le lenti di Gramsci

mercoledì 26 aprile 2017

80 anni dalla morte di Antonio Gramsci -- serata di riflessione aTaranto


GRAMSCI A TARANTO --
80^ della morte (+27 aprile 1937)
GIOVEDÌ 27 APRILE 2017
la sinistra marxista tarantina ricorderà la figura di ANTONIO GRAMSCI, l'attualità delle sue categorie interpretative per comprendere la contemporaneità, l'analisi della fabbrica e della città 
presso il circolo di SINISTRA ITALIANA in via Crispi, nr.10, dalle h.18,00
organizzato dall'Ass. MARX XXI, dal circolo "Nino D'Ippolito" del PCI, da Sinistra Italiana di Taranto
la serata di studio e di riflessione collettiva
GRAMCI NEL LAVORO POLITICO DELLA SINISTRA
coordinatore del dibattito GIUSEPPE MICELI, interverranno
MINO BORRACCINO, FERDINANDO DUBLA, GIANCARLO GIRARDI, ANDREA CATONE
                                        

lunedì 24 aprile 2017

STELLE PARTIGIANE: la "pasta nera" dei bimbi durante e dopo la Resistenza antifascista


  

                                             


 "(..)importantissimo il ruolo delle cosiddette staffette che, durante quegli anni, riuscirono spesso a scampare ai controlli tedeschi, e a portare lo stretto necessario ai partigiani. In genere erano per lo più bambine, come la signora Ferraro, che, a modo suo, visse in una famiglia sviscerata dalla guerra, e che tentava in ogni modo di aiutare chi stava combattendo per la vera causa comune: la liberazione." (da LA VOCE DEI BAMBINI E LA RESISTENZA, caratteriliberi.eu).
Ma la storia dei bambini nella Resistenza e' indisgiungibile dalla storia dei bambini che nel dopoguerra, grazie all'iniziativa di Teresa Noce, dell'UDI e del PCI, raggiunsero, per la loro cura e il loro sostentamento, famiglie emiliane. Come racconta Miriam Mafai, che partecipò ad organizzare questa attività di accoglienza, «La risposta fu al di là di ogni legittima speranza. Tanto generosa che si decise di estenderla e radicarla nel Mezzogiorno (…) Furono trasferiti così, nei due inverni immediatamente successivi alla fine del conflitto, alcune decine di migliaia di bambini che lasciarono le loro famiglie per essere ospitati da altrettante famiglie contadine, nei paesi del reggiano, del modenese, del bolognese. Lì vennero rivestiti, mandati a scuola, curati». Dal 1945 al 1952, anni duri per tutto il Paese, furono ospitati nel centro-nord ben 70.000 bambini, grazie anche all’appoggio del PCI, dei CLN locali, delle sezioni ANPI, delle amministrazioni e della popolazione in genere.
Da qui il docu-film di Alessandro Piva del 2011, "Pasta nera", presentato in diversi festival e con la consulenza di Giovanni Rinaldi, autore de "I treni della felicità - storie di bambini in viaggio tra due Italie", del 2009, con la prefazione della Mafai, cit. Ediesse ed.

https://youtu.be/8LysqpaXscI

                                     
                                   
          

giovedì 13 aprile 2017

Siamo in guerra...inziativa Marx XXI Bari

 
In violazione dell’art 11 della Costituzione
Siamo in guerra…
 
 
Non possiamo essere semplici spettatori mentre la guerra divampa, mentre aumenta il rischio di una catastrofica guerra nucleare. Dobbiamo esercitare i nostri diritti costituzionali, ripudiando la guerra nell’unico modo concreto che abbiamo: pretendere che l’Italia esca dall’alleanza aggressiva della Nato, non abbia più sul proprio territorio basi militari straniere né armi nucleari. Dobbiamo lottare per un’Italia neutrale, in grado di svolgere la funzione di ponte di pace sia verso Sud che verso Est.
 
