le lenti di Gramsci

venerdì 13 aprile 2018

L’irriducibilità dell’oggetto


Storia delle idee. Nuova edizione per i testi di Alfred Schmidt e Hans-Georg Backaus, due classici francofortesi che indagano l’opera di Marx in relazione con l’idealismo tedesco. «La realtà sfugge sempre alla presa del concetto, che non si lascia identificare»

di Stefano Petrucciani
fonte: Il Manifesto, 13 aprile 2018

Gli anni Sessanta del Novecento non sono stati solo la grande stagione dei movimenti, ma anche un periodo di straordinario rinnovamento e ripensamento del marxismo. A mio modo di vedere, il maggior rilievo lo hanno avuto tre correnti di pensiero che proprio in quella fase si sono sviluppate, non senza rapporto con i movimenti che attraversavano la società.
Le tre nuove letture del marxismo che hanno segnato il periodo sono state quella operaista di Panzieri, Tronti e Negri, quella althusseriana e quella francofortese. Tre esperienze nate nel cuore del vecchio continente (Italia, Francia, Germania) e molto diverse, anzi persino antagoniste, tra loro.

Il filone operaista e quello althusseriano sono stati certamente più innovativi; il vantaggio della lettura francofortese di Marx, però, stava nel fatto che essa era, almeno a mio parere, decisamente più aderente a quello che Marx era veramente stato. Gli interpreti di scuola francofortese, infatti, non contaminavano Marx con esperienze culturali eterogenee, ma lo leggevano in stretta connessione con tutta la vicenda dell’idealismo tedesco tra Kant e Hegel, cioè lo riportavano a quello che era stato veramente il suo terreno di formazione, i dibattiti e le polemiche dentro la scuola hegeliana e l’uso che si poteva fare del pensiero del grande maestro.
Ma cosa intendiamo quando parliamo di una lettura francofortese di Marx? Cerchiamo di chiarirlo in poche parole. I maestri della Scuola di Francoforte, come Horkheimer e Adorno, non avevano scritto libri su Marx; avevano cercato piuttosto di interpretarne creativamente il pensiero. Ma la lettura dell’autore del Manifesto che era presente nei loro testi suscitò, negli anni Sessanta, nel contesto dell’Istituto per la ricerca sociale di Francoforte, un nuovo approccio dialettico a Marx e al Capitale, dal quale scaturirono alcune opere e linee di ricerca che meritano ancora oggi di essere studiate con attenzione.
Tra i frutti migliori di quella stagione ci furono il lavoro di Reichelt sulla Struttura logica del concetto di Capitale (recentemente riproposto da manifestolibri), gli scritti del prematuramente scomparso Hans-Jürgen Krahl, gli studi di Alfred Schmidt e di Hans-Georg Backaus. I testi di questi ultimi due sono oggi nuovamente disponibili per il lettore italiano grazie al meritorio lavoro di Riccardo Bellofiore, che ha introdotto una nuova edizione del miglior libro di Schmidt (Il concetto di natura in Marx, Edizioni Punto Rosso, pp. 302, euro 20) e che ha curato, con Tommaso Redolfi Riva, una summa degli studi di Backhaus (Ricerche sulla critica marxiana dell’economia, Mimesis, pp. 416, euro 28), considerato l’iniziatore di quella che i tedeschi chiamano la Neue Marx-Lektüre, cioè un nuovo modo di leggere i testi marxiani.
Al di là della denominazione un po’ pomposa, la sostanza del discorso è abbastanza chiara: il Capitale non deve essere letto come una nuova o migliore teoria economica, ma come una critica delle categorie economiche, a cominciare da quelle di valore e denaro; mentre l’economia borghese le assume come date, Marx sviluppa dialetticamente, usando gli strumenti che gli derivano da Hegel, la loro genesi e le loro contraddizioni interne. E giunge così a mostrarne il carattere feticistico: è l’economia borghese che assume come feticci, come dati, come cose, delle categorie economiche che sono in verità il risultato di un processo di sviluppo, e che come tali hanno una loro genesi e un loro tramonto. Il nucleo del Capitale è lo svelamento di questo feticismo, cioè il mostrare come quelli che si presentano come dati o leggi dell’economia siano in realtà il risultato di rapporti sociali e conflittuali tra gli individui e le classi, superabili e non eterni.
Backhaus mostra come il sistema delle categorie economiche venga sviluppato in Marx attraverso un metodo dialettico che riprende per molti aspetti essenziali quello hegeliano. Non del tutto però, perché quella del Capitale di Marx non è una totalità compiuta come quella hegeliana, ma una totalità ancora contraddittoria, e dunque insidiata dal suo tramonto.
Proprio su questo, allora, si può innestare una riflessione come quella che Schmidt sviluppa nel suo Concetto di natura in Marx. Il punto lo aveva fissato chiaramente già il pensatore di Treviri nella famosa Introduzione del 1857, non pubblicata, a Per la critica dell’economia politica. Per il Marx della Introduzionela totalità concreta (il che vuol dire: concettualmente elaborata) è certamente un prodotto del pensiero, ma non «del concetto che genera se stesso», quanto piuttosto «dell’elaborazione in concetti dell’intuizione e della rappresentazione». La ricostruzione in concetti della realtà sociale come totalità contraddittoria è pur sempre (ed è qui che Marx si volge contro Hegel) il lavoro interpretativo di una mente che si misura con un oggetto reale che sta fuori di essa. Che rimane, come scrive Marx, «saldo nella sua autonomia fuori della mente». Il pensiero è attività di decifrazione che si esercita su qualcosa di altro, di non riducibile: l’oggetto o, come anche si può dire, la natura.
Su questo punto insiste il lavoro di Schmidt, profondamente segnato dall’insegnamento sia di Horkheimer che di Adorno. Da Horkheimer riprende il tema del materialismo e del naturalismo. Di Adorno Schmidt sviluppa, in connessione sempre col tema materialistico, un aspetto fondamentale: il concetto di natura allude a quello che Adorno chiamava il «non-identico»; cioè la realtà che sfugge sempre in qualche modo alla presa del concetto, che non si lascia identificare da esso pienamente e senza residui. E qui è forte il retaggio kantiano, del Kant che aveva insistito sui limiti del sapere che non può conoscere altro che il «nostro» mondo, ma non le cose come sono in se stesse.

