giovedì 29 settembre 2016

COME È CAMBIATO IL MODO DI INFORMARE E INFORMARSI


La crisi della carta stampata, la minore pervasività della televisione, hanno anche una spiegazione nella volontà di condivisione e partecipazione attiva: si sceglie piuttosto che essere passivi spettatori-utenti (fe.d.)
L'interessante articolo di Benedetto Vecchi su Il Manifesto, 29/09/2016, a proposito di un'inchiesta del CENSIS
integrale
titolo originale: L'informazione on line è' impacchettata "dal basso"

Nessuna differenza significativa tra gli italiani e gli altri abitanti del continente europeo. E se l’azzardo vale qualcosa: gli abitanti dello stivale si comportano come i loro omologhi statunitensi nel rapporto con i media digitali.

Il primo dato che emerge da un rapporto I media tra élite e popolo sulle piattaforme digitali, stilato dal Censis con la Ucsi e presentato ieri a Roma, è che i due terzi della popolazione italiana è connesso alla Rete. Lo strumento privilegiato per accedere all’informazione nel web è lo smart phone (64,8 per cento), seguito dal tablet (28,3 per cento). Il rapporto fa emergere una differenza generazionale tra gli utenti della Rete. 95 giovani al di sotto dei trent’anni è on line, mentre solo 31 uomini e donne al sopra dei 65 anni accede a Internet.

I social network sono le piattaforme più usate. Facebook impazza in ogni età, mentre Istagram, You Tube seguono a ruota, anche se in questo caso a fare la parte del leone sono teenager e under 35. Si colloca in buona posizione WhatsApp. Il servizio di messaggistica è infatti usato dal 61,3 per cento degli internauti. Non pervenuti, invece, i dati di chi ha abbandonato il servizio di proprietà di Facebook: un dato segnalato da molte altre inchieste nei paesi europei. Un fattore che andrebbe studiato a fondo, visto che quelle stesse inchieste individuavano l’indisponibilità di molti teenager a cedere le proprie biografie a Facebook, preferendo altri messaggerie (Snapchat, ad esempio) più rispettose della privacy e dell’anonimato.
Fin qui niente di sconvolgente. L’inchiesta del Censis conferma infatti le tendenze già evidenziate nel 2015. Più significativi sono invece i dati che riguardano l’accesso all’informazione.

Confermato il ruolo centrale della televisione nel consumo di informazione di intrattenimento (il 97 per cento della popolazione possiede un televisore) e resta stabile il numero di utenti della pay tv. Il 43 per cento della popolazione ha infatti avuto almeno un contratto con una televisione satellitare, mentre è in calo la percentuale di accesso alla tv via Internet. Brutte notizie invece per la carta stampata: negli ultimi dieci anni il 45 per cento degli acquirenti dei quotidiani hanno smesso di andare in edicola.

Negli stessi anni, i consumatori digitali di notizie sono diventati il 31,4 per cento della popolazione. Poco o nulla dice il Censis sul fatto che questa «migrazione» verso la Rete sembra non arrestarsi.

L’unico commento che l’istituto di ricerca italiano riserva a questa tendenza è il formarsi di un digital press, perché il dato più preoccupante è la crescita degli italiani disinteressati all’informazione, sia cartacea che in formato digitale (la stima parla del 31,4 per cento della popolazione). Nulla viene detto riguardo le perdite di entrate: non sono compensate dalla crescita (+35,8 per cento) di abbonamenti di quotidiani, settimanali, mensili on line. L’assenza di un business model per il digitale è il non detto dell’inchiesta del Censis, alla luce anche del dato, emerso in altre inchieste, che chi va in rete vuol leggere e vedere contenuti informativi gratuitamente.

Infine, il dato che il Censis mette in evidenza: sono le donne che privilegiano l’informazione all’entertainment in Rete. Il 74,1 per cento dei consumatori di informazione è donna.

C’è infine un passaggio dell’inchiesta che risulta fuorviante e oscura. Secondo i ricercatori, gli elementi raccolti testimoniano il fatto che è forte la tendenza a personalizzare l’accesso all’informazione.

L’ipotetico giornale quotidiano viene costruito assemblando articoli, saggi, video provenienti da fonti distinte e spesso espressione di punti di vista opposti. Per il Censis, questo significa che siamo di fronte a un passaggio da un modello «tele-centrico» a una concezione egocentrica dell’informazione.