 
Venerdì 21 aprile. Ore 18.00
Camera Del Lavoro Metropolitana e Provinciale di Bari
 
Via Natale Loiacono, 20, 70126 Bari
(c/o IPERCOOP di Japigia)
 
 
 
Saluti al convegno di
Gigia Bucci
segretaria provinciale CGIL
 
I Sessione.
Scenari di guerra
 
Ugo Villani
Professore ordinario di Diritto internazionale, università di Bari e Roma
Il bombardamento “umanitario” USA sulla Siria e la legalità internazionale.
 
Nico Perrone
già docente di Storia dell’America, Università di Bari
Da Obama a Trump. Muta il ruolo mondiale degli Usa?
 
Manlio Dinucci
Comitato “No Guerra No NATO”, curatore della rubrica settimanale del manifesto “L’arte della guerra”
La guerra di Siria. Origine, sviluppi, mandanti e sicari. Breve excursus.
 
Augusto Ponzio
Professore emerito di Filosofia del linguaggio,Università di Bari
Menzogne di guerra e la costruzione del nemico
 
 
 
II sessione.
Rilanciare la mobilitazione contro la guerra e il braccio militare della NATO.
Costruire coordinamenti permanenti nei territori.
 
Introducono
Rosa Siciliano
direttrice di Mosaico di Pace, rivista promossa da “Pax Christi”
 
Oronzo Stoppa
già segretario FIOM-Bari, direttivo del Comitato per il NO al referendum costituzionale
 
Sono invitati
Associazioni, comitati, movimenti, sindacati, partiti
Inviare le adesioni a: noguerra.bari@gmail.com
 
L’elenco degli interventi è in continuo aggiornamento. Quello definitivo sarà pubblicato martedì 18 aprile.
 
Coordina
Andrea Catone
direttore della rivista MarxVentuno
 
Organizza
logo marx xxi  LOGO CASA ED. ROSSO E GRIGIO.jpg
Marx XXI – II strada priv. Borrelli 32, Bari. Tel. 345 4114728

 

PER LA LOTTA IDEOLOGICA ATTIVA


di Sergio Manes, 09/09/2016

Lavoro teorico e pratica sociale dei comunisti secondo l'editore napoletano recentemente scomparso. Il ruolo degli intellettuali marxisti e il bisogno di formazione per l'organizzazione della moderna lotta di classe, senza settarismi e autoreferenzialità

I comunisti non si autocriticheranno mai abbastanza per aver disatteso - del tutto o quasi - l'esigenza di sottoporre ad analisi rigorosa i cambiamenti epocali della seconda metà del '900. Questa omissione ha impedito che l'esperienza ancora in corso del comunismo novecentesco - a partire da quella centrale dell'URSS - interpretasse pienamente e correttamente le trasformazioni in atto e individuasse linee capaci di resistere alle difficoltà insorgenti, ma anche di conquistare nelle condizioni in via di cambiamento nuovi traguardi all'altezza di quelli conseguiti fino a quel momento. Le conseguenze furono il crescente degrado teorico e il logorio politico di quelle esperienze fino al loro collasso.

Ma ce ne sono state altre che sono andate ben oltre il tempo della sconfitta e che ancora oggi pesano come macigni sulla speranza e sui volenterosi - ma confusi - tentativi di ripresa e di ripartenza. La inadeguata percezione dei cambiamenti in atto e il sostanziale vuoto di analisi innescarono una deriva - la cui responsabilità grava pesantemente sui gruppi politici dirigenti e ancor più sugli intellettuali comunisti - che lasciò e ancora lascia campo libero alla borghesia transnazionale sul piano strutturale e uno spazio immenso ad elaborazioni sia esterne alla tradizione marxista, sia vicine o perfino interne ad essa ma che fanno un utilizzo non rigoroso e coerente delle categorie e del metodo e che, nelle loro evoluzioni più mature, hanno portato infine a concezioni del tutto estranee alla concezione materialistica e dialettica del mondo e della storia.