Il punto d’approdo al quale coerentemente Schmidt arriva, perciò, è che l’epistemologia di Marx rappresenta una sorta di creativa e originale combinazione del momento hegeliano con quello kantiano. Come si legge nelConcetto di natura in Marx, «tra Kant e Hegel, Marx assume una posizione mediatrice difficilmente definibile. La sua critica materialistica alla identità hegeliana di soggetto e oggetto lo riconduce a Kant, anche se Marx non torna a concepire l’essere non-identico con il pensiero come una inconoscibile cosa in sé». Marx per un verso mantiene, contro Hegel, la tesi kantiana della non-identità di soggetto e oggetto.
Per altro verso però, schierandosi con Hegel contro Kant, sostiene che i due poli non hanno niente di statico, ma interagiscono e si modificano reciprocamente nel processo storico: noi cambiamo il mondo con le nostre azioni e questo retroagisce sui nostri modi di pensare. Seguendo Hegel, Marx storicizza le categorie kantiane; andando oltre Hegel, connette più strettamente le trasformazioni dei modi di pensare con quelle del lavoro e dei rapporti sociali.

Per concludere con una nota più leggera bisogna ricordare che la prima edizione italiana del libro di Schmidt uscì nel 1969 per Laterza con una prefazione di Lucio Colletti. Colletti apprezzava molto il lavoro di Schmidt, perché credeva anche lui che si dovesse recuperare il lato kantiano di Marx; ma nutriva un’antipatia assoluta per Adorno e per i francofortesi; e cercava dunque, nella sua prefazione, di sganciare Schmidt dai suoi maestri. Ma si trattava di un’operazione fallimentare perché, come è evidente a chi legga con attenzione, la «natura» di Schmidt e il «non-identico» di Adorno sono concetti che, in ultima istanza, prendono di mira esattamente la stessa questione.








mercoledì 11 aprile 2018

CON LULA


CON LULA, contro lo squadrismo giudiziario e poliziesco orchestrato dalle oligarchie. Senza se e senza ma. (fe.d.)

L'esito tragico e autoritario di questa vicenda, che sta buttando un enorme Paese sull'orlo della guerra civile, era ampiamente prevedibile nel 2016. Ora questo fatto appare innegabile, sebbene allora più di uno non volle vedere e, tra un distinguo e l'altro, si rifiutò di parlare di Golpe. Ma è di questo che si tratta, seppure con le forme nuove di una realtà caratterizzata da un elevato sviluppo della società civile e dunque degli apparati privati di egemonia delle classi dominanti. Gramsci, nel Quaderno 13, lo chiarisce bene: per imprimere una svolta reazionaria negli equilibri passivi di un Paese moderno sul piano degli apparati egemonici, non è necessario un Golpe militare di tipo tradizionale. Piuttosto torna centrale la funzione preventiva e politica della polizia e degli apparati giuridici, unitamente al controllo monopolistico degli organi preposti alla formazione dell'opinione pubblica.
Gianni Fresu, Professor presso Universidade Federal de Uberlândia, 9 aprile 2018



sabato 7 aprile 2018

I COMUNISTI E POTERE AL POPOLO


di Luca Cangemi per Marx21.it
stralcio dal contributo del compagno Luca Cangemi, della segret. naz. PCI, alla discussione aperta in Marx21.it sul risultato delle elezioni del 4 marzo scorso.

I comunisti debbono assumere il processo di Potere al Popolo come una possibilità di iniziativa comune della sinistra di classe, nell’autonomia politica ed organizzativa delle diverse forze. Un'analisi della differenza con le esperienze dell'Arcobaleno e di Rivoluzione Civile

Io trovo non solo ingenerosi ma privi di fondamento alcuni ragionamenti che si fanno sul risultato di Potere al Popolo. In particolare l’accostamento alle esperienze compiute dalle maggiori forze comuniste (PRC e PdCI) nelle precedenti elezioni politiche del 2008 e del 2013, Arcobaleno e Rivoluzione Civile, sono chiaramente sbagliate. L’Arcobaleno raggruppava forze che disponevano di potenti gruppi parlamentari, di strutture e di risorse e Rivoluzione civile vedeva tra le sue fila un partito (difficilmente definibile di sinistra) come Italia dei Valori, anch’esso presente in parlamento e dotato di risorse, ampiamente impiegate in campagna elettorale. Se si tengono presenti queste elementari considerazioni un confronto va tutto a vantaggio del (piccolo) risultato di Potere al Popolo. Ma soprattutto va a vantaggio di Potere al Popolo l’analisi del profilo politico e programmatico che, sia pure lontano dalla perfezione, è assai più dignitoso di quelle esperienze. E, aggiungerei, assai migliore di quello della “lista Tsipras”.
Più seria mi sembra la critica di eterogeneità e limiti nelle culture politiche che hanno dato vita all’esperienza di Potere al Popolo, e che in essa sembrano prevalere. Ma questa più che una critica a Potere al Popolo è una critica (giusta e necessaria) al panorama della sinistra di classe nel nostro paese e, volendo esser sinceri, è ancor di più un’autocritica dei comunisti, sulla nostra azione e sulla nostra efficacia. Noto solo che si scelgono (positivamente) due parole Potere e Popolo aspramente vilipese dalla vulgata negriana come d’altra parte, certo, alcune motivazioni del rifiuto della proposta del PCI di inserire falce e martello nel simbolo hanno un indubbio sapore di nuovismo subalterno.
Il punto però vero da discutere mi sembra un altro ed è un punto politico decisivo di fase. È necessario un campo di forze dentro il quale si sviluppi l’iniziativa dei comunisti? E se sì qual è il perimetro che esso deve avere? E come deve essere organizzato questo campo?
Nella pratica politica delle maggior parte delle forze comuniste del mondo questo nodo mi sembra oggi risolto, tanto dove esse sono le forze maggiori di aggregazioni più ampie (Portogallo, India) quanto dove da posizioni di minoranza portano contributi importanti a fronti politico-sociali variegati (Brasile ed altre esperienze latinoamericane) ed anche in situazioni intermedie più complesse (Sudafrica, Spagna).
La costruzione di un campo di forze alternative, diverse per cultura politica e forma organizzata, ma unificate da una piattaforma e capaci di costruire mobilitazione non episodica è una necessità, che attiene non solo ad un minimo di efficacia nell’azione politica quotidiana ma anche alle stesse modalità della ricostruzione di una significativa presenza comunista.
Non possiamo prescindere dalla situazione che ci consegna la fase mondiale post ’89 e la nostra specifica storia nazionale che ha visto prima la crisi e la liquidazione del più grande Partito Comunista d’occidente e poi, nell’ultimo decennio, la marginalizzazione assoluta delle forze che, in qualche modo, a quella liquidazione avevano provato a resistere.
Non si può immaginare una ricostruzione separata e attendista di una forza comunista, che al contrario può rinascere solo nel vivo di un impegno politico quotidiano nel confronto dialettico con ogni soggettività critica. Solo in questo confronto, solo in questo lavoro politico, culturale e organizzativo possiamo provare a trovare le forze che siano in grado di farsi carico della ricostruzione comunista.

