le lenti di Gramsci

giovedì 9 gennaio 2020

NOSTRO DOVERE E’ RESISTERE (e quando possibile contrattaccare)


bella riflessione del prof. Angelo D’Orsi sul caso politico-giudiziario di Nicoletta Dosio

“Per la persona onesta, il solo posto giusto in una società ingiusta, è la galera”. Ecco il pensiero, di Henry David Thoreau, il grande teorico della disobbedienza civile (correva l’anno 1849), da lui proposta come arma di lotta contro il potere ingiusto: un pensiero che mi ha attraversato la mente alla notizia dell’arresto di Nicoletta Dosio, e del suo trasferimento in carcere. Non mi pare di dover aggiungere altro, se non che Nicoletta Dosio ha dato una lezione a tutti. Cerchiamo di farne tesoro, in questi tempi amari e difficili che stiamo attraversando e che, con il 2020, dubito potranno migliorare.
Ma il nostro dovere, il compito che dobbiamo assumere sulle nostre spalle, se vogliamo essere dalla parte degli umiliati e offesi di dostoevskiana memoria, degli schiacciati dai grandi potentati finanziari, degli oppressi da mille forme di ingiustizia, il nostro dovere è resistere, e quando possibile contrattaccare, lavorando sul lungo periodo, studiando e organizzando la contro-egemonia, dal basso. Con tutte le conseguenze, spesso pesantissime, come la galera, pressochè inevitabili in una società fondata sul rovesciamento dei valori: i giusti in prigione, i gaglioffi a piede libero; i cialtroni politici che occupano permanentemente ogni spazio di comunicazione, mentre le persone serie sono obbligate al silenzio; gli asini sulle poltrone ministeriali, i competenti a subirne le volontà; gli ultra-ricchi che si arricchiscono incessantemente, i poveri che si impoveriscono, penosamente...
Occorre, dunque, essere consapevoli che i comportamenti, personali e politici, fondati sul rigore morale, sulla serietà politica, sulla coerenza intellettuale, sono destinati alla sconfitta, probabilmente, la sconfitta di chi combatte ad armi impari: loro forse vinceranno e se vinceranno sarà perchè "hanno la forza", ma non la ragione, come un altro grande filosofo e scrittore, Miguel de Unamuno ebbe a dire (era il 12 ottobre 1936) quando una masnada di fascisti, al comando di Millan Astray, complice di Francisco Franco, assetati di sangue, desiderosi di distruggere e ostentare la propria ignoranza, fecero irruzione nell'aula magna dell'Università di Salamanca, una delle più antiche del mondo, di cui Unamuno era rettore, urlando "Viva la muerte! Abajo la inteligencia!". Unamuno si salvò per un soffio dal linciaggio. Fu destituito e morì, davvero di dispiacere, la sera del 31 dicembre, di quell'anno.
Due insegnamenti importanti e trascurati, quelli di Thoreau e di Unamuno, di cui Nicoletta Dosio con la sua coerenza ci restituisce se non l'attualità, certo la necessità: una difficile necessità, ma solo esempi alti ci possono aiutare a vivere onorevolmente, e a combattere senza paura. Lavorando magari non con la prospettiva di essere tra i vincitori dell'oggi, ma nella ferma convinzione di esserlo domani. Almeno idealmente, perché molti di noi, certo chi scrive, quel domani non lo vedranno. Ma questo non deve indurci ad abbandonare l'impegno e la lotta. Il nostro motto deve essere lo stesso lanciato da un giornale realizzato clandestinamente da un manipolo di uomini a Firenze, nel 1925, contro il fascismo trionfante: "Non mollare".
Auguri a tutti noi. O detto altrimenti, a coloro che condividono questi pensieri...”

Angelo D’Orsi, 31 dicembre 2019


Omicidio Soleimani: USA e il terrorismo di Stato


guerra morte e distruzioni: contro i popoli, contro la storia. / l’imperialismo e’ terrorismo — fe.d. 

