le lenti di Gramsci

martedì 16 gennaio 2018

POTERE AL POPOLO SU IL MANIFESTO


un servizio di Adriana Pollice da Napoli rompe il silenzio quasi totale dei media sulla lista della sinistra antagonista
(integrale)

Potere al popolo! giovedì prossimo sbarca nella sala stampa della camera: la lista lanciata dal video-appello dell’Ex Opg Je so’ pazzo presenterà candidati e programma per le elezioni politiche del 4 marzo, frutto dell’elaborazione di oltre 300 assemblee territoriali, e il capo politico, Viola Carofalo.

Nella mini bio Viola si definisce «lavoratrice precaria con un assegno di ricerca dell’Università Orientale, dopo aver conseguito due dottorati in filosofia».

La location è stata scelta con un obiettivo: «Portiamo alla camera le istanze di tutti coloro che hanno subito le decisioni politiche degli ultimi anni ma che si sono adoperati per far fronte alla crisi e all’impoverimento dilagante».

Domenica scorsa, a Napoli, gli attivisti hanno riempito il cinema Modernissimo per la presentazione dei candidati.

Le storie personali raccontano la piattaforma politica della lista. C’erano volti noti della sinistra come l’ex leader della Fiom Giorgio Cremaschi, l’avvocato Elena Coccia e lo storico Giuseppe Aragno accanto a una nuova generazione di protagonisti delle lotte.

Chiara Capretti è uno dei motori dell’Ex Opg (dove l’ambulatorio registra più di 1.500 visite all’anno di napoletani e migranti), tra i fondatori della rete di Solidarietà popolare per l’accoglienza dei senza fissa dimora, rete che coordina associazioni impegnate sui temi della disuguaglianza sociale, della povertà e diritti dei detenuti.

Barbara Pierro è facile incontrarla a Scampia: avvocata, nel suo quartiere lavora con l’associazione «Chi rom e… chi no» perché ci siano condizioni giuste di vita per tutti attraverso processi di emancipazione e riappropriazione dello spazio pubblico.

Salvatore Cosentino è laureato in filosofia e fa il fonico, è uno di quei lavoratori dello spettacolo che subiscono un mercato del lavoro sempre più precario e a basso costo. Anche Salvatore è facile da intercettare tra chi, a Bagnoli, si batte contro la speculazione e per la bonifica dell’ex area Italsider.

Sul palco domenica è salita anche Hazel Ndulue per spiegare che «una donna di colore non è l’oggetto delle passioni maschiliste né il colore della pelle ci identifica automaticamente come stranieri». Hazel non ha i 25 anni necessari per candidarsi ma il suo impegno a Castel Volturno è parte del lavoro di Potere al popolo! sui territori.

Sul piano nazionale, saranno in lista Lidia Menapace e Nicoletta Dosio (attivista No Tav). E poi c’è Ilaria Mugnai, 29 anni e un contratto come consulente informatico, le tasse da pagare alla facoltà di Scienze politiche di Firenze, occupante casa, impegnata con i Clash city workers e parte delle Brigate di solidarietà attiva, in Abruzzo durante i giorni del terremoto.

Stefania Iaccarino è invece una di quei lavoratori Almaviva della sede di Roma che si sono rifiutati di firmare l’accordo accettato dai sindacati e poi hanno fatto ricorso contro i licenziamenti, ottenendo il reintegro.

C’è anche un pezzo del mondo del calcio che appoggia Potere al popolo! L’allenatore Renzo Ulivieri ha postato su Facebook: «Ho provato a spiegarmelo. Anche razionalmente. Sto con Liberi e uguali, il cosiddetto Pd2, perché più forza prende più riuscirà a spostare a sinistra il Pd1. Solo che per me la politica è passione. Mentre facevo questi pensieri emozione zero. Ho scelto Potere al popolo! e sarò lì. La scelta riguarda il tipo di società nella quale vogliamo vivere. O si è di sinistra o non lo si è».