In quest’ottica io credo che l’esperienza di Potere al Popolo possa essere un quadro di riferimento importante. Per tre ragioni fondamentali:
1) Essa nasce libera da una serie di ipoteche di collocazione politica che avevano estenuato le forze a sinistra del PD (e più o meno direttamente anche le maggiori forze comuniste). La scelta di piantare una bandiera sulle macerie del Brancaccio segna oltre che una tempestività tattica (qualità non disprezzabile) la volontà di segnare un discrimine necessario.
2) Vi è, al di la di alcuni problemi di linguaggio, una scelta di classe e di centralità della dimensione sociale rispetto a quella civile che è un requisito fondamentale.
3) Emerge una componente giovanile, non giovanilistica, che ha di sé una immagine militante. È questo un elemento nuovo e necessario.
L’invito a valutare le potenzialità dell’esperienza di Potere al Popolo non significa certo avere un atteggiamento acritico. I comunisti debbono assumere questo processo come una possibilità di iniziativa politica, come il terreno (in questo momento oggettivamente il terreno principale) di una loro azione unitaria ma anche come terreno di aperto confronto politico.

I nodi da sciogliere sono numerosi e complessi, ne cito solo alcuni:

1) Va costruita una scelta prioritaria (nella pratica politica e non solo nelle enunciazioni) di impegno contro la guerra. Questa scelta porta con sé una discussione non facile di analisi (concreta) della scena internazionale e apre, inevitabilmente, contraddizioni con idee che si sono sedimentate in larghe parti della sinistra (spesso anche per grave deficit di conoscenze).
2) È particolarmente urgente definire una posizione chiara e mobilitante (ancora lontana) sull’Unione Europea. Una posizione che rappresenta un elemento essenziale della fase politica, anche in vista delle elezioni del Parlamento Europeo.
3) L’identità di classe va declinata in un ragionamento più articolato sulle forme di organizzazione ed intervento. In particolare evitando semplificazioni sul Sindacato e avviando esperienze di unificazione politica delle lotte.
4) È necessario costruire un’analisi e una proposta politica sulla fase successiva al 4 marzo, superando un atteggiamento propagandistico.
5) Va esplicitamente sconfitta ogni tentazione di trasformare Potere al Popolo in un partito. Va invece riconosciuta l’autonomia politica ed organizzativa delle diverse forze e costruita con pazienza e responsabilità una capacità d’iniziativa e di approfondimento comune, valorizzando le diverse pratiche e puntando a mediazioni alte sulle questioni politiche decisive.

Tutto il ragionamento fin qui sviluppato pone seri problemi di riflessione autocritica e di prospettiva rispetto all’esperienza che abbiamo condotto negli ultimi anni, nel tentativo di ricostruire una forza comunista. Di questo dovremo parlare nei prossimi mesi.

fonte e articolo integrale in



venerdì 6 aprile 2018

RAPPRESENTANZA E POTERE POPOLARE


 Guido Liguori su Il Manifesto del 6 aprile 2018

Potere al Popolo deve trasformarsi in rete di democrazia popolare, in una democrazia di base, luogo di mutualismo, raccordo delle lotte, organizzazione