Angelo d'Orsi, Marx21.it

Non ci si può più stupire davanti al terrorismo di Stato, rappresentato sul piano globale dagli Stati Uniti, quale che sia l’Amministrazione che ne guida la politica. Siamo altresì stanchi di manifestare una impotente indignazione, davanti ad atti come quello compiuto ieri dagli yankees a Baghdad. E diciamolo che non ne possiamo più del silenzio della “comunità internazionale” quando invece dovrebbe far sentire la sua voce, nel senso della verità e della giustizia.  Siamo provati, anzi stremati davanti all’impunità che gli Usa e il loro fedele servo-padrone Israele, hanno garantita, potendo permettersi ogni violazione del diritto internazionale, tra cui gli infamissimi “omicidi mirati”: una di queste operazioni, compiuta fuori del  territorio nazionale, ha eliminato una figura di militare e di politico di grandissimo rilievo, un vero eroe nazionale in Iran, come il generale Qassed Soleimani.

- Un gesto che nessuna giustificazione può avere, e che si rivelerà ben presto controproducente per chi lo ha compiuto, togliendo dalla scena non solo colui che è stato probabilmente il principale artefice della sconfitta di Daesh in Siria, ma anche a ben vedere un possibile interlocutore politico proprio degli Stati Uniti.  Un gesto che inoltre danneggia pesantemente l’Europa per le conseguenze che potrà avere, a partire dall’innalzamento del costo del petrolio. Una Europa che al solito non solo non ha una voce unitaria, ma balbetta o tace; brilla per inconsistenza il Governo italiano, con Di Maio agli Esteri, e con il “presidente-suo-malgrado” Giuseppe Conte che aspetta l’imbeccata per parlare. Ha parlato, anzi blaterato, l’ex vicepresidente Matteo Salvini con un post grottesco, in cui lo zelo del servitore si profonde a piene mani; è la dinamica servo-padrone, che si manifesta, ed è in fondo simile a quella che in atto da sempre, tra il presidente statunintese  e il capo del governo israeliano, chicchessia a rivestire i due ruoli. E questo chiacchiericcio trova riscontro in pseudo-analisi di pseudo-giornalisti della solita compagnia di giro pronta soltanto a cantare le lodi di Washington e a giustificare Tel Aviv.
Ma come è possibile che personaggi come quelli che pullulano in tutte le redazioni giornalistiche (della carta o radiotelevisiva, o del web) siano professionalmente degli “opinion maker”? ossia coloro che costruiscono e indirizzano l’opinione pubblica, obnubilandola, deformando la verità dei fatti, imbottendo i crani delle persone di verità prefabbricate, “ad usum”… E inevitabilmente ci si chiede: ma “ci sono o ci fanno”? Ovvero, detto in modo più forbito: la loro è mera incompetenza politologica, ignoranza della storia e della geografia, magari accompagnate dal pregiudizio ideologico (compresa una punta di razzismo, verso i “barbari” islamici)? O si tratta semplicemente di servidorame? Di “pennaruli”, come si dice a Napoli, che vendono la loro penna a un padrone, scrivendo ciò che viene loro ordinato; spesso andando anche oltre? Avendo l’animo servile, possono spingersi assai più in là di quanto i loro padroni si attendono, diventando, ridicolmente, pateticamente, più realisti del re. Leggere quanto scrivono in questa come in altre occasioni non tutte ma la maggior parte delle “grandi firme” del “Corriere della Sera”, della “Stampa”, de “la Repubblica”, dei vari TG e programmi radiofonici, costituisce il maggior incentivo a spegnere apparecchi radio e televisori, a non comprare più un quotidiano (con l’eccezione del “Manifesto” e per la politica estera, francamente, almeno in pare “Avvenire”, e “Il Sole 24 Ore”). Si salvano, insomma, in pochissimi, come Alberto Negri, o Nicola Pedde (Direttore dell’Institute of Global Studies) o Fulvio Scaglione, su “Famiglia Cristiana”, che tanto fa arrabbiare Salvini, dunque è sulla buona strada.
Rimane il problema del divario tra un gigantesco apparato di propaganda che ci sovrasta, e sempre più ridotte aree di libero pensiero, isole di informazione non precostituita dai manutengoli di “lor signori”, sommerse da un mare di menzogna. E ci si sente davvero impotenti, sempre più isolati, frammentati, vinti.
Eppure dobbiamo resistere. Non mollare, come scrivevo solo pochi giorni or sono: non abbandonare un lavoro tenace e perseverante di “controinformazione”, che in realtà è vera informazione. Quanto meno insinuare il dubbio nelle granitiche certezze propalate via video, via microfono, via carta stampata, via web: usiamo anche noi, ossia coloro che “non la bevono”, il web, il microfono, il video, la stampa, se ci consentono di farlo, per gridare sui tetti la verità. Oggi la verità da gridare è questa: l’uccisione del generale Solemaini è stato non sol un crimine gravissimo, sul piano internazionale, ma altresì un atto sconsiderato che rischia di innescare un conflitto di proporzioni gigantesche. Una delle principali conseguenze, lo sappiano Salvini e la sua fedelissima Maria Giovanna Maglie, sarà una gigantesca ondata di profughi. Chiuderemo i porti, blinderemo le frontiere, dispiegheremo l’esercito nelle città, faremo nuovi “decreti sicurezza”…? E poi? Dichiareremo guerra all’Iran, accanto agli yankees?