Partecipa alle assemblee di Vercelli Paolo Sollier: nato in Val di Susa, figlio di operai, era il centrocampista comunista del Perugia degli anni ’70 che militava in Avanguardia Operaia e salutava la tifoseria con il pugno chiuso.



venerdì 5 gennaio 2018

Potere al Popolo sull'Ilva: ripubblicizzazione per lavoro, salute ed ambiente


Solo il controllo popolare può respingere i ricatti per il profitto e coniugare lavoro, salute ed ambiente

La questione Ilva è una bomba a orologeria pronta a esplodere. I governi Letta-Renzi-Gentiloni non hanno realizzato né il risanamento ambientale né il rilancio dell’azienda. Hanno lasciato invece che Ilva fallisse per poi svenderla al miglior offerente. Con i decreti “salva Ilva” hanno schiacciato la democrazia, rendendo impotenti gli enti locali e le organizzazioni dei cittadini e concentrando tutto il potere nelle mani del governo e dei suoi commissari. Oggi il governo agita il ricatto occupazionale: o si accettano le condizioni di Arcelor Mittal oppure salta tutto, e 15 mila lavoratori rischiano il posto. Ma i ricatti ci hanno stancato. Taranto non vuole più scegliere fra salute e lavoro. La vera scelta è fra il profitto di una multinazionale e i diritti di tutti, dentro e fuori la fabbrica. Dobbiamo essere uniti, come un solo popolo, per conquistare ciò che ci spetta.
1) Eliminazione del danno sanitario. La tutela della salute è una priorità assoluta. L’Ilva così com’è non può più esistere. Una Valutazione del Danno Sanitario preventiva deve definire i tetti massimi di produzione e le trasformazioni del processo produttivo necessari ad azzerare i rischi per la salute. Il Piano industriale deve adeguarsi rigorosamente a queste condizioni. In ogni caso, l’area a caldo va rottamata e sostituita con tecnologie innovative; i parchi minerali vanno eliminati; le attività più pesanti vanno dislocate a distanza dal centro abitato. Se lo stabilimento non sarà adeguato a queste condizioni in tempi stretti, la chiusura resterà la sola ipotesi possibile e opportuna. 
2) Potenziamento dei servizi sanitari locali. Il territorio è impreparato a fronteggiare l’emergenza sanitaria, anche a causa dei tagli alla sanità pubblica imposti negli ultimi anni dal governo e dalla Regione. Vanno ripristinati i servizi soppressi e va realizzato un polo oncologico pubblico. 
3) Una solida alternativa economica. I tanti disoccupati e precari del territorio hanno bisogno di lavoro stabile e ben retribuito. E’ necessario superare la monocultura dell’acciaio attraverso investimenti pubblici nella bonifica e nella manutenzione del territorio; nella riorganizzazione dell’agricoltura su basi cooperative; nella valorizzazione del patrimonio artistico, culturale e paesaggistico. 
4) Garanzia dei redditi e della salute dei lavoratori. La trasformazione dello stabilimento non deve generare nessun esubero; tutti devono essere preservati dagli inquinanti e lavorare in sicurezza. Per questo è necessario ridurre l’orario di lavoro (a parità di salario), abbassare l’età pensionabile e garantire un controllo operaio sull’organizzazione del lavoro. Per realizzare queste condizioni serve un Piano di riconversione, da elaborare con la partecipazione democratica dei cittadini, dei lavoratori, delle migliori competenze in campo sanitario, ambientale e industriale. Ma è anche necessario impedire la svendita a Mittal. Il suo piano ambientale non prevede nessuna delle condizioni necessarie a rendere innocuo lo stabilimento. Con la privatizzazione di Ilva rimarrebbe un danno sanitario inaccettabile, che costringerebbe la magistratura a nuovi interventi. Ilva deve essere di proprietà pubblica, e sottoposta a controllo popolare. Un futuro migliore per tutti è possibile. Per realizzarlo dobbiamo sbarazzarci dei ricatti e lottare insieme. Potere al Popolo è a disposizione di chiunque non ne può più di subire. Le prossime elezioni possono essere il momento per iniziare a riprenderci quello che ci spetta: salute, lavoro, democrazia.



martedì 2 gennaio 2018

Mauro Alboresi (PCI): la lista POTERE AL POPOLO, un'esperienza fortemente condivisa


