le lenti di Gramsci

sabato 13 ottobre 2018

Bauman, rabdomante della modernità liquida


La rivista «Sicurezza e Scienze Sociali» dedica un numero al sociologo e pensatore polacco

articolo di Francesco Antonelli- - - apparso su Il Manifesto, 12 ottobre 2018


Zygmunt Bauman è stata una delle figure più rappresentative della sociologia mondiale in questo primo ventennio del Duemila. Quella metafora della liquidità con la quale ha saputo leggere con acutezza e profondità le molteplici conseguenze della globalizzazione sulle persone e sulle società, lo ha reso famoso presso un pubblico vastissimo. Bauman ha così mostrato che il compito di quei nuovi «intellettuali interpreti» (soprattutto i sociologi) di cui aveva analizzato ascesa e persino necessità già nel 1987, è innanzitutto fornire grandi e comprensibili quadri di lettura di una realtà che, altrimenti, rischia nella contemporaneità di essere oscura e completamente sfuggente.
NONOSTANTE QUESTI indiscutibili meriti o forse a causa di essi, l’opera di Bauman – in parte come accadde in vita a Georg Simmel, sua grande fonte d’ispirazione – ha sempre diviso profondamente la comunità scientifica che in buona sostanza gli ha rimproverato una certa debolezza metodologica, la mancata produzione di una teoria organica e lo stile eccessivamente divulgativo. Peccato mortale in un’accademia divisa tra autoreferenzialità e iper-specializzazione, non in grado di cogliere nel suo insieme la complessità sociale. A questi attacchi si uniscono oggi quelli più volgari e poco documentati di alcuni neo-sovranisti che lo accusano di essere stato, addirittura, un apologeta della globalizzazione e della postmodernità. Quando, al contrario, Bauman ne è stato uno dei più attenti critici senza rinunciare, innanzitutto, a descrivere la realtà così come si presenta.
Che ne sarà quindi dell’eredità di Bauman? A questa domanda prova a dare una risposta il numero monografico della rivista Sicurezza e Scienze Sociali (edita da Franco Angeli), curata da Riccardo Mazzeo, e significativamente intitolatoZygmunt Bauman. I cancelli dell’acqua. Questa opera si segnala innanzitutto perché va ad arricchire una paradossalmente scarsa produzione critica, sia in Italia sia all’estero, sull’opera di Bauman.
Il secondo merito di questo numero monografico è quello di riunire su una molteplicità di aspetti dell’opera del sociologo polacco – dalla Shoah al lavoro, dalla globalizzazione agli intellettuali – le riflessioni di alcuni dei più autorevoli studiosi italiani di scienze sociali – da Mauro Magatti a Vanni Codeluppi – molti dei quali, come Benedetto Vecchi, hanno conosciuto e lavorato con lo stesso Bauman. Allo stesso tempo, significativa è la presenza dei contributi di più giovani ma non meno acuti studiosi come Sabina Curti o Vincenzo Romania. Tre sono i punti fondamentali che, come un filo rosso, attraversano tutti i saggi raccolti nella rivista. Il primo concerne il permanere o meno di una condizione di modernità liquida nelle società contemporanee, soprattutto alla luce di quello che è il tema generale della rivista: il rapporto tra sicurezza e socialità.
GIÀ BAUMAN, soprattutto nella sua ultima opera, pubblicata postuma e dedicata alle «retrotopie», sottolineava l’ingresso delle società occidentali nella gramsciana fase dell’interregno. Una sorta di caotico guado nel quale il vecchio (in questo caso rappresentato dalla modernità liquida, cioè dalla fase più dinamica e dirompente della globalizzazione neo-liberale) si destruttura, e il nuovo ancora non è nato. I saggi contenuti nel numero mostrano come questo stato di crisi cronica sia dovuto, soprattutto, a un approfondimento delle condizioni della modernità liquida ribadendo così, con il dovuto senso critico, il permanere della fecondità delle analisi di Bauman.
LA SECONDA QUESTIONE attiene all’impianto metodologico dell’opera del sociologo polacco: proprio quella che viene spesso indicata come una debolezza è invece, come argomenta Magatti, una forza dell’opera di Bauman; che ci sollecita continuamente a essere curiosi, rabdomanti del mutamento, e orientati a fornire ad un pubblico più vasto gli strumenti per comprendersi e comprendere il mondo circostante. Una postura intellettuale di tipo critico del tutto peculiare e che, come argomenta Luca Corchia nel suo bel saggio, divide profondamente Bauman da Habermas; canonicamente considerato l’intellettuale critico (e classico) per eccellenza.
INFINE, IL TERZO FILO rosso è rintracciabile nella questione del rapporto tra Bauman, la modernità e la società keynesiano-fordista: qui emerge quella centralità dell’ambivalenza come categoria interpretativa baumaniana che, da una parte rivela l’esito totalitario che la modernità ha portato con sé; e, dall’altra, l’importanza di sicurezze e garanzie istituzionalizzate, nonché delle politiche redistributive, nello stabilizzare la vita sociale e individuale di fronte all’incontenibile dinamismo dell’economia. Un tema di nuovo centrale per determinare, in positivo o in negativo, l’approdo al quale ci condurrà la lunga fase di interregno nel quale siamo immersi.