martedì 7 gennaio 2020

SFORZO COGNITIVO, IMPEGNO E DISCIPLINA DIDATTICA IN GRAMSCI letti dalla pedagogista Dina Bertoni Jovine


cit. da Edoardo Puglielli, “Dina Bertoni Jovine interprete di Gramsci”, in “Pedagogia più didattica”, vol.5, nr.2, ottobre 2019, rivista Erickson

“Anche la spontaneità, dunque, è condizionata dai contesti sociali e di vita degli individui. L’autonomia, pertanto, non può scaturire dalla spontaneità, ma è il risultato di un lungo processo, è una graduale conquista che si realizza attraverso l’impegno e la disciplina. Occorre perciò, nell’istruzione scolastica, vincere la resistenza allo sforzo, non eliminare lo sforzo. Una scuola «in cui si abituino i fanciulli alla faciloneria, all’approssimazione, con l’esclusione dal loro lavoro di ogni esigenza di sistemazione organica e quindi di ogni disciplina mentale, non può costituire la base» di una scuola «formatrice di cultura valida» (Bertoni Jovine, 1976a, pp. 379-380). Eliminare lo sforzo dalla vita educativa significherebbe mortificare proprio le «attività umane più vere», significherebbe porre «il fanciullo in balia di interessi e di suggestioni occasionali, effimeri, superficiali», ritardando in lui la «capacità di partecipare alla lotta umana più significativa e di affermarsi nel superamento di sé. Gramsci considera lo sforzo come necessario in ogni opera educativa valida» (Bertoni Jovine, 1977d, p. 415).

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Bertoni Jovine D. (1976a), Le spine della scuola unica. In D. Bertoni Jovine, Storia della didattica dalla legge Casati ad oggi, a cura di A. Semeraro, 2 voll., Roma, Editori Riuniti.


Bertoni Jovine D. (1977d), Gramsci: lotta tra due tipi di cultura. In D. Bertoni Jovine, Principi di pedagogia socialista, a cura di A. Semeraro, Roma, Editori Riuniti.

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Su Dina Bertoni Jovine, leggi il mio contributo “Pensiero pedagogico” per wiki
https://it.wikipedia.org/wiki/Dina_Bertoni_Jovine (fe.d.)
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(..) l’educazione viene a configurarsi come una lotta. L’individuo, infatti, «nasce in una società determinata» e, grazie alla capacità egemonica di direzione morale e intellettuale della classe al potere, «assorbe consuetudini, tradizioni, miti e pregiudizi» (Bertoni Jovine, 1977e, p. 417) funzionali alla riproduzione di quella determinata società. E a differenza di tutte la altre filosofie, «la filosofia della praxis non tende a mantenere i “semplici” nella loro filosofia primitiva del senso comune, ma invece a condurli a una concezione superiore della vita» (Gramsci, 1975, Q. 11, p. 1384). Compito della filosofia della praxis è allora quello di realizzare attraverso l’azione educativa una «lotta contro il senso comune per trasformare la “mentalità” popolare» (Gramsci, 1975, Q. 10, p. 1330) e diffondere la nuova concezione culturale emancipativa. L’educazione viene così a configurarsi come una «lotta contro» e una «lotta per»:
è una «lotta contro il senso comune», una «lotta contro le concezioni date dai diversi ambienti sociali tradizionali» (Gramsci, 1975, Q. 12, p. 1535), una lotta contro «la concezione “magica” del mondo e della natura che il bambino assorbe dall’ambiente “impregnato” dal folklore» (Gramsci, 1975, Q. 4, p. 498);
è una lotta per trasformare la mentalità popolare secondo una nuova concezione del mondo, una lotta per diffondere tra le masse una «concezione superiore della vita».

