le lenti di Gramsci

mercoledì 21 agosto 2019

SOVRANISMO senza SOVRANITÀ


parafrasando il cantante, vorremmo trovare un senso alle parole che, molte volte, non hanno senso per come vengono utilizzate (fe.d.) 

Noterelle a margine di “Sovranità” di Carlo Galli

Si confonde il “sovranismo” con il populismo demagogico antipolitico e  antipartitico, quello che accarezza la pancia del popolo, con una missione antipedagogica e antiemancipatrice. La qualità della democrazia è indisgiungibile dalla sovranità costituzionale, concetto reso chiaro recentemente da Carlo Galli, docente di Storia delle dottrine politiche all’Universita’ di Bologna, nel suo “Sovranità” (Il Mulino, 2019), secondo cui “la democrazia costituzionale è una riconnessione della figura giuridica e del corpo sociale e politico della sovranità”, (ivi, pag.67). Oggi i pericoli per la qualità della democrazia non provengono solo dalle “torsioni plebiscitarie” o da quello che Tocqueville individuava come “tirannide della maggioranza” e “apatia individualistica”: utilizzando categorie gramsciane, si può dire che siamo governati da un senso comune di massa in una democrazia rappresentativa senza più rappresentanza, immersi in una, pur moderna, “rivoluzione passiva”. Più che “apatia”, termine che originariamente sviluppa la resistenza alle sofferenze e tribolazioni (a/patos), virtù degli stoici, si tratta di una continua ricerca della delega che evita la partecipazione politica cosciente e dunque l’emancipazione della coscienza di classe. Le contraddizioni di sistema vengono velate come l’arcano delle merci, il conflitto sociale occultato dalle forme contemporanee di alienazione. Viene così mortificata una reale “capacità d’agire collettivo, un’interpretazione politica della complessità giuridica e sociale che la Costituzione contiene, esprime, e anticipa come progetto.”, proprio perché “la democrazia non implica la fine della sovranità, della soggettività politica collettiva”, (ivi, pp.69 e 70) e questa mette in discussione “la sovranità del mercato”.
Se non fosse che, nel sistema capitalistico, che richiede incessantemente lo svuotamento di prerogative democratiche, la sovranità’ politica non sur-determina la sovranità economica, ma è questa a sur-determinare quella.


E’ così che il “sovranismo” dei media del “politicamente corretto”, del senso comune di massa guidato dagli alfieri del sistema, si ritrova senza sovranità, quella reale s’intende, e costituzionale.
In quanto alla “rivoluzione passiva” al tempo dei social, ciò che appare, non è: non c’è trasformazione strutturale, ma nuove e antiche modalità di “passivizzazione” delle masse. Il populismo demagogico richiede deleghe, non partecipazione, senza sovranità.
~ fe.d. 


venerdì 16 agosto 2019

NE’ NEOBORBONICI NE’ NEOCOLONIALISTI, ma RIVOLUZIONARI e MERIDIONALISTI


Il “pensiero meridiano” non ha più coordinate: semplicemente, non viene riconosciuto. Dissoltosi nelle nebbie del liberismo e dell’omogeneizzazione mercatista, la sua caratterizzazione culturale è evaporata insieme ai tratti neocoloniali del classico modello dell’”inviluppo” capitalista. Se storicamente il processo risorgimentale moderato prevalse sulle debolezze e contraddizioni azioniste, politicamente il processo democratico è stato corrotto dall’assistenzialismo clientelare funzionale alla riproduzione di consenso a favore delle classi dominanti per l’”egemonia” sociale. 


- LUCANIA 61, il capolavoro pittorico di Carlo Levi, può essere assunto a emblema della “quistione meridionale” complessiva, storicamente caratterizzata come “questione contadina” e della civiltà contadina al tramonto. Fu dedicato a Rocco Scotellaro, scrittore, poeta e intellettuale “impegnato” di Tricarico, che poteva egli stesso assurgere a simbolo della volontà di riscatto delle classi che, sulla traccia di Gramsci, verranno definite studiate e analizzate da Ernesto De Martino negli anni 50 del Novecento, come classi subalterne del Mezzogiorno d’Italia, tra folclore, “rivoluzione passiva” e identità culturale.
Naturalmente, vi è differenza tra questione meridionale complessivamente intesa e questione contadina e, fra queste, della civiltà contadina. (continua) 
~ fe.d. 




martedì 6 agosto 2019

il PCI della CAMPANIA: CONTRO OGNI AUTONOMIA DIFFERENZIATA. La Lega ha intercettato frazioni di borghesia stracciona meridionale


Contro ogni autonomia differenziata.

L’autonomia differenziata si integra perfettamente nelle politiche neo-liberiste
e imperialiste di rimozione di ogni ostacolo, istituzionale e sociale, al pieno
dispiegamento dello sfruttamento .
La fame di valore che caratterizza la crisi strutturale del modo di produzione
capitalistica come già nei casi della Jugoslavia, della Siria, dell’Ucraina,
considera gli stati nazionali come un ostacolo da abbattere.
La tendenza , in Italia, alla concentrazione di risorse finanziarie e intellettuali
al Nord e nelle aree forti , con ulteriore desertificazione strutturale al Sud,
può preludere a una rottura anche formale dell’unità nazionale. Si tratta del
modello neoliberista di accumulazione che pratica la polarizzazione tra un
centro ‘virtuoso’ (ovviamente dal punto di vista della accumulazione) che
concentra investimenti, ricerca, produzioni avanzate e una periferia da
utilizzare come serbatoio di manodopera anche qualificata a basso costo .
In questo senso questo progetto è una ripetizione , su scala nazionale, del
modello ordoliberista sul quale si fondano i trattati europei e il progetto
imperialista della U.E.
La differenziazione strutturale tra territori comporta una differenziazione
anche nella composizione del lavoro, con una divergenza di interessi tra
lavoratori su base territoriale.
I progetti neocorporativi, ben incarnati dalla prima Lega di Bossi e di Miglio e
aggiornati dalla ‘lega nazionale’ di Salvini, che ha cooptato frazioni di
borghesia stracciona meridionale sono in atto da anni.
Il progetto è arrivato a uno snodo, ma da anni e grazie alla complicità dei
maggiori sindacati, la desertificazione industriale del Sud prosegue senza
freno.
Di fronte all’arroganza delle multinazionali che investono (con lauti
finanziamenti statali) al Sud e poi chiudono alla ricerca di situazioni di
maggior profitto, i sindacati hanno accettato la logica perdente del ‘minor
danno’, isolando le lotte a livello aziendale e evitando una vertenza generale
sul lavoro e sulla produzione.
Contratti d’area, zone speciali, salari differenziati sulla base della produttività
preludono a una riedizione moderna delle gabbie salariali.
La ristrutturazione provocata dalla crisi del 2008 ha rimodellato le strategie
delle aziende competitive del Nord : da produttrici di beni di consumo di
massa anche per il Sud a produttrici di componentistica per la locomotiva
(ultimamente un po’ spompata) tedesca e nord-europea.
Questa divisione strutturale può preludere a una spaccatura-divergenza di
interessi tra lavoratori del Sud e del Nord, a partire da progetti neocorporativi
ben incarnati dalla Lega di Salvini.
Come Partito Comunista Italiano proponiamo:
• Il
rilancio del conflitto sui temi del salario minimo e egualitario, sui diritti
sociali (scuola – salute – casa - trasporti ) è la base necessaria per una
efficace opposizione.
• Lo
strumento dell’inchiesta territoriale , sulla struttura produttiva e sui
bisogni sociali , sempre più diventa necessario per poter articolare
programmi di lotta incisivi .
• L’opposizione
alle ulteriori, prevedibili privatizzazioni di servizi sociali
essenziali, deve prendere la forma di una lotta generalizzata per la difesa
dei diritti sociali e della loro gestione pubblica con controllo popolare.
• La
lotta per le nazionalizzazioni e per la pianificazione delle risorse
nazionali costituisce la premessa fondamentale: forti investimenti statali,
finalizzati alla crescita strutturale e sociale dei territori, basata sulle effettiv
esigenze popolari e non sulle esigenze di profitto dei monopoli e delle
lobbies affaristiche private.
• Rilanciare
la questione della devastazione ambientale, provocata dal
capitalismo ultraliberista e della gestione e manutenzione del territorio
naturale.
• Rivendicare
le pari opportunità, su tutto il territorio nazionale, per quanto
riguarda le offerte formative pubbliche e la ricerca.
Tutti questi punti hanno una premessa fondamentale : la rottura dei vincoli di
bilancio imposti dalla Unione Europea e la dislocazione geopolitica
alternativa, che ne deriva necessariamente.


PCI - Comitato Regionale Campania


martedì 16 luglio 2019

UNITA' COMUNISTA entro UN FRONTE DELLA SINISTRA DI CLASSE


La conferenza di organizzazione del PCI a Bolsena del 13 e 14 luglio u.s. si è conclusa con un appello: tutto il partito mobilitato nella lotta anticapitalista e antimperialista e nell’impegno politico dell’unita’ dei comunisti e della sinistra di classe: non c’è un prima e un dopo, i due processi sono intrecciati tra di loro. Più forti i comunisti, più forte la sinistra antagonista. Senza una forte sinistra non può esserci lotta per il socialismo. La efficacia politica si misura dall' attività militante, con una linea di massa, responsabile ed unitaria. (fe.d.)

