le lenti di Gramsci

venerdì 16 agosto 2019

NE’ NEOBORBONICI NE’ NEOCOLONIALISTI, ma RIVOLUZIONARI e MERIDIONALISTI


Il “pensiero meridiano” non ha più coordinate: semplicemente, non viene riconosciuto. Dissoltosi nelle nebbie del liberismo e dell’omogeneizzazione mercatista, la sua caratterizzazione culturale è evaporata insieme ai tratti neocoloniali del classico modello dell’”inviluppo” capitalista. Se storicamente il processo risorgimentale moderato prevalse sulle debolezze e contraddizioni azioniste, politicamente il processo democratico è stato corrotto dall’assistenzialismo clientelare funzionale alla riproduzione di consenso a favore delle classi dominanti per l’”egemonia” sociale. 


- LUCANIA 61, il capolavoro pittorico di Carlo Levi, può essere assunto a emblema della “quistione meridionale” complessiva, storicamente caratterizzata come “questione contadina” e della civiltà contadina al tramonto. Fu dedicato a Rocco Scotellaro, scrittore, poeta e intellettuale “impegnato” di Tricarico, che poteva egli stesso assurgere a simbolo della volontà di riscatto delle classi che, sulla traccia di Gramsci, verranno definite studiate e analizzate da Ernesto De Martino negli anni 50 del Novecento, come classi subalterne del Mezzogiorno d’Italia, tra folclore, “rivoluzione passiva” e identità culturale.
Naturalmente, vi è differenza tra questione meridionale complessivamente intesa e questione contadina e, fra queste, della civiltà contadina. (continua) 
~ fe.d. 




martedì 6 agosto 2019

il PCI della CAMPANIA: CONTRO OGNI AUTONOMIA DIFFERENZIATA. La Lega ha intercettato frazioni di borghesia stracciona meridionale


Contro ogni autonomia differenziata.

L’autonomia differenziata si integra perfettamente nelle politiche neo-liberiste
e imperialiste di rimozione di ogni ostacolo, istituzionale e sociale, al pieno
dispiegamento dello sfruttamento .
La fame di valore che caratterizza la crisi strutturale del modo di produzione
capitalistica come già nei casi della Jugoslavia, della Siria, dell’Ucraina,
considera gli stati nazionali come un ostacolo da abbattere.
La tendenza , in Italia, alla concentrazione di risorse finanziarie e intellettuali
al Nord e nelle aree forti , con ulteriore desertificazione strutturale al Sud,
può preludere a una rottura anche formale dell’unità nazionale. Si tratta del
modello neoliberista di accumulazione che pratica la polarizzazione tra un
centro ‘virtuoso’ (ovviamente dal punto di vista della accumulazione) che
concentra investimenti, ricerca, produzioni avanzate e una periferia da
utilizzare come serbatoio di manodopera anche qualificata a basso costo .
In questo senso questo progetto è una ripetizione , su scala nazionale, del
modello ordoliberista sul quale si fondano i trattati europei e il progetto
imperialista della U.E.
La differenziazione strutturale tra territori comporta una differenziazione
anche nella composizione del lavoro, con una divergenza di interessi tra
lavoratori su base territoriale.
I progetti neocorporativi, ben incarnati dalla prima Lega di Bossi e di Miglio e
aggiornati dalla ‘lega nazionale’ di Salvini, che ha cooptato frazioni di
borghesia stracciona meridionale sono in atto da anni.
Il progetto è arrivato a uno snodo, ma da anni e grazie alla complicità dei
maggiori sindacati, la desertificazione industriale del Sud prosegue senza
freno.
Di fronte all’arroganza delle multinazionali che investono (con lauti
finanziamenti statali) al Sud e poi chiudono alla ricerca di situazioni di
maggior profitto, i sindacati hanno accettato la logica perdente del ‘minor
danno’, isolando le lotte a livello aziendale e evitando una vertenza generale
sul lavoro e sulla produzione.
Contratti d’area, zone speciali, salari differenziati sulla base della produttività
preludono a una riedizione moderna delle gabbie salariali.
La ristrutturazione provocata dalla crisi del 2008 ha rimodellato le strategie
delle aziende competitive del Nord : da produttrici di beni di consumo di
massa anche per il Sud a produttrici di componentistica per la locomotiva
(ultimamente un po’ spompata) tedesca e nord-europea.
Questa divisione strutturale può preludere a una spaccatura-divergenza di
interessi tra lavoratori del Sud e del Nord, a partire da progetti neocorporativi
ben incarnati dalla Lega di Salvini.
Come Partito Comunista Italiano proponiamo:
• Il
rilancio del conflitto sui temi del salario minimo e egualitario, sui diritti
sociali (scuola – salute – casa - trasporti ) è la base necessaria per una
efficace opposizione.
• Lo
strumento dell’inchiesta territoriale , sulla struttura produttiva e sui
bisogni sociali , sempre più diventa necessario per poter articolare
programmi di lotta incisivi .
• L’opposizione
alle ulteriori, prevedibili privatizzazioni di servizi sociali
essenziali, deve prendere la forma di una lotta generalizzata per la difesa
dei diritti sociali e della loro gestione pubblica con controllo popolare.
• La
lotta per le nazionalizzazioni e per la pianificazione delle risorse
nazionali costituisce la premessa fondamentale: forti investimenti statali,
finalizzati alla crescita strutturale e sociale dei territori, basata sulle effettiv
esigenze popolari e non sulle esigenze di profitto dei monopoli e delle
lobbies affaristiche private.
• Rilanciare
la questione della devastazione ambientale, provocata dal
capitalismo ultraliberista e della gestione e manutenzione del territorio
naturale.
• Rivendicare
le pari opportunità, su tutto il territorio nazionale, per quanto
riguarda le offerte formative pubbliche e la ricerca.
Tutti questi punti hanno una premessa fondamentale : la rottura dei vincoli di
bilancio imposti dalla Unione Europea e la dislocazione geopolitica
alternativa, che ne deriva necessariamente.