ALBORESI, segretario PCI: la lista POTERE AL POPOLO, un'esperienza fortemente condivisa che non lede l'autonomia dei comunisti. Al lavoro nella campagna elettorale per le elezioni del 4 marzo prossimo e anche oltre.
Pubblichiamo un’intervista al compagno Mauro Alboresi, Segretario Nazionale del PCI a cura della redazione del sito del PCI.
R. Sabato 30 dicembre s’è tenuto il Comitato Centrale del nostro Partito, all’ordine del giorno la questione delle prossime elezioni nazionali del 4 marzo e la linea che il PCI assumerà rispetto a questa scadenza. Puoi riferire ai nostri compagni e alle nostre compagne e tutti e tutte coloro che ci seguono l’esito del Comitato Centrale? 
M. Dopo una lunga, appassionata e a volte non facile discussione (com’è normale che sia, in relazione a passaggi delicati come questi, in cui si affrontano temi importanti come quelli della politica delle alleanze e della tattica elettorale del Partito) si è assunta, a larga maggioranza, una decisione definitiva: il PCI aderisce, per le elezioni del 4 marzo, alla Lista “Potere al Popolo”. Peraltro, lo vogliamo sottolineare, lo stesso verbo “aderisce” non è quello più indicato, poiché il PCI ha lavorato per quasi due anni al fronte di gran parte di quelle forze che oggi costituiscono “Potere al Popolo” e di questo fronte è stato protagonista centrale e riconosciuto.
R. Quali sono i motivi di fondo che hanno spinto il PCI a tale scelta?
M. Tale scelta, innanzitutto, trova le proprie ragioni profonde e originarie nella lettera e nello spirito del Documento Politico attraverso il quale, nel giugno del 2016, a Bologna, s’è tenuta l’Assemblea Costituente del PCI, un Documento che individua un percorso di crescita, politica e sociale, del nostro Partito, oltreché nell’iniziativa autonoma del PCI, anche attraverso un ruolo centrale da svolgere: quello di essere il perno di un fronte di forze comuniste, anticapitaliste, antiliberiste e di sinistra d’alternativa, un fronte popolare avente innanzitutto il compito di ricostruire, nel nostro Paese, ciò che da decenni drammaticamente è assente: un’opposizione di classe e di massa. A partire da ciò è chiaro che l’unità d’azione delle forze comuniste e di classe, delle forze politiche, sociali e sindacali più avanzate risponde soprattutto all’esigenza delle lavoratrici e dei lavoratori, dei giovani, degli immigrati, di tutto quel vastissimo mondo sociale in grande sofferenza di essere finalmente rappresentato sia sul piano politico che su quello della lotta sociale. Da troppi anni il conflitto capitale-lavoro viene guidato dai padroni: è ora che alla testa delle lotte tornino le forze anticapitalistiche e per perseguire questo obiettivo occorre innanzitutto che queste forze vengano unite. Questo è il senso più profondo della scelta del PCI, volta ad unirsi, in questa tornata elettorale, alla Lista “ Potere al Popolo”, un fronte che può andare oltre il 4 marzo. Ciò che vorremmo è che anche dopo il 4 marzo nelle piazze, davanti alle fabbriche e ai luoghi di lavoro, davanti alle scuole e dentro le università molte soggettività comuniste, anticapitaliste, della sinistra di classe, dei movimenti giovanili e di lotta – e non solo il PCI – si trovassero, unite, a lottare.
R. Nel dibattito interno al PCI si sono materializzate delle voci critiche, preoccupate che nella simbologia di “Potere al Popolo” sia assente il simbolo della falce e il martello…
M. Sono critiche che comprendiamo, che ascoltiamo non solo perché provengono dai nostri militanti, dai nostri quadri ma perchè anche noi avremmo preferito che i simboli del lavoro fossero visibili nel simbolo della lista comune. Ma a queste critiche rispondiamo che in un’alleanza politica tra diversi (non solo tra forze comuniste, ma anche di sinistra, sindacali, sociali, di movimento, com’è l’alleanza di “Potere al Popolo”) il simbolo che tiene tutti uniti è sempre una mediazione tra le parti. Ciò fa parte dell’esperienza dell’intera storia del movimento comunista mondiale, compreso il movimento comunista italiano: quando i partiti comunisti hanno ritenuto opportuno, nella loro intera e lunga storia mondiale, affrontare le elezioni assieme ad altre forze hanno sempre “fatto sintesi” attraverso un altro simbolo, che non poteva essere quello di una o più di una delle forze presenti nel fronte, nell’alleanza. Tuttavia il logo “Potere al Popolo”, con la stella rossa, tutto è meno che una simbologia moderata: “Potere al Popolo” è già di per sé un’indicazione strategica (sovranità popolare) addirittura rivoluzionaria e la stella rossa è la medesima delle bandiere dell’intero movimento comunista e rivoluzionario mondiale. Ma, dicevamo, c’è qualcosa che va ben oltre la questione simbolica: al centro delle cose c’è l’esigenza strategica dell’unità delle forze comuniste, anticapitaliste, della sinistra politica e sindacale di classe affinché si possa rilanciare una lotta sociale vasta, che abbia l’obiettivo di cambiare finalmente i rapporti di forza, nel nostro Paese, tra capitale e lavoro. E, certo, un obiettivo sociale così alto il PCI, oggi, non può perseguirlo da solo …