L’esito delle politiche affermatesi nel nostro paese in questi ultimi decenni all’insegna della cultura liberista, dell’austerità, politiche alle quali si sono assoggettati il centrodestra ed il centrosinistra, è sotto gli occhi di tutti: sempre più poveri, insicuri, soli.
Le speranze di cambiamento che in tanti, anche nel mondo del lavoro, hanno riposto nei confronti della Lega e del Movimento Cinque Stelle, che hanno portato all’affermazione del governo Conte, nonostante risultino largamente disattese, si traducono oggi in un crescente consenso tributato al partito di Salvini.

Gli equilibri politici che vanno affermandosi, sempre più orientati a destra, gettano una pesante ipoteca, da tanti punti di vista, sul futuro del nostro Paese, che è e resta profondamente immerso nella propria crisi finanziaria, economica, sociale.
Una crisi che su tale piano, pur con rilevanti differenze, ha investito anche tanta parte dell’Europa, che nell’ambito della conclamata crisi strutturale del sistema capitalista, nella ridefinizione degli equilibri geopolitici determinatasi a seguito del processo di globalizzazione affermatosi all’insegna della concentrazione del capitale finanziario, paga il prezzo più alto.

Un Paese, il nostro, che evidenzia anche una profonda crisi etico/morale e, in un evidente rapporto di causa/effetto, una altrettanto profonda crisi politica.
Le forze comuniste, le forze della sinistra di alternativa, hanno registrato nel tempo, segnatamente in questi ultimi anni, emblematiche le recenti tornate elettorali, il proprio progressivo arretramento, la propria crescente marginalità.
Se da oltre un decennio le prime sono escluse dal Parlamento, è assai probabile che con le prossime elezioni politiche, per tanti inevitabilmente anticipate data la conflittualità interna al governo, anche le seconde ne siano escluse.

E’ tempo di ricostruzione, è tempo di unità.

Come PCI siamo fermamente convinti della necessità di un soggetto capace di tenere assieme la critica agli assetti fondanti del capitalismo, di proporre un’alternativa di sistema, e contemporaneamente di promuovere una opposizione di classe la più ampia ed unitaria possibile.

Una opposizione che ponendo al centro la questione della pace e del disarmo, dell’uscita dell’Italia dalla NATO, della lotta all’imperialismo ed al neocolonialismo, della rottura con questa Unione Europea, dell’affermazione della Carta Costituzionale, promuovendo un ampio ciclo di lotte volto a cambiare i rapporti di forza, si proponga come alternativa credibile agli occhi del blocco sociale assunto a riferimento, a partire dal mondo del lavoro, determinando in tal modo le condizioni per il superamento della propria crisi.
Siamo convinti della necessità di una opposizione che abbia quale suo asse centrale l’unità dei comunisti, ritrovata sulla base di una cultura politica affine, e l’insieme della sinistra di classe.
L’unità dei comunisti entro un fronte della sinistra di classe, politica e sociale, è e resta l’obbiettivo del PCI, che in funzione di ciò lancia un appello a tutte le forze che non si rassegnano alle condizioni date, consapevoli che oggi più che mai è di ciò che c’è bisogno.

L’unità nella diversità è la risposta.
La Segreteria nazionale del Partito Comunista Italiano

Comunicato dell’Assemblea Nazionale per il ritiro di qualunque progetto di Autonomia differenziata


Mentre il governo lavora per chiudere l’accordo con Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, associazioni, sindacati e partiti si mobilitano contro il progetto

L’Assemblea Nazionale (organizzata da Appello per la scuola pubblica, Autoconvocati della scuola, ASSUR, Comitato 22 marzo per la difesa della scuola pubblica, LIPScuola, Manifesto dei 500) che si è tenuta a Roma il 7 luglio presso il liceo Classico “Tasso” per il ritiro di qualunque Autonomia differenziata, a cui hanno partecipato 200 persone e 70 associazioni di diverse categorie e settori provenienti da 38 città si costituisce in "Comitato provvisorio nazionale per il ritiro di qualunque Autonomia differenziata”.
Si impegna nella costituzione di Comitati locali di scopo per il ritiro di ogni forma di Autonomia differenziata, che facciano crescere la consapevolezza che questo provvedimento minerebbe alle fondamenta la prima parte della Costituzione repubblicana, i diritti universali e le conquiste dei lavoratori.
L’assemblea rivolge un appello a tutte le forze politiche, sociali, democratiche del Paese per una forte azione unitaria per fermare il percorso dell’Autonomia differenziata. In particolare, lancia un appello a tutti i sindacati per una grande manifestazione unitaria che porti a Roma, nel più breve tempo possibile, centinaia di migliaia di cittadini, per il “ritiro di qualunque progetto di autonomia differenziata”.
Si impegna ad organizzare presìdi e mobilitazioni permanenti qualora si verificassero accelerazioni dell’iter.
Si impegna a diffondere e a far sottoscrivere le conclusioni dell’Assemblea stessa anche ai gruppi, alle Associazioni, ai Coordinamenti ed ai singoli che oggi non hanno potuto essere presenti.
Affida agli organizzatori dell’assemblea il compito di continuare a connettere iniziative ed informazioni nei singoli territori e a livello centrale.
Si riconvoca a livello nazionale il 29 settembre.
14/07/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

domenica 14 luglio 2019

L'ACCIAIO IN FUMO: perchè siamo arrivati all'età della rabbia


di Salvatore Romeo

- Cosa non ha funzionato nella relazione tra Taranto e grande industria

“Se ce lo avessero chiesto, avremmo costruito lo stabilimento anche in pieno centro cittadino. In piazza della Vittoria, nella Villa Peripato, a Lungomare”. Così Angelo Monfredi, sindaco di Taranto ai tempi della posa della prima pietra del siderurgico, rispondeva provocatoriamente a chi, già alla metà degli anni ’80, considerava l’acciaieria “la più grossa iattura” che fosse capitata alla città (la dichiarazione si trova in Nicola Caputo, “Parola di Sindaco”, Sedi 1985). Cosa era cambiato nel rapporto fra Taranto e la fabbrica al punto da spingere Monfredi ad assumere una “difesa d’ufficio” delle scelte prese alla fine degli anni ’50? Per le classi dirigenti tarantine del dopoguerra la prospettiva di accogliere una nuova grande fabbrica di portata nazionale si presentò come un’occasione per tornare a connettere la città con la matrice produttiva nazionale.
- Con la sconfitta bellica infatti era entrato in crisi il modello di sviluppo trainato dal “complesso militare industriale”, trascinando nel baratro quelle città, come Taranto, che ne erano state più legate. La battaglia della comunità ionica incrociò le istanze per lo sviluppo del Mezzogiorno sostenute dalla parte più avanzata delle classi dirigenti repubblicane. Queste tendenze dovettero mediare con le posizioni dell’industria di Stato, tutt’altro che favorevoli alla realizzazione di un siderurgico nel Sud. Se la politica ottenne la localizzazione dell’acciaieria a Taranto, Finsider (la società di IRI che controllava le attività siderurgiche) mantenne piena autonomia sul piano industriale. Lo stabilimento venne orientato a servire i mercati del Nord e la sua stessa progettazione rispose esclusivamente ad esigenze tecnico-economiche. La fabbrica non fu costruita in piazza della Vittoria, ma comunque a ridosso di un quartiere popoloso (22 mila abitanti nel 1961), che negli anni ’50 aveva conosciuto un rapido sviluppo. L’area fu scelta per la sua vicinanza al nuovo scalo marittimo che sarebbe sorto nella rada di Mar Grande, accanto al molo San Cataldo. All’approccio strumentale dell’azienda nei confronti del territorio fece riscontro la subalternità dei settori di vertice della società locale.
- Le imprese tarantine si collocarono nel sottobosco dell’appalto Italsider, mentre i principali detentori di capitali si lanciarono all’arrembaggio della città con operazioni speculative che hanno lasciato segni indelebili. Le stesse giunte di centro-sinistra si mossero in maniera contraddittoria, dimostrandosi incapaci di gestire l’impatto di quello sconvolgimento. L’ubriacatura durò poco: con il “raddoppio” dei primi anni ’70 vennero al pettine una serie di nodi cruciali. Il timore che Italsider puntasse a monopolizzare l’accesso al mare, i primi segnali dell’inquinamento ambientale, le lotte operaie per la sicurezza e per il riassorbimento della “disoccupazione di ritorno” al termine dei lavori di raddoppio confluirono nella cosiddetta “vertenza Taranto”. Il rapporto fra città e fabbrica divenne più conflittuale, ma soprattutto emerse l’idea che Italsider avrebbe dovuto contribuire allo sviluppo del contesto locale favorendo una strategia di diversificazione del tessuto produttivo. Protagonista di questa stagione fu il nuovo movimento operaio, che riuscì a ridefinire le gerarchie sociali e gli equilibri politici, ponendosi alla testa di un’ampia coalizione di forze. Le cose cambiarono drasticamente proprio nel momento in cui si sarebbero dovuti raccogliere i frutti di quelle lotte.
- Con l’inizio degli anni ’80 la siderurgia piombava in una crisi drammatica, mentre il nuovo corso liberista prendeva piede. Anche in riva allo Jonio si avviava una profonda ristrutturazione industriale. Il risanamento economico diventava una priorità imprescindibile per l’azienda; e lo stesso movimento operaio, di fronte al rischio del tracollo, si “disciplinava”, accettando un secco ridimensionamento dei suoi ranghi (circa 10 mila furono i “prepensionati” del sistema Italsider-appalto) e una disarticolazione del suo potere. Un processo giunto al culmine con i Riva attraverso un radicale ricambio di manodopera e una ridefinizione dei rapporti interni ed esterni alla fabbrica. Nel corso di quest’ultima fase si è prodotta una scissione drammatica fra città e stabilimento. Il siderurgico ha smesso di essere – e di essere considerato – un fattore di sviluppo per il territorio: mentre la produzione riprendeva quota, per la prima volta il contesto locale si impoveriva; contestualmente, l’autonomia dell’impresa si imponeva su ogni vincolo sociale. La percezione dell’estraneità dello stabilimento è andata così radicandosi in gran parte della popolazione, che ha preso a dividersi semmai sulla “soglia di tolleranza” nei confronti di quel corpo estraneo, fra chi lo considera un “male necessario” e chi lo ritiene un “mostro” da abbattere.
- Con l’arrivo di una multinazionale alla guida della fabbrica probabilmente quella separazione andrà accentuandosi. Taranto risentirà ancora di più delle fluttuazioni dell’economia globale, e si intensificherà la percezione della nostra impotenza davanti a processi di quella portata. In fondo è questa una delle cause della crisi della democrazia moderna e dell’emergere dei populismi. Finché non si conquisteranno nuovi ambiti di sovranità democratica (inevitabilmente sovranazionali) che consentano ai cittadini di incidere, in maniera organizzata, sulle dinamiche economiche non usciremo da quella che Pankaj Mishra ha definito “l’età della rabbia”. E la “guerra civile” che attraversa la nostra comunità conoscerà ulteriori e inattesi sviluppi.