Non intendo tornare sul risultato del 4 marzo, ma non credo sia utile dimenticare il monito che da esso viene. La situazione resta fluida, le capacità dei vincitori di oggi son tutte da dimostrare, e non scommetterei che conserveranno i loro voti nei prossimi anni. Ma non voglio negare la gravità della nostra sconfitta. E non si tratta solo della sconfitta delle sinistre, ma della sconfitta della rappresentanza stessa e dunque della democrazia.
LA POLITICA TUTTA e il Parlamento in primis hanno perso autorevolezza per l’incapacità del ceto politico di autoriformarsi, rinunciando ai suoi privilegi. Le cittadine e i cittadini sono scoraggiati sulla possibilità di incidere sul destino della collettività.
Votano per protesta le forze dell’antipolitica perché vedono la situazione in continuo peggioramento, economicamente e politicamente. Credo sia oggi necessario rispondere a questa crisi, la cui gravità va al di là del dato elettorale. La mia idea è che – oltre a farci portavoce dei bisogni dei settori popolari della società – sia inevitabile ripensare le forme stesse della rappresentanza e della partecipazione, senza le quali l’azione della sinistra anticapitalista sarà poca cosa.
Queste esigenze possono incrociare il processo di crescita e di rilancio di Potere al Popolo, senza escludere forze politiche e compagne e compagni che non hanno votato questa lista. Sarebbe sbagliato se essa pensasse di trasformarsi in un partito o in una federazione di fatto.
VORREI VEDERE nella bella esperienza di Potere al Popolo un processo che si evolve in direzione opposta, nella direzione della sua trasformazione in rete di democrazia popolare, in una democrazia di base, come si diceva negli anni settanta, che tentasse di includere sempre più esperienze e cittadine e cittadini, fino a formare un potere diffuso che dia visibilità a chi non ne ha, e lo faccia contare. Occorre organizzarlo, questo popolo, in maniera duratura, non solo nel giorno delle elezioni (prova che certo non va elusa): per questo la lista dovrebbe trasformarsi in una rete di Consigli o Comitati che non si contrappongano al Parlamento, ma che cerchino con esso un dialogo, un intreccio, un rapporto conflittuale anche, per creare un circolo virtuoso tra democrazia di base e democrazia parlamentare, per fare arrivare in modo continuo e organizzato ai poteri legislativo ed esecutivo la voce della società. Per ridare credibilità e nuova linfa alla rappresentanza.
TERRITORI DA ESPLORARE, strade da costruire, in un panorama di macerie. E il lavoro non sarà né breve né facile. La esplorazione in questa direzione non mi pare però in contrasto con quanto uscito dall’ultima assemblea di Potere al Popolo. Lì si è detto «creare case del popolo», senza forse tener abbastanza conto che già esistono. Si chiamino questi luoghi da costruire come si vuole, ma che siano esplicitamente il nucleo di un potere dal basso, che conquisti pian piano un ruolo consultivo e poi anche deliberativo accanto alle istituzioni esistenti. Comitati o Consigli di base che eleggano i loro delegati, per dar vita a Comitati di zona o cittadini, e così via, fino a forme di raccordo ancora più ampie. Vorrei insomma che questa esperienza divenisse il nucleo di un nuovo potere democratico che si espande, che organizza tutte e tutti coloro che vogliono far sentire la propria voce. Che rappresenti pian piano fette crescenti di territorio e di popolazione.
LE FORME E I MODI son tutti da trovare. Ma fondamentale è lo spirito con cui questa proposta dovrebbe essere portata avanti: senza settarismi, senza puerile spirito di rivalsa. Non si tratta di fare un partito (ce ne sono già diversi, e l’esperienza ci dice che nessuno rinuncia facilmente alla propria identità, anche perché le differenze sono reali) o un “interpartiti”, ma di dare davvero la parola al popolo: ai Comitati o Consigli che dovranno sorgere nei luoghi di lavoro, nei quartieri, nei paesi, nelle università. Per discutere insieme problemi e programmi, per ragionare insieme delle ipotesi nuove e possibili di redistribuzione del lavoro e del reddito.
NÉ LE CASE DEL POPOLO o Consigli o Comitati devono essere solo questo, bensì anche luogo di mutualismo, raccordo delle lotte, organizzazione di persone che insieme risolvono i problemi della convivenza locale (ambulatori, socialità, contrattazione di lavoro con gli enti pubblici, pulizia e sicurezza delle strade, ecc.) per accumulare prestigio, fiducia, potere popolare.
I partiti esistenti che accettano tale progetto non devono sciogliersi, ma ripensare la loro funzione in questo orizzonte. E continuare a essere soggetti che sostengono il progetto della democrazia diffusa, del potere al popolo, che educano in questa direzione, che alimentano le ragioni di una nuova rappresentanza.
No, certo, non siamo nel «biennio rosso», anzi. Ma la crisi della politica è così profonda che essa stessa ci dà possibilità inedite.
Se sapremo leggere la realtà e percorrere con coraggio vie nuove».




martedì 20 marzo 2018

POTERE AL POPOLO RIPARTE


servizio di Adriana Pollice su Il Manifesto, 20/03/18
(Integrale)
Teatro Italia strapieno domenica a Roma, folla anche all’aperto, per l’assemblea di Potere al popolo, la prima dopo il voto del 4 marzo. Almeno duemila i partecipanti, più numerosi del primo incontro di quattro mesi fa. Sul palco sale Viola Carofalo, portavoce della lista nata dall’esperienza dell’Ox Opg Je’ so’ pazzo di Napoli, e la sala le tributa una standing ovation. Tutti in piedi a intonare «lottare, creare, potere popolare!». Una lacrima scappa, una battuta («adesso basta se no si capisce che vi ho pagato») e l’assemblea può cominciare con l’analisi del voto: dove ci sono nuclei attivi nelle comunità di riferimento, Pap si è attestata intorno al 4,5% ma dove non sono conosciuti la media precipita, il risultato finale su base nazionale si ferma all’1,13%.
In platea l’età media è 30 anni,alla fine gli interventi saranno cinquanta. Tra il pubblico tre dei volti noti che hanno sostenuto Pap: il regista Citto Maselli, il cantautore Paolo Pietrangeli e l’allenatore Renzo Ulivieri. Tra i relatori, un rappresentante del Partito comunista della Repubblica popolare di Donetsk. Presenti in sala esponenti della comunità curda. Intervengono dal palco i rappresentanti dei partiti che hanno aderito a Pap per annunciare che rimarranno nel progetto. Così afferma, ad esempio, il segretario del Pci (ex Pdci) Mauro Alboresi. L’ex segretario Fiom Giorgio Cremaschi, a nome di Eurostop, sottolinea: «Pap resta in campo come soggetto autonomo». Il segretario di Rifondazione Comunista, Maurizio Acerbo, spiega: «Continuiamo a sostenere il progetto di Potere al popolo. Il risultato elettorale non ci scoraggia ma anzi ci motiva a insistere per un’alternativa di sinistra, che sia radicale e punti sulla solidarietà, di fronte al razzismo dilagante nelle altre proposte politiche».
Sul tavolo c’è il tema di come proseguire nel percorso, il punto su cui sono tutti concordi è la necessità di ripartire dal lavoro sui territori per non trasformare Pap in una lista di scopo da utilizzare per gli appuntamenti elettorali. Le conclusioni spettano a Viola, che dopo un’intera mattinata di testimonianze e confronti, si ripresenta sul palco con la platea ancora gremita: «La parola d’ordine è democraticizzazione: l’assemblea è stata e deve continuare a essere il cuore della decisione, anche se va affiancata da altri strumenti come un forum o una piattaforma internet, per ampliare la partecipazione. Se abbiamo fatto una bella campagna elettorale è perché ci siamo guardati in faccia». Altra parola chiave, spiega, è “esempio”: «Chi ci ha conosciuto e chi ha conosciuto cosa facciamo nei luoghi dove siamo attivi ci ha seguito, per questo esempio e radicamento sono due parole chiave. Facciamo proliferare le case del popolo, vediamoci nelle piazze, nelle abitazioni dei compagni, nei luoghi occupati per praticare mutualismo, solidarietà, antirazzismo, antisessismo. Quando ci dicono “ma chi se ne frega dell’antifascismo, dell’antirazzismo e dell’antisessismo” rispondiamo “interessa a noi”».
Infine, c’è la necessità di coordinare azioni comuni su temi generali e su questo arriva la conclusione di Viola: «Scuola, cancellazione del pareggio di bilancio, accoglienza, reddito e diritti sul luogo di lavoro saranno campagne nazionali, poi ci sono quelle dei singoli territori. Non sono discorsi diversi, vanno solo integrati. Saranno le pratiche a dirci se abbiamo visto giusto. Le parole ci dividono, i fatti ci uniscono e con i fatti vengono le persone. Persone che abbiamo solo dato solo in prestito ai 5S, alla Lega e all’astensione. Ma adesso ce li riprendiamo tutti».

mercoledì 14 marzo 2018

POTERE AL POPOLO E' ANCHE UN LIBRO!