PCI - Comitato Regionale Campania


martedì 16 luglio 2019

UNITA' COMUNISTA entro UN FRONTE DELLA SINISTRA DI CLASSE


La conferenza di organizzazione del PCI a Bolsena del 13 e 14 luglio u.s. si è conclusa con un appello: tutto il partito mobilitato nella lotta anticapitalista e antimperialista e nell’impegno politico dell’unita’ dei comunisti e della sinistra di classe: non c’è un prima e un dopo, i due processi sono intrecciati tra di loro. Più forti i comunisti, più forte la sinistra antagonista. Senza una forte sinistra non può esserci lotta per il socialismo. La efficacia politica si misura dall' attività militante, con una linea di massa, responsabile ed unitaria. (fe.d.)

L’esito delle politiche affermatesi nel nostro paese in questi ultimi decenni all’insegna della cultura liberista, dell’austerità, politiche alle quali si sono assoggettati il centrodestra ed il centrosinistra, è sotto gli occhi di tutti: sempre più poveri, insicuri, soli.
Le speranze di cambiamento che in tanti, anche nel mondo del lavoro, hanno riposto nei confronti della Lega e del Movimento Cinque Stelle, che hanno portato all’affermazione del governo Conte, nonostante risultino largamente disattese, si traducono oggi in un crescente consenso tributato al partito di Salvini.

Gli equilibri politici che vanno affermandosi, sempre più orientati a destra, gettano una pesante ipoteca, da tanti punti di vista, sul futuro del nostro Paese, che è e resta profondamente immerso nella propria crisi finanziaria, economica, sociale.
Una crisi che su tale piano, pur con rilevanti differenze, ha investito anche tanta parte dell’Europa, che nell’ambito della conclamata crisi strutturale del sistema capitalista, nella ridefinizione degli equilibri geopolitici determinatasi a seguito del processo di globalizzazione affermatosi all’insegna della concentrazione del capitale finanziario, paga il prezzo più alto.

Un Paese, il nostro, che evidenzia anche una profonda crisi etico/morale e, in un evidente rapporto di causa/effetto, una altrettanto profonda crisi politica.
Le forze comuniste, le forze della sinistra di alternativa, hanno registrato nel tempo, segnatamente in questi ultimi anni, emblematiche le recenti tornate elettorali, il proprio progressivo arretramento, la propria crescente marginalità.
Se da oltre un decennio le prime sono escluse dal Parlamento, è assai probabile che con le prossime elezioni politiche, per tanti inevitabilmente anticipate data la conflittualità interna al governo, anche le seconde ne siano escluse.

E’ tempo di ricostruzione, è tempo di unità.

Come PCI siamo fermamente convinti della necessità di un soggetto capace di tenere assieme la critica agli assetti fondanti del capitalismo, di proporre un’alternativa di sistema, e contemporaneamente di promuovere una opposizione di classe la più ampia ed unitaria possibile.