di Salvatore Romeo
dottore di ricerca in Storia economica, autore di L'Acciaio in fumo - L'Ilva di Taranto dal 1945 a oggi, Donzelli ed., 2019






lunedì 8 luglio 2019

L’UMANESIMO del giovane MARX


Il Marx degli anni giovanili non è uno dei giovani hegeliani contro cui, anzi, scrive la sua critica insieme al compagno fraterno Friedrich Engels (“La Sacra Famiglia”, a proposito di Bruno Bauer e dei suoi fratelli e soci). E’ un filosofo politico, giornalista appassionato, che concepisce la rivoluzione sociale nella concezione materialistica della storia. E lo fa non hegelianamente, ma criticando Hegel: nei Manoscritti del 1844 e nell’ “Ideologia tedesca” dell’anno successivo (lasciata poi alla “critica roditrice dei topi” in quanto funzionale solo ai conti con l’”anteriore coscienza filosofica”) e nelle straordinarie tesi su Feuerbach, il giovane Marx forgia gli strumenti teorico-politici dell’emancipazione delle classi oppresse e della loro definitiva liberazione dalle catene dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Il socialismo e il comunismo vengono intesi non più come utopie palingenetiche e dunque prescientifiche, ma come orizzonti possibili per via rivoluzionaria. Disvelare la struttura dei rapporti di produzione diventa compito rivoluzionario unitario nella prassi cosciente, in quanto la coscienza (di classe) si libera di apparenze fenomeniche che ne occultano il ruolo mai astrattamente teoretico di dinamica storica della trasformazione, effettiva e concreta. Lo stesso concetto di “arcano delle merci”, presente nel I libro de “Il Capitale”, si pone all'interno della categoria di reificazione, un punto forte di congiunzione con il giovane Marx dei Manoscritti del 1844 e la categoria di alienazione, dimostrazione concreta che nel filosofo di Treviri è indisgiungibile, a dispetto della “rottura epistemologica” di Althusser, la metodologia dello scienziato dell'economia politica dall'impostazione umanistica dell'analisi sociale.
Quel nuovo umanesimo che scaldo’ i cuori e le teste dei rivoluzionari secolarizzati, quel nuovo umanesimo che parla ancora oggi, necessario al superamento della civiltà della mercificazione, perché l’arcano delle merci non è che gli stessi rapporti umani occultati dalle forme del capitale. La mercificazione dei rapporti umani è, oggi, uno degli aspetti più devastanti delle forme in cui appare il dominio di classe nel sistema capitalista. (fe.d.)


giovedì 4 luglio 2019

LA CRITICA ECOLOGICA AL CAPITALISMO di GIORGIO NEBBIA


NON C'E' PIU' NEBBIA
- docente di merceologia e ambientalista da sempre, comunista indipendente di sinistra, Giorgio Nebbia ha rappresentato, in Italia, la più sistematica critica ecologica al capitalismo (come il sottotitolo del suo testo "Le merci e i valori" del 2002) e la ricerca di una fusione tra marxismo e ambientalismo (sulla scia dell'"ecomarxismo" di James O' Connor, vedi in questo blog http://ferdinandodubla.blogspot.com/2017/11/l-di-james-o-e-la.html). Noi abbiamo avuto il piacere e l’onore di conoscerlo personalmente, durante gli anni dell’ Università Verde di Taranto organizzata dalla prima Lega Ambiente (seconda metà degli Ottanta): la sua collaborazione fu assidua e la sua interpretazione delle vicende della città jonica oggi profetica. Taranto città dello sviluppo, ma ecologico. Come per l'intero pianeta, del resto. Grazie Giorgio. (fe.d.)

Giorgio Nebbia (1926/2019)


- Chiunque si sia occupato di tematiche ambientali in Italia ha dovuto fare i conti con la sua lezione. Nebbia è stato fra i primissimi a sviluppare la prospettiva dell'ecologia nel nostro paese, con un approccio razionale e progressivo, interpretando l'emergenza ambientale che segna la nostra epoca come inestricabilmente legata ai rapporti sociali posti in essere dal capitalismo. Di estrazione cattolica, è stato un "compagno di strada" importante per i comunisti (negli anni '80 venne eletto in Parlamento da indipendente nelle liste del PCI): nel 1971 fu tra i protagonisti del convegno dell'istituto Gramsci "Uomo natura società", che introdusse nel dibattito culturale del PCI la questione ecologica; nella seconda metà degli anni 70 fu in prima fila contro l'opzione nucleare, insieme a Giovanni Berlinguer, Laura Conti e altri, animando una vivace dialettica all'interno del partito. Nonostante l'età ha continuato a mantenere una lucidità straordinaria, che gli ha consentito di intervenire sull'attualità e di offrire preziose ricostruzioni storiche. Molti suoi scritti sono reperibili in rete: per chi non li abbia mai letti è un'occasione per ampliare i propri orizzonti. Che la terra gli sia lieve, e che la sua lezione venga meditata e tramandata, come si deve a un tassello fondamentale della nostra storia.” @#(Salvatore Romeo)




mercoledì 3 luglio 2019

Valentino Gerratana: il filosofo militante che ci ha ridato Gramsci


il resoconto di Antonio Floridia del Convegno dedicato allo studioso Valentino Gerratana, della generazione degli intellettuali "organici" del PCI e autore dell'edizione critica dei "Quaderni dal carcere" di Antonio Gramsci pubblicata da Einaudi nel 1975, tenutosi a Modica il 15 e 16 giugno u.s.
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“L’uomo che ci ha ridato Gramsci”, così Guido Liguori, presidente della International Gramsci Society, nell’intervento conclusivo del convegno che ha ricordato, nel centenario della nascita, la figura di Valentino Gerratana, e che si è tenuto a Modica, città di origine dello studioso, il 15 e il 16 giugno.
Il convegno modicano, organizzato da una “scuola di formazione politica” intitolata alla memoria di Virgilio Failla (storico leader e a lungo deputato del Pci nel ragusano, in quella che a lungo è stata la “provincia rossa” della Sicilia), in collaborazione con l’Istituto Gramsci siciliano e quello nazionale, nonché con la Gramsci International Society, ha avuto il merito di collocare la figura di Gerratana nel contesto della sue radici (a partire dalla relazione di Giancarlo Poidomani, storico dell’università di Catania, su “la costruzione del Partito nuovo nella provincia iblea”) e di illuminare passaggi della biografia di Gerratana che sono rimasti a lungo poco conosciuti, quasi oscurati dall’imponente lavoro per l’edizione critica dei Quaderni di Gramsci, a cui il nome di Gerratana rimarrà indubbiamente legato.
Un momento culminante, e anche molto toccante, del convegno si è avuto con una lunga video-intervista di Emanuele Macaluso. Lo storico leader del PCI ha ricordato i suoi rapporti con Valentino Gerratana, conosciuto in Sicilia nei primi anni del Dopoguerra, quando Macaluso era segretario della Cgil siciliana e Valentino – inviato in Sicilia dal partito per affiancare Calogero Li Causi – era il direttore, di fatto, de “La voce della Sicilia”, il quotidiano voluto dal Pci per sostenere la battaglia politica durissima di quegli anni per la democrazia e la “terra ai contadini”. La testimonianza di Macaluso ha sottolineato, tra l’altro, la grande stima che Togliatti aveva maturato nei confronti del giovane intellettuale siciliano.

L’amicizia con Giaime Pintor

La relazione generale introduttiva del sen. Concetto Scivoletto ha ricostruito l’intero percorso biografico di Gerratana. Nato il 14 febbraio del 1919, da una famiglia di piccola borghesia impiegatizia (il padre era un agente delle imposte, la madre viene ricordata negli atti anagrafici come “possidente”), secondo di quattro figli, Gerratana perde il padre ad appena 13 anni, e si impegna fortemente nello studio, conseguendo la maturità classica a 17 anni nel liceo classico di Modica.

