Subaltern studies Italia

L’analisi e la classe - a cura di Ferdinando Dubla

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martedì 5 dicembre 2023

LA CLASSE OPERAIA VA ALL’INFERNO: LA "PALAZZINA LAF" DI MICHELE RIONDINO

 





Taranto - Dopo l’anteprima romana, il 22 novembre 2023 è stata proiettata in prima assoluta a San Giorgio Jonico al Cine multisala Casablanca il film di Michele Riondino, figlio di questa terra (bellissima la colonna sonora di Diodato, “La mia terra” ) PALAZZINA LAF.

Una ricostruzione neorealista ma con moderno linguaggio cinematografico del mobbing operaio e la discriminazione di classe all’interno dell’Ilva di Taranto alla fine dei 90 del secolo scorso, anni in cui si propalava la scomparsa della classe e dunque della sua centralità politica. Ma si era fatta invisibile per le classi dominanti nel dominio del senso comune. La classe c’era, eccome, era all’inferno, era alla Palazzina LAF. Un film dunque dal solido impianto civile e “engagè” diceva Sartre, impegnato, dagli echi grotteschi, arrabbiati e per questo rivoluzionari, che rimandano a “La classe operaia va in paradiso“ di Elio Petri del 1973, e Gian Maria Volontè che oggi veste i panni del siderurgico Caterino Lamanna - Michele Riondino.

 

Accanto all'attore e regista tarantino in sala anche  Claudio Virtù, uno dei mobbizzati del 1997 all’Ilva di Taranto e autore di un libro dal medesimo titolo da cui è stata tratta la sceneggiatura. “Naturalmente ambientalista, sono figlio di operai e un operaista, mi hanno chiesto di occuparmi di cinema e non di politica o di sindacato, ebbene ho fatto cinema, per amore della mia città. Ne è scaturita una critica al cinismo e all’indifferenza, al menefreghismo e all’arrivismo, il vano blandire il padrone, ma nello stesso tempo la necessità di accrescere la coscienza di classe e la consapevolezza civica diffusa, registrando la crisi di rappresentativitá del sindacato in fabbrica. La figura di Caterino Lamanna, che porta il nome di uno dei primi confinati di reparto alla FIAT, è l’emblema di tutte le contraddizioni che la presenza siderurgica e la protervia padronale porta in una città baciata dal mare e dalla natura, da quelle ambientali a quelle sociali del Sud operaio. / fe.d.

 

La mia città, in una sorta di autoanalisi, sta metabolizzando il racconto del film e ne sta traendo conclusioni molto importanti.

Il mio film però non è solo per Taranto, per i tarantini.

Palazzina laf vuole raccontare la condizione dei lavoratori delle nostre fabbriche, vuole parlare del silenzio che c’è attorno e dentro alle nostre fabbriche.

Il mio film parla dei lavoratori: di quelli che difendono la propria dignità, il proprio ruolo e le proprie competenze e di quelli che sono disposti a vendere la propria dignità e i propri colleghi pur di ricoprire un ruolo che non gli compete.

Il mio film è un urlo di rabbia nei confronti della politica (soprattutto di sinistra) e del sindacato per aver abbandonato la dimensione umana del lavoratore e averlo ridotto a una semplice tessera sindacale. Michele Riondino, 4.12.2023

 

La recensione di Paola Casella, del "Quotidiano di Puglia", 2.12.2023


Ho visto Palazzina Laf: film crudo, realistico e soprattutto coraggioso. Quella vicenda è consegnata alla storia, ma non è ancora troppo lontana nel tempo. L’interpretazione di Michele Riondino è magistrale, ha impersonato il protagonista, Caterino Lamanna, con l’anima ed ogni fibra del suo corpo, per l’intensità della sua espressione mi ha ricordato in qualche tratto Eduardo De Filippo.

Bravissimi Elio Germano, che ha dato vita a Giancarlo Basile, un personaggio che resterà ormai nella storia del cinema, e tutti gli altri attori che hanno messo a nudo in modo autentico e credibile l’umanità dei personaggi.