Esse hanno, però - proprio per la loro sostanziale affinità con visioni interne al pensiero idealistico dominante e per la loro più semplice accessibilità - una capacità di suggestione e di convincimento che devia le analisi e le proposizioni di carattere politico di chi continua tuttavia a porsi soggettivamente - ma volontaristicamente - su un terreno alternativo e antagonista. Si pensi, ad esempio, alla deriva originariamente "operaista" la cui elaborazione del concetto di "operaio-massa" non poteva – nella sua forma matura e in presenza delle trasformazioni avvenute nella realtà produttiva e sociale - non sfociare che in quella della "moltitudine" che segna il definitivo abbandono - concettuale e politico, ancor prima che lessicale - della categoria di classe. Un approdo che sfugge al ben più arduo compito di ridefinirla nelle nuove condizioni, ma che porta a esiti aberranti.

Al suo seguito trovano spazio suggestioni soggettivistiche, che sembrano aderire più semplicemente al nuovo, ma che portano in sé l'eco dell'antica contrapposizione tra idealismo e materialismo, tra gradualismo e dialettica. Si riaffacciano in realtà vecchie ipotesi – per esempio, ma non solo, di impronta proudhoniana – che reintroducono opzioni strategiche, proposizioni e percorsi tattici, metodi e forme di lotta e di organizzazione che ben poco hanno più in comune con il pensiero e il metodo marxisti.

Le conseguenze sono devastanti: sfuma e finisce per sparire la contraddizione principale del rapporto tra chi produce la ricchezza e chi se ne appropria e, dunque, scompaiono le radici stesse dell'ineguaglianza e dell'ingiustizia, della loro riproduzione verso l'alto, del loro possibile rovesciamento dialettico: la necessità di una radicale trasformazione dei rapporti di produzione a seguito dello sviluppo incontenibile delle forze produttive.

Ne discende che cambiano inevitabilmente il terreno, i soggetti e le modalità dello scontro e del necessario salto di qualità: il luogo non è più quello della produzione; i soggetti non sono più i "borghesi" e i "proletari", i "capitalisti" e i "lavoratori", ma l'"imperialismo" e le "banche" da un lato e il "popolo" dall'altro, i "ricchi" e i "poveri"; lotta e obiettivi del cambiamento non sono fondati sull'unità organizzata e sull'internazionalismo militante degli sfruttati e degli oppressi del mondo in ragione delle radici comuni e delle cause materiali del loro sfruttamento e della loro oppressione, ma su una conflittualità diffusa, generalizzata e dispersa tra le strutture del privilegio e la massa indifferenziata delle moltitudini subordinate; alle forme organizzate - politiche ed economiche – della lotta per la trasformazione vengono preferiti strumenti "leggeri" - cangianti e variegati - di autorganizzazione "partecipata" e "democratica". Non si tratta affatto, dunque – come si favoleggia con irresponsabile leggerezza codina o con opportunistico feticismo per un "nuovo" sgrammaticato – di differenze meramente formali o lessicali.

I comunisti hanno avuto e hanno grandi difficoltà a contrastare questa deriva che ormai connota una parte maggioritaria delle esperienze di lotta di questo tempo e suggestiona anche organismi che continuano a schierarsi in campo comunista. Sfilacciata la dimestichezza con il metodo e le categorie interpretative, sacralizzata per superficialità o per opportunismo l'esperienza novecentesca, trascurate l'insorgenza e la crescita di queste diverse concezioni e metodi di lotta, assediati o minati al loro stesso interno da pulsioni democraticiste, compresi soltanto di sé e occupati piuttosto a dividersi settariamente e a riprodursi replicando all'infinito esperienze già dimostratesi inadeguate, hanno essi stessi dismesso o appannato i propri riferimenti teorici e smarrito qualsiasi legame con la classe di riferimento - di cui però pretendono astrattamente di continuare a rappresentare gli interessi - e arrancano ai margini dei cosiddetti "movimenti".

Tuttavia, in una situazione così difficile e di così lungo periodo ci sono ancora una speranza e una ragionevole possibilità di ripresa. Già il testardo e pur sterile arroccamento di questi anni testimonia nelle diverse realtà residuali - anche e non solo di provenienza Pci-Prc - se non altro una tenacia che deve però scrollarsi di dosso i vecchi e i nuovi schemi settari e autoreferenziali per liberare le potenzialità tuttavia esistenti. In questa prospettiva il dato positivo che bisogna cogliere e valorizzare è che intanto cominciano a far breccia gli sforzi dei pochi che ostinatamente continuano a indicare e percorrere concretamente - nei limiti del possibile - l'unica strada praticabile: riappropriarsi dei propri strumenti teorici; farne un uso ad un tempo rigoroso e dialettico nel nostro tempo, formando una nuova generazione di quadri e di militanti; affrontare finalmente, con coraggio e sistematicità, una rilettura autocritica di tutta la propria esperienza novecentesca; provare ad articolare un "programma minimo" per questa fase dello scontro di classe con proposte, obiettivi e percorsi ragionevoli e praticabili.