lunedì 8 ottobre 2018

Intervista a Carol Ann Tomlinson, pedagogista e scrittrice americana


CONTRO LA SCUOLA “QUANTITATIVA” DEI TEST E DELLE MISURAZIONI

l’intervista all’autrice de The Differentiated classroom: Responding to the Needs of All Learners, 
testo non ancora tradotto in italiano, ma la cui lettura sarebbe vivamente consigliata agli esponenti ministeriali dell’antipedagogia nostrana, è a cura di Arianna Di Genova ed è apparsa su Il Manifesto del 5/10/2018.
«Ascoltiamo i ragazzi» è il titolo della sua relazione al simposio di Rimini. Come crede che una comunità di adulti possa seguire questa sollecitazione?
Nella mia esperienza di quasi cinquant’anni di insegnamento, ho potuto constatare che i giovani desiderano sempre un confronto con gli adulti purché li ritengano affidabili, interessati e solidali. Le nostre parole non passano mai inosservate. Bambini e adolescenti controllano come li salutiamo, come rispondiamo ai loro momenti positivi e negativi, se mostriamo fiducia o no. Quando trasmettiamo un senso di cura in modo chiaro e positivo, si mostrano disponibili a condividere con noi le loro storie. Così facendo, diventano i nostri insegnanti. Quando accade, oltre all’ascolto attento, è necessario riflettere sul significato di ciò che raccontano, elaborare quel che ascoltiamo in modo ponderato e, infine, agire sul messaggio che ci stanno consegnando. L’azione dovrebbe essere un supporto per la stima di quel particolare individuo.


Carol Ann Tomlinson

Lei ritiene che la scuola non debba essere solo una palestra per il lavoro futuro o un luogo dove sperimentare la competizione…
La competizione fa parte della vita, naturalmente, ma è preferibile che la scuola aiuti i giovani a diventare competenti e fiduciosi – sia accademicamente che personalmente. È fondamentale che ognuno di loro comprenda che è artefice del proprio destino, solo così sarà costruttivo e felice. Questo deve rimanere vero anche nei periodi più bui.
A cosa risponde, dunque, la sua idea di «educazione differenziata»?
È qualcosa che accade quando i dirigenti scolastici e insegnanti immaginano il loro lavoro come un ausilio nello sviluppo di tutti gli aspetti degli studenti, stimolando bambini e ragazzi a diventare «completi». Lavorando per assicurarsi che le esperienze in classe (e le altre opportunità) enfatizzino cose come trovare la propria voce, fissare gli obiettivi, prendersi cura gli uni degli altri, collaborare in modo efficace, riconsegnare il conflitto in modo proficuo, ascoltare e apprendere da varie prospettive, esprimere empatia, oltre a formarsi proprie idee e testare abilità. Gli studenti che imparano meglio sono quelli che vivono in forti comunità scolastiche.
Cosa manca principalmente alla scuola americana per poter rispondere meglio alle esigenze di una società in rapido cambiamento?
La società americana ha bisogno di capire quanto sia incredibilmente complesso il lavoro di un docente. A volte, è più facile incolpare che sostenere. Quando non si riesce ad apprezzare una risorsa essenziale come l’insegnamento, quel lavoro si traduce in una perdita, per la comunità tutta. Negli Stati Uniti ci siamo consacrati al sistema dei punteggi in test standardizzati. È qualcosa di de-professionalizzante per chi insegna e danneggia il senso di soddisfazione degli studenti, che invece dovrebbe essere il fulcro delle classi. Oltretutto, abbiamo ormai abbondanti prove che la ricerca dei voti con i test non porta nessun grande risultato.