Acquistabile on-line e in libreria

Incredibile cosa accade quando la bellezza e l’entusiasmo si scatenano, quando le persone si mettono insieme unite da un bisogno e da un ideale!
In tempi record e in mezzo a mille casini, siamo riusciti a mettere su anche un libro su Potere al Popolo.

Un istant book che serve a raccontare da dove nasciamo, perché, quale sia il nostro programma.
Un libro che serve a riflettere sull’attuale fase politica in Italia, sul senso della parola “democrazia”, sulla condizione dei lavoratori e dei precari, sulla devastazione ambientale, sulla necessità del mutualismo e del “controllo popolare”.
Un libro che dà un po’ di visione e di orizzonte, e che ci fa per un attimo uscire dall’asfittica politica italiana, per sognare e trasformare il sogno in realtà.
Un libro che mostra a tutti la nostra differenza: non siamo dei politici di professione che aspirano alla poltrona e si mettono insieme per un tornaconto personale, ma una comunità di persone “normali” che si è messa in cammino perché stanca di come vanno le cose, perché consapevoli che possono essere cambiate insieme!
Da lunedì le prime presentazioni in giro per l’Italia: ovviamente continueremo anche dopo, perché Potere al Popolo è nato per restare, è solo all’inizio!

A cura di Alessandro Di Rienzo e Salvatore Prinzi
Con scritti di Simona Baldanzi, Viola Carofalo, Guido Carpi, Luigi de Magistris, Alessandro di Rienzo, Valerio Evangelisti, Giuseppe Ferraro, Eleonora Forenza, Francesca Fornario, Citto Maselli, Jean-Luc Mélenchon, Salvatore Prinzi, Alberto Prunetti, Christian Raimo, Stefano Matteo Valenti, Alberto Ziparo.

Edizioni MOOKS Mondadori – Piazza Vanvitelli, Napoli, 2018.

mercoledì 7 marzo 2018

INSURGENCIA CONTINUA PER IL PODER POPULAR


l’1.13, pari a circa 372.000 voti, non ci consente di entrare in Parlamento, ma ci consentirebbe di lavorare per l’unita’ della sinistra di classe e per la riaggregazione dei comunisti e di tutti coloro che si oppongono, con valori egualitari e mutualistici, alla società capitalista e al suo imperialismo militare e culturale. Le contraddizioni sociali hanno ora un loro punto di detonazione nelle contraddizioni politiche. L’insurgencia deve continuare. (fe.d.)


giovedì 1 marzo 2018

Lavoro, rappresentanza, antifascismo, pace. Perché “Potere al Popolo”

