le lenti di Gramsci

martedì 2 giugno 2020

E' NOSTRA STORIA: alle origini dello “strappo”


Bera, Vaia, l’editrice Aurora, Interstampa e il circolo culturale “Concetto Marchesi” di Milano


di Fausto Sorini

In occasione del 30° anniversario del Centro Culturale Concetto Marchesi (CM) mi è stato chiesto di ricordare le figure di Arnaldo Bera e Alessandro Vaia, che - insieme a Giuseppe Sacchi – furono i protagonisti principali della fondazione di quella cooperativa Editrice Aurora di cui il CM fu la filiazion...e milanese, ed Interstampa la filiazione nazionale. Di Sacchi (l'unico ancora vivente) parleranno diffusamente altri, che con lui ebbero una più assidua e durevole frequentazione.
Questi tre compagni furono per molti anni la triade strategica di una lunga lotta contro il processo di socialdemocratizzazione del PCI. E' una storia non ancora scritta compiutamente: forse è venuto il momento di contribuire a farlo, anche per colmare alcuni vuoti di informazione e interpretativi presenti nelle diverse ricostruzioni (parziali) che ne sono state fatte negli anni successivi al 1989. Tra queste, a mio parere, la meno incompleta sul piano informativo è quella prodotta da Sandro Valentini nel suo La vecchia talpa e l'araba fenice (Città del Sole, Napoli 2000), molto ricco di dati e informazioni sulle vicende di cui fu partecipe. Ma c'è ancora molto da raccontare.
Chi erano Arnaldo Bera e Alessandro Vaia? Cominciamo col ricordarne alcune brevi note biografiche.
- Arnaldo Bera nacque a Soresina (CR) nel 1915. Operaio, si iscrisse al PCd'I clandestino nel 1933 (aveva 18 anni) e tentò, senza riuscirvi, a causa di una bufera di neve, di varcare il confine per raggiungere la Spagna come volontario delle Brigate Internazionali.
Entrò nella Resistenza italiana subito dopo l’8 settembre e nel dicembre ’43 fu incaricato dal CLN regionale lombardo di costituire le Brigate Garibaldi in provincia di Cremona, di cui sarà Commissario ed Ispettore, mantenendo il collegamento con Milano tramite Giuseppe Alberganti.
Arrestato nel gennaio 1945, interrogato e torturato nel carcere di Mantova, fu processato dal Tribunale speciale e messo in carcere a Bergamo, da dove uscì il 25 aprile, appena in tempo per tornare a Cremona e partecipare all’insurrezione, organizzata per il 27.
Subito dopo la Liberazione fu dirigente del PCI a Cremona e candidato alla Costituente.
Nel 1946 col congresso CGIL (ancora unitaria) divenne segretario responsabile della Camera del Lavoro provinciale. Come dirigente sindacale e politico fu tra i protagonisti delle lotte sociali durissime di fine anni ’40.
Nell’ottobre 1947 fu nominato segretario della Federazione PCI di Cremona al posto di Alessandro Vaia. Nel 1949 partecipò al corso quadri delle Frattocchie. Nel 1950 entrò nella segreteria della Federazione di Milano (con segretario Alberganti), fino alla sostituzione di quest'ultimo con Armando Cossutta. Quindi fu segretario provinciale del PCI a Varese, segretario regionale della Lombardia, poi funzionario presso la Direzione a Botteghe Oscure.
Nel 1951 entrò nel Comitato Centrale come “membro candidato”.
Tornò a Cremona di nuovo come segretario della federazione nel gennaio 1960, fino al 1963, quando fu eletto senatore per due legislature, fino al 1972. Dal 1965 era presidente provinciale dell'ANPI, e tale rimase per molti anni, prima di ritirarsi a Soresina, dove morì nel 1999.
Pur con posizioni sempre più critiche, rimase iscritto al PCI fino al suo scioglimento, e non si iscrisse mai a Rifondazione, il cui gruppo dirigente egli considerò fin dall'inizio con profonda sfiducia.
Pietro Secchia - di cui Bera rimase fino alla fine uno dei più stretti compagni e collaboratori - lo aveva designato come erede del suo archivio, insieme al figlio adottivo Vladimiro; precisando, in una lettera autografa scritta a mano, che sulle decisioni riguardanti l'archivio, “l'ultima parola spettava a Bera”.