Al centro della storia il primo caso di mobbing della storia d’Italia, il diritto ad un lavoro degno, accennato il dramma sanitario.

Struggente l’interpretazione di Diodato nella colonna sonora che è una poesia d’amore in musica per la nostra terra.

In primo piano nel film la fabbrica, il suo inferno, il quartiere Tamburi, la masseria, che mi è sembrata quella di Vincenzo Fornaro; la città si è vista, invece, solo sullo sfondo, bellissima, ma lontana e, all’epoca, ancora ignara della sua condizione, della sua forza e soprattutto del nuovo destino che ormai pretende. -

 

Ottima recensione quella della giornalista Paola Casella, ma voglio solo fare una considerazione: nel 1997, anno in cui è ambientato il film, la popolazione di Taranto forse non si sa pensare ancora senza la grande fabbrica siderurgica, ma ignara non lo era: la consapevolezza in particolare ecologica crescerà sempre di più, meno nelle classi dirigenti politiche, “tutti si abbeverano alla mamma Italsider” era un motto che si sentiva spesso, per indicare che un’intera città era legata e dipendeva dalla monocultura dell’acciaio, che dà benessere ‘a tutti’ e da cui la classe politica dominante e “im-prenditori” scassati “prendono prebende”. La vicenda della palazzina LAF scuote ancor di più le coscienze, rimette al centro la posizione della classe operaia, alle prese in quegli anni con la privatizzazione del ‘polo siderurgico strategico’: tanto strategico da essere svenduto dal governo Dini a un padrone senza scrupoli, mentre la città era governata dal ‘citismo’ e l’estrema destra egemone, sindaco Gaetano De Cosmo. Pochi allora compresero, questo sì, che quella vicenda di mobbing operaio alludeva a una necessaria svolta storico-politica, l’unità di cittadini e lavoratori, per riprendere in mano il destino del proprio territorio. Ma c’è chi non lo comprende ancora adesso. 

- Il 26 novembre 2017 ci lasciava precocemente Alessandro Leogrande, scrittore e giornalista d’inchiesta tarantino dalla parte degli ultimi. Anche l’ultimo film dell’attore e regista Michele Riondino, anche lui di Taranto, PALAZZINA LAF, è dedicato a lui. Anche la recente cura editoriale delle poesie del poeta-operaio Pasquale Pinto di Stefano Modeo per Marcos y Marcos (”La terra di ferro”) va inscritta in un lascito ”alessandrino”.

Perché noi, in queste terre, gli siamo tutti debitori. Amava Pasolini, Alessandro, studiava Gramsci, utilizzava molte loro analisi e categorie per capire il presente dell’emarginazione sociale, delle storie di chi non ha voce per raccontarle. Pagine dolenti le sue, necessarie però al riscatto dei subalterni. E un atto d’amore per i sud senza latitudine. 

 

Ci sono città che diventano specchio del paese, delle sue trasformazioni, dei suoi nodi irrisolti, dei suoi fallimenti, delle sue cadute, delle sue ansie di riscatto. Taranto è una di queste: singolare laboratorio urbano, stretto tra le ciminiere dell’Ilva e il mare che si apre davanti ai suoi palazzi, emblema dello sviluppo novecentesco e del suo rifluire verso una crisi profonda. Taranto è una città a strati. Una città in cui i piani storici, temporali, sociologici si accavallano, spesso nascondendosi a vicenda. L’essere stata una antica capitale della Magna Grecia, un porto del Mediterraneo avvezzo al meticciato e alle più disparate dominazioni straniere, è solo uno di questi strati: uno strato sempre più difficile da afferrare, che sprofonda nei meandri della Storia e sovente ritorna sotto forma di sogno o pulsione nascosta. Ma la città che conosciamo, quella che oggi si estende come una grigia lingua di cemento per diversi chilometri all’apice del golfo che prende il suo nome, è in realtà una città profondamente novecentesca, segnata dalla grande industria e dalle politiche di sviluppo che l’hanno determinata. Negli ultimi decenni dell’Ottocento, subito dopo l’Unità d’Italia, Taranto aveva poco più di trentamila abitanti. Essi abitavano per lo più nell’antica isola, la città vecchia. Con la costruzione dell’Arsenale militare è iniziato il caotico sviluppo economico e urbanistico che l’ha poi contraddistinta per tutto il ventesimo secolo. Proprio sul fallimento di quell’apparato militar-industriale, è stato in seguito edificato il sogno siderurgico, la nuova industria di Stato che ha fatto di Taranto la città più operaia del Mezzogiorno. Di quella fucina prometeica, incistata sulle rive dello Ionio, solo molto tempo dopo si sono raccolti i cocci. 