È una personalizzazione«dal basso», agita cioè dal singolo. Se per il Censis, questa è espressione di una non meglio precisata erosione dell’intermediazione, in Rete significa che le testate giornalistiche non riescono a catturare l’attenzione dei singoli. Cosa che invece possono fare le «firme» di giornalisti considerati autorevoli. Risulta molto chiaro il fatto che i siti internet gestiti da non professionisti attirino attenzione, mentre sono in crescita testate giornalistiche che dichiarano espressamente di essere indipendenti e di non avere editori alle spalle. Un fenomeno diffuso che viene catalogato come citizen journalism, «giornalismo narrativo», data journalism: tutte espressioni che evidenziano la corrosione della legittimità del giornalismo come unico mezzo per produrre informazione.


domenica 25 settembre 2016

LA SCUOLA RENDE LIBERI


nella scuola bisogna ripristinare il PRIMATO della DIDATTICA DEI CONTENUTI, combattere il FORMALISMO BUROCRATICO dei quiz e test e misurazioni algoritmiche che tendono a OMOGENEIZZARE e STANDARDIZZARE i processi di INSEGNAMENTO/APPRENDIMENTO, funzionali ai processi di parcellizzazione lavorativa delle nuove generazioni senza futuro.
Nella scuola la prevalenza deve tornare ad essere IL LAVORO IN AULA, gli insegnanti devono essere liberati da sterili incombenze burocratiche e da eccessive riproduzioni progettuali extracurricolari.
- la scuola non deve formare schiavi al servizio del capo, non deve sviluppare gerarchie sociali;
- la scuola dei saperi, delle conoscenze, delle competenze deve formare soggettività libere
                                                           (ferdinando dubla), settembre 2016
                             

martedì 20 settembre 2016

LA SCUOLA DE "IL MANIFESTO"


la scuola come processo collettivo, contesto relazionale di esperienze formative, di saperi ed emozioni apprenditive, non organizzazione burocratica di algoritmi, griglie valutative e protocolli, funzionali alla potenziale forza-lavoro a basso costo (fe.d.)

presentazione dello speciale sulla scuola de Il Manifesto, 20 settembre 2016

All’inizio del nuovo anno scolastico serpeggia tra gli insegnanti un grande malcontento. Per i molti opinionisti anti-insegnanti sui social, i docenti – specialmente quelli meridionali – dovrebbero essere grati, non scontenti. Ai professori si rimprovera di essere pigri e anche ingrati, a tal punto da non apprezzare abbastanza l’opportunità di un lavoro tutto sommato comodo e sicuro. 

Organizzazione algoritmica
L’anno che si è appena inaugurato è anche quello in cui gli effetti della radicale riforma neoliberista della scuola del governo Renzi («la Buona Scuola») entra in vigore più o meno a pieno regime. La riforma implementa una forte centralizzazione del comando, sia locale (potere ai presidi) che ministeriale (piattaforme, protocolli, agenzie di valutazione, test Invalsi, formazione obbligatoria) insieme a una estrema individualizzazione degli insegnanti (il portfolio individuale, il rapporto uno-a-uno con il preside). 

Se l’insegnante porta al processo lavorativo la sua forza lavoro, cioè i suoi saperi e i suoi studi, la sua passione, la sua capacità di relazionarsi, la governance della scuola si fa carico dell’organizzazione, cioè gli algoritmi, i protocolli, le leggi e i regolamenti. In questo senso si può parlare di una «logistica dell’efficienza» (spesso più proclamata che reale) e di una «organizzazione algoritmica» del lavoro di insegnamento che, come Fred Moten e Stefano Harney nell’articolo contenuto in questo speciale sostengono per l’università, preclude, svilisce e rende impossibile lo studio.

Antagonismo generale
Lo studio, nel senso che Stefano Harney e Fred Moten danno al termine, è una pratica speculativa che si fa con gli altri, quindi sociale, che attraversa tutte le forme della forza lavoro e che si trova tanto tra gli infermieri quanto nell’università. Lo studio comporta anche giocare, camminare, parlare, ascoltare, l’attività di gruppo, la lettura approfondita, e costituisca la pratica di quell’«antagonismo generale» che è per loro sperimentazione con l’undercommons, il comune che si fa dal basso.