In estrema sintesi, nell’ambito del conflitto tra classi sociali tipicamente moderno l’educazione viene a definirsi come una lotta tra due concezioni del mondo: «la concezione del mondo data dall’ambiente tradizionale» (Gramsci, 1975, Q. 4, p. 485), conformista, ideologica e adattiva, e la concezione culturale impartita alla luce della filosofia della praxis (trasformativa, autonoma ed emancipativa poiché capace di individuare «un maggior numero di possibilità e quindi di libertà e di scelte rispetto alle determinazioni ambientali»).

La filosofia della praxis, spiega Massimo Baldacci, vede il rapporto uomo-ambiente in termini dialettici: «è l’uomo che modificando l’ambiente determina le circostanze che a loro vola lo influenzano, quindi in ultima analisi è l’uomo che trasforma se stesso mediante la modificazione della realtà, ossia attraverso la “prassi rivoluzionaria”» (Baldacci, 2017, pp. 179-180). L’educazione, pertanto, non deve essere una resa all’ambiente. Suo compito «non è quello di porsi in continuità con il contesto sociale, riproducendo il senso comune che lo pervade, bensì quello di assumere un atteggiamento dialettico rispetto ad esso, guidando i discenti verso una cultura superiore» (Baldacci, 2017, p. 180). L’educazione, «in quanto lotta contro il senso comune, rappresenta un processo dialettico in grado di rivoluzionare la mente. Ossia, in Gramsci, “l’educazione deve farsi dialettica rivoluzionaria della mente”: essa lotta contro lo “status quo” (il folklore e/o il senso comune assimilato acriticamente dall’ambiente) per creare un “nuovo ordine mentale” (un pensiero di tipo superiore). Detto diversamente, si tratta di realizzare una “riforma intelletuale e morale”» (Baldacci, 2017, p. 180). Ogni trasformazione della realtà, del resto, non può che essere preceduta e preparata da un cambiamento della cultura e della mentalità.

Anche a giudizio di Dina Bertoni Jovine, «quanto c’è ancora di magico, di superstizioso, di arretrato e irrazionale nella concezione del mondo» che «il fanciullo può assorbire dall’ambiente» in cui vive «deve essere corretto dalla scuola per mezzo di una più moderna cultura scientifica e storica» (Bertoni Jovine, 1977d, p. 410). La scuola, in altre parole, ha il compito di correggere quanto di irrazionale vi è in una «concezione del mondo “imposta” meccanicamente [ai subalterni] dall’ambiente esterno» e a cui essi partecipano «senza averne consapevolezza critica» (Gramsci, 1975, Q. 11, p. 1375). Si tratta di correggere un vero e proprio «squilibrio che si crea a danno della razionalità» causato da un’«educazione abbandonata all’immediatezza» (Bertoni Jovine, 1977d, p. 411) e alla spontaneità (..)
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Bertoni Jovine D. (1977e), Gramsci e la cultura contemporanea. In D. Bertoni Jovine, Principi di pedagogia socialista, a cura di A. Semeraro, Roma, Editori Riuniti.

Gramsci A. (1975), Quaderni del carcere, a cura di V. Gerratana, Torino, Einaudi.

Baldacci M. (2017), Oltre la subalternità. Praxis e educazione in Gramsci, Roma, Carocci.

Bertoni Jovine D. (1977d), Gramsci: lotta tra due tipi di cultura. In D. Bertoni Jovine, Principi di pedagogia socialista, a cura di A. Semeraro, Roma, Editori Riuniti.