di Alex Höbel, Segreteria nazionale PCI, responsabile cultura

170 anni fa Marx ed Engels, nel Manifesto del Partito comunista, affermavano con chiarezza che i comunisti “non hanno interessi distinti dagli interessi del proletariato nel suo insieme” e la loro specificità è quella di “rappresentare sempre l’interesse del movimento complessivo”[1].
Quale rapporto esiste fra queste considerazioni e la realtà di oggi? A me pare che questo insegnamento di Marx ed Engels sia più attuale che mai. Nel contesto in cui viviamo, i lavoratori salariati – stabili e precari, italiani e immigrati, insomma il moderno proletariato – hanno tra i loro maggiori problemi quello di essere frammentati, divisi, dispersi. Tra le priorità dei comunisti non può dunque non esservi l’obiettivo della ricomposizione di classe – sul terreno sociale e su quello politico; la ricostruzione della classe è insomma altrettanto importante della ricostruzione del partito, e se i comunisti fanno bene il loro mestiere questi due processi possono viaggiare assieme, dialetticamente.
Tuttavia anche questo, data la profondità del conflitto di classe in corso, non sarebbe sufficiente: accanto alla ricomposizione di classe e alla ricostruzione del partito, è necessario un vasto schieramento di forze – un moderno Fronte popolare – che individui chiaramente i suoi nemici nelle élites della finanza e del capitalismo transnazionale e rilanci il modello di democrazia sociale e partecipata che è al centro della nostra Costituzione. In nuce, è lo schieramento che si è manifestato il 4 dicembre 2016, in quella grande vittoria nel referendum costituzionale che ha aperto una nuova fase della lotta politica nel nostro paese.
Il secondo problema che lavoratori e lavoratrici si sono trovati di fronte in questi anni è quello della perdita di ogni rappresentanza parlamentare. Riconquistare tale rappresentanza è dunque un altro obiettivo fondamentale della fase attuale, ed è esattamente questo il tema posto dalla coalizione che si riconosce nelle liste di Potere al Popolo, diversamente da cartelli elettorali del passato, molto meno connotati in termini di classe.
I lavoratori devono insomma recuperare cose essenziali che hanno perso: l’organizzazione, la coscienza di sé, la rappresentanza. I comunisti possono e devono contribuire in modo decisivo al raggiungimento di tali obiettivi; tuttavia, come è stato osservato, non possono conseguirli da soli: occorre che essi siano parte attiva e lievito di “un vasto Fronte anticapitalista e di popolo”; e nella costruzione di tale fronte l’esperienza di Potere al Popolo può essere un passaggio importante[2].
Del resto, in questi anni, le risposte più efficaci alla restaurazione neoliberista sono venute, oltre che da realtà statuali di orientamento socialista come la Cina popolare, da quelle esperienze di fronte ampio che si sono sviluppate soprattutto in America Latina, e alle quali i comunisti hanno in diverse forme contribuito, a partire dal Venezuela bolivariano. Ma anche in Europa abbiamo esperienze significative che vanno in tal senso: in Francia l’accordo tra Pcf e France Insoumise di Mélenchon ha permesso al candidato della sinistra di raggiungere il 19% alle elezioni presidenziali; in Portogallo il Partito comunista si presenta alle elezioni nella Coalizione democratica unitaria (Cdu) che all’ultima consultazione ha superato l’8%.
In Italia nella coalizione raccolta attorno a Potere al Popolo si riconoscono diverse organizzazioni comuniste (oltre a noi del Pci, il Prc e la Rete dei comunisti), il cartello di Eurostop, Sinistra anticapitalista e naturalmente i compagni dell’ex Opg, che pure avevano avviato una riflessione sui temi prima accennati e che hanno avuto il merito di promuovere l’iniziativa in netta discontinuità con metodi e contenuti del “Brancaccio”.
Potere al Popolo si caratterizza non solo per il suo porre l’attuazione della Carta costituzionale come primo punto e filo conduttore del suo programma[3], proponendo tra l’altro la cancellazione del pareggio di bilancio inserito in Costituzione, ma anche per il suo affrontare temi cruciali come il lavoro, l’economia, la pace, con un approccio totalmente alternativo rispetto al discorso dominante: proponendo di ripristinare il “controllo pubblico democratico sull’economia”, di nazionalizzare la Banca d’Italia e istituire un polo finanziario pubblico a partire dalla ripubblicizzazione di Cassa depositi e prestiti, di ridurre l’orario di lavoro a parità di salario per lavorare meno e tutti, di contrastare razzismo e xenofobia aumentando la spesa sociale e le tutele per tutti i lavoratori, di superare il precariato cominciando con l’abolire il Jobs Act, di invertire completamente la rottarispetto alle politiche neoliberiste degli ultimi anni rilanciando il ruolo dello Stato nell’economia, di tassare i grandi patrimoni, combattere seriamente l’evasione fiscale, redistribuire la ricchezza, rilanciare e rinnovare lo Stato sociale. Tutti elementi che rimandano a un modello di società radicalmente alternativo a quello in cui viviamo.
Non solo: Potere al Popolo ha fatto proprie parole d’ordine avanzate come la fuoriuscita dell’Italia dalla Nato e la rottura coi trattati dell’Unione Europea, la cancellazione del programma di acquisto degli F35 e del Muos in Sicilia, lo smantellamento delle basi militari in tutto il paese, la rimozione delle testate nucleari presenti in Italia e la restituzione a fini civili dell’uso del territorio. Anche sui temi di politica estera dunque le posizioni espresse nel programma sono nette e radicali, con una forte consonanza con la tradizione e la cultura politica dei comunisti.
Allo stesso modo, nelle ultime settimane, di fronte alla risorgente aggressività neofascista, che cresce su un terreno sociale e culturale lungamente preparato e di cui molti sono i responsabili, Potere al Popolo ha svolto un ruolo di avanguardia, in particolare nella mobilitazione di Macerata, dopo l’annullamento della manifestazione da parte delle organizzazioni promotrici. E questo ruolo l’ha svolto non isolandosi o cadendo in provocazioni, ma favorendo la partecipazione a quel corteo di un arco di forze ampio (da tante sezioni Anpi a forze sindacali, a settori di LiberieUguali), cosa che ne ha determinato il successo. A nostro parere PaP avrebbe fatto bene a partecipare anche alla manifestazione di Roma, contribuendo a caratterizzarla in modo diverso, ma in ogni caso è evidente che pure sul terreno dell’antifascismo Potere al Popolo sta giocando un ruolo importante.
Ecco perché, come è stato giustamente sottolineato[4], l’adesione del Pci al percorso della coalizione di forze che si riconoscono nella lista “Potere al Popolo”, lungi dal voler “liquidare” o “sciogliere” alcunché, è il tentativo di applicare alla situazione data gli insegnamenti provenienti dalla nostra storia.
Sappiamo che si tratta solo di una tappa, che molti settori popolari e di classe sono fuori da tale percorso; dunque non solo il Pci ma neanche Potere al Popolo può ritenersi autosufficiente, strumento esclusivo di quella ricomposizione di classe e riacquisizione di forza e rappresentanza politica da parte degli sfruttati che costituisce un processo più vasto e complesso. Tuttavia questa tappa, questa ripresa di parola e di iniziativa sono molto importanti. Per questo ad esse stiamo cercando di contribuire, con le nostre forze, le nostre idee, la nostra identità di comunisti.

Per questo il 4 marzo è importante sostenere le liste di Potere al Popolo.

[1] https://www.ilpartitocomunistaitaliano.it/2018/01/19/classe-popolo-partito-dialettica-antica-sempre-feconda/.

[2] https://www.ilpartitocomunistaitaliano.it/2018/02/01/ladesione-del-pci-a-potere-al-popolo-alcune-domande-e-alcune-considerazioni/.

[3] https://poterealpopolo.org/potere-al-popolo/programma/.


venerdì 23 febbraio 2018

Italia paese tra i meno istruiti con pochi laureati e tanti tagli


articolo di Robeto Ciccarelli su Il Manifesto, 23/02/2018

Guerra alla conoscenza. Istat: una società classista che penalizza la ricerca dell’autonomia attraverso i saperi. La spesa in ricerca e sviluppo è concentrata solo in quattro regioni