Eppure, dicono Harney e Moten, tutti si lamentano e tutti stanno male, ma raramente ci si pone collettivamente una domanda: perché insegnare la letteratura, la matematica, la fisica, la storia, la poesia, l’informatica e quant’altro non ci fa sentire bene? Perché il docente dovrebbe rassegnarsi a stare male e a lavorare male come se questo fosse la dimostrazione dell’aver fatto il proprio dovere? Perché l’insegnante deve soffrire?

Nell’intervista al docente e attivista newyorkese Mark Naison, contenuta nello speciale, ci parla del vero proprio attacco alla forza lavoro insegnante negli Stati Uniti che dura ormai da vent’anni. La campagna di umiliazione mediatica, ci racconta, è stata finanziata da lobby, dagli ultra-ricchi e dagli hedge fund (fondi finanziari). Negli ultimi anni, gli operatori nel mercato dei dati e del software di apprendimento a distanza sono diventati particolarmente interessati alla lucrativa gestione del processo di valutazione della performance di studenti e insegnanti.

Forza lavoro a basso costo
Le lobby vogliono non solo lucrare sulla scuola, ma anche trasformarla in una fabbrica che produce non più dei cittadini, ma forza lavoro da terminale, cioè forza lavoro individualizzata e a basso costo che opera fondamentalmente di fronte a un computer. 

Questa trasformazione dello studente in forza lavoro da terminale informatico passa anche attraverso quella dell’insegnante in operatore informatico. A questa metamorfosi in atto, molti docenti statunitensi si stanno ribellando grazie alla formazione di associazioni, coalizioni e reti. Come in Italia, il movimento di boicottaggio dei test che ha costruito delle alleanze importanti tra professori, genitori e studenti ha forse costituito il mezzo di opposizione più efficace.

L’economista della Sorbona di Parigi, Carlo Vercellone ha sottolineato come l’acquisizione dei vecchi servizi pubblici da parte del privato è guidata dalla realizzazione che solo questi settori dell’economia veramente crescono. Se il mercato delle merci è saturo, la domandi di servizi materiali e immateriali, cognitivi e affettivi, psicologici e sociali, è in crescita. Il motivo, per Vercellone, è che quando la forza lavoro produce cognitivamente, cooperativamente e relazionalmente essa produce sempre qualcosa di nuovo. La scuola, come la sanità, non è un costo che la società può o meno permettersi di pagare a seconda di quanto l’economia reale produca, ma la base dell’economia, quella che produce le condizioni del valore a monte e non a valle.

L’apprendimento felice
La privatizzazione e i modelli di gestione aziendale pubblica tendono a distruggere proprio il prodotto principale di queste istituzioni: la soggettività umana e la sua potenza che si manifesta soprattutto nella sua capacità di cooperazione – non tanto nella distinzione tra chi eroga il servizio e chi ne usufruisce (medico/paziente, insegnante/studente, impiegato/cittadino), ma di soggettività che tutte hanno qualcosa in gioco nella situazione di apprendimento o studio.
Rivendicare il diritto allo studio contro la sua prevenzione o addirittura il suo divieto, significa dunque rivendicare non solo sostegno finanziario, ma anche il piacere dello studio in quanto attività sociale che si fa insieme, che ci fa stare bene e che costruisce il comune come modo di produzione dal basso.

                                             Tiziana Terranova, Il Manifesto, 20/09/2016

domenica 11 settembre 2016

CI PIACEVA LA CINA. QUARANT'ANNI SENZA MAO-TSE-TUNG


CI PIACEVA LA CINA. QUARANT'ANNI SENZA MAO TSE TUNG. 
Il memorabile libro-reportage di Edgar Snow. Ne ha scritto Simone Pieranni (fe.d.)
[integrale]



Il 9 settembre 1976 moriva Mao Zedong. Oggi in Cina la data di morte del Grande Timoniere, così come quella di nascita, il 23 dicembre 1893, passa in sordina o viene per lo più celebrata in quei luoghi ancora agganciati alla sua eredità per questioni puramente nostalgiche (poche ormai) o turistiche (sempre di più). È il caso, ad esempio, di Yan’an divenuta nel tempo una sorta di «Disneyland rossa» o di Shaoshan, il luogo di nascita.
Questo ricordo ondivago di Mao da parte della Cina contemporanea riflette una discussione storica per la letteratura che affronta il Celeste Impero; in molte pubblicazioni che provano a fare luce sul gigante asiatico si presenta spesso la seguente domanda: quanto è rimasto dell’esperienza politica comunista, con Mao a capo, in questa «nuovissima Cina»? Quanto c’è ancora oggi di quel paese protagonista della rivoluzione? E quanto rimane dell’origine antica di alcuni fardelli sociali con cui dovette confrontarsi anche il «contadino» Mao? Le risposte a queste domande riservano il consueto senso di vertigine che si ha nel momento in cui si affrontano questi passaggi nella storiografia cinese. Mao è presente e completamente assente nella Cina di oggi, allo stesso modo. Resistono alcune caratteristiche, interne, sociali, politiche e internazionali, «segnate» dal passaggio del grande leader della rivoluzione, così come tutto è cambiato.