Segue poi il trasferimento a Roma, iscrivendosi a Giurisprudenza e laureandosi poi nel 1941. Risalgono a quegli anni, le prime testimonianze del suo impegno critico sul terreno filosofico, pubblicando Gerratana, sul Bollettino dell’Istituto di Studi Filosofici dell’Università di Roma, tre saggi di polemica con Benedetto Croce. Ma la “grande storia” incombe: e Gerratana, frequentando la scuola allievi ufficiali di Salerno, incontra nel 1939 due figure che segneranno la sua vita: Giaime Pintor e Carlo Salinari.
L’amicizia con Giaime, e la sua tragica morte, non possono che dargli una forte motivazione politica e morale e spingerlo all’impegno politico: Carlo Salinari diviene il tramite per l’ingresso nel Pci clandestino e nella Resistenza romana: Gerratana sarà uno dei capi militari dei Gruppi di Azione Patriottica romani (con il nome di battaglia “Santo”). Anni di duro impegno e di dolore, che imponevano rigorose scelte morali, come lo stesso Gerratana ricorderà poi nella sua introduzione al testo di Giaime Pintor, “Sangue d’Europa”, pubblicato da Einaudi. E anni che segnano dolorosamente anche la sua vita familiare: nel 1941 muore in Grecia il fratello maggiore di Gerratana, ufficiale medico.
A Gerratana sarà poi conferita una medaglia d’argento al valor militare; ma, come è stato ricordato da molti nel corso del convegno modicano, egli rifuggirà sempre da ogni enfasi celebrativa su questi sui trascorsi: un costume di riservatezza che sarà uno dei tratti costitutivi della sua personalità, e ricordati anche dalla testimonianza dell’avv. Carmelo Ruta, già sindaco di Modica, che conferì negli anni Novanta a Gerratana un riconoscimento a nome della città.

La “Voce della Sicilia” e l’Unità

Nel dopoguerra, Gerratana si ritrova a vivere pienamente l’esperienza straordinaria di quel “nucleo romano” del Pci che tanta parte avrà nella storia del partito e nella costruzione del rapporto tra Pci e intellettuali: e si ritrova a gravitare e lavorare nell’ambito della commissione “stampa e propaganda” della direzione del partito. Una prima svolta matura già nel 1946: Togliatti “invia” in Sicilia, a costruire il Pci, Girolamo Li Causi e gli affianca Gerratana, per dirigere la “La Voce della Sicilia”, il quotidiano del comitato regionale del Pci: Michele Figurelli, nella sua relazione, ha ricostruito la linea politica e editoriale del giornale, e il contributo che vi diede Gerratana. E anche da queste pagine emerge la forza con cui il Pci affrontò la drammatica condizione sociale dell’isola, le lotte contadine, il movimento separatista, la costruzione di un partito che aveva radici deboli e che pure, in pochi mesi, ottenne risultati elettorali straordinari, fino al successo delle elezioni regionali del ’47, con la successiva, violenta reazione degli apparati statali, degli agrari e della mafia.
Gerratana rimane nella sua Sicilia fino al ’48: da qui passa all’altro capo della penisola, va a lavorare a Torino, presso la casa editrice Einaudi e nella redazione torinese de “L’Unità” dove conosce – restandogli legato da una lunga amicizia – Paolo Spriano e Italo Calvino. Le relazioni di Delia Miceli e Gregorio Sorgonà, archivisti e ricercatori della Fondazione Gramsci, hanno dato conto dei “fondi” documentari che sono oggi conservati dalla Fondazione e che testimoniano della lunga attività di Gerratana come protagonista della politica culturale del Pci.

Dai primi anni Cinquanta inizia la collaborazione con le Edizioni Rinascita; partecipa poi alla fondazione degli Editori Riuniti di cui dirige la collana “Classici del Marxismo”; collabora con l’Istituto Gramsci, divenendo prima membro del consiglio direttivo e dal 1957 direttore della sezione Filosofia. E svolge anche un’intensa attività pubblicistica su tutta la stampa di partito, anche quella “collaterale” dalle più dirette finalità pedagogiche (ad esempio, “Il calendario del popolo”: una comunicazione del giornalista Pinuccio Calabrese ha analizzato la collaborazione di Gerratana sul tema “religione e politica”).

L’edizione critica dei Quaderni dal carcere di Gramsci


Nel 1972 Gerratana ottiene la cattedra di Storia della filosofia all’Università di Salerno, dove rimarrà fino al 1994 (con una breve parentesi a Siena): un riconoscimento per la sua ricchissima produzione scientifica, che ha visto Gerratana curare e introdurre opere di Rousseau, Antonio Labriola, Marx ed Engels, Lenin. Nel 1966, su proposta dell’allora segretario generale dell’Istituto Gramsci, Franco Ferri, e su decisione della segreteria del Pci, a Gerratana viene affidato l’incarico di lavorare all’edizione critica dei Quaderni dal carcere, conclusa nel 1975.
In un’intervista rilasciata nel 1987 al giornalista dell’Unità Eugenio Manca, Valentino Gerratana, a proposito della prima edizione dei “Quaderni”, affermava che in quel caso “di Gramsci si offrì una rappresentazione vera ma parziale, non priva di forzature o di omissioni”. In effetti, Gerratana, come ha ricordato Guido Liguori, riconosceva questi limiti, ma anche i meriti, della vera e propria “operazione egemonica”, con cui Togliatti introdusse Gramsci nella cultura italiana, organizzando – com’è noto – i Quaderni su base tematica: il merito di aver fatto conoscere il pensiero gramsciano forse nel solo modo, e nel modo più rapido, con cui allora era possibile; ma il limite di averlo fatto con qualche forzatura e censura nei testi, facendo perdere il legame critico che Gramsci continuava a intessere – sebbene chiuso nelle carceri fasciste – con le vicende del movimento comunista internazionale, e trasformando la stessa immagine di Gramsci: non un politico e un teorico rivoluzionario, che rifletteva sulle ragioni della sconfitta del movimento operaio in Occidente, ma un grande intellettuale che lavorava sulla base delle tradizioni partizioni disciplinari: la filosofia, la critica letteraria, la storiografia… Un’immagine parziale, che tuttavia permise al pensiero gramsciano di entrare prepotentemente nella cultura italiana e che permise anche, almeno in parte, di stemperare – nella cultura del Pci – gli effetti della grigia stagione staliniana.

Quello straordinario rapporto tra intellettuali e Pci

Valentino Gerratana, con il suo lavoro e quello di tutto il gruppo dei suoi collaboratori – tra cui va ricordato Antonio Santucci, prematuramente scomparso – ci ha restituito un Gramsci che si arrovella, pensa, riflette, scrive e riscrive i suoi appunti: un pensiero vivente che costituisce uno straordinario patrimonio, come testimonia la crescita esponenziale dell’interesse critico verso la sua opera, specie negli Stati Uniti e in America Latina (la stessa nascita della International Gramsci Society, di cui Gerratana sarà primo presidente, si deve – lo ha ricordato Liguori – all’iniziativa di alcuni intellettuali nordamericani).
Insomma, la figura di Gerratana è emersa dal convegno modicano in tutta la sua ricchezza: “filosofo militante”, si dice, nel titolo stesso del convegno. Chi scrive ha voluto offrire, nel suo intervento, qualche riflessione su una stagione straordinaria del rapporto tra la cultura e la politica, tra gli intellettuali e un partito come il Pci; e sui termini con cui oggi sia possibile ripensare il nesso tra ricerca teorica e intellettuale, cultura politica, partiti. Oggi, forse, non si riesce nemmeno più a capire bene il senso di un’espressione che, giustamente, può essere evocata anche a proposito di una figura come quella di Gerratana, l’essere egli un “intellettuale organico”. Anzi, questa definizione viene oramai spesso usata in modo dispregiativo, o abbandonata perché foriera di equivoci. Si stenta persino a comprendere, oggi, come una generazione di intellettuali comunisti, di cui Gerratana è stato una delle più alte espressioni, concepisse il proprio rapporto con la politica e – quel che conta – con un organismo collettivo quale era un partito di massa.

Il partito come intellettuale collettivo

Non erano intellettuali “prestati” alla politica, come si dice oggi: al contrario, erano intellettuali che sentivano profondamente l’intrinseca “politicità” del loro specifico lavoro teorico e scientifico, che proprio per questo – anzi, tanto più per questo – doveva essere svolto con il massimo del rigore intellettuale. Erano intellettuali che erano e si sentivano profondamente parte di un “gruppo dirigente”, anche senza avere specifici incarichi politici: e potevano farlo perché il Pci era un partito che agiva come un luogo collettivo in cui questo incontro tra ricerca, cultura politica diffusa e “senso comune”, poteva esprimere al meglio le sue potenzialità.
Uno straordinario testo di Gramsci ci ricorda come ogni uomo “è un filosofo”, portatore di una “filosofia spontanea”, di una concezione del mondo spesso assunta passivamente dall’esterno e non rielaborata criticamente. Compito degli intellettuali è appunto quello di elaborare questa “filosofia spontanea”, costruire una consapevolezza critica di quanto spesso rimane implicito o confuso. E il partito, ricorda Gramsci in un altro passaggio, può essere uno “sperimentatore” di queste concezioni del mondo: il luogo collettivo in cui si cerca di “tenere insieme” la “filosofia spontanea” e la riflessione critica. Per questo, gli “intellettuali organici” di quella stagione politica non vedevano il “partito” come un’entità a cui sacrificare la propria libertà intellettuale: anzi, il partito era lo strumento collettivo attraverso cui soltanto il pensiero di un singolo poteva trovare il modo migliore per esprimersi ed essere valorizzato: attraverso cui il lavoro intellettuale diveniva esso stesso prassi. Si superava così una visione astratta, individualistica, della propria libertà intellettuale. Se la propria riflessione teorica doveva essere parte della costruzione di una coscienza collettiva, livelli e forme di mediazione erano inevitabili. E servivano a poco fughe in avanti che magari potevano e gratificare una dimensione “narcisistica” individuale, ma che non entravano nella costruzione di una più ricca e matura cultura politica diffusa.

