Subaltern studies Italia

L’analisi e la classe - a cura di Ferdinando Dubla

Powered By Blogger

lunedì 4 luglio 2022

I subalterni possono parlare? (Ania Loomba) 2a parte

 

 "Una delle questioni su cui il confronto è più acceso negli studi postcoloniali è se il soggetto-agente colonizzato, o "subalterno", può essere recuperato e rappresentato dagli studi postcoloniali".

Ania Loomba, 1998, 16

 

Il dibattito nella critica postcoloniale sulla costituzione della soggettività antagonista e della parola ai subalterni (2a parte). La 1a parte è stata pubblicata l'11 giugno 2022.

http://ferdinandodubla.blogspot.com/2022/06/i-subalterni-possono-parlare-ania.html

 

Ania Loomba - Colonialismo/Postcolonialismo

 

Per una élite sociale, gli elementi dei gruppi subalterni hanno sempre alcunché di barbarico e di patologico.

Antonio Gramsci, Quaderno 25 ed. 1975 pag.2279

 Siamo interessati a recuperare le voci dei subalterni perchè ci interessa cambiare le relazioni di potere contemporanee.

Ania Loomba, 1998, 236

 

La nostra sfida attuale è proprio quella di cercare di capire come le classi inferiori che vogliamo studiare siano costruite in modi conflittuali come soggetti, ma allo stesso tempo trovino anche, attraverso la lotta, il modo di realizzarsi in modi coerenti e centrati soggettivamente in qualità di soggetti-agenti.

O’Hanlon e Washbrook, After Orientalism, 1992

 

Le relazioni fra noi e i “subalterni” che cerchiamo di portare alla luce si basano anche sul fatto che le storie del passato continuano a dare forma al mondo in cui viviamo.

Ania Loomba, 1998, 237

 

 

Non bisogna pensare che solo quanti si trovano in situazioni di estrema marginalità siano i "veri" subalterni e che solo le loro voci debbano essere "recuperate". Allo stesso tempo dovremmo ricordare che quanti, sulle orme di Gramsci, hanno recuperato questo termine per gli studi storici lo hanno fatto per creare delle distinzioni all'interno delle popolazioni colonizzate, fra l'élite e il resto della società. Chiunque siano i subalterni, essi sono presenti simultaneamente in diversi discorsi sul potere e sulla resistenza. La relazione fra colonizzatore e colonizzato era, in fin dei conti, continuamente attraversata e divisa da molte altre forme di relazioni di potere. Ciò significa anche che qualunque esempio di soggettività-agente, o qualunque atto di ribellione, può essere letto in molti modi. Frederick Cooper (Conflict and Connection: Rethinking Colonial African History,  The American Historical Review, Vol.99. nr.5, dec. 1994) per esempio, ci invita a riflettere se considerare le azioni della classe operaia nell'Africa francese e britannica come un esempio di militanza africana, della lotta universale della classe operaia o della riuscita cooptazione degli africani nelle pratiche occidentali. Cooper ci ricorda che "tutte e tre le letture contengono delle verità, ma il punto importante è la loro relazione dinamica": i movimenti operai si trovavano in una tensione creativa con le lotte anticoloniali, come quelle rurali e contadine con le forme di ribellione più urbane e occidentalizzate. Si può quindi pensare ai soggetti individuali e collettivi in molti modi in uno stesso momento e dobbiamo rimanere aperti sul significato che possono assumere subalternità e dominazione. Si tratta di una questione di primaria importanza. porre i subalterni in una molteplicità di gerarchie non è abbastanza. dobbiamo pensare anche alla relazione cruciale fra queste gerarchie, fra diverse possibilità e diversi discorsi. (..)

Lata Mani sottolinea che il nostro impegno nella ricerca delle voci subalterne può spostarsi fra diverse location. Per questo la studiosa propone una distinzione tra il modo in cui il suo lavoro sulle sati messe a tacere ha trovato una risonanza nelle università americane, in Inghilterra e in India. Occuparsi di queste differenze l'ha portata a formulare in modo nuovo la domanda da cui eravamo partiti:

La domanda "I subalterni possono parlare?" dovrebbe forse essere trasformata in una serie di interrogativi: quale gruppo costituisce i subalterni in un testo dato? qual è la loro relazione vicendevole? come si può riconoscere, in un determinato insieme di materiali, se essi stiano parlando o invece tacciano? e con quale effetto?... +

+ Lata Mani, Cultural Theory, Colonial Texts: Reading Eyewitness Accounts of Widow Burning, in Cultural Studies, 1992, Routledge, pag.403

 

da Ania Loomba - Colonialismo/Postcolonialismo, Meltemi, 2000, pp. 232-233 e 237.



Ania Loomba (Delhi, 1955) è una studiosa di letteratura indiana che lavora come professoressa all'Università della Pennsylvania. Il suo lavoro si concentra sul colonialismo e sugli studi postcoloniali, sulla teoria razziale e femminista, sulla letteratura e cultura indiana contemporanea e sulla prima letteratura moderna.



lunedì 27 giugno 2022

RADIO CENTOFIORI FIRENZE (1979-1984)

 

logo disegnato da Daniele Cavari e Stefano Rovai

-

Come nacque e come morì la radio 'libera' che cercò, con l'informazione e la musica, un nuovo modo di interazione comunicativa, tra cui l' organizzazione di concerti. Iniziò il 1 maggio 1979, il 9 maggio dell'anno prima era stato assassinato Peppino Impastato, con il suo modello di radio 'demoproletaria', Radio Aut Aut. Si scelse il nome di 'Centofiori':  “Che cento fiori sboccino, che cento scuole di pensiero rivaleggino”, con questo slogan, nel 1956, Mao aveva invitato la popolazione a criticare il sistema, suggerendo come migliorarlo: una “brezza gentile o una mite pioggerella” utile a mantenere il partito comunista in linea con il popolo. Dunque, via a mille idee e mille iniziative, si dia voce alla società, ai cittadini e ai lavoratori, ai musicisti e ai creativi, stretti dal terrorismo e dalle trame eversive di quegli anni diffcili.

Su iniziativa promotrice di un gruppo di 'figgiciotti', come venivano chiamati i giovani comunisti del PCI, ci si mise in testa di rimodulare il nostro impegno politico tramite la comunicazione aperta ma documentata in presa diretta, mediata, ma dalla stessa società a cui era rivolta: i consigli di fabbrica, i consigli comunali, i quartieri periferici, i giovani studenti delle scuole e dell'Università, le botteghe artigiane, dal locale al globale, con l'attenzione ai fenomeni internazionali, con analisi, commenti, dibattiti a microfono aperto. E la musica, attraverso l'organizzazione diretta dei concerti, E dal 1979 al 1981, senza pubblicità, perchè 'libera' non significava commerciale, ma 'libera' davvero. - fe.d.

intervista di Radio Campi a Alessio Ammannati, Ferdinando Dubla e Maurizio Izzo, 24 giugno 2022

https://www.mixcloud.com/tuttisalviperfortuna/tutti-salvi-per-fortuna-24-06-2022-con-centofiori-hai-mille-colori/

COME NASCONO I "CENTO FIORI"
Storia dell'emittente fiorentina tratta da alcuni estratti del libro "CENTO FIORI : UNA RADIO DEGLI ANNI '80",  di Maurizio Izzo, Aida, 2005




Siamo alla fine degli anni settanta ed in Italia ci si interroga sulle idee dei giovani e sulle loro inquietudini. Il Partito Comunista Italiano lo fa al suo interno chiedendosi  perche' il rapporto comincia a farsi difficile e sopratutto cosa fare. Tra le tante proposte prese in considerazione alcune riguardano i mezzi di comunicazione, sopratutto riviste e radio, e la trasformazione di alcune proprietà immobiliari (case del popolo, circoli ecc.). A Firenze queste riflessioni si traducono in due proposte: la prima riguarda appunto la realizzazione di una radio, l'altra la trasformazione di una vecchia casa del popolo, il Vecchio Mercato, in un centro di aggregazione giovanile. In Fgci si forma un gruppo di lavoro di cui fanno parte tra gli altri Gianni Pini, che è anche in segreteria dell'organizzazione, Mauro Melozzi, Andrea Sbandati, Gianna Gironi, Dino Lorimer. Compito di questo gruppo è cominciare a tradurre in realtà quanto scritto nel documento del convegno sulle politiche giovanili e cioè mettere le basi per la nascita di una radio. Dalla Federazione Giovanile Comunista arriverà anche la disponibilità di un contributo economico, quattro milioni di lire. Il gruppo trasferisce presto le sue discussioni all'interno del Vecchio Mercato, dove si allarga e incontra altri giovani, anche di appartenenza politica diversa. Arriviamo alla fine del 1978 e per un paio di mesi un gruppo che arriverà a contare anche quaranta persone, aperto alla partecipazione di chiunque varchi la soglia della casa del popolo, discute di come dovrà essere la radio. Chi trasmette, cosa si trasmette, se ci debbono essere dei generi musicali preclusi, se si parlerà di sport o solo di politica, se si trasmetterà la pubblicità.