Cospiratori in caverna
La Cina è completamente diversa da allora e nel corso di questi quarant’anni dalla sua morte il feticcio di Mao è stato saccheggiato e svuotato, mentre il mondo circostante è diventato completamente diverso. E uno dei testi con i quali ancora oggi si fanno i conti è il capolavoro di Edgar Snow, Stella Rossa sulla Cina (euro 29) che nel 2016 il Saggiatore ha deciso di ristampare, con l’introduzione della prima edizione del 1965 di Enrica Collotti Pischel e arricchita da una prefazione di Marco Del Corona, già corrispondente del Corriere della Sera a Pechino e grande conoscitore del paese e della storia della Cina.
Il testo di Edgar Snow ha due grandi pregi: è un documento storico incredibile, perché Snow ha potuto vedere da vicino quanto nessuno in quel momento poteva vedere, ovvero l’organizzazione e l’afflato rivoluzionario e nazionalista di Mao e compagni. Una vicinanza non solo fisica che segna nettamente il libro, come ben si sa. La voce di Snow, la sua condivisione dei tempi, delle condizioni di vita e delle parole dei comunisti, rimane un dato emozionante che emerge anche in alcuni passaggi della lettura, come quello relativo all’infanzia e alla «formazione» di Mao, quando Snow scrive che «per molte notti nella caverna di Mao davanti alla tavola coperta dal tappeto rosso, scrissi alla luce delle candele tremolanti, sino a crollare per la stanchezza; sembravamo proprio dei cospiratori».
In secondo luogo, Snow ha partorito un testo di giornalismo narrativo che rappresenta ancora oggi un utilissimo esempio di scrittura reportistica di grande impatto stilistico oltre che di documentazione storica. In alcune passaggi, come ad esempio nel capitolo dedicato alle parti più «private» di Mao, Snow lascia la parola direttamente al protagonista, suggellando un ritmo narrativo a una vicenda la cui rilevanza storica ha finito per schiacciare l’importanza «editoriale» del volume.
Da un punto di vista storico, infatti, il libro restituisce completamente l’idea della complessità del processo messo in atto da Mao e dal partito comunista cinese, rendendo chiare le caratteristiche salienti e «proprie» della rivoluzione comunista. Compresi i miti e lo sciacallaggio che già all’epoca si faceva su Mao (dalle dicerie sul suo carattere, a immaginarie malattie, fino a dati più marginali e di colore, come la presunta perfetta conoscenza del francese, un rumor assurdo per un leader che all’epoca sostanzialmente non era mai uscito dalla Cina, e che, anche in seguito, andrà solo una volta fuori dai confini cinesi per un viaggio in Russia).