Alessandro Leogrande, 2013, da “Fumo sulla città”, Fandango, cit. ed. digitale Feltrinelli 2022, §corrispondente


- Il film di Riondino PALAZZINA LAF è dedicato ad Alessandro Leogrande. Crediamo sia proprio l’opera da noi citata ad aver costituito una prima sceneggiatura del film, corroborata da un altro testo che per l’attore e ora anche regista di terra jonica è stato fonte di ispirazione per l’intera vicenda e il profilo dei personaggi: PALAZZINA LAF - Mobbing: la violenza del padrone, di Claudio Virtù (in foto accanto a Michele Riondino alla prima di Taranto) per le edizioni Archita, 2001, testo ormai introvabile e da ristampare per una sua distribuzione su larga scala.


#LavoroPolitico #PalazzinaLAF #mobbing #classeoperaia

 



 

C’è ora anche da annoverare il libro del poeta-operaio (dell’Ilva) Pasquale Pinto, curato da Stefano Modeo per Marcos y Marcos “La terra di ferro e altre poesie (1971-1992)“ https://www.leparoleelecose.it/?p=38661

oltre che il saggio di Salvatore Romeo “L'acciaio in fumo-L'Ilva di Taranto dal 1945 a oggi”, per Donzelli, 2019, che sta diventando un classico storiografico di storia dell’industria, indispensabile per la memoria operaia.

Per l’analisi politico-sociologica cfr. su questo blog

 

Mutazione antropologica e paradigma produttivistico: il caso-Taranto e l'analisi marxista

 



 

 

a cura di Ferdinando Dubla


martedì 25 ottobre 2022

UNA PIAZZA E I SUOI BRACCIANTI

 

Vi presentiamo il documentario di Pino Adriano (scritto e girato in collaborazione con Silvana Pintozzi) Braccianti a Minervino Murge, girato tra il 1978 e il 1979 (andato in onda sulla RAI il 3 marzo 1979) attraverso le recensioni apparse sull'Unità dell'epoca.

trascrizione dall'Unità del 3 marzo 1979

- Sulla Rete 1 un programma su Minervino Murge
Seconda puntata di Foto di gruppo che presenta questa volta un programma su Minervino Murge, centro agricolo pugliese. A Silvana Pintozzi e Pino Adriano abbiamo chiesto di illustrare la loro trasmissione.