La costruzione mancata di una cultura comune

Si comprende bene, così, come anche Valentino Gerratana, al pari di altri intellettuali comunisti della sua generazione, abbia vissuto molto male la “svolta” della Bolognina e la fine del Pci: quel che soprattutto colpiva negativamente era lo scarso rigore intellettuale, la notevole dose di superficialità, con cui si affrontò il nodo storico della fine del “comunismo reale”: qualcosa che strideva fortemente con un’eredità critica che aveva segnato un’intera esistenza.
Oggi, i termini del rapporto tra cultura e politica si pongono in modo certamente diverso dal passato; ma ci dovrebbe essere (e spesso non c’è) una drammatica consapevolezza di quanto urgente sia – per il destino della sinistra e della stessa democrazia – ricostruire questo rapporto. Non mancano oggi, nella cultura contemporanea, contributi intellettuali di alto valore che offrono uno sguardo critico sul presente e si interrogano sulle potenzialità di liberazione ed emancipazione che possono essere aperte o anche solo intravviste. Quel che manca, drammaticamente, e specie in Italia, sono le sedi, i luoghi, i canali, attraverso cui riconnettere la ricerca teorica e la produzione scientifica, da un lato, e – dall’altro – la costruzione di una cultura politica diffusa, di una coscienza collettiva che possa rappresentare il “bagaglio culturale” con cui chi “fa politica” guarda alla realtà. Una sconnessione letale, a cui bisognerà pur tentare di reagire.

Antonio Floridia, 18 giugno 2019

Valentino Gerratana (1919-2000)


martedì 25 giugno 2019

Scuola. Contro l'ideologia liberista delle competenze e del merito


un articolo davvero condivisibile del quotidiano cattolico Avvenire, a firma di Roberto Carnero: alla scuola mercatista dell’antipedagogia delle competenze e della docimologia delle valutazioni standardizzate, bisogna contrapporre la scuola-comunità della sperimentazione pedagogica delle conoscenze, della costruzione di saperi critici, dell’autodisciplina morale e dell’autonomia intellettuale per la crescita cognitiva e della creativita’, per una vita sociale di spiriti liberi. (fe.d.)
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Alcuni libri affrontano il problema della visione tecnicista del sapere, che uniforma e banalizza lo studio asservendolo al potere economico. Il caso delle prove Invalsi. E chi critica è passatista

di Roberto Carnero

Nel 1979 usciva negli Stati Uniti un saggio del sociologo Neil Postman (1931-2003), destinato a diventare celebre: Teaching as a Conserving Activity. Potremmo tradurre quel titolo con qualcosa come «L’insegnamento come attività di conservazione». Il libro di Postman fu pubblicato due anni dopo anche in Italia, da Armando Editore, con un titolo diverso: Ecologia dei media. La scuola come contropotere (ora in una nuova edizione a cura di Giampiero Gamaleri, Armando, pagine. 126, euro 12). Quell’idea di “conservazione” veniva lì veicolata dal sottotitolo (in cui si parla di “contropotere”), mentre il titolo principale ( Ecologia dei media)alludeva a una delle tematiche centrali del volume, vale a dire l’invadenza dei moderni mass media nel mondo occidentale (allora si trattava soprattutto della televisione, essendo ancora di là da venire i cosiddetti new media e gli odierni social). Al punto che fin dal 1971 lo studioso aveva istituito alla New York University (dove insegnava), una cattedra così chiamata, che terrà per tutto il resto della sua vita. «L’istruzione cerca di conservare la tradizione mentre l’ambiente esterno è innovatore», scriveva Postman. È questo un male? Non necessariamente. Perché “conservare” ciò che è stato tramandato significa anche “resistere” alle attrattive, effimere e superficiali, di quella che sempre Postman chiamava la «società adescante», tutta appiattita sull’hic et nunc di una sorta di eterno presente privo di spessore e di profondità. 
Da qui l’idea che, resistendo, la scuola possa configurarsi, appunto, come un “contropotere”, recuperando le radici etiche e cognitive su cui basare il futuro dei giovani: aiutandoli così a orientarsi in un mon do globalizzato e sempre più interconnesso. Ma oggi in Italia è possibile concepire la scuola in questi termini? La domanda è legittima, e la risposta, purtroppo, sembra virare più verso il negativo che verso il positivo. Questo perché tutte le riforme e riformine più recenti vanno in una direzione che lascia poco spazio alla discussione in merito ai paradigmi pedagogici assunti in questi ultimi anni. Scelte programmatiche e metodologiche fondamentali (che cosa insegnare e come insegnarlo) sono state spesso imposte in maniera autoritaria, attraverso leggi votate frettolosamente (magari ricorrendo alla fiducia per evitare ogni dibattito parlamentare, come è accaduto al Senato con la legge 107/2015, la cosiddetta “Buona Scuola”) o addirittura con semplici circolari ministeriali che, sotto l’apparenza di fornire indicazione pratiche su specifiche questioni, hanno l’effetto di scalzare e sovvertire modelli didattici consolidati. A vantaggio di un “nuovo che avanza”, senza però la minima disamina critica e, soprattutto, senza alcuna forma di coinvolgimento degli addetti ai lavori, vale a dire gli insegnanti, il cui ruolo viene così svilito al rango di quello di semplici esecutori di decisioni calate dall’alto.
Ciò viene lucidamente raccontato nel saggio dello storico Mauro Boarelli, Contro l’ideologia del merito (Laterza, pagine 152, euro 14), in cui si mostrano le radici di certi concetti sempre più presenti nell’innovazione didattica stabilita per legge: la misurabilità, le competenze, il capitale umano, la meritocrazia. Tutte idee transitate dal mondo dell’economia e dell’azienda a quello dell’educazione e della scuola. Soffermiamoci, per esempio, sulla “didattica per competenze”, promossa, sempre più, dall’Unione Europea a partire dall’inizio degli anni Novanta, fino alla promulgazione, nel 2006, del Quadro delle “competenze chiave”. Questo e altri documenti sono chiaramente accomunati da una visione utilitaristica della conoscenza. Una di queste competenze è definita “imparare a imparare”. Ora, nessuno nega che sia essere buona cosa trasmettere ai giovani l’idea che l’apprendimento è un processo che non si esaurisce con la scuola ma che dovrà continuare lungo tutto l’arco della vita. Tuttavia si capisce anche che ciò è funzionale a un mercato del lavoro che richiede dosi sempre maggiori di flessibilità: anziché portare nella scuola un dibattito sui modelli economici e produttivi esistenti, magari per criticarli nelle loro storture e per pensare di migliorarli in relazione ai diritti delle persone, si preferisce spingere gli individui ad adattarvisi fin dalla più giovane età, cioè sin dagli anni della scuola. Scrive Boarelli: «Non si tratta di “imparare a imparare” come occasione di sviluppo culturale, senza immediati fini utlitaristici, ma di apprendere una forma specifica di comportanto: l’adattamento alle esigenze dell’impresa e alle forme specifiche della “flessibilità” di cui essa ha bisogno ». E aggiunge: «Le competenze giocano un ruolo determinante in questo processo di subordinazione alla visione del mondo economico, perché spingono i sistemi educativi ad abbandonare la costruzione di saperi critici in favore dell’organizzazione di saperi strumentali». 
Tendenze di questo tipo si esprimono in concreto in pratiche come quella dei test Invalsi, che elevano a feticcio il mito della misurabilità dell’apprendimento. Prove che hanno l’effetto di chiudere, uniformare, banalizzare e decontestualizzare la conoscenza. Una conoscenza che, nel momento in cui viene chiesto allo studente di individuare la risposta giusta (preconfezionata) tra quelle già fornite dall’estensore della prova, viene deprivata di ogni dimensione critica, creativa o anche solo collaborativa, con la conseguenza di impedire qualsivoglia sviluppo di un pensiero divergente. «Il “capitale umano”, le “competenze” e la valutazione standardizzata sono parti di uno stesso sistema concettuale che ingloba la vita sociale nella sfera produttiva», conclude Boarelli, e (aggiungiamo noi) la scuola in una visione aziendalistica ed economicistica del sapere e della cultura. 
Sono, queste, preoccupazioni condivise anche dagli autori degli scritti raccolti da Piero Bevilacqua nel volume, da lui curato, Aprire le porte. Per una scuola democratica e cooperativa (Castelvecchi, pagine 192, euro 17,50). In un intervento dedicato alla “scuola delle competenze”, Anna Angelucci denuncia l’impossibilità di impostare un dibattito serio e aperto sui cambiamenti in atto: «Qualunque resistenza, ascrivibile al tentativo di esercitare, sul piano etico, forme di libero arbitrio o, sul piano culturale, spazi di libertà nella concezione della cultura e nella riflessione sul nesso insegnamento/apprendimento o magari, sotto il profilo metodologico, possibili opzioni di falsificabilità di una teoria che ci viene imposta come una teleologia, deve essere, e viene, abortita sul nascere». Il sospetto è che le riforme della scuola siano – di fatto – pezzi della riforma del mercato del lavoro. E il potere economico è così forte, autoritario e repressivo (non a caso, già nei primi anni Settanta, Pasolini negli Scritti corsari scriveva la parola “Potere” sempre con l’iniziale maiuscola, intendendo quello dell’economia e dell’industria, cioè del neocapitalismo avanzato) da non lasciare alcuno spazio per una contestazione al suo pensiero unico. Chi si oppone ad esso viene tacciato di passatismo, misoneismo, disfattismo. L’insegnante che rifiuta di “aggiornarsi” è la bestia nera di questa retorica del nuovo, che canta le magnifiche sorti e progressive della scuola digitale, della didattica per competenze, dell’alternanza scuola-lavoro (altro fondamentale tassello, quest’ultima, di tale asservimento della scuola all’azienda). Mentre forse, in realtà, sta solo provando a mettere in atto forme di resistenza civile, vedendo ancora nella scuola una possibilità di “contropotere” (rispetto allo strapotere del più bieco neoliberismo).


