresso. Non è subalterno […] In tanti vogliono appropriarsi della

subalternità. Chi se ne appropria è dannoso e poco interessante. Voglio dire, essere solo una

minoranza discriminata in un campus universitario; questa non è “subalternità” […] Costoro possono vedere quali siano i meccanismi della discriminazione. Sono parte del discorso egemonico, anche se vogliono un pezzo di torta e non possono averlo, hanno la possibilità di parlare, di utilizzare il discorso egemonico. Non dovrebbero autoproclamarsi subalterni.” (6)

Gayatri Spivak, pur sfruttando il lemma gramsciano, ne critica l’utilizzo nella sua accezione più strettamente vicina agli studi di Antonio Gramsci: il subalterno della Spivak è al gradino più basso

della scala sociale mondiale; orientalizzato, sottoposto ed incapace di lamentarsi. I Subaltern studies tentano di costruire la storia di “questi” subalterni e non di coloro che reclamano la subalternità,

con tutte le difficoltà legate al dare voce e dignità storica a chi non l’ha mai avuta.

 

  • Note

1)  GERRATANA Valentino (a cura di) GRAMSCI Antonio, Quaderni del carcere, 4 voll., Einaudi, Torino 1975, Q8, §66 e §70 pag.980 e pag.982

2)  Ibidem, Q25, §48, pag.332

3) Ibidem, Q25, I, pag. 2279

4)  BUTTIGIEG Joseph A., subalterno, subalterni in LIGUORI Guido / VOZA Pasquale (a cura di), Dizionario Gramsciano, 1926-1937, Carocci Editore, 2009, Roma, pag. 830

5)  SAID Edward, Orientalismo, Feltrinelli, 1999 Milano

6)  DE KOCK Leon, Interview With Gayatri Chakravorty Spivak: New Nation Writers Conference in South Africa, in ARIEL: A Review of International English Literature, 23:3, July 1992

 

da Piero Onida, Subalternità e Subaltern studies, Relazione finale del corso Storia del colonialismo e della decolonizzazione, Università degli studi di Cagliari, su Academia.edu, 2014

 

Piero Onida - Google scholar https://scholar.google.it/citations?user=LpfqfoAAAAAJ&hl=it

 

·        Video

- Riascoltare oggi la voce di Said, l’autore di ”Orientalismo”, rivedere foto e filmati della sua vita (1935-2003), intervistato in qualita’ di docente della Columbia University, e’ un’esperienza resa possibile sul canale di Subaltern studies Italia.

EDWARD SAID - Palestinian Academic [ENG]

video, 54’11”

https://youtu.be/QtvZlMmvapk

 

  • What is Postcolonial Studies? L’approccio ‘subalternista’

 

- La teoria postcoloniale non riguarda tanto idee e pratiche statiche quanto il rapporto tra idee e pratiche: rapporti di armonia, rapporti conflittuali, rapporti creativi tra le diverse società e le loro culture. Il postcolonialismo esprime un mondo in continuo mutamento, anche grazie alle lotte dei popoli, e i suoi promotori non cercano che di cambiarlo ulteriormente.

Ciò che propongo è un approccio dal basso al postcolonialismo. Un postcolonialismo dal basso, sicuramente la sua prospettiva più consona, dato che si propone come la “voce” politica dei subalterni e cioè delle classi e dei popoli oppressi.(..)

[da Introduzione al postcolonialismo di Robert JC Young, Meltemi, 2005, pag. 14/15]

- Quando abbiamo iniziato a insegnare la “marginalità”, abbiamo cominciato con i testi chiave dello studio contemporaneo della politica culturale del colonialismo e delle sue conseguenze: con i “grandi” testi del mondo arabo, il più delle volte con quelli di Frantz Fanon, uno psichiatra cristiano della Martinica… È in questo contesto generale che abbiamo trovato il testo chiave della nostra disciplina: Orientalismo di Edward Said… Questo lavoro di Said non era uno studio della “marginalità”, nè della marginalizzazione. Era lo studio della costruzione di un oggetto, per indagarlo e controllarlo. Lo studio del discorso coloniale, derivato direttamente da lavori come quello di Said, è, tuttavia, fiorito in un giardino dove il marginale può parlare ed essere parlato, anche interpretato (Spivak, Outside in the Teaching Machine, New York, Routledge, 1993).

 

/Subaltern studies Italia/, per un approccio ’subalternista’ degli studi postcoloniali, 16 novembre 2021

 

Cfr. anche Carla Pasquinelli e lo sguardo dell'Occidente

Said, l’orientalismo e la costruzione discorsiva dell’Altro

Blog Subaltern studies Italia, 6 ottobre 2021, 👇

http://ferdinandodubla.blogspot.com/2021/10/carla-pasquinelli-e-lo-sguardo.html

 


compilato da compiled by द्वारा संकलित  [dvaara sankalit]

- prof. Ferdinando Dubla, in Academia edu - https://independent.academia.edu/FerdinandoDubla

promotore nella forma del collettivo di ricerca, in Italia, dei Subaltern studies internazionali fondati dallo storico indiano Ranajit Guha nel 1982 e che hanno sviluppato l’imprinting, con la studiosa di origini bengalesi Gayatri Chakravorty Spivak, Columbia University, degli studi cosiddetti post-coloniali o critica postcoloniale, di cui può essere considerato caposcuola il compianto Edward Said

[in arabo: إدوارد وديع سعيد‎, Idwārd Wadīʿ Saʿīd, (Gerusalemme, 1935 – New York, 2003)]

lo studioso palestinese anch’egli della Columbia University, autore del fondamentale “Orientalism”, pubblicato nel 1978.

 

BIOGRAPHY

https://ferdinandodubla.academia.edu/


Edward Said [in arabo: إدوارد وديع سعيد‎, Idwārd Wadīʿ Saʿīd, (Gerusalemme, 1935 – New York, 2003)]