Tra campagna e città
Stella Rossa sulla Cina rappresenta ancora oggi uno snodo capace di rappresentare quale sarebbe potuto essere il destino della Cina senza la vittoria dei comunisti. Marco Del Corona nella sua prefazione coglie alcuni punti essenziali dell’opera di Snow. Innanzitutto, la sua strategia nel raccontare quell’ampio materiale raccolto durante la permanenza nelle «caverne» dove i comunisti hanno vissuto il biennio del 1936 e 1937; quello di Snow è un racconto in presa diretta, tra i membri della «banda di tisici» di Mao, come li chiama il giornalista americano.
Ci sono fonti, materiale storico, discussioni, interviste. Snow decide di presentare tutto questo al lettore con uno stile non dissimile da quello delle opere epiche e mitologiche. Non a caso Del Corona cita Il signore degli Anelli e il Flauto Magico e quella parte di letteratura cinese capace di muoversi tra «storia sociale» e la favola ribelle, che esalta proprio il concetto di «ricerca» e «iniziazione». Il giornalista del Corriere ricorda infatti il titolo in cinese del libro: Note a caso di un viaggio in Occidente, molto evocativo rispetto a Viaggio in Occidente, un classico della letteratura cinese.
Tornando alla rilevanza storica dell’opera e alla sua attualità: Snow a un certo punto scrive che «solo per la terra qualsiasi contadino in Cina sarebbe pronto a lottare sino alla morte». Per lui questa è la base della rivoluzione comunista, l’attacco alle città da parte dei contadini, così fomentato da Mao. Ma questa frase di Snow racconta molto anche della Cina di oggi: un paese che è diventato ormai urbano e che vede nella questione della terra uno dei meccanismi capaci di agitare lo spettro di uno scontro di classe e sociale. Il recente censimento in Cina ha suggellato la verità storica attuale: la Cina è un paese urbano.
L’urbanizzazione è proceduta prima a tappe forzate, con le grandi città, poi a tappe intermedie.
Il risultato è stato un’urbanizzazione letale che ha lasciato in campagna solo anziani (vittime di alti tassi di suicidio per solitudine e cattive condizioni economiche) e i cosiddetti «left behind», bambini abbandonati alle cure dei vecchi da parte dei genitori andati in città a cercare lavoro. E ha creato, anzi ha spezzato il sogno di Mao, creando due classi sociali molto ben definite: i cittadini con tutti i diritti, i migranti senza alcun diritto.
Analogamente il partito comunista per portare a compimento l’urbanizzazione ha dovuto affrontare l’amore e l’attaccamento alla terra dell’anima contadina dei cinesi. Degli oltre 180mila incidenti di massa che avvengono ogni anno, molti sono ancora oggi relativi a dinamiche legate all’espropriazione delle terre. Contraddizioni e scontri che neanche Mao fu in grado di redimere completamente.

[Simone Pieranni, Il Manifesto, 10/09/2016, con il titolo: "Alle sorgenti del comunismo"]



sabato 3 settembre 2016

ELOGIO DELLA RIBELLIONE E "SOLITUDINE" DI UN CERVELLO SEMPRE CONNESSO


Lamberto Maffei, neurofisiologo, al ""Festival della mente" di Sarzana 2016, avverte dei pericoli del 'pensiero rapido' per le nuove generazioni dei New media e social e investe sulla scuola come educatrice del 'cervello critico'.

"(..) La mia non è una ribellione violenta, perché la violenza genera violenza, ma è un richiamo all’uso del cervello pensante e critico, è la rivolta della ragione contro quel’1 per cento della popolazione che possiede più ricchezze del restante 99 per cento (rapporto Oxfam 2016). Ho raccolto queste riflessioni in un mio piccolo libro Elogio della ribellione uscito per Il Mulino.
In questo spirito di inquietudine e di rivolta rifletto su alcuni aspetti del mondo moderno, sulla globalizzazione, sul rapido invasivo sviluppo delle tecnologie che hanno procurato vantaggi ma anche problemi.
Le tecnologie della comunicazione hanno creato un nuovo tipo di solitudine, che possiamo chiamare paradossale perché causata da un eccesso di stimoli, da una saturazione di tutti i recettori, in particolare uditivi e visivi, che induce un’attività frenetica del cervello, levando spazio alla riflessione e ostacolando la libertà del pensiero intasato dalle entrate sensoriali come le connessioni in rete o la Tv. È la solitudine di un cervello che, solo in una stanza, invia e riceve notizie unicamente attraverso messaggeri informatici, ma spesso ha perso il contatto affettivo con gli altri. Il cervello troppo connesso è solo, perché rischia di perdere gli stimoli dell’ambiente, del sole, della realtà palpitante di vita che lo circonda.
La mia preoccupazione di vecchio insegnante è rivolta principalmente ai giovani, per i quali le nuove tecnologie hanno oltrepassato la soglia di strumenti utilissimi per diventare «cervello», neuroni senza i quali non si può più pensare, producendo così una pericolosa restrizione dello spazio della libertà di ragionamento e della fantasia. Lo spazio del pensiero lento è stato invaso dal pensiero rapido.