Dina Bertoni Jovine (1898-1970)

Antonio Gramsci (1891-1937)

venerdì 3 gennaio 2020

SI CONCRETIZZA L’UNITÀ d’AZIONE delle sinistre di opposizione


FINALMENTE INSIEME, libero confronto ma colpire uniti / 
RIUNITO IL COORDINAMENTO NAZIONALE DELLE SINISTRE DI OPPOSIZIONE.
DAL SUCCESSO DEL 7 DICEMBRE ALLA CAMPAGNE UNITARIE IN TUTTA ITALIA
Il 19 Dicembre si è tenuta a Roma la prima riunione del Coordinamento nazionale unitario delle sinistre di opposizione, che ha affrontato il bilancio politico dell'Assemblea nazionale del 7 Dicembre e una prima discussione sull'iniziativa unitaria che l'assemblea ha promosso.
Tutti hanno rilevato il successo politico dell'assemblea del 7/12, in termini di partecipazione, di qualità del confronto, di carica di entusiasmo. Una iniziativa in controtendenza rispetto alla dinamica di frammentazione dell'azione di classe, anche a livello dell'avanguardia, che ha spesso disperso in questi anni energie preziose. Una iniziativa che dunque ha raccolto una forte domanda di unità, e che al tempo stesso le ha dato una traduzione nuova: non la proiezione elettorale o la costruzione di un nuovo soggetto politico, ma l'unità d'azione sul terreno dell'opposizione di classe al governo e alla destra, in funzione dell'unificazione delle lotte di resistenza e del rilancio di una opposizione di massa. Una concezione dunque rispettosa dell'autonomia politica di ogni soggetto, capace di convivere col libero confronto di posizioni diverse, senza che questo confronto sia di impedimento all'unità d'azione su terreni comuni. Questa impostazione è stata fortemente riaffermata e condivisa nella discussione.
Si è comunemente registrato un limite dell'assemblea del 7 Dicembre: accanto all'importante valorizzazione del ruolo delle organizzazioni politiche dell'opposizione di classe, contro ogni cultura “antipartito”, c'è stato un coinvolgimento ancora debole delle organizzazioni del sindacalismo di classe e dei movimenti sociali, ambientaliste, femministe e antirazziste. Un aspetto su cui lavorare, nazionalmente e localmente, col massimo spirito di apertura e in una logica inclusiva. Il coordinamento dell'unità d'azione, a ogni livello, è aperto infatti al coinvolgimento di tutte le organizzazioni ( politiche, sindacali, associative, di movimento) disponibili a impegnarsi sul terreno della battaglia comune attorno ai temi e terreni proposti, in termini assolutamente paritari e fuori da ogni logica di primogenitura o di preclusione.
La riunione ha registrato con soddisfazione che dopo il 7 Dicembre, proprio sull'onda del successo ottenuto, si è sviluppata e si sta sviluppando in tutta Italia una fitta rete di contatti e relazioni tra le diverse organizzazioni per dare vita ai coordinamenti locali dell'unità d'azione. Una iniziativa vasta, decollata ormai in tutte le regioni, con la consapevolezza che la diversità delle situazioni locali comporterà composizioni diverse del fronte d'azione unitario, ma che ovunque va ricercato il coinvolgimento più ampio, in relazione in particolare a situazioni sociali conflittuali. Si invitano le organizzazioni territoriali che ancora non si sono attivate a prendere contatto entro e non oltre i primissimi giorni di gennaio per preparare le assemblee locali e costituire i relativi coordinamenti.
Il percorso organizzativo previsto, sulla base delle conclusioni dell'Assemblea di Roma, colloca le assemblee locali entro il mese di gennaio, possibilmente nella prima metà del mese, e vede il 24/25 gennaio come momento unificante di carattere nazionale, attraverso iniziative parallele in tutta Italia sui temi delle campagne. Questa iniziativa nazionale, articolata sui territori, vuole essere a sua volta un passaggio preparatorio per una successiva manifestazione unitaria nazionale di piazza.
Le assemblee locali da tenersi a Gennaio saranno da un lato la presentazione sul territorio delle ragioni generali dell'iniziativa avviata il 7 Dicembre, dall'altro l'introduzione dei contenuti di merito delle campagne decise: per la riduzione generale dell'orario di lavoro a parità di paga, per l'abrogazione della legge Fornero e per affermare un nuovo sistema pensionistico pubblico, per la nazionalizzazione dei settori strategici a partire dalle aziende che licenziano ed inquinano, contro ogni progetto di autonomia differenziata, per la cancellazione dei decreti sicurezza e degli infami accordi con la Libia, per la rottura dell'Italia con la Nato e il ritiro delle truppe da tutte le missioni militari. Ogni realtà locale definirà quali tra i temi unitari porre al centro della propria specifica iniziativa. Ma le campagne avranno carattere complessivo nazionale, con strumenti nazionali di accompagnamento: un volantone generale a quattro pagine, che presenta l'insieme delle campagne e il loro significato generale entro la cornice della opposizione al governo e alla destra, con carattere divulgativo, per la diffusione di massa; e quattro materiali specifici sulle singole campagne decise. Il varo dei materiali avverrà entro il 7 Gennaio, in occasione di una seconda riunione del coordinamento nazionale.
E' importante che dai territori si dia una informazione tempestiva sulla formazione dei coordinamenti locali, la calendarizzazione delle assemblee, le iniziative che saranno decise, in modo da avere un quadro compiuto del processo in corso su scala nazionale, e di poterlo valorizzare pubblicamente.
Come abbiamo detto il 7 Dicembre cercheremo di essere all'altezza delle aspettative suscitate in una parte importante dell'avanguardia: libero confronto e unità d'azione, finalmente insieme.