- Alessandro Vaia nacque a Milano nel 1907. Si iscrisse al PCd’I nel ’25 (a 18 anni) e l’anno dopo entrò in clandestinità. Arrestato nel ’28, restò in carcere per 5 anni, poi emigrò in Francia. Nel ’35 fu inviato alla scuola leninista di Mosca, politica e militare, dove divenne ufficiale. Da lì, nel ’37, venne inviato a combattere nelle Brigate internazionali in Spagna, dove – sotto la direzione di Luigi Longo – diventò Generale della 12° Brigata Garibaldi, che verrà solennemente definita “la migliore unità della 45a Divisione”. Sconfitta la Repubblica spagnola, dopo 4 anni di campo di concentramento e di carcere duro in Francia, riuscì a fuggire e rientrò in Italia nel ’44. Nel marzo ’45 sarà a Milano come Commissario di guerra del Comando Piazza, dove dirigerà l’insurrezione del 25 aprile e sarà poi insignito della Medaglia d'argento al valor militare.
Su tutta questa parte della sua vita vale la pena, tanto più in tempi di revisionismo imperante, di leggere e rileggere il suo libro autobiografico Da galeotto a generale (Teti, Milano 1977), con prefazione di Luigi Longo. Vaia fu spesso sollecitato (invano) dai suoi amici e compagni a scrivere la seconda parte di quel libro, dal 1945 fino agli anni '80, ma egli riteneva che fosse “troppo presto”.
Dirigente del PCI, segretario delle federazioni di Cremona e di Brescia, vice segretario della federazione provinciale di Milano, membro del CC, subirà dopo il ’56 – in nome del “rinnovamento” – l’epurazione della guardia partigiana vicina a Pietro Secchia: operazione che a Milano verrà condotta, congiuntamente, da Rossana Rossanda e Armando Cossutta, su direttiva di Togliatti. E fino alla sua morte, avvenuta nei giorni della nascita del PRC (12 febbraio 1991), Vaia parteciperà - insieme a Bera e Sacchi - da protagonista di primo piano, alla lotta contro la mutazione del PCI.
Sicuramente Brecht li avrebbe collocati tra gli “imprescindibili”, quelli che lottano per tutta una vita. Ma perchè parlo di una triade?
Per molti anni, dopo la morte di Secchia dovuta a “postumi da avvelenamento” (1973), questi tre compagni rappresentarono il nucleo dirigente ristretto e ispiratore della battaglia politica contro la mutazione genetica del PCI. Non furono certo gli unici protagonisti di quella lotta, ma fu fondamentalmente grazie alla loro decisione che avvenne la fondazione della cooperativa editrice Aurora (1978); di Interstampa, che nacque a Milano come agenzia (1981), anche se formalmente fu pubblicata inizialmente a Roma, poi divenne rivista, incautamente affidata alla gestione romana dell'editore Napoleone, e ritornò poi a Milano dopo la crisi di quella gestione editoriale. E fu in conseguenza di quelle scelte di portata nazionale e internazionale che, successivamente, nacque il Centro Culturale Concetto Marchesi (1984), che fu l'articolazione milanese di quel progetto politico e culturale.
articolo pubblicato @Marx XXI, 15/04/2014
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domenica 31 maggio 2020

VIA DELLA SETA, alternativa per una diversa qualità dello sviluppo


Qui a Taranto l’alternativa c’è, come è spiegato molto bene in questo importante documento del PCI tarantino. E c’è chi fa doppio gioco e doppia facciata: in particolare la destra, leghista e sfascista, che accusa il governo di essere supino alla Cina. Invece, spiegano i falsi “sovranisti”, bisogna essere supini all’imperialismo NATO-USA, in caduta tendenziale. La diversificazione produttiva e l’allentamento monoculturale di derivazione dall’acciaio, che va reso pubblico e in sintonia con le linee di tendenza internazionale, inizia da qui. Taranto è l’Italia, il ridisegno geopolitico ed economico di un nuovo mondo. ~ fe.d.