Ma soprattutto ci si interroga sul nome da dare alla radio. Già, come avrebbe dovuto chiamarsi questa radio che non voleva essere commerciale ma nemmeno di movimento, che nasceva figlia di un progetto politico e anche partitico ma ne voleva essere autonoma, che mirava a parlare ai giovani ma non dimenticava gli operai e nemmeno gli anziani? Se è difficile mettere d'accordo quaranta persone su qual'è la musica migliore, pretendere di trovarle d'accordo sul nome da dare a una radio è proprio impossibile. Si sentì di tutto. Ma poi rimasero due nomi a contendersi l'ambito premio: Radio Pegaso e Radio Cento Fiori. La spuntò il secondo, proposto da uno che poi nella radio non entrò, Celso Bambi. Cento Fiori piacque per il riferimento alla rivoluzione culturale cinese ma anche per un riferimento molto più semplice alla varietà di espressioni e opinioni.

Ora i giovani di via Guelfa avevano anche un nome, cosa mancava ? Praticamente tutto. Era il tempo di definire la natura giuridica del soggetto proprietario della radio. Chi l'avrebbe amministrata e come ? Una cooperativa, si disse subito. E cooperativa fu. La mattina del 7 aprile 1979 davanti al notaio Piccinini in Firenze si presentano in nove e fondano la cooperativa Radio Cento Fiori. Con Massimo Bellomo e Gianni Pini ci sono Dino Lorimer, Gianna Gironi, Ferdinando Dubla, Riccardo Fossi, Roberto Gambinossi, Francesco Carovani, Mauro Melozzi. Tutti studenti, età compresa tra i 21 e i 25 anni. Dalla nascita della cooperativa i tempi delle decisioni subiscono un'accellerazione e nel giro di poche settimane il progetto diventa realtà. Prima di tutto arriva la sede. Si tratta di una ex casa del popolo che ne aveva già viste di tutti i colori. Dietro le ex scuderie reali di Porta Romana c'era infatti un convento di suore ed una parte di esso era diventato una casa del popolo e ora si apprestava a diventare una radio. Siamo sulle pendici del piazzale Michelangelo a due passi dal Bobolino e dal giardino delle Scuderie di Porta Romana. Ci vorranno mesi di lavoro, volontario, per trasformare quello che fu un circolo e prima ancora un convento in studi e uffici. Mentre si cominciano a montare le pareti in truciolato e si insonorizza la regia con i contenitori delle uova si deve pensare anche a reperire i soldi per l'acquisto delle apparecchiature necessarie. Si stima occorrano circa tredici milioni così divisi, sei per l'alta frequenza (trasmettitore, antenna, modulatore di frequenza, ecc.), quattro per la bassa frequenza (mixer, piatti, ecc.). Il resto per l'allestimento, dischi e nastri (un milione) e spese varie. Nasce qui l'idea di organizzare un concerto per finanziare il progetto Cento Fiori. Gianni Pini ne parla all'Arci dove già avevano in mente di organizzare qualcosa per il 25 aprile e l'idea di coinvolgere la neonata cooperativa non dispiace. La scelta cade su Lucio Dalla e si pensa a chiedere al Comune di Firenze la concessione dello stadio. Il Comune dà l'autorizzazione e il pomeriggio del 25 aprile 1979 Firenze assiste al suo primo concerto allo stadio; Lucio Dalla canta davanti a circa 22.000 spettatori. Gli organizzatori si dividono l'incasso e la fetta per Radio Cento Fiori è sufficiente per cominciare a vedere le cose con discreto ottimismo.

Mentre con i primi soldi erano arrivati il trasmettitore e i materiali per l'alta frequenza acquistati dalla ditta Bonomelli di Brescia, è con la percentuale dell'incasso del concerto di Lucio Dalla che arrivano anche le apparecchiature di bassa frequenza,piatti, piastre e dischi. Gli stessi che giorno e notte fanno gli imbianchini, i muratori, gli antennisti, gli elettricisti e gli organizzatori di concerti, quando si riuniscono in assemblea discutono di come sarà la radio. La musica, per esempio, sembra facile ma niente è scontato. Ci vuole un documento approvato dall'assemblea e intitolato "Lo spazio musicale" per dettare le regole e garantire fedeltà al progetto originario. L'obiettivo resta quello di coinvolgere tutti in una crescita musicale e culturale sia individuale che collettiva. Insomma, si può ascoltare di tutto, ma attraverso programmi specifici bisogna far capire che non tutta la musica è uguale e offrire agli ascoltatori la possibilità di conoscere, scegliere e, perchè no, imparare. Il conduttore assume dunque in questo progetto un ruolo importantissimo.  Insomma Radio Cento Fiori, radio cooperativa e di sinistra, alla fine degli anni '70 si appresta a trasmettere Blondie e Lena Lovich, i Village People e i Clash, la disco e il rock. Le classifiche commerciali accompagnate però da quelle realizzate tra i conduttori e anche quelle degli ascoltatori. Non ci saranno le dediche ma le scalette fatte dagli ascoltatori. Ci saranno rubriche di jazz, blues e country e anche di musica popolare e classica. E' prevista la registrazione di concerti dal vivo.

E l'informazione?  Si dovranno fare almeno quattro edizioni del notiziario con grande attenzione alle notizie locali. Allacciarsi a un'agenzia giornalistica è uno dei primi obiettivi, ma accanto a questo c'e' anche la volontà di costruire una rete di collaboratori tra i sostenitori della radio. E' prevista una rassegna stampa, una locandina degli spettacoli e anche una rubrica quotidiana sul linguaggio dei giornali. Il primo palinsesto dell'informazione prevede un notiziario alle 8, seguito alle 10 dalla rassegna stampa e alle 11,45, 18,00 e 20,45 le altre edizioni del giornale radio. Alle 13,45 la locandina degli spettacoli.

Siccome un quarto di secolo fa "le stagioni non erano più quelle di una volta" il primo maggio piove. A Monte Morello, dove arriva un gruppo di pionieri guidati da Massimo Miniati, l'unico tecnico vero della banda, addirittura nevica. Grazie all'ospitalità di Tele Firenze si riesce a installare l'antenna e il trasmettitore sulla montagna che sovrasta Firenze e dove già da qualche anno sono sorte come funghi tutte le antenne di chi vuole farsi vedere o sentire a Firenze e provincia. Ma su quali frequenze trasmetterà Radio Cento Fiori ? Il dilemma a quei tempi si risolveva così: si trasmette dove c'e' posto. Ovvero si cerca una frequenza libera, non occupata da un'altra radio e la si occupa sintonizzando lì il trasmettitore. L'operazione di ricerca fu fatta in maniera assolutamente artigianale, per una settimana fu sintonizzato un apparecchio radio su una frequenza al momento muta, i 95.050. Se dopo una settimana quella frequenza fosse stata ancora muta quella sarebbe stata la frequenza di Radio Cento Fiori. E così fu. Quando Massimo Miniati accende il trasmettitore la radio è in onda. Dalla sede di Via Madonna della Pace un nastro trasmette gli oltre sette minuti di "Aqualung" dei Jethro Tull e la voce di Ferdinando Dubla che annuncia "state ascoltando Radio Cento Fiori", seguiva un numero di telefono. Nel pomeriggio per qualche ora al nastro si sostituiscono le voci dei primi due conduttori, accanto a Ferdinando arriva Dino Lorimer. Tra esperimenti e aggiustamenti l'operazione da un punto di vista tecnico può dirsi conclusa, anzi, pochi giorni dopo arriverà anche la seconda frequenza, quella dei 96.4.

Nel giro di poche settimane la radio trova un suo assetto quasi completo. Si parte ovviamente con la musica, ma subito anche con i programmi e la conduzione, quattro edizioni del notiziario e la rassegna stampa. Prima dell'estate Radio Cento Fiori trasmetterà anche i primi "fili diretti". Ospiti in studio e telefono aperto per discussioni, veri e propri dibattiti, che dai temi più strettamente politici a quelli sociali e perfino "privati" coinvolgeranno centinaia di persone. Non c'e' la pubblicità all'inizio, non perchè qualcuno abbia detto che non deve esserci, anzi da questo punto di vista la cooperativa ha sempre mostrato un grande senso di responsabilità individuando proprio nella raccolta pubblicitaria la principale forma di sostentamento della radio, ma semplicemente perchè non si fa nulla per raccoglierla. Eppure quel dato sulla mortalità delle radio che proprio nel 1979 e 1980 raggiungerà il suo massimo avrebbe dovuto allarmare. Le radio costano, anche se si parte da esperienze di tipo volontario, anche se all'inizio nessuno pensa di dover essere pagato per quello che fa. Già un anno dopo la sua nascita la radio costa, come si legge nel bilancio preventivo, centodieci milioni all'anno, la metà di quelli servono proprio materialmente alla sopravvivenza (energia elettrica, affitto sede e postazione alta frequenza, riparazioni, dischi, telefono).