mercoledì 25 dicembre 2019

OLISMO panteistico


“Avete dunque come tutte le cose sono ne l'universo, e l'universo è in tutte le cose; noi in quello, quello in noi; e così tutto concorre in una perfetta unità. Ecco come noi non dobbiamo travagliarci il spirito, ecco come cosa non è, per cui sgomentarne doviamo.” 
Giordano Bruno, De la causa, principio e uno, 1584
traslitterazione - fe.d. 
- Vedete, dunque, come tutte le cose siano contenute nell’universo, e l’universo in tutte le cose; noi in quello e quello in noi; e così tutto concorre in un’unità perfetta. Ecco perché non dobbiamo tribolar lo spirito, come se la sofferenza e il patire fossero cosa di cui dobbiamo sgomentarci. - 
qui Bruno ci regala ancora la sua visione: olistica, perché sempre il tutto è oltre le parti che pure lo compongono, comprensibile, la parte, solo se interrelata alla struttura d’insieme, come corpo e anima, il microcosmo nel macrocosmo. Panteistica, perché la divinita’, come costruzione concettuale propria della natura umana interna, proiezione del macrocosmo nel microcosmo, finito negli infiniti mondi, è dappertutto, non in sol luogo, ne’ tempo ne’ spazio, ma coincidenza di opposti, natura esterna ma anche natura interna. 
Per cui, ogni tribolazione umana, nel rispecchiamento che Bruno opera di Lucrezio del “De rerum natura”, dunque profondamente epicureo, è da considerarsi effimera, perché caduchi i valori caduco il destino umano. A meno che, la forza in interiore homine, non ci faccia apprezzare il vero valore della vita, senza lo sgomento tipico del timor degli dei, qualsiasi cosa accada. E ciò che comprensibile non è immediatamente, lo è, ma mediamente, attraverso la magia. Il cuore della nostra testa, cioè, lo specchio del microcosmo nell’infinito. [fe.d.]

La poesia della conoscenza in Giordano Bruno
di Gianni Zanarin 








sabato 21 dicembre 2019

BRUNIANI e MARXISTI


l’eroico furore e il materialismo storico, la spiritualita’ laica e la concezione olistica, il volo nell’infinito di Giordano Bruno e la razionalità critica della lotta di classe, del senso comune di massa e il ruolo delle avanguardie. Il pensiero, la filosofia di Bruno, deve uscire dall’accademia in cui lo hanno relegato, o come la parte esoterica del libertinismo erudito; Marx lo vorrebbero, non da oggi, relegare in soffitta, ma le contraddizioni del sistema capitalista imperialista lo impongono ancora come il più potente strumento ermeneutico dell’arcano delle merci. E del capitale. ~ fe.d.



sabato 14 dicembre 2019

Tra cattiva coscienza e strumentalità


verso il centenario del PCI
- Tra cattiva coscienza e strumentalità
di Mauro Alboresi, Segretario nazionale del PCI