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Il PCI di Taranto crede che la via della seta porterà benefici sul territorio ionico, e indubbiamente farà si che il porto di Taranto diventi un centro strategico per gli scambi commerciali marittimi e non solo. Ogni polemica è dunque strumentale e va CONTRO gli interessi del nostro territorio! “Il sogno Americano di dominare il mondo è infranto dalla forza dei fatti e dall’ineluttabilità delle tendenze attuali. Tutto indica che sarà attorno alla Cina, e non all’imperialismo statunitense, che si potrà formare un fronte di paesi all’insegna della pace e della cooperazione internazionale”.
- La Repubblica Popolare Cinese ha da tempo previsto, predisposto e pianificato l'espansione marittima attraverso la rete di porti strategici disseminati lungo rotte transoceaniche per lo scarico e carico delle produzioni cinesi o degli scambi di merci utili allo sviluppo ulteriore del Paese comunista. Come storicamente accertato, da tali vie non passano solo le merci ma le culture, le idee, lo sviluppo sociale ed economico del pianeta. Recentemente l'Italia ha deciso, con il primo governo Conte, di aderire alle proposte del governo cinese. Sono scoppiate polemiche a tutti i livelli, soprattutto politiche, che tendevano a mettere in dubbio l'adesione al progetto cinese della "nuova via della seta". Intanto nel progetto cinese sono rientrati per volere del governo Gentiloni: Venezia, Trieste e Genova in collaborazione. Il PCItaliano, che pure è all’opposizione, sociale e politica, del governo italiano, ritiene che sia giusto aderire a tale progetto. Non c'è nessun altro porto così strategico come quello di Taranto per l'Italia e nel Mezzogiorno in particolare. Se in precedenza il porto di Taranto non veniva preso in considerazione per l'incombente occupazione dell'Ilva, ora con il passaggio ad AM (e se AM dovesse lasciare lo stabilimento nonostante il contratto firmato, come tutte le azioni della multinazionale dell'acciaio stanno facendo capire ampiamente) il vuoto produttivo ed economico sarebbe devastante socialmente!
- Urge dunque un lavoro politico strategico che riapra la programmazione portuale a Taranto, facendo rientrare a pieno titolo il porto di Taranto nella nuova via della seta. Utile snodo per i mercati medio orientali e africani, dove la Cina è già presente con ingenti investimenti, a differenza delle mire preminentemente imperialiste degli USA. Si prospetta così il futuro per la nostra città e per la provincia dando una scossa ai settori primario e terziario. Tutto sostenibile e compatibile.
- Il nostro partito già da tempo spinge affinché l'Italia rientri a pieno titolo in questo progetto proposto dal governo cinese e appoggia tutte le iniziative politiche volte a dare un nuovo e migliore sviluppo del territorio tarantino e più ampiamente del Paese, favorendo così lo svincolo dalla decadente e decaduta industria siderurgica svenduta ai turbo capitalisti o meglio furbo-capitalisti globali, che di fatto stanno riducendo produzione e occupazione pur di mantenere quote di mercato globale. Il PCI sostiene il rafforzamento delle relazioni tra Italia e Cina per le sue ricadute economiche occupazionali che ciò avrebbe nel breve periodo,e per il beneficio rappresentato nel lungo periodo dalla costituzione di legami economici, politici e culturali tra i due paesi ed i due popoli. E’ molto importante che vengano confermati gli investimenti sul territorio ionico: in nome dell’acciaio, in nome del ricatto occupazionale, ci hanno privato di quei settori importantissimi che sono l’agricoltura e la mitilicultura, che per la via della seta potranno essere di vitale importanza e sviluppare un settore che per Taranto è anch'esso strategico, quello del turismo. Il PCI si batte per questa città, i suoi lavoratori e i cittadini, perché possano vedere oltre l'acciaio, una crescita e uno sviluppo sostenibile, socialmente e culturalmente e soprattutto alternativo alla monocultura dell'acciaio. 
(La sezione del PCI di Taranto)




sabato 30 maggio 2020

E' NOSTRA STORIA: l'esperienza di INTERSTAMPA e Ambrogio Donini


prima dello scioglimento del PCI, un gruppo di comunisti storici della componente della sinistra comunista danno vita ad una rivista che ebbe un ruolo fondamentale nel tentativo di arginarne la dissoluzione. 