Fin dai primi mesi del 1979 l'attività della radio viene affiancata da quella dei concerti e successivamente anche da proiezioni video, spettacoli itineranti e perfino dalla gestione di locali. Appena cinquanta giorni dopo quello di Lucio Dalla ecco che il cantautore bolognese torna nello stesso stadio con Francesco De Gregori nella famosa tournée. Da quel 30 giugno 1979 al settembre 1980 Radio Cento Fiori avrà organizzato 28 concerti, quattro nel solo mese di Settembre 1980, con artisti del calibro di Patti Smith, Lene Lovich, Iggy Pop, Lou Reed e Peter Gabriel, per non parlare di tutti i cantautori italiani da Guccini alla PFM passando per Pino Daniele e Edoardo Bennato.

Nel 1980 la cooperativa Radio Cento Fiori è per fatturato la terza cooperativa culturale della regione, dopo il gruppo teatrale La Rocca e l'Atelier. Le idee e l'ottimismo dilagano. Si pensa che chiunque collabori alla radio debba essere pagato e nel bilancio di previsione per il 1981 si arriva a ipotizzare la retribuzione di tredici persone. Il consiglio di amministrazione si riunisce tutte le settimane, l'assemblea dei soci una volta al mese. Si continua a discutere di tutto. Della pubblicità, che peraltro ancora langue ma che qualcuno non vorrebbe o vorrebbe solo se "buona", del tipo di musica da trasmettere, se i conduttori devono essere soci della cooperativa. Poco si discute dell'efficacia della radio e ancora meno degli investimenti che sarebbero necessari a potenziarla. Gli studi sono al piano di sopra, una stanza con i soffitti a volta è la prima sala dibattiti da cui, attorno a un tavolo, si trasmette in diretta. Di là dal vetro la regia e ancora dietro uno stanzino buio e senza finestre che per anni è stato lo studio e il luogo di registrazione dei programmi. Il corridoio presto si riempirà di scaffali e dischi. L'attività non direttamente radiofonica si sviluppa invece più tardi nella grande stanza al piano terra. Lo stanzone in pratica si adatterà a tutte le esigenze: ufficio concerti, ufficio pubblicità, redazione, magazzino ecc. Altre due stanze ospitano gli uffici veri e propri. La cantina ospiterà per lunghi anni la redazione, difesa da un piccolo deumidificatore che succhiava anche cinque litri di acqua al giorno. In questo marasma la radio però naviga abbastanza tranquilla. Si trasmette per sedici ore al giorno e alla fine quel documento di programmazione radiofonica uscito dalle lunghe discussioni notturne non è stato ne' inutile ne' disatteso.

Quando la struttura avrà preso corpo ci sarà un direttore nella persona di Dino Lorimer, un caporedattore in quella di Nazareno Bisogni, un responsabile tecnico, Massimo Miniati, oltre ovviamente alle responsabilità più strettamente politiche e amministrative affidate al consiglio di amministrazione e sopratutto al suo presidente. In linea di massima il palinsesto giornaliero prevede l'apertura alle 7,30 del mattino con la prima edizione del notiziario, seguita dalla rassegna stampa. Alle 9 l'inizio delle trasmissioni musicali. Quella della mattina è considerata una fascia aperta, c'e' cioè un conduttore che trasmette musica ma sono previste "incursioni" da parte della redazione per "fili diretti" con il pubblico, ospiti in studio, rubriche, ecc. Una volta alla settimana c'e' addirittura una rassegna stampa internazionale condotta da Ugo Fallani. Nella prima fase i programmi vengono organizzati in un vero e proprio palinsesto, il modello di riferimento (se proprio uno ci deve essere) è la Rai. E la musica ? C'e' un programma di disco music ma anche programmi di musica classica, jazz e di musica irlandese, condotto ovviamente dal direttore musicale, figlio di una famiglia, i Lorimer, che aveva dato vita ai "Whisky Trail" (storica formazione fiorentina dedita alla musica irlandese dapprima, e più in generale a quella celtica). Poco dopo arrivano anche un programma di musica popolare e uno dedicato ai cantautori italiani, condotto da Gino Francini. Aprire alla musica italiana, cantautori a parte, voleva dire aprire alla musica leggera nel senso più ampio del termine, insomma a quella commerciale. In ogni caso Radio Cento Fiori avrà pure una programmazione vasta ma si dice già allora "non generalista".

Più tardi si scoprirà che una delle fasce più ambite dai pubblicitari è quella della mattina, quando all'ascolto ci sono le casalinghe o per dirla più professionalmente "le responsabili degli acquisti". All'inizio, di questo importava poco e infatti i programmi che più caratterizzano la radio sono quelli del pomeriggio. Programmi ricchi e articolati, ogni conduttore aveva presentato un progetto per il suo programma, ne aveva individuato le caratteristiche, l'anima quasi. Si intrecciavano musica e parole, dischi e letture, romanzi e poesie. "Fragole e sangue" era quello condotto da Andrea Sbandati, "Fun in the sun" quello in cui Luca Venturi alternava Clash e vecchi brani anni sessanta. In campo musicale gli inizi furono caratterizzati da una programmazione che guardava molto all'America con tanto country e country rock (generi per la verità poco programmati all'epoca) ma più tardi i riferimenti in campo musicale diventano le riviste "Mucchio Selvaggio" e "Rockerilla". Il cambiamento avviene in modo abbastanza repentino tra la fine del 1980 e il 1981. Dino Lorimer, il direttore, lo ricorda così : "Partii militare ed eravamo tutti molto tardo rock con capelli lunghi e blue jeans, tornai e trovai i conduttori vestiti di nero e con un taglio trendy".

La programmazione musicale di base era garantita da dischi messi a disposizione dalla radio, mentre per i programmi specializzati i dischi li portavano da casa i conduttori. Ci furono vari casi di dischi che invece di essere portati "da casa" fecero il tragitto inverso. Qualche episodio antipatico che portò all'allontanamento di collaboratori sospettati di essersi "serviti". Mentre la programmazione del pomeriggio rappresentava l'anima della radio e la conduzione era garantita da una quantità di volontari che non sarebbe mai venuta meno, per la mattina si pensò presto a una soluzione diversa. Innanzitutto ci voleva una voce femminile che sapesse dare alla programmazione un tono più confidenziale, più popolare, meno specialistico. Al tempo stesso doveva essere in grado di interagire con la redazione e con altri conduttori che nella fascia mattutina avrebbero portato i loro contributi di notizie e di approfondimento. Per questo compito si pensa per la prima volta a collaboratori pagati. E ai microfoni si alternano belle voci ma anche belle trasmissioni. Sono quelle di Rossella Martini, di Elisabetta Mereu, di Alessandra Pagliai.

Già alla fine del 1980 la redazione può contare sull'allacciamento all'Ansa. I notiziari raddoppiano presto ma sopratutto si amplia la parte dedicata all'informazione locale, l'edizione delle 14 diventa interamente regionale. Si individuano i collaboratori locali e si allacciano rapporti con altre emittenti toscane. Nascono la redazione spettacoli, quella culturale e si prova anche a parlare di sport. Si alternano in tanti, Gabriele Rizza, Piero Forosetti, Alessandra Bacci, Benedetto Ferrara, Riccardo Chiari, Alessio Ammannati .... Negli anni di maggior attività, nella radio transitano, con varie occupazioni, dalla conduzione alla redazione, circa trecento persone. Alcuni programmi vengono affidati a gruppi, associazioni, collettivi ecc. E' il caso delle donne che condurranno con Gianna Gironi "Sì Mamma", ma anche di un gruppo di cattolici di base che con Valerio Bassetti, Silvia Gennaro e Paola Viti gestiranno un proprio spazio. Il mercoledì pomeriggio si ride con uno dei primi programmi realizzati da un gruppo di comici fiorentini, sono David Riondino, Andrea Panichi, Paolo Hendel.