Italia paese tra i meno istruiti d’Europa. Dopo di noi ci sono Spagna, Portogallo e Malta. Un ritardo storico nei livelli di istruzione che, stando al rapporto sulla conoscenza 2018 presentato ieri dall’Istat nell’Aula Ottagona delle Terme di Diocleziano a Roma, è inferiore di 16,8 punti percentuali rispetto alla media europea: il 60,1% tra i 25-64enni con almeno un titolo di studio secondario superiore contro l’oltre 76% europeo. Questo ritardo è dovuto alla scarsa istruzione della popolazione matura, e non ai giovani e ai meno giovani che, anzi, hanno permesso un aumento di otto punti dal 2007 a oggi, negli anni della peggiore crisi dal Dopoguerra.
LE RAGIONI di questa disparità sono approfondite dal rapporto, lo strumento a oggi più completo per affrontare uno dei problemi strutturali del capitalismo cognitivo italiano. Le cause sono dovute principalmente a un rapporto di potere: in particolare nel privato, tra le piccole e medie aziende – settore importante nel paese del «capitalismo molecolare»: 770 mila imprese dai 2 ai 49 addetti nella manifattura e nei servizi, 4,6 milioni di occupati – chi è meno istruito comanda, chi lo è di più cerca un lavoro, per lo più precario, pagato in maniera pessima. Il livello medio di istruzione dei micro-imprenditori è modesto: 11,4 anni di scolarità a testa nel 2015, meno della scuola dell’obbligo. Questa composizione indica due caratteristiche del sistema produttivo: il basso tasso di specializzazione di queste imprese e il livello altrettanto basso della forza lavoro richiesta. I dipendenti hanno un livello medio di 10,8 anni di scolarità a testa. A riprova che una maggiore istruzione aumenta la produttività dell’impresa c’è questo dato: quando gli imprenditori sono più istruiti, anche i dipendenti tendono ad avere un livello di istruzione più elevato. In media ogni anno di scolarizzazione in più dell’imprenditore corrisponde a 1,3 mesi di istruzione in più per ciascun dipendente. Per ogni anno d’istruzione in più un’impresa ha il 5 per cento in più di speranze di sopravvivere nel contesto aggressivo della crisi. Anche in un capitalismo relazionale, basato su basse competenze, bassi salari un mese in più di istruzione riesce a produrre un effetto positivo.
LA POVERTÀ soggettiva degli imprenditori e di una parte della forza lavoro va considerata rispetto allo scheletro produttivo di un paese dov’è forte la manifattura. Lo si vede nel caso dei brevetti: di gran lunga dominanti sono quelli legati ai macchinari, ai mobili, gioielleria e articoli sportivi. Insieme formano il 51,9% delle domande nazionali di brevetto. Seguono quelli nel settore tessile-abbigliamento-pelletteria e alimentare. Dunque, siamo ancora un paese fissato allo scheletro manifatturiero del Centro-Nord? Sì, e per di più gli investimenti (pochi) sono concentrati solo in 4 regioni: Lombardia, Lazio, Piemonte e Emilia Romagna. Poli che concentrano le poche risorse in ricerca e sviluppo. inferiori a quelle delle maggiori economie europee: 1,3% del Pil nel 2015 contro una media Ue al 2%. Lontanissima è la Silicon Valley, e su questo non ci sono dubbi. Ma è lontana anche la Francia dove, dal punto di vista di un capitalismo neoliberale puro, Emmanuel Macron ha previsto investimenti ingenti nel campo del digitale. Un campo – tra gli altri – dove gli investimenti «immateriali» sono davvero modesti in Italia, anche se l’Istat sostiene abbiano superato il 20% di quelli totali in ricerca e sviluppo. Nonostante la crisi e l’improvvisazione che ha accompagnato questo settore, perlomeno da quando è stata decisa la chiusura dell’Olivetti.
NELL’ISTRUZIONE pubblica la situazione è più che noto il violentissimo attacco di Berlusconi al settore ha portato nel 2008 al taglio di 8,4 miliardi alla scuola e di 1,1 all’università. Da allora mai più rifinanziati. Unico paese dell’Ocse ad avere tagliato l’istruzione nella crisi, l’Italia ha continuato a pestare l’acqua nel suo mortaio di mediocrità, infelicità e povertà lucidamente volute e programmate. Una situazione che si spiega con il realismo capitalista: il paese va tarato su una struttura produttiva ridotta, tipicamente sbilanciata sull’export e non sull’innovazione e la domanda interna. Alla richiesta di autonomia, attraverso i saperi, vanno tagliate le gambe. Perché, come disse il commercialista di Sondrio che fece anche il ministro dell’Economia, «con la cultura non si mangia».
UNA TESI che ormai nutre l’inconscio di un paese virulento e classista. Ma è negata dai fatti. Il dato non è nuovo, e anche l’Istat conferma che un titolo di laurea permette di trovare più facilmente un impiego e di guadagnare di più, a cominciare dalle donne. E ci sono novità: pur nell’estrema esiguità dei laureati (ultimi nell’Ocse: 16%) aumentano quelli nel Mezzogiorno: +55%. Resta tuttavia l’impianto classista: chi si laurea ha già genitori con il titolo. Le speranze di emancipazione sono ridotte per chi invece proviene da famiglie non laureate. Un problema storico non risolto né dalle riforme degli anni Sessanta-Settanta, né da quelle neoliberali degli anni Novanta.
OGGI c’è un altro problema: lo si vede dal tasso degli abbandoni scolastici. Sono diminuiti dal 20 al 13,8%, ma aumentano tra i figli degli immigrati dove superano il 30%. È il nuovo volto del classismo che, fuori dalle classi, è accompagnato dal razzismo scatenato di una società in ostaggio.

mercoledì 21 febbraio 2018

POTERE AL POPOLO: PER LA SCUOLA DELLA COSTITUZIONE


la parola (finalmente!) a chi la scuola la fa
l’impegno di POTERE AL POPOLO contro la scuola aziendalista e caporalesca della 107, ma anche per un’altra scuola, pubblica e democratica, inclusiva e cooperativa.


venerdì 16 febbraio 2018

L’appello di Piero Bevilacqua: la sinistra si impegni a porre argine e fine alla distruzione della scuola pubblica