di Sandro Valentini 

AMBROGIO DONINI, INTERSTAMPA E LO “STRAPPO”
Era la fine del 1981, ascoltavo in televisione la conferenza stampa di Berlinguer durante la quale, in riferimento ai fatti di Polonia, pronunciò la famosa frase: «Si è esaurita la spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre». Mi strofinai gli occhi, sobbalzai dalla poltrona, non ci volevo credere. Ripreso dalla sorpresa, prima fui invaso dallo sconforto e dopo mi assalì la rabbia. Non ci dormii la notte. Dissi tra me: «Devo assolutamente fare qualcosa». La mattina dopo chiamai il mio amico Sergio Laudati che lavorava al “bottegone”, Sezione Autonomie locali che era diretta da Armando Cossutta. Anche lui era scoraggiato e scosso. Gli chiesi di farmi sapere che intenzioni avesse l’Armando. Il giorno dopo ero a cena a Trastevere con Sergio. Davanti a una pizza mi informò che Cossutta intendeva dare battaglia. Questa notizia mi sollevò un po’.
Ci fu infatti la Direzione del partito. In quella sede fu approvato, con il solo voto contrario di Cossutta, un documento, Aprire una nuova fase per la lotta al socialismo, in cui, oltre a condannare il nuovo governo militare presieduto dal generale Jaruzelski in Polonia, si ribadiva il giudizio espresso da Berlinguer nella conferenza stampa televisiva, cioè che «la fase dello sviluppo del socialismo che ebbe inizio con la Rivoluzione d’Ottobre ha esaurito la forza propulsiva». Alcuni giorni dopo, all’inizio del 1982, il 6 gennaio esattamente, L’Unità pubblicava un articolo di Cossutta in prima pagina dal significativo titolo In che cosa dissento dal documento sulla Polonia. Era lo “strappo”, l’atto con il quale Cossutta iniziò una lunga guerra che lo ha condotto a non aderire al PDS e a fondare il PRC. Ma in quel momento Cossutta non sapeva ancora che lo sbocco della sua lotta sarebbe stato la fondazione di un nuovo partito.
Il 6 gennaio, oltre a essere l’Epifania è anche il compleanno di Sergio, così lo chiamai per gli auguri di rito, ma in realtà ero ansioso di scambiare con lui qualche opinione sull’articolo dell’Armando appena pubblicato su L’Unità. Tra l’altro avevo letto da qualche parte che un gruppo di intellettuali e di personalità politiche, tra cui Ambrogio Donini, Ludovico Geymonat e Nino Pasti, avevano dato vita a una rivista in dissenso con le politiche del PCI. Volevo sapere se Sergio ne sapesse qualcosa. Ci vedemmo e parlammo in modo entusiasta dell’articolo dell’Armando, ma eravamo anche molto preoccupati della sua futura sorte e soprattutto di quella del PCI. Anche lui aveva sentito parlare del gruppo di intellettuali che avevano dato vita alla rivista, ma ne sapeva quanto me. Ci lasciammo con l’intesa che si sarebbe informato da Cossutta, il quale sicuramente doveva avere molte più informazioni di noi.
Passò qualche giorno, se rammento bene, e Sergio mi telefonò. «Armando ti vuole parlare», mi disse. Dopo un paio di giorni andammo a casa sua, in Viale Aventino. Cossutta fu molto affettuoso, lo conoscevo bene, dai tempi in cui era nella FGCI ed ero amico del figlio, Dario. Entrò subito nel merito della proposta che intendeva farmi.
«Lavori con l’ANSA. Non hai più incarichi di partito. Ti va di essere il mio contatto, l’uomo di collegamento tra me e Interstampa? Dobbiamo organizzare la battaglia nel partito, ma con il centralismo democratico non si scherza. Non posso direttamente seguire il loro lavoro politico. Devo fare molta attenzione. Se decidi di sì avrai anche un po’ di soldi per le tue spese, ogni due o tre mesi. Che ne pensi?».
Appresi così che la famosa rivista di cui si vociferava si chiamava Interstampa. Un nome insignificante, anonimo, non mi piaceva, Avrei preferito un titolo più ridondante, tipo Ottobre o Mondo Nuovo, come si chiamava il bel settimanale del PSIUP. Con gli anni poi il nome Interstampa mi è entrato nel cuore. Decisi di accettare la proposta senza pensarci neppure un attimo. Stavo facendo la mia scelta di vita. Volevo fare qualcosa, la mia adesione al PCI, dal settembre del 1970, non poteva finire con la fase nuova indicata da Berlinguer.