mercoledì 19 giugno 2019

Lo straniamento dello storico


MARC BLOCH. L’attualità stringente del suo pensiero, a settantacinque anni dalla morte. Il 16 giugno 1944, dopo mesi di prigionia e torture in quanto resistente, veniva fucilato dai nazisti a Lione. Si interroga sulla natura del potere, sui legami che tengono avvinti i ceti subalterni ai gruppi dominanti.

Il racconto dello storico è quello che, per definizione, raccoglie e restituisce il senso del mutamento, in quanto condizione perenne dell’uomo, così come della complessa stratificazione di elementi e attori che stanno alla base del processo temporale. Marc Bloch, di cui in queste settimane ricorre l’anniversario della morte, fucilato dai nazisti a Lione il 16 giugno 1944, dopo mesi di prigionia e torture in quanto resistente, è forse tra quanti meglio hanno saputo rendere, attraverso la propria scrittura, la sensazione di straniamento che il fare e raccontare la storia induce in chi si adopera in un tale esercizio.
Tutta la sua scrittura, infatti, è sospesa tra la necessità di dare conto in maniera plausibile e accertata delle trasformazioni che il tempo induce nella collettività e, dall’altro lato, della difficoltà di discernere il fatto oggettivo dalle rappresentazioni che di esso circolano nel momento stesso in cui questo si verifica. Quella che lo accompagnava nelle sue riflessioni non è solo la questione delle manipolazioni deliberate bensì della reale conoscibilità degli eventi.

IL SUO TESTO più importante, I re taumaturghi, del 1924, oltre a essere un eruditissimo esercizio di storia della mentalità, interrogandosi su alcuni aspetti del «doppio corpo» (secolare e, al medesimo tempo, miracoloso) dei sovrani, costituisce una cavalcata di straordinaria vivacità nell’antropologia medievale. Se il ruolo dello storico non è solo quello di identificare degli eventi ma di stabilire concatenazioni logiche attraverso dei nessi, allora l’impegno che egli deve devolvere è quello di calarsi in un’epoca e coglierne i tratti prevalenti.
Non di meno, Bloch si interroga sulla natura del potere, ossia sui legami che tengono saldamente avvinti classi e ceti subalterni ai gruppi dominanti. Anche altre opere di medievistica, il suo campo d’azione per eccellenza, come Re e servi (1920), I caratteri originali della storia rurale francese (1931) e ancora La società feudale (1939-1940), rispondono a questa esigenza. La necessità di ibridare la ricostruzione storica con quelle altre discipline che si erano venute affermando a cavallo tra il Settecento e il primo Novecento, l’antropologia per l’appunto tra tutte, rimane per lo studioso un esercizio imprescindibile. Poiché il campo simbolico non è il regno della fantasia ma il contesto in cui si stabiliscono rapporti di diseguaglianza destinati a cristallizzarsi nel tempo. Così come anche il luogo delle possibilità, poiché gli uomini sono quello in cui credono e credono nella misura in cui a essi è offerta una guida che percepiscono come autorevole, ossia comprensiva, protettiva e riparatoria.

D’altro canto, la questione di capire la storia per Bloch si lega a quella di manifestare se stesso, la sua personalità, che, a sua volta, demanda alla necessità di assumersi le responsabilità dettate dalle circostanze. La sua stessa scelta, quando era oramai ultracinquantenne, di militare nella Resistenza francese, si inscrive chiaramente in questa dimensione. Ciò che studiò, disse, scrisse fu essenzialmente qualcosa che riportava a un dato personale, prima ancora che professionale. Ovvero, qualcosa che faceva dell’esercizio intellettuale un impegno morale quotidiano. Così come il racconto storico deve rendere intelligibile il presente, essendo altrimenti un esercizio barocco, autoreferenziato, in buona sostanza totalmente sterile.

BLOCH ERA CRESCIUTO intellettualmente in quella Francia che aveva digerito con grande difficoltà i miasmi dell’affaire Dreyfus, che si era confrontata con il carnaio della Prima guerra mondiale e che poi aveva seguito la lunga traiettoria declinante della Terza Repubblica. Vichy, da questo punto di vista, avrebbe costituito solo la tappa terminale di un percorso dove al declino militare, politico e geostrategico la Francia, e la stessa Europa, accompagnavano quello morale. L’assumersi una responsabilità politica implicava quindi il rifiutare la decadenza che la «collaborazione» con l’occupante portava invece con sé.Ma anche denunciare, a prescindere da qualsiasi affiliazione partitica, i limiti di un regime liberale, incapace di fare concretamente fronte all’evoluzione della società francese all’insegna di quei principi di emancipazione e integrazione di cui si dichiarava invece integrale depositario. Tre opere sul metodo, prima ancora che di merito, caratterizzano il lavoro di Bloch. Sono le Riflessioni d’uno storico sulle false notizie della guerra, redatte tra il 1914 e il 1915; La strana disfatta, del 1940; l’Apologia della storia, la cui curatela, per le mani di Lucien Febvre, vedrà la luce solo a cose fatte, nel 1949, cinque anni dopo la morte dell’autore. Il tratto comune a scritti tra di loro altrimenti diversi è quello della ricerca urgente di una dimensione simbolica nella quale celebrare il senso degli eventi correnti. Le Riflessioni demandano alla guerra parallela delle dicerie e dei passaparola, che si fa conflitto a sé, capace non solo di condizionare quello materialmente combattuto nelle trincee e sui campi di battaglia ma anche di generare un universo di significati, e con essi di aspettative e quindi di condotte, autonomi dai riscontri di fatto. Dei quali, almeno in parte, ne condizionano addirittura l’esito.
LA «DISFATTA», scritta sotto l’impellenza della repentina e clamorosa sconfitta francese dinanzi alla guerra lampo tedesca del 1940, è un vero e proprio regolamento di conti generazionale. Poiché al suo centro c’è il tracollo morale del Paese, ossia la rottura del patto tra le diverse parti della società francese, e quindi la consunzione delle ragioni e delle idealità che dal 1789 in poi ne avevano accompagnato la storia. Il disastro, per Bloch, che fu anche militare e come tale ragionò sulle cronache che lo vedevano chiamato in causa, non giungeva inatteso. Tuttavia, le sue proporzioni erano tali da rendere impossibile, con le sole forze allora presenti, il ricomporre le cesure che si erano nel mentre generate.
Anche per via di una tale premessa, lo storico sceglierà di lì a non molto la strada della Resistenza, vista come l’unico percorso possibile per dare un futuro non solo al suo Paese ma all’intero Continente, dinanzi al rullo compressore nazista del «nuovo ordine europeo». Lo stesso lavoro dello storico diveniva peraltro impossibile nell’asfissiante e mortificante regime di occupazione. Impraticabile non solo materialmente ma soprattutto moralmente, dinanzi alla decadenza dei quadri culturali e ideologici di un’intera collettività. L’Apologia, quindi, risponde anche all’esigenza di fare fronte ad un lavoro di ricostruzione, non esclusivamente intellettuale, del senso del passato, per meglio intendere la natura dell’intervento politico diretto sul presente.

D’ALTRO CANTO, Marc Bloch se precedentemente si era interrogato sul tessuto connettivo delle società feudali, sulle infinite ramificazioni delle dipendenze, delle sudditanze e delle credenze, insieme alla forza centripeta dei differenziali sociali (il paradosso della diseguaglianza che lega invece che dividere), con le opere redatte frammentariamente a ridosso della tragedia bellica cerca invece di rendere conto della radice di una sconfitta che interpreta e vive come evento totale.
L’impreparazione bellica è solo un aspetto di quella che viene intesa come una resa definitiva. Alla mobilità delle truppe tedesche, specchio efficace di un’intraprendenza feroce, disinvolta e amorale della società nazista, si contrappone quell’inerzia dell’esercito francese che è il prodotto del lungo stallo della Terza Repubblica (quella delle «biblioteche dagli scaffali vuoti»).
La destra nazionalista, fingendo di tradire le sue stesse premesse, si consegna allora all’occupante, coltivando l’inconfessabile desiderio di riceverne un dividendo, mentre ciò che resta dell’opposizione di sinistra, afasica e inconsistente, non riesce neanche a concepire quale possa essere l’esigenza di un discorso sulla rigenerazione nazionale. L’una, traditrice, così come l’altra, inessenziale, sono semmai destinate a essere surclassate dalla signoria tedesca. In una Francia sottomessa, dove le classi abbienti contrattano il regime di occupazione nel nome della compromissione, i ceti medi e la piccola borghesia cercano una finta normalità che sarà l’anticamera della collaborazione nei suoi aspetti più livorosi e intollerabili e le comunità lavoratrici si piegano a una visione particolarista e corporativa del proprio ruolo.