- Arrivammo a Minervino Murge una sera di novembre all'imbrunire, a conclusione di un faticoso sopralluogo nel quadrilatero dell'Alta Murgia compreso tra le "città contadine" di Altamura, Gravina e Spinazzola e, appunto, Minervino. Il paese si affacciava come un balcone di pietra bianca dalla Murgia sassosa sulla fertile piana del Vulture, con le sue piccole case aguzze disposte longitudinalmente su file parallele come denti di una sega. Apparentemente intatto, non sembrava aver risentito delle devastazioni del tempo, nè degli effetti ben più disastrosi dell'emigrazione e del conseguente fittizio boom economico che aveva distrutto il tessuto urbano e sociale delle "città" consorelle. Imboccata l'arteria principale, arrivammo in piazza: gremita all'inverosimile da una folla di uomini di mezza età, con i volti bruciati dal sole che a noi sembravano tutti eguali, raggruppati a due e a tre, ronzava un brusio assordante. Un altoparlante annunciava una riunione sindacale per i braccianti e i piccoli contadini, mentre un cartello affisso sul portone della Biblioteca comunale comunicava per la stessa ora una seduta della costituenda Cooperativa agricola dei giovani disoccupati. "Finalmente!" ci dicemmo con animo sollevato. "Non solo un paese che vive ancora di agricoltura, ma con una gioventù piena di spirito d'iniziativa, che reagisce e si organizza in nuove forme produttive". E, con rinnovato entusiasmo, affrontammo la cooperativa e i rappresentanti sindacali.
Doveva essere quello il primo di ripetuti soggiorni che ci tennero a Minervino per più di due mesi durante i quali ci sforzammo di comprendere con pazienza e semplicità la realtà del paese. Il primo problema fu quello di convincere i minervinesi che eravamo là proprio per capire e raccontare la loro storia e non per girare un film di soggetto esotico ambientato nei vicoli saraceni della rocca. Pur spogliandoci d'ogni saccenteria, mostrammo documenti trovati negli archivi del comitato di solidarietà di Bari relativi ai processi subiti dai braccianti dal '54 al '60 per invasione di terre, blocchi stradali, radunate sediziose, ecc., raccontammo episodi rintracciati qua e là nella scarsa letteratura esistente, insistemmo per chiarire fatti avvolti nel mito: frequentammo i numerosi circoli ricreativi, i bar, sostammo ogni sera a lungo nella piazza, entrammo nelle case. Ci conquistammo una certa credibilità e conoscemmo autentici personaggi di straordinario interesse umano e sociale che, un episodio dopo l'altro, con dignità, grande efficacia espressiva e arguzia, ricucirono col filo della memoria, sulla base della propria esperienza personale, cinquant'anni di storia, dalle lotte antifasciste, all'insurrezione del dopoguerra, all'occupazione delle terre, al fallimento della Riforma agraria, alla massiccia emigrazione degli ultimi decenni. Braccianti e contadini poveri, da sempre in lotta per un pezzo di terra, per una giornata di lavoro, per il diritto di sopravvivere, segnati dalle profonde cicatrici di ripetute amare sconfitte, avviliti dall'ingiustizia dei governi e dal disinteresse del potere politico, oggi i minervinesi non credono più nella possibilità di cambiamenti radicali: "E' sempre la stessa storia", dicono. "Fame, lotta e galera! Non finirà mai!". E i giovani della cooperativa? Abbiamo seguito passo passo anche la loro vicenda e continuiamo a seguirla. Da più di un anno si battono per l'assegnazione di terreni comunali, contro tenaci e cieche opposizioni, contro intimidazioni e denunce, per dimostrare che anche a Minervino si può vivere dignitosamente senza sussidio di disoccupazione, senza pensione di invalidità, senza raccomandazioni politiche, senza emigrare. E' ancora "sempre la stessa storia" o forse l'inizio di un futuro diverso per quanto difficile? "Mah, forse..." dice il giovane bibliotecario.
"E' difficile, vivendo qui, circondati dall'abbandono e dalla sfiducia, avere sempre la forza, o l'illusione, di dire che domani sarà tutto diverso".

f.to Silvana Pintozzi e Pino Adriano

Il 5 marzo 1979 l''Unità si occuperà ancora del documentario con un articolo, sempre nella pagina degli spettacoli, dal titolo "Un paese in lotta da quattro generazioni", a firma p.c., in cui si legge: "Questi giovani non chiedono la 'proprietà del 'fazzoletto' di terra; si organizzano per poter restare, lavorare insieme sulla terra, con la forza che deriva dall'essere in tanti e uniti; mettono sotto accusa una politica che ha voluto il "miracolo economico" sulla pelle dell'agricoltura e delle aree interne; parlando di risorse, di programmazione, lo stesso linguaggio dei politici e degli economisti più avveduti".
ivi, pag. 6.