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INTERSTAMPA rivista (1981/1989) 

Ambrogio Donini (1903/1991)
storico delle religioni e dirigente del PCI 




venerdì 22 maggio 2020

Guardate la classe operaia negli occhi


Chi ha permesso ai franco-indiani di licenziare per un post su FB, chi ha permesso ai padroni dell’acciaio mondiale di mettere in cassa integrazione via web? Chi ha permesso agli squali privati di infestare la nostra terra e il nostro mare? Voi glielo avete permesso, voi che dicevate che privato è bello, è buono, basta con il pubblico, l’aborrito “statalismo”. Ora venite a Taranto e guardate negli occhi questa classe operaia che vi permette di avere il frigorifero nuovo, e l’auto, e la lavatrice. Strategici? E allora pubblici. E non inquinati. 

Nel silenzio generale scioperano gli operai dell’ ex Ilva di Taranto. Solo noi possiamo guardarli negli occhi. ~ fe.d.

IL CAPITALISMO DI ARCELOR MITTAL E LA CASSA INTEGRAZIONE COMUNICATA VIA WEB 
Negli ultimi trent’anni gli italiani sono stati convinti in mille modi che se i padroni, le imprese, fossero state meglio trattate, tutti ne avrebbero goduto.La realtà dimostra che così non è stato e che anzi, mentre i padroni hanno visto crescere i loro profitti, i lavoratori hanno visto svanire i loro diritti e diminuire i loro stipendi. Nonostante l’evidenza però, quel “prima le aziende” è il mantra che ancora in questi giorni riecheggia prepotente dalle pareti dei Palazzi del potere alle stanze dei giornali e degli studi televisivi di servizio. Così il padronato italiano si è portato a casa, tra i vari interventi stanziati dal Governo per la crisi pandemica 150 miliardi - una enormità rispetto agli interventi sulle pensioni e sul reddito di cittadinanza, per i quali proprio Confindustria grida e strepita allo scandalo- e come se non bastasse, alle grida si aggiungono le querule lamentele contro una burocrazia ritenuta inutile per l’impiego di questa montagna di denaro, come se degli imprenditori ci si debba fidare a prescindere. Difatti, chi ha mai saputo in questi anni di imprese che hanno preso i soldi pubblici e trasferito produzioni e proprie sedi fiscali all’estero? Chi ha mai letto di padroni che hanno preso soldi pubblici per investimenti mai realizzati? Chi ha mai sentito di aziende che hanno intascato soldi pubblici, di tutti, ma non hanno pagato mai tasse che servono a pagare i servizi per tutti? E’ del tutto evidente dunque, come l’imprenditoria italiana non offra grandi dimostrazioni di affidamento e non possa rivendicare granché fiducia, fatti salvi quei casi in cui una ordinaria correttezza sia inevitabilmente necessaria. La stessa fiducia che la classe padronale italiana ha rivendicato nella pressione esercitata per fare riaprire le attività, chiuse in via precauzionale rispetto al dilagare dell’infezione virale, sostenendo che l’imprenditore sa come “proteggere i propri collaboratori” poiché è il primo a cui sta a cuore la loro salute, trova gravissime smentite. Imprenditori spregiudicati, smentiti dai dati su morti sul lavoro ed infortuni che nel solo anno 2019, senza Covid 19, registrano una media di 3 morti al giorno e di 641.638 infortuni( fonte INAIL), che dovremmo credere in ciò che normalmente non garantiscono, dovrebbero garantire in questa situazione eccezionale? Però la spinta alla riapertura è stata forte, concentrica ed impetuosa,su un Governo che ha poco resistito al ricatto, perché di questo si tratta tra salute e