Tutto questo, però, rischia di restare puro e inutile esercizio intellettuale se non viene coniugato e verificato nella realtà viva dello scontro di classe che si sviluppa - pur se percepita in modo distorto e realizzata in maniera frammentata, dispersa e spesso incoerente - sulle condizioni materiali delle masse sfruttate e oppresse, sulle drammatiche contraddizioni reali derivanti dalle scelte imposte dal capitalismo transnazionale, sui retroterra ideologici di chi - comunque meritoriamente -suscita e orienta queste lotte a cui occorre portare il massimo contributo e il sostegno. Ma esserci non basta. Questo vuol dire che formazione, ricerca, analisi e proposizioni non possono essere studio avulso dal contesto reale, ma debbono essere impostati e sviluppati in funzione di esso.

E allora formazione, ricerca, analisi e proposizioni debbono essere centrate e finalizzate a riportare il terreno principale di scontro nei luoghi e sui modi della produzione;  a riguadagnare la fiducia della classe lavoratrice nella prospettiva comunista e in chi opera a partire dai loro bisogni collettivi piuttosto che dai loro presunti diritti individuali; a ricostruire nelle nuove condizioni e con la lotta l'unità degli sfruttati e degli oppressi a livello nazionale e internazionale; a individuare e realizzare forme di lotta capaci di unificare questo esercito sterminato, in mille modi frazionato ma unito dalla comune condizione; a costruire forme stabili di organizzazione, al passo con la realtà materiale di oggi.

A questo scopo è anche utile e necessario aggredire criticamente analisi, posizioni e iniziative che vengono agitate sulla scena politica, che captano il consenso e indirizzano la conflittualità dei militanti: polemiche non demonizzanti ma intese, fornendo gli opportuni spunti critici, a problematizzare, a far discutere, a fare chiarezza, a formare maieuticamente i militanti. È giunto il tempo di scatenare tra gli stessi comunisti, ma anche tra coloro che si ispirano ancora ad orizzonti anticapitalisti, una seria lotta ideologica attiva e dedicare ad essa energie e risorse.
 

sabato 8 aprile 2017

CENTO ANNI FA: LE TESI DI APRILE (1917) DI LENIN

                                                   

di Guido Liguori


Senza le Tesi di aprile non vi sarebbe stata Rivoluzione d'Ottobre. Le Tesi sono il documento con cui Lenin, appena tornato dall'esilio svizzero (grazie a un difficile accordo segreto con la Germania), mutò la tattica del partito bolscevico rilanciando la possibilità/necessità di una rivoluzione proletaria. Fu preso per pazzo da diversi dei suoi compagni, ma alla fine impose il suo punto di vista (un po' come Togliatti con la Svolta di Salerno). Le Tesi enunciavano il seguente programma:
- lotta per l'immediata fine della "guerra imperialistica", lotta da portare anche nell'esercito e al fronte
- lotta al governo borghese uscito dalla rivoluzione di febbraio
- preparazione della seconda fase della rivoluzione, quella proletaria e socialista
- propugnare il trasferimento del potere ai Soviet, lottando duramente in essi per divenirne maggioranza. La Russia doveva divenire una Repubblica dei Soviet dei deputati operai e contadini. Il nuovo Stato dei soviet sarebbe stato organizzato sul modello della Comune di Parigi
- Il programma del Partito doveva prevedere la nazionalizzazione delle terre, la creazione di un'unica banca nazionale
- il nome del partito doveva essere mutato da socialdemocratico a comunista e occorreva fondare una nuova Internazionale, dopo che i capi socialdem avevano tradito i loro ideali accettando la guerra imperialista
Così le Tesi di aprile. Lenin con le Tesi trasformò la tattica del partito. Iniziava la fase che avrebbe condotto all'Ottobre. Un pensiero nuovo, capace di interpretare la realtà e di vederne i possibili sviluppi, l'avrebbe mutata radicalmente.