La pubblicità langue ancora, ma si comincia a pensare che da sola non arriverà. Nel 1981 la radio entra nel circuito Sper, una concessionaria nazionale di pubblicità. Non è un passaggio indolore, nell'assemblea si discute animatamente se questo non significhi uno snaturamento della radio. Nella Sper, si dice, ci sono le radio commerciali : se ci siamo anche noi e se poi avremo la stessa pubblicità come faremo a dire che noi siamo diversi ? Una preoccupazione che curiosamente coglie anche le radio commerciali che invano tentano di opporsi all'ingresso di Radio Cento Fiori, definita una radio politica. I dirigenti della Sper rispondono con i dati d'ascolto alla mano, nel 1981 Radio Cento Fiori è tra le prime cinque radio della Provincia di Firenze, politica o no significa che l'ascolta ogni giorno qualche migliaio di persone. E le persone comprano e consumano, anche se di sinistra. L'ingresso nella Sper è il primo di una serie di tabù che la cooperativa infrange, non senza conseguenze. Infatti il passo successivo fu proprio l'assalto al simbolo del comunismo inserito nel proprio logo.

Il 1982 è l'anno in cui la radio cambia pelle. Nel senso che l'aspetto più evidente, più epidermico appunto, come il simbolo è oggetto di un'approfondita riflessione e critica. Quella falce e martello simpaticamente nascoste dentro la D di radio, ma anche quella stella (resa tristemente nota dalle Brigate Rosse), dicono i commerciali, sono "impresentabili", caratterizzano troppo la radio, la rendono politica e questo non aiuta la vendita della pubblicità. C'e' poi una riflessione più ampia che riguarda la collocazione politica della radio in un'area più ampia, meno legata ai partiti. Insomma, l'assalto al simbolo del comunismo è legittimo, portato su più fronti ed ha successo. Il simbolo che fu disegnato da Daniele Cavari e Stefano Rovai va in pensione e ne arriva uno nuovo. Già che ci siamo diamo uno scossone vero, che si senta, dicono i pubblicitari. Quello che viene proposto all'assemblea è un logo viola, in onore alla Fiorentina che quell'anno, dopo tanto, contenderà , alla fine senza successo, lo scudetto alla Juventus. La D di radio torna normale, dentro la O appare il giglio della città (e simbolo anche della squadra di calcio). Restano la chiave di violino e il fiore. Assieme al cambiamento di immagine ce ne sono anche di sostanza. Nei programmi, per esempio, che diventano più "leggeri". Arriva anche il quiz radiofonico, merce finora ritenuta ad esclusivo appannaggio delle emittenti commerciali. Tre giocatori della Fiorentina prestano la loro voce per dire Radio Cento Fiori, chi li indovina vince un abbonamento allo stadio. Arrivano anche i jingle cantati, il più celebre dice: "con cento fiori hai mille colori". Può ancora fare paura una radio così ?

Comunque sia, questo e quello successivo sono gli anni migliori per la pubblicità. Nonostante questo, nell'anno di maggiore splendore la radio ricava dalla raccolta pubblicitaria il 40% del fatturato, una cifra che a mala pena sarebbe stata sufficiente a tenere accesi gli impianti. Da questo punto di vista la scelta di fare una radio che è anche un soggetto culturale, un organizzatore musicale, un gestore di eventi e locali esce confermata. Di sola radio non si vive !

Così come repentina era stata l'ascesa della cooperativa, altrettanto rapido fu il declino. Nel 1983 si fanno i conti e, per la verità senza troppa sorpresa, si scopre che l'azienda accumula debiti. Mai ingenti, ma si tratta comunque di un' azienda fragile, senza capitalizzazione, con un valore patrimoniale tutto virtuale. Il sogno degli stipendi svanisce presto quasi per tutti, anche se la radio continua a essere frequentata ogni giorno da decine e decine di persone. In una cooperativa giovanile poi il gruppo dirigente deve anche fare i conti con l'obbligo militare e nel giro di due anni quasi tutti i "capi" della radio vanno sotto le armi. Il distacco più pesante è ovviamente quello del presidente, che mantiene la carica anche durante i dodici mesi di militare ma ovviamente senza poter garantire la direzione della cooperativa. Nel 1983 si comincia a discutere della crisi della radio e del suo modello. Nessuno mette in discussione la qualità delle trasmissioni radiofoniche e in fin dei conti neanche il progetto che aveva dato vita a questa radio, però gli anni passano e la cooperativa non e' in grado di garantire la pura sussistenza della radio. La grande stagione dei concerti è finita, la radio è conosciutissima ma dalle indagini di ascolto rimane tra la quinta e la sesta nella provincia di Firenze, che se era un buon risultato per il primo anno di attività non può esserlo dopo cinque anni di vita. La potenza e la qualità del segnale non permettono di andare oltre l'area metropolitana fiorentina e ovviamente non sono consentiti investimenti ne' per il potenziamento della struttura ne' per la sua promozione.

Nel corso del 1983 si comincia a pensare alla messa in liquidazione della cooperativa e matura la possibilità che un socio, Dino Lorimer, rilevi l'attività. Operazione non facile, visto che si trattava di una cooperativa e che non era previsto il semplice passaggio di quote. La soluzione scelta è quella della nascita di una nuova società che, previa valutazione, acquisisce i beni materiali in possesso della cooperativa. La testata sarà ceduta a titolo gratuito poco dopo. Con i soldi incassati la società cooperativa Radio Cento Fiori salda parte dei debiti accumulati e viene messa in liquidazione. Nel frattempo la radio continua a trasmettere sulle stesse frequenze e con lo stesso nome, ma questa è un'altra storia. La storia della cooperativa Radio Cento Fiori finisce nell'estate del 1984 con la sua messa in liquidazione.

Probabilmente le prime cause del fallimento dell'esperienza cooperativa di Radio Cento Fiori vanno ricercate proprio nella sbornia del primo anno. Quella crescita così impetuosa, il successo dei concerti, la straordinaria popolarità fecero sembrare tutto facile e possibile. Invece, mentre il nome Cento Fiori si faceva grande, la radio restava piccola. Piccoli gli investimenti per garantire qualità e potenza del segnale, limitato il raggio di diffusione, scarse o nulle le campagne promozionali, presuntuoso l'approccio con il mercato pubblicitario.  Un progetto non commisurato ai mezzi necessari per sostenerlo.

Dino Lorimer, già socio fondatore della cooperativa, rileva le apparecchiature e la testata nel 1984. La speranza era che una legge sulla radiofonia, separata da quella sulle televisioni, portasse a delle concessioni che mettessero ordine nelle frequenze, favorendo chi aveva investito in qualità della programmazione anzichè in potenza di segnale, e dando valore alle cose fatte. La legge però non venne e nonostante gli sforzi e gli investimenti la "nuova" cento fiori non decolla.

Nel 1988 viene messa in vendita una delle due frequenze a una società che stava preparando l'avvio di Italia Radio. Con la frequenza residua la radio continua a trasmettere e c'e' un nuovo progetto che fa capo alla società che aveva rilevato l'Agenzia Nazionale (AREA) e che voleva mettere su una rete di radio locali nelle città più importanti. Il progetto andò avanti fino al 1990 quando fu ritenuto superato e la frequenza messa in vendita.

Il marchio non era mai stato registrato e nel 1995 è tornato alla ribalta con una radio commerciale. Le attrezzature di bassa frequenza invece furono date in comodato gratuito a Nova Radio (la radio dell'Arci di Firenze che cominciò a trasmettere poco dopo) assieme a quel che restava dei dischi. "Recentemente, ricorda Dino Lorimer, sono stato a Nova Radio e, mentre non ho visto praticamente più nulla delle attrezzature, in alcuni scaffali c'erano ancora un bel po' di vinili con il timbro di Radio Cento Fiori. Avranno almeno venti anni, forse venticinque, un quarto di secolo".







venerdì 24 giugno 2022

ASPRO MONTANO: CAULONIA - - La “Repubblica rossa”, la Repubblica dei subalterni del Sud 2.parte

 

la 1a parte post blog 17 giugno 2022 

http://ferdinandodubla.blogspot.com/2022/06/aspro-montano-la-breve-vita-della.html

I SUBALTERNI E CAVALLARO -  PROGRAMMA RIVOLUZIONARIO E REAZIONE - SCRIVEMMO - LA BIOGRAFIA DI CAVALLARO - CEDERE A UN CAFONE




I SUBALTERNI E CAVALLARO

Gli stessi che lavoravano con i signorotti di Caulonia, braccianti, contadini, zappatori, non potevano fare a meno di sentire il suo richiamo e, a volte, succedeva che non obbedissero più con rassegnazione ai padroni, non chinassero più la testa come avevano sempre fatto, ma cominciassero a capire che avevano anch'essi dei diritti, e quello che prima facevano supinamente, come se fosse una condanna del destino, quei soprusi che prima sopportavano a testa bassa, adesso cominciavano a dar loro fastidio, cominciavano a farli ragionare, a renderli consapevoli della propria dignità di persona. E allora i rapporti col padrone diventavano difficili, non erano più scontati e succedeva che si ribellassero. La responsabilità di ciò veniva attribuita a Cavallaro.