lavoro! ; lo stesso continuo ricatto a cui i cittadini ed i lavoratori di Taranto, della Provincia di Taranto e di tanta parte della Puglia sono piegati da decenni. Oggi la pandemia ha rimossi i confini di questo disagio, facendo vivere sulla pelle di tutto il Paese la condizione di “ostaggi” sequestrati dal capitalismo.Tutto il Paese è stato spinto dal potere industriale, economico, finanziario e mediatico, a scegliere se morire di pandemia o morire di fame, come se non ci fossero alternative. Un mix di pesante disagio sociale e condizionamento mediatico spinge i lavoratori a convenire con le ragioni dei sequestratori, mentre questi incassano il cospicuo riscatto di 150 milioni di euro. Noi Comunisti sappiamo come finirà questa vicenda, lo sappiamo perché lavoratori ed abitanti di questa provincia tarantina e di questo territorio meridionale che quotidianamente ne subisce le dannose conseguenze. La fiducia concessa alla classe padronale con la riapertura senza reali garanzie di salubrità sui posti di lavoro e la grande iniezione di soldi pubblici non salverà il lavoro degli italiani. A Taranto infatti la ricetta non ha funzionato!, anzi per moltissimi versi la fiducia riposta nel privato ha peggiorato le condizioni: i problemi della salute pubblica non sono stati risolti e si continuano a perdere posti di lavoro. Si è voluto vendere ad Arcelor Mittal fidandosi degli impegni presi e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Altri 1000 lavoratori sono stati posti in cassa integrazione riducendo ulteriormente la forza lavoro, ormai lontanissima dall’impegno sottoscritto che la fissava in 10.000 dipendenti, mentre tuttora assenti sono gli interventi di bonifica e sicurezza tanto acclamati dalle parti contraenti. Questa volta la cassa integrazione non è stata nemmeno comunicata direttamente; i lavoratori si sono trovati di fronte cancelli chiusi e tornelli bloccati: avrebbero dovuto leggere la notizia sul sito web aziendale ! . Cassintegrati via web secondo i dettami modernisti di intensificato sfruttamento del lavoro smart-working. Oggi AcelorMittal sta facendo di tutto per farsi cacciare, visto che quello che voleva lo ha già preso in un anno e mezzo di presenza: le quote di mercato! Non siamo certamente contenti di dover dire: era prevedibile! lo avevamo denunciato per tempo!, perché questo riguarda la vita ed il reddito nostro e di migliaia di nostri concittadini lavoratori e loro famiglie. Non siamo contenti di essere facili profeti, perché tutto questo malessere sociale colpisce la nostra Città, il nostro territorio, il nostro Paese, ma non possiamo continuamente subire il ricatto d’un lavoro scambiato con salute, rimanendo continuamente nelle mani di chi genera il ricatto. E’ per questo che da oltre 8 anni il PCI a Taranto come nel resto dell’Italia continua a sostenere, in ogni occasione di incontro e con ogni forma di comunicazione, che l’unica soluzione per l’EX-ILVA è la sua nazionalizzazione. Di fronte ai lavoratori tutti, di fronte alla Città di Taranto, di fronte alle mobilitazioni delle Organizzazioni Sindacali, di fronte alle forze politiche rispettose della Costituzione della Repubblica Antifascista, il Partito Comunista Italiano continua a sostenere, ancora e più fermamente, che solo un piano strategico di nazionalizzazioni importanti può rappresentare la corretta via di uscita dalla crisi anche etica e morale che attanaglia l’Italia ed offende i suoi lavoratori. Taranto 21.05.2020 