Guido Liguori, FB, 7 aprile 2017


                                     

mercoledì 29 marzo 2017

A/MARE TERRE D'APULIA


 Per molti, troppi, il futuro delle terre pugliesi è la negazione della loro vocazione. Dopo aver scongiurato la costruzione di una centrale nucleare, il popolo avetranese sta cercando di preservare il mare di Specchiarica dal collettore fognario del depuratore consortile e mentre si discute delle alternative, a Urmo Belsito arriva il cantiere dei lavori. Intanto in quel territorio, sede di una meravigliosa riserva naturale tutelata, si susseguono incendi su incendi.
E arriva così la notizia che il Consiglio di Stato ha dato il via libera alla realizzazione del gasdotto che attraverserà l’Adriatico, il famoso Tap (Trans Adriatic Pipeline), approdando in Puglia, a San Foca, Lecce. L'eradicazione di 200 ulivi è solo il primo prezzo da pagare. Il compagno fraterno e amico Ippazio Luceri, un alfiere della lotta NO TAP, è stato portato via in ambulanza l'altro giorno mentre era in corso la manifestazione a San Basilio. E non vuole smettere lo sciopero della fame. Dov'è Emiliano? In campagna elettorale.


LA TERRA E' NOSTRA
quando il gioco si fa duro, polizia e magistratura sanno da che parte stare. Anche noi, a difesa della nostra terra!
Forza Pati, forza compagni, NO PASARAN



In memoria di Sergio Manes


Il ricordo dei compagni de La Contraddizione

Difficile parlare di una persona conosciuta da sempre. Non c’è memoria distinta, infatti, del primo incontro, come del primo impegno culturale, politico, della prima militanza, dei primi pensieri tendenti al comunismo, del primo accesso ai livelli scientifici della transizione socialista, come dire insomma della teoria della rivoluzione iniziatasi più di cento anni fa. È come se Sergio fosse da sempre compresente a tutto ciò, alle battaglie sindacali, politiche, alle fasi propositive e a quelle recessive della nostra storia recente, con il suo instancabile fare, proporre, suggerire, lottare su tutti i terreni possibili per l’apertura di varchi ad una umanità meritevole di una destinazione di crescita razionale e di giustizia sociale. Le sue ultime parole per definire il comunismo sono state proprio tese a ribadire che infine, da qualunque versante lo si volesse considerare, avrebbe dovuto inevitabilmente sfociare nel diritto alla vita di tutti, e nella umanizzazione consapevole di una comunità mondiale in grado di soddisfare i bisogni storici della vita.

 Nel suo modo di esprimersi, a metà scherzoso e a metà serio, era solito dire di avere tre figli: due in carne e ossa, amatissimi, e un terzo partorito come casa editrice di cui ha continuamente curato, non solo la nascita ma poi anche la crescita, concepita come erede naturale di tutte le pubblicazioni necessarie a informare scientificamente in senso lato, e in particolare sul pensiero socialista e comunista. Il mantenimento della memoria del sapere attraverso il libro, colto o divulgativo, specialistico o politico, nel momento in cui la lettura veniva meno, le case editrici storiche della sinistra sparivano una dietro l’altra, i classici del marxismo venivano mandati al macero o su qualche sparuta bancarella e le librerie che li tenevano vendute ad altre attività commerciali, significava scommettere sulla sopravvivenza, in questi lunghi tempi bui, della consapevolezza delle contraddizioni del sistema, del conseguente sfruttamento umano necessario al dominio di questo, della crescente distruttività legata al suo inevitabile progresso, infine della altrettanto ineluttabile tendenza alla sua fine e superamento in un altro modo di produzione.