Alessandro Cavallaro, Operazione "Armi ai partigiani" - I segreti del Pci e la Repubblica di Caulonia, Rubbettino, 2009, pp.45-46




PROGRAMMA RIVOLUZIONARIO E REAZIONE nel settembre 1944

La delibera del Comune di Caulonia a firma del Sindaco Pasquale Cavallaro del 2 settembre 1944 (foto 1.) di esproprio delle terre demaniali abusivamente acquisite dai grandi proprietari terrieri

- Era il primo passo di un’azione che mirava, (..), alla formazione di cooperative di braccianti e contadini per affidargliene la gestione. Ma l’obiettivo che si proponeva l’amministrazione comunale non era solo questo: in un secondo momento vi era anche l’intenzione di procedere alla spartizione dei grandi latifondi della borghesia agraria, molto spesso ingranditi ai danni della povera gente, che per futili motivi era costretta a cedere la poca terra che aveva per “quattro soldi” o perchè, addirittura, le veniva estorta con mezzi illeciti.

Si trattava di un programma rivoluzionario, che infiammava gli animi delle masse bracciantili e contadine , ma che, allo stesso tempo, faceva aumentare a dismisura l'odio padronale nei confronti della nuova amministrazione popolare e, soprattutto, nei confronti di Cavallaro, che ai loro occhi era il principale responsabile di quella situazione, che aveva fomentato quelle attese da parte del popolo, e messo in pericolo le loro ricchezze e la loro secolare supremazia nei confronti degli strati sociali più deboli della popolazione. Odio che si trasformò subito in strategia per riappropriarsi del potere , attraverso azioni che seminassero scompiglio e disorientamento fra le organizzazioni della sinistra , per indurle, con provocazioni continue, a perdere il controllo di se stesse e abbandonarsi ad atti sconsiderati, che portassero alla fine dell'amministrazione.

Ivi, pag.74

SCRIVEMMO

“Scrivemmo per la sola gioia di parlare di una civiltà, quella contadina, che stava per scomparire e della quale noi volevamo che rimanessero delle tracce; molta ingenuità, si può osservare, perché le tracce (e che tracce!) sarebbero rimaste anche senza il nostro piccolo contributo. Solo che eravamo giovanissimi e letteralmente affascinati, quasi abbagliati, da quel mondo ricco di umanità intensa. Quel mondo ha operato in noi come un grande mito travolgendoci totalmente.”


Frammartino Nicola a Vito Teti, in Vito Teti, Terra inquieta - Per un'antropologia dell'erranza meridionale; Rubettino, 2015, cit. da e.book, referre “La memoria della rivolta”

 

Biblio: Ammendolia I., Frammartino N., La Repubblica rossa di Caulonia . Il Sud tra brigantaggio e rivoluzione, Casa del libro di Reggio Calabria, 1975

 

Era il 1975, un periodo di grandi mutamenti, segnato da una modernizzazione veloce quanto incompiuta, ma anche da una riscoperta del passato e della tradizione che scatenava nostalgie ed entusiasmi. In quegli anni, la concezione del folklore come cultura di contestazione era incarnata da Luigi Maria Lombardi Satriani e da altri giovani studiosi, che lavoravano sulla lezione di Antonio Gramsci ed Ernesto De Martino. Il mondo popolare tornava al centro del dibattito culturale e politico grazie anche a una rilettura degli intellettuali meridionalisti degli anni Cinquanta, allo studio di comunità e paesi del Sud, ispirato dal Cristo si è fermato ad Eboli di Carlo Levi, all’esperienza di Umberto Zanotti Bianco e ai testi di Danilo Dolci, Rocco Scotellaro e Giovanni Russo. Sullo sfondo, il post-strutturalismo francese e l’antropologia americana permettevano di mettere meglio a fuoco gli oggetti d’analisi delle nuove forme di un nuovo folklore di cui diventavano protagonisti i giovani figli acculturati di emigrati e appartenenti ai ceti popolari. La memoria delle lotte contadine fu un aspetto centrale di quel processo: alimentata da personaggi come Enzo Misefari e Paolo Cinanni, eccezionali protagonisti delle occupazioni delle terre e dirigenti del PCI, che ho avuto il privilegio, in quegli anni, di registrare e accompagnare nei loro viaggi di “ritorno” nei latifondi occupati, poi messi a coltura, e adesso abbandonati. (..) Nel Sessantotto e negli anni Settanta la rivolta di Caulonia, ma soprattutto le lotte contadine per le terre, rappresentarono un elemento reale e mitico della contestazione giovanile.

Vito Teti, op.cit., ivi

 

LA BIOGRAFIA DI CAVALLARO - referre

 


La biografia di Pasquale Cavallaro, a cura dell' Istituto Calabrese per la Storia dell'Antifascismo e dell'Italia Contemporanea, pubblicato il 25 febbraio 2020 in

https://www.icsaicstoria.it/cavallaro-pasquale/

 

CEDERE A UN CAFONE

Quella giornata così ricca di eventi, che avevano trasformato una manifestazione in una rivolta, si concluse la sera con un paese sotto assedio. Nessuno poteva più entrare o uscire liberamente e per farlo occorreva un regolare permesso di circolazione, necessario come lasciapassare da mostrare alle varie squadre addette al controllo. in una di queste squadre si imbattè un tal rappresentante della locale aristocrazia terriera , tristemente famoso per l'uso spregiudicato che aveva fatto del potere nei confronti della povera gente. Egli scendeva nei pressi della porta Sant'Antonio, ostentando indifferenza, quando lo fermò un giovane, chiamato "Nandu 'i Muzza", un popolano che più volte aveva dovuto sopportare, senza potersi difendere, le angherie e i soprusi di costui e, nonostante ardesse dal desiderio di fargli pagare tutte in una volta le sue malefatte, si limitò soltanto, visto che non aveva il permesso di circolazione , a invitarlo a tornare indietro, ma quello, sicuro di sè e del  timore che di solito incuteva all'umile gente, continuò per la sua strada. Non si rese conto che là, in una situazione straordinaria che si proponeva di sconvolgere i canoni tradizionali dei rapporti di classe, egli non faceva più paura e, allora, la mano profana del volgo si alzò minacciosa sul volto gentile del "signurinu", che, allibito, non credeva ai propri occhi. Scornato e gonfio d'ira, non gli restò che tornarsene a casa, avendo dovuto, per la prima volta in vita sua, cedere a un cafone.

Alessandro Cavallaro, ivi, pp.104-105.


Pasquale Cavallaro (1891-1973)

Caulonia (RC) 

foto dal link 

Sud e Democrazia : la “Repubblica di Caulonia” ed il sogno di Pasquale Cavallaro 
di Francesco Rizza

venerdì 17 giugno 2022

ASPRO MONTANO: LA BREVE VITA DELLA REPUBBLICA DI CAULONIA (6-9 marzo 1945) 1.parte

 

Presentazione.

Cronologia.

Bibliografia.

Togliatti, Terracini e Cavallaro.

Scheda IV. di copertina

L'insorgenza meridionale guidata dal sindaco e dirigente comunista calabrese Pasquale Cavallaro due mesi prima della liberazione del Nord Italia. Sullo sfondo lo sbarco di armi sul litorale jonico calabrese degli Alleati (operazione "Armi ai partigiani") e lo scontro sulle terre demaniali.

Il PCI conosceva probabilmente che alcune armi erano state sottratte e occultate per difendersi dalle continue mene reazionarie degli agrari, dei fascisti e dei loro sostenitori. Da qui il suo imbarazzo, i 'documenti segreti' in possesso di Cavallaro (mai ritrovati), la sua difesa della Repubblica nonostante i forsennati attacchi delle forze politiche reazionarie e della stampa per gli episodi di violenza, veri o presunti e soprattutto per  l'assassinio del parroco della frazione di  Crochi (per probabili vendette personali). Il PCI comunque, non abbandonò mai al suo destino Cavallaro, recluso per 8 anni, e cercò di sostenerlo economicamente. Il libro,  scritto dal figlio minore di Pasquale, Alessandro, nella sua ricostruzione mette però in evidenza come l'arresto, che pose fine definitiva alla rivolta, fu possibile solo con la correità dei dirigenti provinciali del PCI, tra i quali il compagno Eugenio Musolino (1893-1989) poi Senatore della Repubblica. Un'ipotesi, questa, non suffragata sufficientemente e non verosimile, mentre è documentata l'intermediazione del Partito Comunista con gli organi dello Stato per evitare degenerazioni violente e gratuite. Nondimeno la "Repubblica rossa" nell'Aspromonte due mesi prima della liberazione del Nord, assurge ancora oggi a simbolo del tentativo di riscatto del popolo contadino del Mezzogiorno d'Italia dalla condizione di subalterni rassegnati ad un cieco destino. Quella Repubblica, infatti, continuerà a vivere nelle aspre lotte contro il latifondo agrario, lo stesso che aveva partorito il fascismo. E ancora pulsa nella memoria attiva dell'antagonismo meridionalista non più latitudinario.  

fe.d., Subaltern studies Italia


Cronologia.