Una opposizione che ponendo al centro la questione della pace e del disarmo, dell’uscita dell’Italia dalla NATO, della lotta all’imperialismo ed al neocolonialismo, della rottura con questa Unione Europea, dell’affermazione della Carta Costituzionale, promuovendo un ampio ciclo di lotte volto a cambiare i rapporti di forza, si proponga come alternativa credibile agli occhi del blocco sociale assunto a riferimento, a partire dal mondo del lavoro, determinando in tal modo le condizioni per il superamento della propria crisi.
Siamo convinti della necessità di una opposizione che abbia quale suo asse centrale l’unità dei comunisti, ritrovata sulla base di una cultura politica affine, e l’insieme della sinistra di classe.
L’unità dei comunisti entro un fronte della sinistra di classe, politica e sociale, è e resta l’obbiettivo del PCI, che in funzione di ciò lancia un appello a tutte le forze che non si rassegnano alle condizioni date, consapevoli che oggi più che mai è di ciò che c’è bisogno.

L’unità nella diversità è la risposta.
La Segreteria nazionale del Partito Comunista Italiano

Comunicato dell’Assemblea Nazionale per il ritiro di qualunque progetto di Autonomia differenziata


Mentre il governo lavora per chiudere l’accordo con Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, associazioni, sindacati e partiti si mobilitano contro il progetto

L’Assemblea Nazionale (organizzata da Appello per la scuola pubblica, Autoconvocati della scuola, ASSUR, Comitato 22 marzo per la difesa della scuola pubblica, LIPScuola, Manifesto dei 500) che si è tenuta a Roma il 7 luglio presso il liceo Classico “Tasso” per il ritiro di qualunque Autonomia differenziata, a cui hanno partecipato 200 persone e 70 associazioni di diverse categorie e settori provenienti da 38 città si costituisce in "Comitato provvisorio nazionale per il ritiro di qualunque Autonomia differenziata”.
Si impegna nella costituzione di Comitati locali di scopo per il ritiro di ogni forma di Autonomia differenziata, che facciano crescere la consapevolezza che questo provvedimento minerebbe alle fondamenta la prima parte della Costituzione repubblicana, i diritti universali e le conquiste dei lavoratori.
L’assemblea rivolge un appello a tutte le forze politiche, sociali, democratiche del Paese per una forte azione unitaria per fermare il percorso dell’Autonomia differenziata. In particolare, lancia un appello a tutti i sindacati per una grande manifestazione unitaria che porti a Roma, nel più breve tempo possibile, centinaia di migliaia di cittadini, per il “ritiro di qualunque progetto di autonomia differenziata”.
Si impegna ad organizzare presìdi e mobilitazioni permanenti qualora si verificassero accelerazioni dell’iter.
Si impegna a diffondere e a far sottoscrivere le conclusioni dell’Assemblea stessa anche ai gruppi, alle Associazioni, ai Coordinamenti ed ai singoli che oggi non hanno potuto essere presenti.
Affida agli organizzatori dell’assemblea il compito di continuare a connettere iniziative ed informazioni nei singoli territori e a livello centrale.
Si riconvoca a livello nazionale il 29 settembre.
14/07/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