LO STORICO, che avrebbe senz’altro proseguito nel suo lavoro se non fosse stato ucciso anzitempo, coglie i lineamenti di questo drastico mutamento di quadro. Non fa in tempo ad ultimare l’affresco di un’epoca che lo vede diretto protagonista, come militante politico. E tuttavia riesce ancora a formulare, tra le righe, l’esigenza di un’altra Europa, così come il bisogno di un’altra idea di nazione. L’una e l’altro prodotto della disillusione e del disincanto. Quanto di quella lezione su un tramonto repentino, che però ha lontane radici, si riproponga per il nostro presente, sarà il futuro prossimo venturo a raccontarcelo. In un’età, la nostra, che è anch’essa di declino, per alcuni aspetti comparabile a quella che Bloch visse sulla sua viva carne.
Claudio Vercelli, su Il Manifesto del 18 giugno 2019

Marc Bloch, storico, 1886/1944

sabato 8 giugno 2019

PCI: COSTRUIRE L’UNITA’ DEL FRONTE POPOLARE


il “frontismo” di natura popolare va dunque inteso come unità sociale delle forze di classe, riorganizzate dalla frantumazione e perdita di soggettività, e come unità politica della sinistra di classe, antimperialista e anticapitalista. Solo così è possibile il “disvelamento” delle politiche dell’Unione europea, guidata e diretta dalle oligarchie liberiste che tendono ad azzerare la stessa sovranità costituzionale dei popoli, ora in primis quella del nostro paese. (fe.d.)


COSTRUIRE L’UNITA’ DEL FRONTE POPOLARE
di Fosco Giannini, Responsabile Dipartimento Esteri PCI

- GOLPISMO DELL’UE E CEDIMENTI DEL GOVERNO CONTE
I grandi avvenimenti e i grandi processi storici guidati dalle classi dominanti e che queste classi conducono, senza mediazioni, per i propri interessi e contro gli interessi dei lavoratori e dei popoli, vengono scientemente, dalle stesse classi dominanti, sempre accuratamente celati. Tutta la storia del colonialismo si è, ad esempio, dispiegata con questa modalità ed ogni azione coloniale si è sempre mascherata da “aiuto ai Paesi sottosviluppati”, nello stesso modo in cui tante guerre imperialiste si sono presentate come “interventi umanitari”. Così è per la costruzione dell’Unione europea, che procede come un treno di gangster dentro un lunghissimo tunnel buio: i viaggiatori non conoscono la strada reale né il reale punto d’arrivo e durante il viaggio vengono continuamente ingannati da informazioni che parlano di stazioni finte e di mete diverse da quelle reali. Essendo, l’obiettivo del grande capitale europeo, quello di costruire un’Unione europea come nuovo polo imperialista mondiale dotato di leggi sovranazionali in grado di assicurare alle forze capitaliste dei vari Paesi piena libertà di manovra politica, economica e finanziaria, volta alla più alta estrazione di plus valore possibile dal mondo complessivo del lavoro, tutta questa complessa dinamica va tenuta accuratamente nascosta: che i popoli non vedano, che i lavoratori non capiscano. Che le false forze della “sinistra” filoeuropeista aiutino a perpetrare l’inganno. Che le false forze “sovraniste”,che sposano ideologicamente il progetto liberista dell’Ue, si presentino pure come forze d’opposizione, prosciugando così l’opposizione e cancellando l’alternativa.
E l’inganno procede, solitamente, nel buio. Tuttavia, essendo anche la costruzione dell’Ue un progetto umano, anch’esso mostra a volta i propri punti deboli, anch’esso a volta non riesce a celarsi, a mitigare la propria natura imperialista. A volte, nella casa oscura dell’Ue, si aprono improvvisamente delle tende alle finestre che lasciano intravedere ciò che sta accadendo dentro le stanze del potere.
E’esattamente ciò che sta accadendo in questa fase in Italia: delle tende si sono aperte e la luce illumina la verità dell’Ue, illumina la dialettica politica tra l’Ue, le forze fintamente “sovraniste” e quelle liberal-democratiche,come il PD.
La Commissione europea, in relazione all’aumento del debito pubblico italiano, chiede violentemente al governo giallo-verde una nuova manovra economica di 4/5 miliardi (da attuare subito) che si basi essenzialmente sull’aumento dell’IVA ( e dunque sull’attacco alle condizioni di vita dei lavoratori e delle famiglie) e su ulteriori tagli allo stato sociale, tagli peraltro già anticipati dal governo Conte attraverso l’ennesima sforbiciata alle pensioni, non quelle d’oro, ma quelle percepite dagli ex operai e dagli ex lavoratori a 1.500 euro di stipendio. Ciò subito. Ma, naturalmente, la Commissione europea ha un disegno d’attacco strategico e, conseguentemente, chiede al governo italiano di cancellare la propria, totale, politica economica, a cominciare dalla rinuncia al reddito di cittadinanza e alla “quota cento” per le pensioni. I ministri delle Finanze dell’Ue si riuniranno a Bruxelles, proprio per il “caso Italia”, il prossimo 9 luglio. Da ora sino a quella data il governo Conte ha la possibilità di chinare completamente la testa (“di avviare una discussione con la Commissione europea”, si dice in modo eufemistico) e accettare i nuovi diktat imposti dall’Ue, nello stresso modo in cui questo governo “sovranista” chinò vergognosamente la testa nello scorso dicembre, quando accettò “la raccomandazione” dell’Ue di tagliare 10 miliardi di spese sociali nella manovra 2019. Se entro il 9 di luglio il governo giallo-verde non avrà chinato la testa la Commissione europea potrà scagliare contro il nostro Paese la micidiale “procedura d’infrazione”, mai lanciata nell’intera storia dell’Ue, una procedura che potrà, nei fatti, permettere alla Commissione di decidere, per anni, le intere politiche di bilancio del governo italiano e tutti gli obiettivi di rientro dal deficit (che, naturalmente non potranno essere che quelli “greci”: tagli alle pensioni, ai salari e allo stato sociale). Questo potere della Commissione potrà dilungarsi sino a quando la Commissione stessa non deciderà che il debito complessivo sia stato “adeguatamente” abbassato. Se il governo italiano non aderisse a questo disegno potranno scattare appieno le sanzioni, una “multa” sino allo 0,2% del PIN e la sospensione dei fondi strutturali dell’Ue all’Italia, continuando tuttavia l’Italia a versare la propria, ingentissima, quota quale membro dell’Ue.
E’ chiaro come le intenzioni della Commissione europea, che traggono la loro “liceità” dagli stessi Trattati dell’Ue, abbiamo il sapore acre del colpo di Stato: un intero Paese, la sua economia, le sue scelte strategiche, possono venire completamente annullate dai nuovi “Chicago Boys” dell’Ue e le condizioni di vita di un intero popolo possono passare nelle mani di una Commissione di esponenti diretti del grande capitale europeo.
Le degenerazioni golpiste dell’Ue sono tutte contemplate all’interno del disegno strategico del grande capitale europeo, volto alla costruzione di un nuovo polo imperialista, e tali degenerazioni sono possibili grazie alle stesse leggi interne di cui si è dotata l’Ue, ad esempio l’impossibilità di cambiare i Trattati se non all’unanimità! E cioè (per interloquire anche con quelle forze della sinistra che credono possibile il cambiamento dell’Ue “dall’interno”): per il cambiamento strutturale di questa Ue occorrerebbe che in ognuno dei 27 Paesi membri vincessero le forze comuniste, della sinistra di classe e anticapitaliste! Ed è all’interno di questa enorme contraddizione che il PCI giudica, come tanti altri Partiti Comunisti dell’Ue, irriformabile l’Ue.
Ora, quali sono le reazioni sia del governo italiano che del PD all’annuncio delle posizioni golpiste della Commissione europea? Come già nello scorso dicembre il governo Conte si sta preparando alla capitolazione, che avverrà in un immorale e indecente gioco delle parti: Salvini abbaierà un po’ alla luna mentre Conte e Tria, trainati da Mattarella e attraverso il beneplacito di Di Maio e dell’area moderata e liberista del M5S, accetteranno tutte le condizioni-capestro dell’Ue (sul reddito di cittadinanza gli esponenti liberal del M5S hanno già affermato che “la misura rimarrà, magari riequilibrata in relazione alle esigenze dell’ ’Ue”).
Sull’altro fronte, si palesa tutta la surreale “opposizione” del PD, che contesta il governo Conte proprio attraverso la piena assunzione di tutte le posizioni iperliberistee golpiste della Commissione europea.
Peraltro, la situazione italiana altro non è che lo specchio dell’intera condizione dell’Ue, dove le forze “sovraniste” (da Orban alle destre governative della Polonia e dell’ Austria) sono le prime a considerare legittime e giuste – per accedere ai fondi europei senza condizioni – le politiche di rientro dai debiti pubblici attraverso le politiche iberiste; dove nessun’altra forza “sovranista”, dal Raggruppamento Nazionale di Maria Le Pen in Francia al Brexit Party di Nigel Farage in Gran Bretagna, propongono politiche davvero alternative al liberismo imperante. E dove le forze liberal-democratiche e quelle socialdemocratiche e socialiste rappresentano i bastioni storici di questa Ue.
In questa fase, dunque, in Italia, le finestre si sono aperte sulla casa oscurata dell’Ue e sia la Commissione europea, sia il governo finto-sovranista che la stessa “opposizione” del PD stanno mostrando, nella congiuntura, ognuno la propria, vera, natura politica, nature che si presentano diversificate di fronte all’immaginario collettivo ma molto simili, accomunabili, nell’impianto ideologico liberista.
Nel buio omertoso di cui si circonda il processo di costruzione dell’Ue si è aperto in questa fase un pertugio di luce: su questo pertugio devono lavorare innanzitutto i comunisti, il PCI. E’ora il tempo, (se non ora quando?) che i comunisti si rendano protagonisti di un immediato disegno di costruzione di un Fronte Unitario, Popolare, comunista e di sinistra di classe volto a denunciare in tutte le piazze del Paese sia la protervia golpista dell’Ue che la subordinazione ad essa del governo italiano e del PD.
E’ scoccata, in questi giorni, in queste ore, l’ora dei comunisti: che essi svolgano nell’immediato il ruolo, decisivo anche ai fini della propria, autonoma, crescita, di convocatori e “agglutinatori” delle forze più avanzate, delle forze antimperialiste, contrarie alla NATO e al golpismo dell’Ue, al fine di mettere finalmente in campo un’azione di lotta di respiro nazionale, una lotta avente al suo interno anche l’intento di costruire un Fronte Popolare di lungo termine, ben diverso da quegli ansiosi e turbolenti tentativi di mettere assieme le forze solo nelle fasi che precedono le elezioni.