Su questo blog vedi anche 

LO SGUARDO DEL BRACCIANTE di MINERVINO in Ernesto de Martino


A Minervino era stato girato anche il film d’esordio di Lina Wertmuller, “I basilischi” (1963).


Il documentario (durata 1h11') è nella sezione Movie Subaltern del nostro canale video. Questo il link #documentario



Braccianti a Minervino Murge (BA) RAI 1





giovedì 17 marzo 2022

IL GRANDE SPIRITO, di Sergio Rubini: LO SPIRITO DEI SIOUX NELLA TARANTO DELL’ILVA

 





Tra i palazzi del quartiere Tamburi di Taranto, a ridosso delle ciminiere dell’ imponente e sfiammeggiante impianto siderurgico più grande d’Europa, si consuma la vita di Cervo Nero, l’ultimo nativo. La sua alienazione è da sradicamento, perdita della presenza, che può reintegrarsi solo con il grande spirito dell’appartenenza ancestrale, mentre nel mondo intorno si uccide per il profitto, il denaro, il falso amore, la produzione e ci si rincorre a vuoto sulle terrazze contigue dei condomini popolari con un’umanità violenta perchè dolente, con vero impazzimento sociale. Il film più demartiniano di Sergio Rubini con un superbo Rocco Papaleo.

 MOVIE SUBALTERN

 In esclusiva sul canale You Tube di Subaltern studies Italia

durata 1’57”

 

Girato a Taranto, sullo sfondo dell’ imponente Ilva sulla città e sulle vicende umane, il film è uscito nelle sale cinematografiche italiane il 9 maggio 2019. Un piccolo malvivente decide di appropriarsi del bottino di una rapina effettuata in città. Inseguito dai suoi ex complici, ferito, si rifugia in una terrazza, dove vive Renato (Rocco Papaleo) un uomo con problemi psichici, che si crede un Sioux e si fa chiamare Cervo Nero. È proprio quest’ultimo il vero rappresentante dello spirito del film: come i nativi americani, è lo sradicamento del senso di appartenenza ad avergli fatto smarrire ‘la presenza’, di demartiniana memoria. Nasce così un sodalizio e un'amicizia che aiuta entrambi a sopravvivere in un mondo reale più triste e violento del far west immaginato da Renato.

https://youtu.be/fl5PzHet9dM

 


lunedì 8 luglio 2019

L’UMANESIMO del giovane MARX


Il Marx degli anni giovanili non è uno dei giovani hegeliani contro cui, anzi, scrive la sua critica insieme al compagno fraterno Friedrich Engels (“La Sacra Famiglia”, a proposito di Bruno Bauer e dei suoi fratelli e soci). E’ un filosofo politico, giornalista appassionato, che concepisce la rivoluzione sociale nella concezione materialistica della storia. E lo fa non hegelianamente, ma criticando Hegel: nei Manoscritti del 1844 e nell’ “Ideologia tedesca” dell’anno successivo (lasciata poi alla “critica roditrice dei topi” in quanto funzionale solo ai conti con l’”anteriore coscienza filosofica”) e nelle straordinarie tesi su Feuerbach, il giovane Marx forgia gli strumenti teorico-politici dell’emancipazione delle classi oppresse e della loro definitiva liberazione dalle catene dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Il socialismo e il comunismo vengono intesi non più come utopie palingenetiche e dunque prescientifiche, ma come orizzonti possibili per via rivoluzionaria. Disvelare la struttura dei rapporti di produzione diventa compito rivoluzionario unitario nella prassi cosciente, in quanto la coscienza (di classe) si libera di apparenze fenomeniche che ne occultano il ruolo mai astrattamente teoretico di dinamica storica della trasformazione, effettiva e concreta. Lo stesso concetto di “arcano delle merci”, presente nel I libro de “Il Capitale”, si pone all'interno della categoria di reificazione, un punto forte di congiunzione con il giovane Marx dei Manoscritti del 1844 e la categoria di alienazione, dimostrazione concreta che nel filosofo di Treviri è indisgiungibile, a dispetto della “rottura epistemologica” di Althusser, la metodologia dello scienziato dell'economia politica dall'impostazione umanistica dell'analisi sociale.
Quel nuovo umanesimo che scaldo’ i cuori e le teste dei rivoluzionari secolarizzati, quel nuovo umanesimo che parla ancora oggi, necessario al superamento della civiltà della mercificazione, perché l’arcano delle merci non è che gli stessi rapporti umani occultati dalle forme del capitale. La mercificazione dei rapporti umani è, oggi, uno degli aspetti più devastanti delle forme in cui appare il dominio di classe nel sistema capitalista. (fe.d.)