PARTITO COMUNISTA ITALIANO 
Franco DE MARIO Maurizio ROMANAZZO Segretario Comitato Regionale Puglia Segretario Federazione Provinciale Taranto




 

mercoledì 20 maggio 2020

SCIENTISMO NEOPOSITIVISTA ed egemonia della TECNOCRAZIA


come sono apparse nell’epoca pandemica del virus Covid-19, sono speculari al DOMINIO RELIGIOSO e la sua oppressione inquisitrice delle inciviltà teocratiche.
Francesco Antonelli, su Il Manifesto del 19 maggio 2020, recensendo un libro curato da Guglielmo Chiodi e Maria Immacolata Macioti intitolato “Teocrazia e tecnocrazia” (Guida, pp. 180, euro 15), così ha scritto:
“ TRAMONTATE queste nuove «religioni secolari», nel mondo contemporaneo l’aura di sacralità, superiorità e indiscutibilità del potere è ricercata nella paradossale sacralizzazione di ciò che si proclama come più distante dal sacro: scienza e tecnica. Teocrazia e tecnocrazia non sono così i due poli contrapposti del sociale e del politico. Ma due elementi che si compenetrano e cercano tra loro, subendo molteplici metamorfosi.
Se il libro curato da Chiodi e Macioti aiuta a cogliere meglio questo elemento strutturale del mondo globale, l’evolversi stesso della crisi legata al Covid 19, che pur lo ha posto di nuovo in primo piano, ci fa intravedere la sua possibile crisi: scienza e tecnologia partono come base indiscutibile delle decisioni del potere e della sua riconfigurazione ma, mano a mano che avanziamo nella crisi, si mostrano per quello che sono. Incerte, parziali, frutto di accese discussioni e di pareri contrastanti. Di divismo contrapposto al duro lavoro quotidiano.”
- Riscoprire dunque il dubbio metodico e lo scetticismo metodologico, sarebbe salutare per far esercitare a un nuovo umanesimo la sua battaglia egemonica, e riarticolare il potere politico come autonoma potenza di rappresentanza, così come la relazione tra saperi, competenze, e i contenuti della conoscenza nella loro sovradeterminazione filosofica.
Ritorna il monito iperscettico di Metrodoro: “Nulla sappiamo, e non sappiamo neppure questa stessa cosa, che nulla sappiamo.” (cit. da Sesto Empirico) / ferdinando dubla, 19/05/2020


Metrodoro di Chio (V/IV secolo a.C.) 

sabato 16 maggio 2020

LA PRIMA VITA DI GRAMSCI


 dalle EDIZIONI di CULTURA SOCIALE agli EDITORI RIUNITI 

La prima biografia di Gramsci di Lucio Lombardo Radice e Giuseppe Carbone, pubblicata nel 1952, esattamente nell’aprile, dalle "edizioni di cultura sociale", la casa editrice del PCI, con collane dirette da Felice Platone e dallo stesso Palmiro Togliatti. Ad essa si ispirarono le successive vite, a partire dalla mirabile “Vita di Gramsci“ di Giuseppe Fiori, Laterza 1966, che però ruppe con l’iconografia di partito, facendo apparire l’opuscolo (comunque di ben 260 pagine), un’operazione sostanzialmente propagandistica. Leggendolo attentamente, però, così non è, avvalendosi di testimonianze di prima mano, tra cui Togliatti e Terracini. Alcuni nodi problematici non sono proprio affrontati, come il rapporto con il partito nel carcere di Turi, le lettere del 1926 e del 1928, la cui acribia filologica e dietrologica è posteriore, ma il travaglio e le sofferenze patite dal filosofo marxista sardo sono molto ben presenti, e di più e meglio di moltissime altre successive biografie. 

Le edizioni di cultura sociale poi si fusero con le edizioni Rinascita e l’Unita’, dando vita agli Editori Riuniti. 

Un approfondimento su questo è possibile anche in rete: Il partito editore, Libri e lettori nella politica culturale del Pci 1945-1953 di Daniela Betti - tesi di laurea università di Bologna anno accademico 1986-1987


http://www.reteparri.it/…/uploads/ic/RAV0053532_1989_174-17…

stralci

- Gramsci e Gobetti costituiscono i due riferimenti teorici per il Pci che — ancora non è finita la guerra — già ha approntato tre strumenti differenziati di diffusione e for­mazione delle idee: ‘L'Unità”, “Rinascita”, i libri. La triade quotidiano-rivista-libro è una costante nell’attività di propaganda e formazione ideologica del partito per tutto il periodo dell’esilio e della clandestinità; le Edizioni l’Unità nascono proprio dall’esigenza di pubblicare anche in Italia — ora che le condizioni lo consentono — quello che già da tempo il partito pubblicava all’estero. Il nucleo principale del catalogo delle Edizioni l’Unità, e ancor più delle successive Edizioni Rinascita, è costituito infatti dagli scritti di Marx, di Engels, di Lenin e di Stalin, sulla cui importanza per la formazione dei quadri insisteva Gramsci da Mosca fin dal 1925, invitando il partito a non abbandonare l’attività editoriale anche in una situazione di semiclandestinità.