fonte: https://pcifederazionevarese.files.wordpress.com/2019/06/fp-unitc3a0.jpg



venerdì 7 giugno 2019

A TARANTO IL FALLIMENTO delle politiche governative e del modello di sviluppo CAPITALISTA


una delle opere più belle di tutti i tempi di Edoardo Scarpetta, immortalata poi al cinema dal grande Toto’, è MISERIA e NOBILTA’ che contiene uno scambio di battute caustico: “in questa casa si mangia pane e veleno”, “no”, risponde Felice Sciosciammocca, “solo veleno”.
- a Taranto si diceva che lo scambio “ineguale” fosse quello tra salute ambiente e il lavoro. Ora lo scenario è cambiato: danni alla salute all’ambiente e non-lavoro.
(fe.d.)
la vignetta è di Biani su Il Manifesto del 7/06/2019

“E' il mercato bellezza!!!” ci verrebbe da dire se non ci trovassimo dinanzi ad una ulteriore svolta drammatica della “questione” ex Ilva ora ArcelorMittal, con i 1400 lavoratori in cassa integrazione per alcuni mesi oltre gli esclusi prima dal ciclo produttivo...poi si vedrà.
I padroni e i loro sodali parlano di crisi cicliche di sovrapproduzione di acciaio ma non aggiungono la elementare considerazione che si sospendono salari e stipendi per conservare i margini di profitto programmati per giustificare qui la loro presenza. Vogliamo ricordare che la crisi i comunisti la seguono sin dagli anni 80 ed è ancora lì. La crescita tumultuosa della gestione “Riva” fu in concorrenza sleale in Europa per i bassi salari italiani e la produzione di acciaio senza alcun vincolo sui parametri fondamentali dell'inquinamento altrove, invece, presenti per leggi nazionali. L'Italia fu costretta in ritardo ad adattarli e fu “normalizzata”. Oggi i magazzini sono pieni di prodotto non consegnato, mentre l'inquinamento viene regolarmente prodotto perché l'area a caldo produce in modo costante. Ciò era, per noi, regolarmente prevedibile. Altra cosa sarebbe stata se (come proponevamo da oltre un decennio) si fosse reso pubblico tale settore strategico e si fosse programmata una riconversione ed ambientalizzazione, proprio prevedendo le inevitabili crisi cicliche di rallentamento delle produzioni e l'uso di manodopera eccedente per esso. Quell'accordo è stato un suicidio, lo ribadiamo da alcuni anni, e siamo rammaricati per i limiti di chiusura localistica e rassegnazione dei maggiori sindacati.
Il presente è difficile e il futuro drammatico per la fabbrica ed il territorio tarantino.A Taranto si diceva che lo scambio “ineguale” fosse quello tra salute ambiente e il lavoro. Ora lo scenario è cambiato: danni alla salute all’ambiente e non-lavoro.

Comitato Cittadino PCI Taranto, 7 giugno 2019




mercoledì 5 giugno 2019

L'OCCHIO DI ALE (Alessandro Leogrande): lo sciopero dei migrantes nel Salento, paradigma del nuovo sfruttamento globale nelle campagne





Alessandro (Leogrande, Taranto 1977-+Roma 2017, ndr) è stato uno dei veri grandi intellettuali del nostro tempo. Nella sua breve esistenza ci ha raccontato, con passione, rigore e un uso sublime della parola, con ricerche sul campo e studi approfonditi, le storie e le ragioni degli sfruttati e degli invisibili, delle vittime e dei carnefici, attraverso il suo strumento preferito, il reportage narrativo.
Se ne sappiamo di più sui mali del meridione e degli altri luoghi del mondo dove si consumano ingiustizie, è per i suoi scritti sulle nuove mafie, sul caporalato, sui braccianti e gli operai, sulle contraddizioni e le fragilità della sua Taranto, e soprattutto sulle storie dell’esodo e della frontiera, sulle vite di uomini e donne che fuggono da guerre, morte, carestie e dittature, sulla loro umanità, sulle loro sofferenze e sulle ragioni profonde che generano questi movimenti inarrestabili della Storia.
(dall'articolo di Gemma Cestari, direttrice Premio Sila '49, su Il Manifesto, 4/06/2019)

Questo reportage di Alessandro Leogrande sullo sciopero accaduto a luglio 2011 dei braccianti africani di Nardò, nel cuore del Salento, è uscito il 4 novembre di quell'anno su Minima Moralia, blog di approfondimento culturale e su Il Mese, inserto culturale di Rassegna Sindacale 

- C’è un video che mostra tutto. Le immagini scorrono velocemente. I cassoni sono accatastati in un angolo, i lavoratori sono nell’altro. I cassoni sono vuoti. Nessuno raccoglie più il pomodoro. I lavoratori confabulano tra loro. A pochi metri di distanza, seduto su un cassone rovesciato come fosse un pascià, un caporale sbraita. Intima di muoversi, di tornare a lavorare, di non farsi venire strani grilli per la testa… Ma i raccoglitori non si muovono. Anzi, sì: due, tre di loro lo fanno. Si dirigono verso il pascià seduto e gli dicono che oggi no, oggi non lavora nessuno, incrociano le braccia. Sono stanchi di essere trattati come schiavi. Poi bloccano la strada…
Lo sciopero dei braccianti africani di Nardò, nel cuore del Salento, è iniziato così, una mattina di fine luglio. Le immagini me le ha fatte vedere qualche giorno dopo un bracciante che aveva filmato tutto, raccontandomi ciò che le immagini mostravano in un misto di italiano e francese. Per aver immortalato quei momenti con il suo cellulare l’uomo è stato pesantemente minacciato. Ti tagliamo la gola, gli hanno detto gli sgherri del caporale. Ti tagliamo la gola se le fai vedere in giro…
Ma lui se ne frega, dice fiero, mentre stoppa le immagini e ripone il cellulare nella tasca dei pantaloni. Ed è allora che ho capito che una gabbia mentale era ormai andata in frantumi.

La svolta
Lo sciopero di Nardò costituisce un punto di svolta importante. Per la prima volta i braccianti stranieri, impiegati nella massacrante raccolta del pomodoro, si sono rivoltati contro i loro sfruttatori. Non è stata una rivolta esacerbata da una aggressione razzista, come nel caso di Rosarno. E non si è trattato neanche di una di quelle esplosioni di rabbia che attraversano di recente i cie della penisola. È stata una protesta matura, che ha avuto al centro della propria denuncia le condizioni di lavoro e di sfruttamento, i rapporti di forza nella campagne, i modi della rappresentanza.
Tutto ha avuto inizio la mattina del 28 luglio 2011, ma la tensione era montata già nei giorni precedenti. E per capire come è potuto scoppiare un moto di ribellione tanto ampio, che nessuno aveva previsto fino al giorno prima, sarà utile raccontare la storia sin dall’inizio. Sarà utile innanzitutto capire che cosa ci stavano a fare a Nardò, nel profondo Salento, diverse centinaia di immigrati.
continua a leggere in
http://www.minimaetmoralia.it/wp/la-rivolta-di-nardo/

lo scrittore Alessandro Leogrande, (Taranto, 20 maggio 1977 - +  Roma 26 novembre 2017)
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lo sciopero dei migrantes nel Salento, paradigma del nuovo sfruttamento globale nelle campagne, è raccontato ora da Francesco Piobbichi, "Sulla dannata terra!, lo sciopero di Nardò", Claudiana 2019