R. Nel nostro dibattito interno è emersa a volte un’altra preoccupazione: in questa esperienza unitaria può appannarsi l’autonomia del PCI?
M. L’autonomia del PCI non è data dalla sua politica delle alleanze a sinistra. Essa proviene dalla forza del suo pensiero politico e teorico e dalla sua prassi. E da questo punto di vista credo di poter dire che siamo largamente garantiti, nel senso che dal processo della costituente comunista ad oggi il nostro pensiero politico generale, volto ad un’analisi del quadro internazionale e nazionale, si sia irrobustito notevolmente (anche se c’è da irrobustire la nostra prassi e la nostra lotta sociale e politica). Occorre, invece, sottolineare un aspetto decisivo che risiede nella costruzione delle alleanze: è dentro le alleanze con le forze politiche e sociali più avanzate, è nelle lotte che si portano avanti assieme a queste forze, è nell’azione di massa, che vede i comunisti e le comuniste svolgere un ruolo protagonista, che il PCI cresce, che si dà, appunto, una linea di massa che, unica via, può davvero far si che il Partito ricostruisca i legami di massa, il radicamento e l’organizzazione. Un PCI volto all’isolamento sociale e politico sarebbe un bambino già morto in fasce…
R. Possono esserci problemi d’ordine programmatico, nell’alleanza con “Potere al Popolo”?
M. Il programma di un fronte largo non è mai il programma di uno dei soggetti del fronte. Ma nel programma di “Potere al Popolo”, al quale abbiamo dato un notevole contributo, vi sono punti alti e centrali di condivisione: la critica delle politiche imperialiste e della NATO, la lotta contro il riarmo, la critica radicale dell’Unione europea liberista e dei Trattati, il primato della lotta antifascista, la critica serrata alle politiche del PD e del “renzismo”, la critica radicale ai nuovi cartelli elettorali e alle politiche del “centro-sinistra”, l’esigenza di costruire un’alternativa sociale e politica di classe e di massa. Punti centrali sui quali il PCI conviene pienamente e che ci parlano di un’esperienza unitaria che nulla ha a che vedere con altre e precedenti esperienze, quali l’Arcobaleno e Rivoluzione Civile. Qui, in “Potere al Popolo”, la cifra sociale e politica espressa è comunista, anticapitalista, di sinistra d’alternativa e di classe. E lasciatemi dire: vi è un “linguaggio politico”, espresso innanzitutto da quel forte movimento giovanile che fa parte di “Potere al Popolo”, che riesce ad innovare e rafforzare l’intero “discorso politico” di quest’alleanza. E’ un linguaggio, questo dei giovani, di tipo chiaramente comunista, di classe e chiaramente proveniente (per come affronta le questioni della diffusione della precarietà, anche esistenziale, dei giovani, dell’assenza del lavoro, dell’assenza delle garanzie sociali e dello stesso loro futuro) dalle concrete e vive contraddizioni sociali vissute dai giovani stessi. Un linguaggio politico innovativo che può far molto bene anche al nostro Partito.
Tutto ciò ci garantisce, sul piano elettorale? Certo che no: la garanzia di un successo elettorale ce l’avrebbe forse data solo un’alleanza subordinata con il PD o con il centro sinistra. Una scelta che sarebbe stata la nostra morte politica. C’è solo una strada, in questa ormai avviata campagna elettorale, che può portarci ad un risultato positivo: l’impegno strenuo – in ogni piazza, in ogni strada, in ogni casa – volto a popolarizzare le nostre ragioni, le nostre idee, la nostra lotta. E c’è un modo solo di portare avanti questo impegno: l’investimento di tutte le forze del PCI e la loro totale unità d’azione con l’intero fronte di “Potere al Popolo”. Indipendentemente, persino, dall’esito elettorale (per il quale esito positivo dobbiamo tuttavia e naturalmente lavorare con tutte le nostre forze) si raggiungeranno altri importanti obiettivi: l’immersione del nostro Partito in una più vasta azione di massa (base primaria per la stessa crescita del PCI) e, se lavoriamo bene, la nascita di un fronte comunista e anticapitalista per le lotte future in questo Paese. Abbiamo molto e giustamente discusso, care compagne e cari compagni. Ora, a cominciare dalla raccolta delle firme per la presentazione della Lista “Potere al Popolo”, alla lotta!