domenica 14 luglio 2019

L'ACCIAIO IN FUMO: perchè siamo arrivati all'età della rabbia


di Salvatore Romeo

- Cosa non ha funzionato nella relazione tra Taranto e grande industria

“Se ce lo avessero chiesto, avremmo costruito lo stabilimento anche in pieno centro cittadino. In piazza della Vittoria, nella Villa Peripato, a Lungomare”. Così Angelo Monfredi, sindaco di Taranto ai tempi della posa della prima pietra del siderurgico, rispondeva provocatoriamente a chi, già alla metà degli anni ’80, considerava l’acciaieria “la più grossa iattura” che fosse capitata alla città (la dichiarazione si trova in Nicola Caputo, “Parola di Sindaco”, Sedi 1985). Cosa era cambiato nel rapporto fra Taranto e la fabbrica al punto da spingere Monfredi ad assumere una “difesa d’ufficio” delle scelte prese alla fine degli anni ’50? Per le classi dirigenti tarantine del dopoguerra la prospettiva di accogliere una nuova grande fabbrica di portata nazionale si presentò come un’occasione per tornare a connettere la città con la matrice produttiva nazionale.
- Con la sconfitta bellica infatti era entrato in crisi il modello di sviluppo trainato dal “complesso militare industriale”, trascinando nel baratro quelle città, come Taranto, che ne erano state più legate. La battaglia della comunità ionica incrociò le istanze per lo sviluppo del Mezzogiorno sostenute dalla parte più avanzata delle classi dirigenti repubblicane. Queste tendenze dovettero mediare con le posizioni dell’industria di Stato, tutt’altro che favorevoli alla realizzazione di un siderurgico nel Sud. Se la politica ottenne la localizzazione dell’acciaieria a Taranto, Finsider (la società di IRI che controllava le attività siderurgiche) mantenne piena autonomia sul piano industriale. Lo stabilimento venne orientato a servire i mercati del Nord e la sua stessa progettazione rispose esclusivamente ad esigenze tecnico-economiche. La fabbrica non fu costruita in piazza della Vittoria, ma comunque a ridosso di un quartiere popoloso (22 mila abitanti nel 1961), che negli anni ’50 aveva conosciuto un rapido sviluppo. L’area fu scelta per la sua vicinanza al nuovo scalo marittimo che sarebbe sorto nella rada di Mar Grande, accanto al molo San Cataldo. All’approccio strumentale dell’azienda nei confronti del territorio fece riscontro la subalternità dei settori di vertice della società locale.
- Le imprese tarantine si collocarono nel sottobosco dell’appalto Italsider, mentre i principali detentori di capitali si lanciarono all’arrembaggio della città con operazioni speculative che hanno lasciato segni indelebili. Le stesse giunte di centro-sinistra si mossero in maniera contraddittoria, dimostrandosi incapaci di gestire l’impatto di quello sconvolgimento. L’ubriacatura durò poco: con il “raddoppio” dei primi anni ’70 vennero al pettine una serie di nodi cruciali. Il timore che Italsider puntasse a monopolizzare l’accesso al mare, i primi segnali dell’inquinamento ambientale, le lotte operaie per la sicurezza e per il riassorbimento della “disoccupazione di ritorno” al termine dei lavori di raddoppio confluirono nella cosiddetta “vertenza Taranto”. Il rapporto fra città e fabbrica divenne più conflittuale, ma soprattutto emerse l’idea che Italsider avrebbe dovuto contribuire allo sviluppo del contesto locale favorendo una strategia di diversificazione del tessuto produttivo. Protagonista di questa stagione fu il nuovo movimento operaio, che riuscì a ridefinire le gerarchie sociali e gli equilibri politici, ponendosi alla testa di un’ampia coalizione di forze. Le cose cambiarono drasticamente proprio nel momento in cui si sarebbero dovuti raccogliere i frutti di quelle lotte.
- Con l’inizio degli anni ’80 la siderurgia piombava in una crisi drammatica, mentre il nuovo corso liberista prendeva piede. Anche in riva allo Jonio si avviava una profonda ristrutturazione industriale. Il risanamento economico diventava una priorità imprescindibile per l’azienda; e lo stesso movimento operaio, di fronte al rischio del tracollo, si “disciplinava”, accettando un secco ridimensionamento dei suoi ranghi (circa 10 mila furono i “prepensionati” del sistema Italsider-appalto) e una disarticolazione del suo potere. Un processo giunto al culmine con i Riva attraverso un radicale ricambio di manodopera e una ridefinizione dei rapporti interni ed esterni alla fabbrica. Nel corso di quest’ultima fase si è prodotta una scissione drammatica fra città e stabilimento. Il siderurgico ha smesso di essere – e di essere considerato – un fattore di sviluppo per il territorio: mentre la produzione riprendeva quota, per la prima volta il contesto locale si impoveriva; contestualmente, l’autonomia dell’impresa si imponeva su ogni vincolo sociale. La percezione dell’estraneità dello stabilimento è andata così radicandosi in gran parte della popolazione, che ha preso a dividersi semmai sulla “soglia di tolleranza” nei confronti di quel corpo estraneo, fra chi lo considera un “male necessario” e chi lo ritiene un “mostro” da abbattere.
- Con l’arrivo di una multinazionale alla guida della fabbrica probabilmente quella separazione andrà accentuandosi. Taranto risentirà ancora di più delle fluttuazioni dell’economia globale, e si intensificherà la percezione della nostra impotenza davanti a processi di quella portata. In fondo è questa una delle cause della crisi della democrazia moderna e dell’emergere dei populismi. Finché non si conquisteranno nuovi ambiti di sovranità democratica (inevitabilmente sovranazionali) che consentano ai cittadini di incidere, in maniera organizzata, sulle dinamiche economiche non usciremo da quella che Pankaj Mishra ha definito “l’età della rabbia”. E la “guerra civile” che attraversa la nostra comunità conoscerà ulteriori e inattesi sviluppi.