1945. Caulonia (Reggio Calabria)

6 marzo: il mattino dopo l'arresto di Ercole Cavallaro, figlio di Pasquale, scoppia la rivolta. Viene occupata la sede del telegrafo, l'ufficio postale e la caserma dei Carabinieri. Viene proclamata la "Repubblica rossa", sul campanile della Chiesa viene issata la bandiera con falce e martello.

Furono insediati picchetti di guardia presso le quattro porte della città, che impedivano che si entrasse e si uscisse liberamente, mentre un posto di blocco fu subito messo in funzione presso il 'Ponte della Terra', lungo la provinciale. (..) Le strade cittadine di Caulonia - si legge negli appunti di Cavallaro - risuonano del passo, talvolta cadenzato, delle squadre armate che la percorrono in tutti i sensi. Alessandro Cavallaro (2009),  pp.102-103

Fu istituito il "Tribunale del Popolo" e le altre istituzioni rivoluzionarie.

8 marzo:  assassinio del parroco Don Gennaro Amato della frazione di Crochi da parte di Ilario 'Lariu' Bava, detto 'il pilota'  e Micu Manno.

9 marzo:  giungono a Caulonia Enzo Misefari per il Comitato di Liberazione e Movimento Partigiani d'Italia, il Prefetto Antonio Priolo e il segretario prov. del PCI, Eugenio Musolino. Vengono sciolti il Consiglio della Rivoluzione, il Consiglio del popolo, il Tribunale del Popolo, chiuso il campo di reclusione di San Nicola e liberati tutti i prigionieri. La rivolta è terminata.

12 marzo: il Sindaco Cavallaro si dimette e al suo posto viene nominato Eugenio Musolino  quale Commissario prefettizio.

13 marzo: consegna delle armi da parte dei cittadini presso il Municipio.

12 aprile: Cavallaro viene arrestato. Sarà liberato solo il 20 aprile 1953.

C'era in quell'atmosfera di festa e di allegria non solo la gioia della vittoria, ma anche l'attesa di un cambiamento che incidesse a tutti i livelli dell'amministrazione pubblica, negli uffici, nei  rapporti di lavoro, un cambiamento che facesse finalmente giustizia dei soprusi , delle angherie, delle malversazioni, che da tempo immemorabile le classi subalterne erano costrette a subire. Alessandro Cavallaro (2009), pag.54.

Bibliografia da Alessandro Cavallaro, Operazione "Armi ai partigiani" - I segreti del Pci e la Repubblica di Caulonia, Rubbettino, 2009

Appunti sparsi e Memoriale dal carcere di Pasquale Cavallaro, ivi, in note

Epistolario "Ercole Cavallaro", ivi, in note

Lettere di Umberto Terracini a Pasquale Cavallaro, 14 aprile, 27 giugno e 3 agosto 1953, ivi, in Appendice, pag.161, 170, 175, 28 marzo 1960, ivi, pag.181-182

Lettera del Comando militare alleato a Pasquale Cavallaro [autunno 1943], ivi, in Appendice, pag.162

Lettera della Direzione del PCI, a firma Edoardo D'Onofrio, a Pasquale Cavallaro del  4 agosto 1953, ivi, p.177

Bozza verbale Congresso del PCI di Reggio Calabria, 1948 g/m non indicati, in Appendice, pp.164-166

Ministero dell'Interno, Gabinetto, 1947,b.19. f.875, telegramma nr.2797, da sindaco Cavallaro al ministro Togliatti, 9 marzo 1945

Alcaro M., Paparazzo A., Lotte contadine in Calabria (1943-1950), Lerici, 1976

Ammendolia I., Frammartino N., La Repubblica rossa di Caulonia . Il Sud tra brigantaggio e rivoluzione, Casa del libro di Reggio Calabria, 1975

Calarco G.,  La verità sui fatti di Calabria, in "Avanti!", 25 marzo 1945 

Cavallaro A., La rivoluzione di Caulonia, Spirali, 1987 (il libro in molte parti contiene la ricostruzione poi  ampliata con documentazione inedita  nel 2009,ndr.)

Cingari G., Storia della Calabria dall'Unità ad oggi, Laterza, 1982

Collaci A., Le quattro giornate della Repubblica di Caulonia, s.e., Reggio Calabria, 1953

Crupi P., Gambino S., La Repubblica rossa di Caulonia. Una rivoluzione tradita!, Casa del libro di Reggio Calabria, 1977

Gambino S., In fitte schiere. La Repubblica di Caulonia, Frama Sud, Chiaravalle Centrale, 1981

Mercuri G., Cavallaro e la Repubblica di Caulonia, Ursini, 1996

Misefari E., Stroncare tutte le velleità  fasciste. Gli avvenimenti di Caulonia, in "l'Unità", 17 marzo 1945

Misefari E., Delitti e sopraffazioni reazionarie, in l'Unità, 30 marzo 1945

Misefari E., La Calabria dallo sbarco alleato fino alla cessione dei poteri, supplemento a "Calabria", nr.4-5, 1985

Misefari E., La liberazione del Sud, Pellegrini, 1992

Misiani S., La Repubblica di Caulonia, Rubettino, 1994

Molinelli G., Itinerari politici meridionali: dai fatti di Caulonia a quelli di Andria, Cultura Proletaria, Roma, 1945

Silvi F., Una Repubblica alla sbarra, Setel, Catanzaro, 1953

Togliatti P., Da Salerno a Caulonia, in "l'Unità", 20 marzo 1945

I lumi di Diogene, "l'Unità", 18 aprile 1945, attr. Palmiro Togliatti

 

Archivio Centrale dello Stato, Casellario politico centrale, 1195, f.1 Pasquale Cavallaro

-----

Pasquale Cavallaro morì a Gerace (RC) il 17 luglio del 1973.

Togliatti, Terracini e Cavallaro

TOGLIATTI SU CAVALLARO (123)

Ci troviamo di fronte a un uomo bandiera dell'antifascismo nella sua provincia, il quale per vent'anni ha attirato su di sè i fulmini dei poliziotti e funzionari asserviti al Fascismo ma che i magistrati non hanno mai potuto condannare per un delitto comune.

I lumi di Diogene, "l'Unità", 18 aprile 1945, attr. Palmiro Togliatti


 TERRACINI A CAVALLARO (154)

Le tue pagine gridano il tuo amore per la gente povera e dolente, dalla quale sei nato e per la cui liberazione umana e civile hai combattuto e fieramente sofferto; e sono tutte pervase del tuo amore per il loco, per la terra contesa, martoriata, bramata, per la cui emancipazione, a gloria e sostegno del lavoro, tu hai rischiato tanto e perso quasi tutto.

Lettera Terracini a Cavallaro del 28 marzo 1960

/Scheda IV. di copertina/

Alessandro Cavallaro, Operazione "Armi ai partigiani" - I segreti del Pci e la Repubblica di Caulonia, Rubbettino, 2009

Un libro che getta luce sui retroscena di un'importante vicenda calabrese e italiana della Seconda guerra mondiale, la Repubblica rossa di Caulonia del marzo 1945, e sul suo protagonista. Pasquale Cavallaro. Il ritrovamento di documenti inediti da parte dei figli e le memorie di uno di essi, testimone diretto dei fatti, rivelano aspetti finora sconosciuti del ruolo e dell'atteggiamento del Partito comunista italiano in una fase delicata della storia nazionale. Tutto ruota intorno all'operazione bellica "Armi ai partigiani", vale a dire lo sbarco in Calabria, tra il 1942 e il 1943, di armi destinate al movimento partigiano del Nord da parte degli Alleati. I comunisti calabresi sottrassero parte di quelle armi su indicazione del PCI, preoccupato di attrezzarsi militarmente a un periodo dall'esito incerto e dai sicuri conflitti civili con agrari e fascisti. Su nuove basi viene riletta la vicenda della Repubblica di Caulonia e rivalutata la figura di Pasquale Cavallaro, contrario a un'epurazione sommaria e strenuo custode di segreti, (..)




Pasquale Cavallaro (1891-1973)

Tribunale di Locri: Pasquale ed Ercole Cavallaro a processo - 23 giugno 1947

Eugenio Musolino (1893-1989) membro dell'Assemblea Costituente 







sabato 11 giugno 2022

I subalterni possono parlare? (Ania Loomba) 1a parte

 

Il dibattito nella critica postcoloniale sulla costituzione della soggettività antagonista e della parola ai subalterni (1a parte)


Ania Loomba - Colonialismo/Postcolonialismo

 

I subalterni possono parlare?