 Difficile parlare di Sergio Manes, nel senso che era stato capace di confondersi nei molteplici momenti di lotta sociale, nella storia delle trasformazioni del comunismo italiano e internazionale, solerte punto di riferimento di iniziative culturali e per pubblicazioni editoriali coraggiose, che altrove non avrebbero avuto spazio data la regressione sociale e politica di questi ultimi cinquant’anni. Come persona, pur essendo una individualità forte e spiccata, autorevole e tenace, non era schivo dal mostrare anche i lati più teneri, affettuosi e fragili legati agli affetti più cari, all’amicizia dei compagni considerata sempre come il bene più prezioso di cui avrebbe sentito una mancanza insopportabile semmai fosse venuta meno. Oggi a parlare a tutti di Sergio saranno le innumerevoli pubblicazioni della Città del Sole, che ci auguriamo possano continuare ad essere prodotte, proprio come lui auspicava, nell’ottica di una continuità non solo della sua lotta personale, ma soprattutto della necessità di resistenza sociale della cultura marxista di contro a ogni ostracismo opposto dal capitale. La “Città del Sole” non è soltanto stata la sua casa editrice, ma anche un centro stabile di incontri e dibattiti cultural-politici che Sergio ha tenuto caparbiamente a costituire a Napoli, nonostante tutti i tentativi di esproprio, i furti, le effrazioni e distruzioni subite, operate da riconoscibili ignoti mai efficacemente perseguiti, ad irrisione delle puntuali denunce effettuate.

 La lunga collaborazione con l’associazione Contraddizione si è tradotta con la collana “Il socialismo scientifico” da cui è scaturito Laboratorio politico, la cui definizione era appunto la cifra costante di Sergio:“iniziativa militante che si pone –senza riproporre vecchie preclusioni e al di fuori di nuove divisioni – al servizio di una ripresa culturale e politica del movimento comunista… aperta ad ogni livello di contributo di tutti i militanti, poiché potrà raggiungere gli obiettivi per cui è nata solo con l’apporto e la collaborazione attiva di chi, con indomabile ostinazione, è impegnato più che mai a comprendere e trasformare la realtà, a battersi per realizzare i valori e gli ideali del comunismo”. Un’altra collana intitolata “Comunismo In/formazione”, sempre entro Laboratorio politico, ha affrontato diverse tematiche del presente sulla falsariga delle analisi marxiane, per attestarne e dimostrarne l’assoluta attualità e unicità analitica per la critica del presente. Inutile ribadire che senza la piattaforma e la disponibilità di questa casa editrice il lavoro profuso per i vari contributi non avrebbe mai visto la luce. Questa, inoltre, è stata la base anche per molte altre collaborazioni con docenti di ogni ordine e grado, riviste legate alla tradizione di sinistra, strutture sindacali, compagni sparsi e movimenti che faticosamente Manes ha continuamente ricercato, contattato, sollecitato e aiutato ad esistere. La casa editrice era il supporto e lo strumento che si attivava ovunque un nucleo di resistenza all’abbandono del comunismo si evidenziasse con le forze possibili ma reali.

 Già dallo scorso anno Sergio aveva avviato i preparativi per una riflessione critica sulla rivoluzione d’ottobre in occasione, quest’anno, del ricorrere del suo centenario. Non si doveva trattare né di una commemorazione né di una celebrazione ritualistica, ma di una valutazione a più voci sul significato storico, sulla sua supposta attualità o meno, sulla sua permanenza nel presente, anche nei più giovani, e sulla sua forza ancora propositiva nelle contraddizioni di un imperialismo dei nostri giorni più avanzato e minaccioso. Seppure non riuscirà a vederne le conclusioni, tutti i compagni impegnatisi in quest’obiettivo nel portare a termine – forse in ottobre o novembre di quest’anno – sentono ora di proseguire i lavori anche in suo nome, come per tutte le altre iniziative e proposte che Sergio ha lasciato incompiute nella vita della sua terza, preziosa creatura. In essa si concretizza quella difficile sintesi di teoria e prassi che Sergio Manes ha mostrato come quella “cosa semplice difficile a farsi” [1].

 Note:


[1] L’ultima citazione, per chi volesse apprenderne completamente il significato, non conoscendola, è la frase finale di B. Brecht in “Lode del comunismo”, 1933.

25/03/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.