di Salvatore Romeo
dottore di ricerca in Storia economica, autore di L'Acciaio in fumo - L'Ilva di Taranto dal 1945 a oggi, Donzelli ed., 2019






lunedì 8 luglio 2019

L’UMANESIMO del giovane MARX


Il Marx degli anni giovanili non è uno dei giovani hegeliani contro cui, anzi, scrive la sua critica insieme al compagno fraterno Friedrich Engels (“La Sacra Famiglia”, a proposito di Bruno Bauer e dei suoi fratelli e soci). E’ un filosofo politico, giornalista appassionato, che concepisce la rivoluzione sociale nella concezione materialistica della storia. E lo fa non hegelianamente, ma criticando Hegel: nei Manoscritti del 1844 e nell’ “Ideologia tedesca” dell’anno successivo (lasciata poi alla “critica roditrice dei topi” in quanto funzionale solo ai conti con l’”anteriore coscienza filosofica”) e nelle straordinarie tesi su Feuerbach, il giovane Marx forgia gli strumenti teorico-politici dell’emancipazione delle classi oppresse e della loro definitiva liberazione dalle catene dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Il socialismo e il comunismo vengono intesi non più come utopie palingenetiche e dunque prescientifiche, ma come orizzonti possibili per via rivoluzionaria. Disvelare la struttura dei rapporti di produzione diventa compito rivoluzionario unitario nella prassi cosciente, in quanto la coscienza (di classe) si libera di apparenze fenomeniche che ne occultano il ruolo mai astrattamente teoretico di dinamica storica della trasformazione, effettiva e concreta. Lo stesso concetto di “arcano delle merci”, presente nel I libro de “Il Capitale”, si pone all'interno della categoria di reificazione, un punto forte di congiunzione con il giovane Marx dei Manoscritti del 1844 e la categoria di alienazione, dimostrazione concreta che nel filosofo di Treviri è indisgiungibile, a dispetto della “rottura epistemologica” di Althusser, la metodologia dello scienziato dell'economia politica dall'impostazione umanistica dell'analisi sociale.
Quel nuovo umanesimo che scaldo’ i cuori e le teste dei rivoluzionari secolarizzati, quel nuovo umanesimo che parla ancora oggi, necessario al superamento della civiltà della mercificazione, perché l’arcano delle merci non è che gli stessi rapporti umani occultati dalle forme del capitale. La mercificazione dei rapporti umani è, oggi, uno degli aspetti più devastanti delle forme in cui appare il dominio di classe nel sistema capitalista. (fe.d.)


giovedì 4 luglio 2019

LA CRITICA ECOLOGICA AL CAPITALISMO di GIORGIO NEBBIA


NON C'E' PIU' NEBBIA
- docente di merceologia e ambientalista da sempre, comunista indipendente di sinistra, Giorgio Nebbia ha rappresentato, in Italia, la più sistematica critica ecologica al capitalismo (come il sottotitolo del suo testo "Le merci e i valori" del 2002) e la ricerca di una fusione tra marxismo e ambientalismo (sulla scia dell'"ecomarxismo" di James O' Connor, vedi in questo blog http://ferdinandodubla.blogspot.com/2017/11/l-di-james-o-e-la.html). Noi abbiamo avuto il piacere e l’onore di conoscerlo personalmente, durante gli anni dell’ Università Verde di Taranto organizzata dalla prima Lega Ambiente (seconda metà degli Ottanta): la sua collaborazione fu assidua e la sua interpretazione delle vicende della città jonica oggi profetica. Taranto città dello sviluppo, ma ecologico. Come per l'intero pianeta, del resto. Grazie Giorgio. (fe.d.)

Giorgio Nebbia (1926/2019)


- Chiunque si sia occupato di tematiche ambientali in Italia ha dovuto fare i conti con la sua lezione. Nebbia è stato fra i primissimi a sviluppare la prospettiva dell'ecologia nel nostro paese, con un approccio razionale e progressivo, interpretando l'emergenza ambientale che segna la nostra epoca come inestricabilmente legata ai rapporti sociali posti in essere dal capitalismo. Di estrazione cattolica, è stato un "compagno di strada" importante per i comunisti (negli anni '80 venne eletto in Parlamento da indipendente nelle liste del PCI): nel 1971 fu tra i protagonisti del convegno dell'istituto Gramsci "Uomo natura società", che introdusse nel dibattito culturale del PCI la questione ecologica; nella seconda metà degli anni 70 fu in prima fila contro l'opzione nucleare, insieme a Giovanni Berlinguer, Laura Conti e altri, animando una vivace dialettica all'interno del partito. Nonostante l'età ha continuato a mantenere una lucidità straordinaria, che gli ha consentito di intervenire sull'attualità e di offrire preziose ricostruzioni storiche. Molti suoi scritti sono reperibili in rete: per chi non li abbia mai letti è un'occasione per ampliare i propri orizzonti. Che la terra gli sia lieve, e che la sua lezione venga meditata e tramandata, come si deve a un tassello fondamentale della nostra storia.” @#(Salvatore Romeo)