mercoledì 3 ottobre 2018

IL POTERE POLITICO DELLE ARMI



Manlio Dinucci su Il Manifesto, 2/10/2018
[integrale]
L'arte della guerra. Si discute della finanziaria in deficit, ma si tace sul fatto che l’Italia spende ogni anno miliardi a scopo militare.
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Mercati e Unione europea in allarme, opposizione all’attacco, richiamo del presidente della Repubblica alla Costituzione, perché l’annunciata manovra finanziaria del governo comporterebbe un deficit di circa 27 miliardi di euro. Silenzio assoluto invece, sia nel governo che nell’opposizione, sul fatto che l’Italia spende in un anno una somma analoga a scopo militare. Quella del 2018 è di circa 25 miliardi di euro, cui si aggiungono altre voci di carattere miitare portandola a oltre 27 miliardi. Sono oltre 70 milioni di euro al giorno, in aumento poiché l’Italia si è impegnata nella Nato a portarli a circa 100 milioni al giorno.
Perché nessuno mette in discussione il crescente esborso di denaro pubblico per armi, forze armate e interventi militari? Perché vorrebbe dire mettersi contro gli Stati uniti, l’«alleato privilegiato» (ossia dominante), che ci richiede un continuo aumento della spesa militare.
Quella statunitense per l’anno fiscale 2019 (iniziato il 1° ottobre 2018) supera i 700 miliardi di dollari, cui si aggiungono altre voci di carattere militare, compresi quasi 200 miliardi per i militari a riposo. La spesa militare complessiva degli Stati uniti sale così a oltre 1.000 miliardi di dollari annui, ossia a un quarto della spesa federale. Un crescente investimento nella guerra, che permette agli Stati uniti (secondo la motivazione ufficiale del Pentagono) di «rimanere la preminente potenza militare nel mondo, assicurare che i rapporti di potenza restino a nostro favore e far avanzare un ordine internazionale che favorisca al massimo la nostra prosperità».
La spesa militare provocherà però nel budget federale, nell’anno fiscale 2019, un deficit di quasi 1.000 miliardi. Questo farà aumentare ulteriormente il debito del governo federale Usa, salito a circa 21.500 miliardi di dollari. Esso viene scaricato all’interno con tagli alle spese sociali e, all’estero, stampando dollari, usati quale principale moneta delle riserve valutarie mondiali e delle quotazioni delle materie prime.
C’è però chi guadagna dalla crescente spesa militare. Sono i colossi dell’industria bellica. Tra le dieci maggiori produttrici mondiali di armamenti, sei sono statunitensi: Lockheed Martin, Boeing, Raytheon Company, Northrop Grumman, General Dynamics, L3 Technologies. Seguono la britannica Bae Systems, la franco-olandese Airbus, l’italiana Leonardo (già Finmeccanica) salita al nono posto, e la francese Thales.
Non sono solo gigantesche aziende produttrici di armamenti. Esse formano il complesso militare-industriale, strettamente integrato con istituzioni e partiti, in un esteso e profondo intreccio di interessi. Ciò crea un vero e proprio establishment delle armi, i cui profitti e poteri aumentano nella misura in cui aumentano tensioni e guerre.
La Leonardo, che ricava l’85% del suo fatturato dalla vendita di armi, è integrata nel complesso militare-industriale statunitense: fornisce prodotti e servizi non solo alle Forze armate e alle aziende del Pentagono, ma anche alle agenzie d’intelligence, mentre in Italia gestisce l’impianto di Cameri dei caccia F-35 della Lockheed Martin. In settembre la Leonardo è stata scelta dal Pentagono, con la Boeing prima contrattista, per fornire alla Us Air Force l’elicottero da attacco Aw139. In agosto, Fincantieri (controllata dalla società finanziaria del Ministero dell’Economia e delle Finanze) ha consegnato alla Us Navy, con la Lockheed Martin, altre due navi da combattimento litorale.
Tutto questo va tenuto presente quando ci si chiede perché, negli organi parlamentari e istituzionali italiani, c’è uno schiacciante consenso multipartisan a non tagliare ma ad aumentare la spesa militare.