Per me, neurofisiologo, che cerca di ragionare sui meccanismi cerebrali che stanno alla base di questo cambiamento, ciò non è sorprendente. La plasticità del cervello, cioè la sua capacità di cambiare funzione e anche struttura anatomica in dipendenza degli stimoli ricevuti è massima nei giovanissimi. Basta ricordare che le sinapsi, elementi essenziali del funzionamento cerebrale, numerosissime intorno ai due-tre anni cominciano a diminuire dopo l’adolescenza in maniera sempre più veloce e questa diminuzione è il substrato della vecchiaia del cervello.
La grande plasticità dei giovani ha assorbito naturalmente i messaggi del nuovo mondo e ne è rimasta ingolfata. Probabilmente la generazione degli adulti è responsabile per non aver dato, come educatori gli antidoti contro queste «droghe» pericolose. È interessante ricordare che Steve Jobs, per evitare il sorgere di una dipendenza, aveva proibito ai suoi bambini l’uso degli strumenti da lui stesso inventati. Il cervello dei giovanissimi può essere manipolato: ne è esempio l’educazione dei bambini di alcuni gruppi islamici che induce giovanissimi a pianificati gesti di suicidio.La nostra scuola non è riuscita a incanalare tempestivamente la rivoluzione tecnologica nella sua pur forte tradizione formativa, rinforzando l’educazione al ragionamento critico, al dubbio su tutto e su tutti. Scriveva Voltaire: «Il dubbio non è piacevole, ma la certezza è ridicola.
Solo gli imbecilli sono inadeguati che spesso mirano al sonno cerebrale, e le altre forme di comunicazione della rete che insieme a messaggi importanti e civili portano disinformazione e possono al limite diventare strumenti pericolosi in mano a delinquenti e terroristi.
Come terapia io non vedo che la scuola e nella scuola l’insegnamento delle materie umanistiche, e per materie umanistiche intendo tutte quelle guidate dalla curiosità, incluse la matematica che è puro pensiero, e tutte le discipline che, rimandando all’esperimento, educano all’argomentazione e al ragionamento. Purtroppo questo è oggi reso difficile dal progressivo degrado della scuola pubblica, della ricerca: insegnanti e ricercatori che preparano il futuro di un paese sono stati privati della loro dignità di funzione
                                                                             Lamberto Maffei, da Il Manifesto del 3/09/2016