 

Secondo il punto di vista di Homi Bhabha, sottolineare la formazione delle soggettività postcoloniali come un processo che non è mai completamente o perfettamente terminato, ci aiuta a correggere l'enfasi posta da Said sulla dominazione e a concentrarci sulla soggettività dei colonizzati. Fondandosi tanto su nozioni psicoanalitiche che poststrutturaliste della soggettività e del linguaggio, Homi Bhabha sostiene che i discorsi coloniali non "funzionano" così facilmente come Orientalismo sembrerebbe suggerire. Nel corso del processo stesso con cui vengono diffusi, vengono anche ibridati, così che le identità fisse che il colonialismo cerca di imporre sia sui padroni che sugli schiavi diventano instabili. Al livello del discorso non c'è quindi nessuna chiara opposizione binaria fra colonizzatore e colonizzato, dal momento che entrambi sono coinvolti in una complessa reciprocità e i soggetti coloniali possono negoziare un proprio spazio nelle fratture dei discorsi coloniali in modi molto diversi. Altri critici, però, sostengono che sono proprio gli orientamenti poststrutturalisti, psicoanalitici e decostruzionisti dell'opera di Said e dei critici postcoloniali che a lui si rifanno, a cui deve essere imputata l'incapacità di questi autori di rendere conto delle voci antagoniste. Mentre Bhabha considera il processo della formazione del soggetto centrale per la caratterizzazione di un agente, Arif Dirlik lamenta che "la critica postcoloniale si è concentrata sui soggetti coloniali escludendo il mondo al di fuori del soggetto" (1994, p. 336). +1

Si tratta di una formulazione discutibile da diversi punti di vista, dal momento che la maggior parte dei marxisti e dei poststrutturalisti converrebbe sul fatto che "il soggetto" e il "mondo al di fuori del soggetto" non possono essere facilmente separati. Le vere differenze fra di loro dipendono dalle diverse concezioni del soggetto-agente coloniale e postcoloniale e dal modo in cui il mondo determina il soggetto. Come abbiamo già detto, per i pensatori poststrutturalisti il soggetto non è un'essenza fissa, ma viene costituito dal discorso. Le identità e le soggettività degli uomini sono in movimento e sono frammentate. Mentre alcuni critici e storici trovano che queste letture della formazione del soggetto facilitino la nostra comprensione delle possibili relazioni di reciprocità, delle negoziazioni e delle dinamiche del potere e della resistenza nelle relazioni coloniali, per altri la teorizzazione di un'identità frammentata ed instabile non ci permette di pensare a soggetti-agenti, capaci di costruire la propria storia. Una critica molto diffusa alla teoria postcoloniale è quella di essere troppo pessimistica in quanto figlia del post-moderno, questione sulla quale torneremo fra breve. Per il momento torniamo al fondamentale saggio di Gayatri Chakravorty Spivak, con il cui titolo abbiamo intitolato questo paragrafo. In "Can the Subaltern Speak?" (1985b), +2

Spivak sostiene che è impossibile per noi recuperare le voci dei soggetti "subalterni" ed oppressi. Anche un critico radicale come Foucault, scrive Spivak, che decentra totalmente il soggetto, tende a credere che i soggetti oppressi possano parlare per se stessi; questo avviene perché il filosofo francese non tiene in nessuna considerazione il potere repressivo del colonialismo e specialmente il modo in cui si è alleato con il patriarcato. Spivak affronta poi i dibattiti coloniali sull'immolazione delle vedove in India per illustrare la sua tesi che gli effetti combinati del colonialismo e del patriarcato hanno reso molto difficile per i subalterni (in questo caso la vedova indiana bruciata sulla pira del marito) articolare il proprio punto di vista. Studiose come Lata Mani hanno mostrato che nei prolungati dibattiti e nelle discussioni che hanno accompagnato le legislazioni del governo britannico contro la pratica del sati, le donne non erano presenti come soggetti del dibattito. Spivak legge questa assenza come emblematica della difficoltà di recuperare la voce del soggetto oppresso e come prova del fatto che: "non c'è uno spazio da cui i soggetti subalterni [sessuati] possono parlare”. Così Spivak contesta la divisione semplicistica fra colonizzatori e colonizzati inserendo la "donna di colore” come categoria oppressa da entrambi. Gli uomini che appartengono all'élite indigena possono aver trovato, secondo Spivak, un modo per parlare, ma per quelli che appartengono a strati più bassi della gerarchia, l’autorappresentazione non è possibile. L'intenzione di Spivak è anche quella di contestare la convinzione semplicistica che gli storici postcoloniali siano in grado di recuperare il punto di vista dei subalterni. Allo stesso tempo Spivak prende sul serio il desiderio degli intellettuali postcoloniali di mettere in luce l’oppressione e di fornire la prospettiva degli oppressi. Per questo suggerisce che gli intellettuali adattino la massima gramsciana "pessimismo della ragione e ottimismo della volontà"- combinando uno scetticismo filosofico sulla possibilità di recuperare la soggettività subalterna con l'impegno politico di rendere visibile la posizione dei marginalizzati. Sono quindi gli intellettuali che devono "rappresentare" i subalterni:

 

- I subalterni non possono parlare. Non c'è alcuna virtù nel comporre liste della spesa in cui per bontà d'animo si facciano figurare le donne - Il modo di rappresentare le donne non è cambiato. Per questo le donne intellettuali hanno un compito a cui non possono venir meno con facilità (1996, p. 308).- +3


da Ania Loomba - Colonialismo/Postcolonialismo, Meltemi, 2000, pp.226-228

Note

+1 Dirlik,A.,1994, The Postcolonial Aura: Third World Criticism in the Age of Global Capitalism, "Critical Inquiry", nr.20,2, pp.328-356.

+2 Spivak,G.C., 1985b, Can the Subaltern Speak? Speculations on Widow-Sacrifice, "Wedge", pp.120-130.

+3 Spivak,G.C., 1996, Post-structuralism, Marginality, Postcoloniality and Value, in   Contemporary Postcolonial Theory: A Reader, a cura di P.Mongia, London, Arnold.


Ania Loomba (Delhi, 1955) è una studiosa di letteratura indiana che lavora come professoressa all'Università della Pennsylvania. Il suo lavoro si concentra sul colonialismo e sugli studi postcoloniali, sulla teoria razziale e femminista, sulla letteratura e cultura indiana contemporanea e sulla prima letteratura moderna.





mercoledì 8 giugno 2022

Antonio Gramsci: Contro il fascismo nascente / Introduzione di Luca Cangemi

 

Alle origini dell’antifascismo gramsciano

di Luca Cangemi

 

 

Cento anni fa il fascismo vinceva in Italia.

Con la violenza e grazie alla chiara complicità dell'esercito, della monarchia, degli apparati dello stato, veniva imposta una drammatica svolta al paese, una rottura eversiva, ma presto accuratamente coperta da una ipocrita veste legale. Le varie fazioni delle classi dirigenti (industriali e agrari in primo luogo) trovavano nel relativamente giovane partito mussoliniano non solo conforto della loro paura verso un movimento operaio sconfitto ma ancora di dimensioni imponenti ma anche una formula di gestione della società italiana, in cui guerra e crisi sociale avevano fatto saltare gli equilibri precedenti. Impressiona di fronte a questa svolta l'incapacità di comprendere il significato degli avvenimenti non solo dei ceti politici, che verranno ben presto travolti, ma in misura ancor più rilevante dei circuiti intellettuali principali. Si stagliano, eccezionalmente, su questo desolante panorama,  gli scritti di un giovane intellettuale e dirigente politico, sardo ma partecipe e protagonista della Torino operaia e del gruppo dirigente nazionale che sta dando vita in quei mesi al Partito Comunista Italiano: Antonio Gramsci. Alcuni di questi scritti li raccogliamo in volume. Essi sostanzialmente accompagnano, in tempo reale, il movimento fascista dalla sua nascita alla completa affermazione del regime.

Un altro centenario, che da poco abbiamo messo alle spalle, quello del congresso di Livorno, della scissione socialista e della nascita del Partito Comunista d'Italia nel gennaio del 1921, è stato occasione per una operazione storico-politico-mediatica costruita prendendo in esame l'atteggiamento del gruppo che a Livorno si separa dal PSI per costruire il PCd'I. L'accusa rivolta ai comunisti è stata quella di aver trascurato il fascismo e il pericolo che esso rappresentava, di averlo indistintamente confuso con le altre correnti politiche borghesi, di essersi concentrati sulla polemica interna alla sinistra fino a provocarne la divisione e, in definitiva, favorendo l'affermazione di Mussolini. Cause di tale colpevole cecità sarebbero state l'adesione al mito rivoluzionario dell'Ottobre e la concreta azione della Terza Internazionale, che avrebbe sostanzialmente eterodiretto la scissione e la nascita del nuovo partito. La raccolta di testi che qui presentiamo dimostra -innanzitutto - la completa falsità storica di questa tesi, oltreché la sua evidente strumentalità politica e ideologica.