giovedì 2 dicembre 2010

«La svolta» del silenzio interrotto: «Donne contro l'Ilva» di Taranto

Un articolo da Il Manifesto

«La svolta» del silenzio interrotto: «Donne contro l'Ilva» di Taranto
Il film documentario di Valentina D'Amico tratto dal libro di Francesca Caliolo racconta la rabbia di chi impotente ha assistito agli "omicidi"
di Michele Fumagallo

Bisognerebbe far fare un corso di cinema (o altra arte) indipendente al ministro Bondi e alla misera classe dirigente che ci ritroviamo. Così forse imparerebbero cosa è la libertà, cos'è la produzione vera, fatta di passione e impegno, oltre che sudore. Imparerebbero forse qual è la strada vera del nuovo sviluppo delle arti. In questo caso parliamo del film documentario di Valentina D’Amico, “La svolta. Donne contro l’Ilva”, già presentato allo scorso festival di Venezia e adesso in giro per altri festival e m,manifestazioni di aiuto e supporto alle vere protagoniste del film, le donne che hanno visto morire i loro uomini e ammalarsi di inquinamento un’infinità di persone in una delle città più importanti d’Italia, Taranto, sede dell’Ilva, lo stabilimento di acciaieria più grande del nostro paese. La svolta sta per silenzio interrotto, la rabbia che prende il mondo subalterno quando si calpestano i diritti fondamentali come quello alla vita e alla salute. Ed è soprattutto la rabbia indomabile delle donne che viene fuori da questo documentario. Con sicurezza e ragionamenti che sono un implacabile atto d’ accusa contro i padroni dell’ acciaio. Contro “ omicidi” derubricati a fisiologia della fabbrica e del lavoro, come racconta padron Riva con una sfrontatezza oppure semplicemente insensibilità di chi ha svenduto la propria umanità al denaro, alle cose. Un film, ritmato dalla colonna sonora degli Yo Yo Mundi, che denuncia sicuramente ma soprattutto commuove. E, sempre frutto dell’indipendenza di questo lavoro, sostenuto soltanto ormai gli appuntamenti8 che discutono attorno al film di questa vicenda che, nonostante l’ importanza della fabbrica, fatica molto a uscire dai confini regionali, anzi spesso locali. Tratto dal libro <<>> di Francesca Caliolo, il film sarà giovedì 26 novembre a Leverano (Lecce), dove le associazioni Mujmunè e Atlantide hanno organizzato la serata (ore 21). Ma sentiamo Valentina D’amico: "l’ilva ha il primato delle morti sul lavoro in Italia, e non solo. Negli ultimi 15 anni sono morti 43 operai, tre all’anno. Il problema è che sono morti lente, difficili quindi da far uscire dall’anonimato, a differenza di quanto è’ accaduto, ad esempio, per i 7 morti della Tyssen Krupp. Tieni presente, poi, che per la prevenzione si fa poco o nulla, ed è facile comprare il silenzio degli operai." A Taranto l’Ilva ha giocato con la vita e la morte delle persone. Con la vita perché, già da quando fu annunciato l’ investimento e poi quando fu messa la prima pietra dell’acciaieria (1961), ci fu un entusiasmo non da poco: per l’emigrazione che poteva essere bloccata, oltre che per la speranza in una certa autonomia. Con la morte perché la città ha cominciato a veder moltiplicati i suoi morti sul lavoro, oltre a subire un inquinamento pazzesco, causa di nuove molteplici malattie, tra cui l’autismo, e le malattie mentali, in uno stabilimento che usava la palazzina Laf come un vero e proprio leger per operai ribelli (sono le scene più terribili del documentario).Il film inizia con documentari d’epoca che magnificano le sorti della nascita dell’Italsider (si chiamava così allora) che avrebbe portato progresso e sostituito il passato povero e agricolo della città. Ma subito entriamo nel merito, e parlano le donne. Vita, Anna, Caterina,Francesca e tutte le altre. Francesca Caliolo, moglie di Antonio Mingolla, morto all’Ilva, la racconta così : <<>>. Invece la città del mare e delle vestigia della Magna Grecia non offre più sogni di questo tipo.
Da Il Manifesto del 25/11/2010