In data odierna (12dicembre 2019,ndr), il quotidiano Il Messaggero, con il titolo “Soldi al PCI, festa dimezzata: il centenario accende le faide”, a firma Mario Ajello, dà conto della levata di scudi della destra contro un emendamento a firma Errani-Manca-Verducci, parlamentare di LEU il primo, del Pd gli altri, volto a far sì che nella legge di bilancio dello stato, che a breve sarà sottoposta al dibattito parlamentare, sia prevista la cifra di 200000 euro per il 2020 ed altrettanti per il 2021, a sostegno della ricorrenza del centenario della fondazione del PCI avvenuta a Livorno nel 1921.
Sul chi sarà chiamato a gestire tali eventuali fondi, come sottolineato dall’autore dell’articolo, si rincorrono diverse ipotesi.
Che la destra italiana insorga contro tale previsione non può meravigliare, anche se si tratta della stessa destra che ha recentemente approvato, sia sul piano nazionale che locale, analoghi finanziamenti volti a celebrare ricorrenze di altro segno, né può meravigliare il tono sguaiato e volgare dalla stessa utilizzato in quanto ne è largamente rappresentativo.
Non può meravigliare che sia soprattutto il PD a sostenere tale proposta, né che tra i vari soggetti potenzialmente chiamati a gestire tale ricorrenza molti siano riconducibili, direttamente o indirettamente, ad esso.
Da tempo, infatti, tale soggetto politico, così come prima di lui i DS ed il PDS, è impegnato in un’azione volta a rappresentare, nei confronti di tanta parte della sua base, una sorta di continuità con tale storia, con la storia dei comunisti in Italia (emblematiche le dichiarazioni che vengono raccolte in occasione della festa dell’unità) mentre dall’altra le sue scelte politiche, quelle che contano, nulla hanno avuto ed hanno a che vedere con essa (emblematico il voto recentemente espresso dai rappresentanti del PD, unitamente alla destra, al parlamento europeo “sull’importanza della memoria” che omettendo e stravolgendo la storia ha messo sullo stesso piano nazismo e comunismo).
La realtà è che con il congresso di Rimini del 1991, si è scelto di chiudere una grande storia politica, largamente coincidente con la parte migliore della storia del Paese, di disperdere una grande comunità politica ed umana, in nome di una prospettiva il cui esito fallimentare è sotto gli occhi di tutti ed evidenzia un PD assai lontano dal concetto stesso di sinistra.

Noi, con l’Assemblea Costituente di San Lazzaro di Savena (Bologna) del Luglio 2016, abbiamo scelto di ricostruire il PCI, attualizzando una storia che rivendichiamo, nella convinzione che oggi più che mai vi è bisogno di un soggetto capace di tenere aperta la prospettiva di un’alternativa di sistema, di ridare voce al mondo del lavoro, ai ceti popolari, che si batta contro quel pensiero unico che da tanto tempo sostanzia le politiche del centrosinistra, nel quale al più può ascriversi il PD, e del centrodestra, che ha già dato pessima prova di sé quando è stato al governo.
Anche per questo abbiamo deciso di promuovere, a nostre spese, diverse iniziative in occasione del centenario della fondazione del PCI, iniziative nelle quali evidenziando quella storia, sottolineando l’attualità di quel pensiero, emerga con chiarezza che le scelte fatte seguire da altri al suo scioglimento nulla hanno avuto a che vedere con essa.
Noi siamo favorevoli a qualificate iniziative, anche promosse e sostenute dallo Stato, aventi per oggetto, in coerenza con il dettato costituzionale, l’approfondimento di fatti che hanno segnato la storia del nostro Paese.
Ciò che ci preme è che il tutto non sia riconducibile a letture di parte, strumentali.
La storia del PCI è la storia della forza politica e culturale che meglio e con più forza ha dato voce al dolore del Paese ed all’aspirazione all’emancipazione delle classi subalterne.
Chi ha deciso di non essere e chiamarsi più comunista, non può oggi suggerire una linea di continuità con una storia che ieri come oggi mantiene quale proprio orizzonte la trasformazione socialista.
La storia non si cancella, quella del PCI è stata e vuole tornare ad essere una grande storia.

fonte: https://www.ilpartitocomunistaitaliano.it/