giovedì 25 agosto 2016

Nessuno si è accorto che Milosevic è stato assolto


da Il dubbio, 25 agosto 2016

La giustizia si amministra nei Tribunali, nel confronto ineludibile tra accusa e difesa, a meno che nei Tribunali non si pretenda di scrivere la storia. In tali casi, non solo non si scrive la storia, ma non si fa giustizia.
Se poi i Tribunali sono quelli istituiti dalla comunità internazionale, dove i vincitori si ergono anche a giudici, come nei casi dei tribunali costituti su impulso della comunità internazionale, per la cui costituzione e composizione prevalgono le contingenze politiche, si può ben star certi che la giustizia è destinata a diventare un'utopia.
La decisione del Tribunale penale internazionale dell'Aja, che da un canto ha affermato la responsabilità di Karadzic e dall' altro ha negato quella di Milosevic, entrambi accusati di crimini conto l'umanità, sentenza passata quasi sotto silenzio, impone tuttavia alcune riflessioni.
Milosevic è stato presidente della Serbia e della Repubblica Federale di Jugoslavia come leader del Partito Socialista di Serbia; fu tra i protagonisti politici delle guerre nella ex-Jugoslavia che dal 1991 al 1995 hanno insanguinato i balcani, dove tutti hanno combattuto contro tutti. Era stato accusato di aver aver condotto una sorta di pulizia etnica contro i musulmani in Croazia, Bosnia ed Erzegovina e Kosovo tant'è che sulla base di tale accusa fu arrestato e sottoposto nel 2001 a giudizio davanti al Tpi, ma il processo si estinse nel 2006 per sopraggiunta morte del reo prima che venisse emessa la sentenza.
Nel 2016 lo stesso Tribunale internazionale ha condannato Radovan Karadic a 40 anni di carcere. Nella motivazione della sentenza viene ricostruito il rapporto del condannato col presidente serbo, mettendo in evidenza l'appoggio politico e militare che la Serbia e Miloevic avevano offerto allo stesso Karadic. Tuttavia nella sentenza viene messo in rilievo come con il passare del tempo tra i due fossero emerse forti conflittualità e come l'appoggio di Miloevic fosse venuto gradualmente a scemare. Per questo motivo la Corte ha affermato che non vi erano sufficienti prove per dimostrare l'unità d'intenti tra i due leader per quanto riguarda i crimini perpetrati in Bosnia e nella Repubblica Serba di Bosnia nei confronti delle minoranze etniche.
In definitiva una sentenza di proscioglimento per insufficienza di prova.
Se questi sono i fatti, come giudizialmente accertati, con tutte le riserve sulla composizione del collegio giudicante, la cui natura politica anche questa volta, come per tutti i processi tenuti dalla corti internazionali appare fuori discussione, dove ritenersi che Milosevic fu ingiustamente imprigionato, tenuto in vincoli per ben cinque anni e fatto morire in carcere.
Infatti Milosevic è stato trovato morto nel letto della sua cella nel centro di detenzione delle Nazioni Unite; Al prigioniero era stata negata la possibilità di farsi curare fuori dalla struttura carceraria, nonostante avesse chiesto di essere trasferito in una clinica moscovita, per poter fruire delle necessarie cure che la struttura carceraria in cui era ristretto, non poteva mettere a disposizione.
Secondo il Tpi non sussistevano però le necessarie garanzie che l'ex dittatore rientrasse in Olanda. Il procuratore Geoffrey Nice, in una richiesta avanzata ai giudici della Corte, aveva espresso il timore che i medici russi potessero dichiarare l'ex dittatore non in grado di sostenere i dibattimenti e trattenerlo in vista della ripresa del processo.
In definitiva le esigenze custodiali vennero anteposte al diritto dell'uomo alla salute.
A seguito della morte fu emessa sentenza di non luogo a procedere nei confronti di Milosevic, per morte del reo, ma il processo che lo vedeva coimputato con Karasic e altri gerarchi serbi è proseguito fino al 2016 e si è concluso con la condanna di molti (non tutti gli imputati) e con il proscioglimento implicito di Milosevic, atto quest'ultimo privo di specifica rilevanza per il caso deciso (obiter dictum).
In definitiva a 10 anni dalla morte e 15 anni dall'arresto, è emerso che gli elementi proposti dall'accusa a sostegno della colpevolezza di Milosevic non erano risultati probanti per affermarne la responsabilità, perché nella ex Jugoslavia si era consumata una guerra, quella di tutti contro tutti e non un genocidio; La guerra fa morti, soprattutto tra le fazioni più deboli e meno armate. Il genocidio è la negazione del diritto alla vita di gruppi umani, gruppi razziali, religiosi, politici o altri.
Nella guerra, perché di guerra si trattava, come stabilito dalla sentenza del Tpi, è intervenuta la Nato, spendendosi in favore di una delle parti in contesa, scegliendo accuratamente quella che doveva vincere per favorire gli interessi di un occidente la cui miopia strategica ha ancora una volta causato guasti, che potrebbero minare alla radice, finanche la civiltà di cui tanto meniamo vanto.
L'Italia - eravamo all'epoca del governo D'Alema - per ben 78 giorni ha partecipato direttamente ai bombardamenti con i propri Tornado e indirettamente con la messa disposizione delle basi: la Serbia e il Kossovo ebbero a trasformarsi in un cimitero, dove accanto ai cattivi e agli obiettivi militari furono distrutti anche obiettivi civili. Insieme alle basi e alle caserme crollarono le case, le scuole, gli ospedali, gli edifici pubblici e i centri culturali. Dramma nel dramma: le conseguenze dell'utilizzo dell'uranio impoverito i cui residui sono ancora rinvenibili sia in Serbi, a che in Kosovo e che hanno colpito tanti inconsapevoli militari italiani morti, o ammalati, dopo il rientro dalle missioni, anche perché i nostri soldati, al contrario di quelli delle altre nazioni partecipanti, venivano fatti operare senza l'utilizzo di schermi protettivi.
A questo punto c'è solo da capire il senso dei 78 giorni di bombardamento adesso che è stato giudizialmente accertato da un Tribunale, creato dagli stessi bombardatori, che Milosevic non era il cattivone, il novello Hitler, come dipinto da certa stampa.
Non solo, ma c'è da capire il senso di una prigionia preventiva, che se non ha finito per provocare la morte del prigioniero, certamente ne ha favorito l'exitus.
La risposta alle domande la si può trovare nell'assordante silenzio, non solo delle cancellerie occidentali, ma di tutta la stampa occidentale, che ha fatto seguito alla sentenza del Tpi.

Antonio De Michele