Una scelta necessariamente ristretta tra uno spettro potenzialmente molto ampio di articoli, interventi, documenti in grado di testimoniare l'attenzione assai precoce quasi in presa diretta - che viene dedicata alla pericolosità del fascismo da Gramsci e dall'intero gruppo comunista che si raggruppa intorno all'Ordine Nuovo, cioè a quello che sarà prima uno dei nuclei fondanti del PCd'I (sin dall'inizio individuato come riferimento da Lenin e dal Partito bolscevico) e poi la fonte della cultura politica dei comunisti italiani nei decenni successivi. Sono altre le tradizioni politiche del nostro paese a cui può essere rimproverato qualcosa per lo sviluppo e l'affermazione del fascismo: da chi tentò di utilizzarlo, a chi non lo contrastò rifiutando la mobilitazione e cercando umilianti accordi, a chi partecipò al governo dopo la marcia su Roma.

I comunisti prima e dopo Livorno - certo con limiti e contraddizioni che saranno oggetto di un dibattito interno lungo e difficile - invece, non solo denunciarono con chiarezza l'ascesa di Mussolini ma provarono a spingere alla lotta un movimento operaio già sconfitto e ferito. Ne è saggio esemplare sin dal titolo e per l'asprezza del tono l'articolo, non tra i più conosciuti fra quelli di Gramsci, del 31 gennaio 1921 (La guerra è la guerra) in cui si spinge alla resistenza armata il proletariato torinese contro le iniziative fasciste nella roccaforte proletaria. Siamo a pochi giorni dalla conclusione del congresso di Livorno, di poche settimane precedenti il congresso è il più noto e analitico Il popolo delle scimmie. La presunta "disattenzione comunista" rispetto al fascismo appare francamente difficile da dimostrare. Nasce, invece, anche da quelle scelte e da quelle riflessioni, l'esperienza di un partito che pur piccolo e duramente colpito riesce a mantenere una propria presenza clandestina durante il ventennio, a rivestire un ruolo importante nella lotta alle avventure internazionali del fascismo (basti pensare alle Brigate Internazionali durante la guerra di Spagna) e infine a rappresentare il fulcro della Resistenza. Il fascismo - fin dal primo momento - non è solo un nemico mortale, è anche un problema. Cioè, per Gramsci e per  l'Ordine Nuovo contro il movimento fascista non va solo organizzata una lotta spietata, è necessario condurre uno studio sistematico. È estremamente chiaro - sin dall'inizio - che il fascismo è fenomeno complesso, dai caratteri inediti.

Non sarà un caso, dunque, se negli anni successivi, di fronte al consolidamento del regime fascista verranno proprio da coloro che hanno militato nell'Ordine Nuovo contributi di analisi straordinari, ancor oggi ritenuti imprescindibili da storici di ogni orientamento. Ci riferiamo, naturalmente, ai gramsciani Quaderni del carcere, alle straordinarie Lezioni sul fascismo tenute a Mosca da Togliatti ed anche al libro Nascita e avvento del fascismo di Angelo Tasca, una figura che seguì un percorso assai diverso e discusso. Per Gramsci, in particolare, il nesso tra crisi organica e sovversivismo delle classi dirigenti indica un terreno di riflessione che si sviluppa con continuità lungo tutto l'arco della sua elaborazione. Proprio il tema del fascismo segnala l'inesistenza di una cesura tra prima e dopo l'arresto nell'opera gramsciana, che certamente si sviluppa in condizioni, materiali e intellettuali, assai diverse prima e dopo l'arresto, ma che mantiene una netta e inconfondibile «grammatica». Questi testi che proponiamo - scritti tra la fine del 1920 e l'inizio del 1926 - presentano, dunque, oltre a un indubbio interesse di testimonianza storica, nuclei concettuali di straordinario valore. Il fascismo vi appare colto nella sua complessità e nella sua dinamicità, nel suo «farsi» attraverso le contraddizioni della società italiana e, allo stesso tempo, viene analizzato, precocemente, come fenomeno internazionale, intellegibile solo collocandolo nello scenario del mondo.

Questa chiarezza del nesso tra piano nazionale e piano internazionale, che verrà poi verificato dal diffondersi del fenomeno fascista in molti paesi, viene direttamente dal leninismo e dalla discussione, assai più ricca e articolata di come viene rappresentata, all'interno del Comintern.

«Solo mettendosi da un punto di vista internazionale.. si può valutare per intiero le cause... della reazione in Italia ma soltanto con un attento esame degli aspetti particolari che nell'Italia stessa aveva assunto la lotta di classe si può comprendere la portata reale del fenomeno fascista», afferma Togliatti in un altro testo assai importante, la relazione al IV Congresso della Terza Internazionale, scritto nel fatidico ottobre del 1922. Da qui parte dunque quella necessità, che sarà così tipica dei Quaderni, di ricostruire, rileggendola, la storia italiana  ma anche quello sforzo che potremmo definire, persino, antropologico di comprendere le «forze elementari» che il fascismo ha evocato nel profondo della società italiana. Di grande importanza è anche l'attenzione che Gramsci pone al modo singolare in cui il fascismo si inserisce nella lotta di classe del nostro paese, proponendosi come forma moderna di unificazione delle classi dominanti e come forma di egemonia borghese adeguata a una società in cui hanno fatto irruzione le masse e che ha vissuto l'esperienza devastante della guerra (l'attenzione all'impatto sociale e, in senso ampio, culturale della guerra è straordinario in Gramsci). Sono temi che anticipano di decenni successive acquisizioni storiografiche e che riguardano il dibattito sul «totalitarismo». Totalitarismo è termine fuorviante e inutilizzabile in quanto trasformato, da molto tempo, in un arnese ideologico da guerra fredda (e non a caso oggi rispolverato) ma la questione delle trasformazioni del potere nella società di massa del Novecento è invece un terreno importante di indagine. In questo quadro di grande acutezza sono le analisi del pensatore sardo sulle articolazioni interne del movimento fascista, in particolare tra piccola borghesia e grandi interessi capitalistici, tra fascismo urbano e fascismo agrario («i due fascismi»). È infine di straordinaria importanza e lungimiranza la netta caratterizzazione del fascismo come inevitabilmente imperialista e aggressivo, teso a esportare all'esterno le contraddizioni (e le miserie) della borghesia italiana. Tutto questo lavoro - in cui politica militante e riflessione intellettuale procedono in modo indissolubile -  trova una sistemazione organica e impegnativa nelle tesi per il terzo congresso del Partito Comunista d'Italia, che si svolge a Lione nel gennaio del 1926 e che rappresenta una tappa fondamentale nello sviluppo della linea e della cultura politica dei comunisti in Italia. Concludiamo la nostra breve rassegna di testi con significativi passi sulla politica del fascismo, tratti appunto dalle Tesi di Lione. Qualche mese dopo Gramsci sarebbe stato arrestato, mentre il regime fascista completava il suo consolidamento. Il fascismo non è stato una parentesi improvvisa nella storia italiana e se questa affermazione è ormai difficilmente contestabile rispetto agli anni precedenti il ventennio, essa è in qualche misura valida anche rispetto alla fase successiva. La Resistenza, la Repubblica, la Costituzione rappresentano certamente una svolta profonda, ma forti elementi di continuità hanno continuato a persistere nella società, nelle classi dominanti, negli apparati statali, pesando in mille modi, anche tragici e inquietanti, sui passaggi più delicati della vita nazionale. Fino ad arrivare a tentativi aperti di rilegittimazione del fascismo funzionali a una precisa visione della società italiana e alla sua collocazione in una scena internazionale segnata dai pericoli di guerra. Non intendiamo appiattire la prospettiva storica, i problemi di oggi sono ben diversi da quelli degli anni Venti, ma dal pensiero forte gramsciano che si contrappose alla marea fascista montante riceviamo ancora oggi un contributo alla comprensione di processi profondi. E soprattutto abbiamo un metodo da imparare.

Questa raccolta di scritti di Antonio Gramsci, più che altro una costellazione di suggestioni, vuole essere stimolo alla riflessione e all'approfondimento, rivolto in particolare alle giovani generazioni.

 

 

dall' Introduzione a Antonio Gramsci, Contro il fascismo nascente, Lunaria, 2022, a cura di Luca Cangemi


Luca Cangemi

Docente di filosofia e storia, dottore di ricerca in scienze politiche e autore di L’elefante e la metropoli; L’india tra storia e globalizzazione (2012) e Altri Confini; IL PCI contro l’europeismo (2019). Militante del PCI e PRC, è stato membro della Camera dei deputati nella XI e XIII legislatura.