[in nota: - II primo libro pubblicato dalla Società editrice l’Unità esce a Roma nell’estate del 1944 col titolo: Gramsci, scritti di Togliatti, Negarville, et al.; si tratta della riedizione di una antologia di scritti commemorativi e memorialistici pubblicata in Francia dalle Edizioni italiane di cultura sociale nel 1938, nel primo anniversario della morte di Gramsci.
- Fra la fine del 1920 e l’inizio del 1930 operano a Parigi e a Bruxelles le Edizioni italiane di cultura sociale: diretta da Ambrogio Donini, e per un breve periodo da Giorgio Amendola, la casa editrice pubblica una “Piccola biblioteca marxista” in volumi dalla carta leggerissima che vengono introdotti clandestinamente in Italia. In Unione Sovietica, dal 1936 al 1941, Togliatti collabora con la Casa editrice in lingue estere assieme a Luigi Amadesi, Felice Platone, Elena Montagnana Robotti; il gruppo editoriale svolge un’accurata opera di traduzione di numerosi testi di Marx, Engels e Lenin, pubblicazioni che, finita la guerra, giungeranno in migliaia di copie in Italia, almeno fino al 1949, anno in cui il governo italiano ne vieterà l’importazione (cfr. VII Congresso nazionale del Pci, Relazione sull ’attività dei gruppi parlamentari e delle commissioni centrali, Documenti per i delegati, Roma, 1951, p. 151).
- Antonio Gramsci, Necessità di una preparazione ideologica di massa (1925), in Scritti politici, a cura di Paolo Spriano, Roma, Editori Riuniti, 1978, vol. IlI, pp. 120-121.]
La data di nascita degli Editori Riuniti è fissata nel marzo 1953, ma fino al 1956 sulle copertine dei libri pubblicati rimangono le diciture “Edizioni Rinascita” e “Edizioni di cultura sociale”, e solo nel copyright viene nominata la nuova casa editrice. Questo vale non solo per il completamento delle vecchie collane, ma anche per alcune nuove serie inaugurate dopo il 1953. Gli Editori Riuniti nascono da una fusione amministrativa delle due precedenti strutture che, almeno fino al 1956, mantengono una certa autonomia reciproca di programmazione editoriale. A conferma di ciò vale l’assenza di una sanzione ufficiale della nascita degli Editori Riuniti nella stampa comunista, nei documenti ufficiali di partito e sullo stesso “Giornale della libreria”. (..) 
La risoluzione dell’agosto 1949, a conclusione del dibattito dell’Ufficio nazionale del Pci per il lavoro culturale, sottolinea che i compiti della lotta contro l’“oscurantismo” non possono essere affidati a questo o quel partito, ma anzitutto all’iniziativa degli intellettuali in prima persona, alle case editrici e alle istituzioni culturali, a una utilizzazione sistematica della produzione libraria democratica che deve assumere forme organizzate, attraverso la creazione di una rete di biblioteche popolari e una grande campagna di “illuminazione culturale”. L’editoria di partito è considerata dunque, dal Pci, come parte integrante di un sistema editoriale democratico che nel suo insieme è strumento di battaglia contro le forze più arretrate della cultura e della politica italiana.
[in nota: - Contro l'oscurantismo imperialista e clericale, Risoluzione della Direzione del Pci, 12 agosto 1949, VII Congresso. Documenti politici del Comitato centrale della Direzione e della Segreteria, Documenti per i delegati, Roma, 1951, pp. 132-138]

a cura di Ferdinando Dubla



sabato 9 maggio 2020

CUMPANIS, unire la grande frammentazione comunista


Care e cari, vorrei invitarvi a conoscere la nuova rivista che dirigo, "CUMPANIS" ( "cum panis" sono, come sapete, due parole latine che significano dividere il pane, essere solidali, uniti). Questa nuova rivista on-line è pubblicata dalla Casa Editrice di Napoli " La Città del Sole", la quale ha voluto affidarmene la direzione.

"Cumpanis" ha una natura antimperialista e internazionalista; intende studiare la storia del movimento operaio e soprattutto intende analizzare la fase attuale, internazionale e nazionale.

Ha un obiettivo: di fronte agli attacchi sempre più forti della classe dominante intende lavorare per unire 
("cumpanis") la grande frammentazione comunista e della  sinistra anticapitalista  in Italia (se ne avete voglia potete leggere l'editoriale della rivista).

Naturalmente un compito immenso, quello di unire, ma questa è la linea politica e culturale della rivista.

Vi invio il link della rivista, ma per aprire il giornale non cliccatte sopra questo link, ma copiatelo e portatelo su Google.


 Se poi riterrete opportuno, fate per favore girare la rivista.  Grazie.

Saluti carissimi 
Fosco Giannini