                                                    

                                                          

sabato 30 dicembre 2017

POTERE AL POPOLO è


è un movimento nuovo, che parte dal basso,da persone preparate e senza santi in paradiso (e che nemmeno li vogliono), che vivono lo sfruttamento e le barbarie tutti i giorni sulla propria pelle,che subiscono le ingiustizie e la privazione di ogni diritto.
Potere al Popolo è voglia di fare,di cambiare le cose,è entusiasmo,determinazione,convinzione che un altro modo di società è possibile,è necessaria.
È consapevolezza che il popolo unito non sarà mai vinto,che insieme siamo una forza,che gli sfruttatori sono la minoranza e che possiamo farcela.
Potete al popolo è speranza,è speranza che si concretizzerà in una società più giusta e libera dallo sfruttamento.
Potere al popolo è militanza,idee,coinvolgimento,passione.
Potere al popolo è urgenza di cambiamento,è riconquistare la propria dignità e poter guardare al futuro.
Potere al popolo nasce così.
Non ci fermeramo alle elezioni.
Fino alla vittoria:Potere al popolo!

(Lina Rinaldi, FB)



venerdì 22 dicembre 2017

Dall'alternanza scuola-lavoro alla lotta di classe


dal sito di Resistenze

C'è bisogno di più disciplina? L'alternanza scuola-lavoro come inganno pedagogico

[..] Il lavoro come terapia educativa, dunque. Senza ricadere negli eccessi violenti del passato, l'infanzia prolungata si cura con il lavoro. La maturità del giovane con la testa tra le nuvole è la soggezione al capitale. L'uscita dall'infanzia, la maturazione, è lavorare per il padrone, alle condizioni del padrone. Svegliati, matura, capisci la tua natura di servo. Prostituisciti al capitale. Gratis mentre sei a scuola, e poi per un salario da fame quando la scuola sarà finita. E ringrazia il padrone se non porta l'azienda in Serbia e non ti lascia disoccupato, ché farti lavorare mica gli conviene. Lo fa per te, come un buon padre.
Dietro la retorica del lavoro, si nasconde il profitto degli imprenditori. Dietro la voce che ti dice di maturare, si nasconde la legge iniqua del capitale. La "cura del lavoro" è una enorme violenza ideologica, che spaccia il lavoro sotto il padrone per l'unico lavoro possibile.
La contraddizione è delle più evidenti. Il duro lavoro dovrebbe farti maturare. Ma con le attuali condizioni di lavoro non si esce mai dall'infanzia. Il capitale finge di volerti adulto, mentre ti lascia per sempre bambino. Questa è la base economica dell'infantilismo psichico! Come puoi diventare adulto, comprare casa, mettere su famiglia, con il salario da fame che ti dà il capitale quando diventi "maturo"? Finché comanda il capitale, l'età adulta è solo anagrafica. E le soluzioni del capitale sono, come al solito, false soluzioni.
Solo in un'umanità liberata, solo in una società comunista, il lavoro può essere realizzazione di se stessi. Solo nel comunismo, il lavoro è il tuo lavoro, quello che dà senso alla tua vita. Nel comunismo lavori per te stesso, e non per un altro che si arricchisce con il tuo lavoro, togliendoti tutto. Solo nel comunismo il lavoro è davvero nobile, e non è l'ignobile fatica del lavoro imposto e comandato dal capitale, che ti mastica per 8 ore al giorno e poi ti sputa; e che ti rende un fantasma durante il poco tempo libero che ti viene generosamente concesso!
I giovani perdono tempo, è vero. C'è bisogno di più disciplina, è vero. Ma non della vecchia disciplina familiare; né della disciplina del lavoro capitalistico. La disciplina di cui i giovani hanno bisogno è la disciplina che serve per organizzarsi, per riconoscere i propri compagni, e combattere insieme a loro la lotta di classe per la propria liberazione.

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