giovedì 19 novembre 2009

UNA GOMORRA IN TERRA JONICA

La reazione di molti cittadini di Taranto alla visione del film “Marpiccolo” del regista Alessandro Di Robilant è un misto di sgomento e indignazione: ma come, noi siamo quelli là? Una reazione ingenua e nello stesso tempo riflesso condizionato di chi scambia un’opera artistica (quale è un film e il suo specifico linguaggio, il suo stile particolare) con un documentario turistico. Molti non verranno più a Taranto, la lamentazione, si sottolineano solo gli aspetti negativi, si occultano i positivi, e via di questo passo. Eppure, le riprese della camera cinematografica che fanno da sfondo alla storia di Tiziano (un eccellente Giulio Berenek, figlio di giostrai trapiantati a Taranto, al suo esordio in un ruolo in cui gli si chiedeva di recitare in buona parte se stesso) sono un atto d’amore. Le alte ciminiere dell’Ilva che eruttano i veleni che ammorbano un’aria altrimenti limpida e baciata costantemente da un sole grande, instancabile, un mare azzurro e meraviglioso che restituisce la carcassa di una pecora ammazzata dalla diossina dello stabilimento siderurgico (la scena iniziale) vogliono restituire un’immagine di città violentata, stuprata, cinicamente devastata nelle forme e nell’intimo, anche nella dignità dei suoi abitanti. E la lotta delle mamme del Paolo VI per impedire l’installazione di un’antenna per telefonia cellulare davanti a plessi scolastici frequentati dai loro bambini, è il grido di disperazione di cui è comunque capace un corpo sano che rifiuta la malattia, frutto di una patologia più grande, quella sociale. L’atto d’amore va di pari passo con l’atto d’accusa: lo sviluppo malato produce organizzazione criminale, violenza diffusa, emarginazione nei quartieri popolari, prepotenza, odio che si incanala in comportamenti devianti piuttosto che in consapevole ribellione allo Stato e alle sue istituzioni (in questo senso, il gesto più dignitoso e liberatorio è quello della mamma di Tiziano all’autorità giunta a “sedare gli animi” minacciando ritorsioni violente alla pacifica manifestazione). Il padre del protagonista non è figura marginale, semmai altamente simbolica: il male sociale è un lavoro che non c’è e uccide l’anima (la perdita al gioco come psicologica coazione a ripetere) e quando c’è uccide o mutila il corpo: il lavoro come ricatto lo impone l’Ilva così come la delinquenza organizzata.
Anche in terra jonica, dunque, c’è un pezzo della Gomorra raccontata da Saviano e dal film di Garrone: ma se lì la condanna sociale non vede (ed è un limite) possibilità di riscatto, qui la fuga in moto dei nostri due figli verso altre città, altre terre, è la voglia di un possibile riscatto, se solo i nostri territori sfigurati e la nostra popolazione ferita si lanciassero anche loro verso una prospettiva diversa, altra rispetto al presente, riappropriandosi di un destino che li appartiene.