su Il Manifesto del 16 febbraio 2018
(stralcio riguardante la scuola)
(..)
Occorre dire con forza quello che è ignorato da gran parte degli italiani: la scuola così come l’abbiamo conosciuta, luogo di formazione culturale, civile, spirituale è quasi andata distrutta. Essa è stata trasformata e diventa sempre di più, una unica, indistinta, scuola professionale.
La cultura, l’insieme di discipline in cui si articola il sapere del nostro tempo è ormai ridotta ad apprendistato, un campo neutro e frantumato di “competenze”, di cui gli studenti devono appropriarsi per accedere al lavoro.
Come è noto l’alternanza scuola lavoro prevede 400 ore annue di prestazioni lavorative da parte dei ragazzi degli istituti tecnici e 200 da parte dei liceali.
Ore sottratte allo studio, alla riflessione, al dialogo con gli insegnati. Questi ultimi sempre meno sono impegnati nell’insegnamento diretto e nella preparazione delle loro lezioni e sempre più assorbiti da compiti di valutazioni del lavoro, di rendicontazione, misurazione dei risultati, elaborazione di progetti per raccogliere risorse per i loro istituti, ecc.
La scuola azienda – un progetto avviato in Europa alla fine degli anni ’90 – diventa un pilastro di una più ampia riforma del mercato del lavoro, in cui le istituzioni pubbliche della formazione vengono piegate ai presunti bisogni produttivi delle aziende.
Una esagerazione? Invitiamo a leggere (Gazzetta, 25/1/2018) il decreto congiunto del ministero del Lavoro e delle politiche sociali e del Miur che istituisce il Quadro nazionale delle qualificazioni rilasciate nell’ambito del Sistema nazionale di certificazione delle competenze.
E’ evidente che siamo arrivati alla cancellazione di un paradigma educativo che l’Europa aveva elaborato nel corso di alcuni secoli, vale a dire il profilo culturale della modernità, il fondamento della nostra civiltà.
E l’aspetto davvero grottesco di questa drammatica involuzione del processo formativo, è che avviene in una fase storica in cui la vorticosa innovazione dei processi produttivi rende obsoleto in breve tempo qualunque “competenza”.
La scuola che vuole formare i giovani non come cittadini e spiriti liberi, ma come lavoratori, equivale a rincorrere a piedi un treno in corsa, ma correndo in direzione contraria. Abbiamo bisogno di generazioni culturalmente ricche e dotate di capacità creativa, per fare della tecnologia che avanza strumenti di liberazione umana e di un superiore assetto di civiltà.
E invece si vogliono fabbricare soldatini di un esercito del lavoro per una guerra che si combatte con altre armi.
Per queste ragioni l’impegno a cancellare alla radice l’assetto aziendale della formazione – di cui la Buona scuola è l’ultimo esito – non è solo un tema efficace di campagna elettorale, ma un obiettivo strategico irrinunciabile della sinistra.

domenica 11 febbraio 2018

IL CLASSISMO DELLE SCUOLE


IL CLASSISMO DELLE SCUOLE, una senile patologia delle politiche di questi anni che, con furore ideologico, hanno cercato di smantellare la scuola pubblica considerandola un’azienda di mercato con al vertice capi-manager che devono farsi largo nella concorrenza. Hanno imposto il primato dell’antipedagogia, con il vuoto linguaggio formalistico anglofono americanizzante, e hanno teso a rendere il lavoro degli insegnanti misurabile e valutabile come merce esposta al supermercato, con una mole burocratica degna dei racconti di Kafka. La cooperazione educativa, il dialogo formativo, la collegialità decisionale ai minimi termini e da non registrare nei libri contabili.
I poveri, i disabili, i deboli, dunque, soggetti veri della pedagogia di ogni tempo, da Comenio a Montessori a Don Milani e Makarenko, sono diventati una vergogna da nascondere. Vergognatevi, ma voi. (fe.d.)


venerdì 9 febbraio 2018

PC Donetsk per Potere al popolo


Cari compagni!
Come sappiamo, alcuni dei partiti comunisti italiani hanno creato un blocco elettorale POTERE AL POPOLO per la partecipazione congiunta alle elezioni locali e generali che si terranno il 4 Marzo 2018. A nome del Partito Comunista della Repubblica popolare Donetsk, esprimiamo la nostra solidarietà ai compagni italiani e auguriamo loro ogni successo. Siamo lieti che i comunisti di diversi partiti si sono uniti per lottare per la giustizia sociale e per i diritti dei lavoratori nel modo più efficace. Rifondazione Comunista, il Partito comunista italiano e la Sinistra anticapitalista hanno fatto questo importante passo verso un futuro migliore.
Con un saluto comunista,


Il Comitato Centrale del Partito Comunista della Repubblica Popolare di Donetsk


mercoledì 7 febbraio 2018

PCI e POTERE AL POPOLO


rompere il muro dell'omertà mediatica






martedì 6 febbraio 2018

LA “SOSTITUZIONE DEI POPOLI”


il ciarpame ideologico della destra xenofoba, tra Renaud Camus e Samuel P. Huntington, in un articolo di Guido Caldiron per Il Manifesto, 6/02/18
(integrale)

Il tono delle dichiarazioni può mutare leggermente. Non il significato del loro contenuto. «Lo Ius Soli in Italia non lo accetto, è una sostituzione di popoli»; «la sinistra, a livello mondiale, ha pianificato un’invasione (di immigrati), una sostituzione di popoli»; «è in corso un’operazione di sostituzione etnica coordinata dall’Europa». Matteo Salvini non perde occasione per ribadire come secondo lui sia in atto nel nostro paese una «sostituzione etnica» voluta dalla «sinistra» nostrana e da «centri di potere» internazionali. Nel riposizionamento in senso identitario e nazional-nazionalista della Lega, che ne ha reso la tradizionale xenofobia ancor più aggressiva, Salvini ha così finito per adottare in prima persona, e imporre all’attenzione generale ad ogni suo passaggio televisivo quelle che sono da tempo parole d’ordine e idee della destra radicale.
Un paio di esempi al riguardo possono bastare. Gli skinheads neofascisti che a dicembre a Como fecero irruzione nella sede di un’associazione di solidarietà ai migranti, imposero ai presenti di ascoltare la lettura di un volantino in cui si mettevano in guardia «tutti coloro che mirano a sostituire questi popoli (europei) con non popoli». Uno dei responsabili di Casa Pound, formazione già alleata della stessa Lega e che ha fatto delle tesi della «sostituzione di popoli» il centro della propria propaganda, ha dedicato all’argomento addirittura un volume, nel quale si afferma che «il pericolo maggiore per la civiltà europea è rappresentato dalla Grande Sostituzione delle sue popolazioni, organizzata dalle élites economiche di destra congiuntamente con le caste culturali di sinistra».
Sorta di passepartout ideologico dell’estrema destra europea negli anni della crisi – un riferimento esplicito a questo tema era contenuto non a caso anche nel testamento politico fatto ritrovare da Dominique Venner dopo il suo clamoroso suicidio compiuto nella cattedrale parigina di Notre Dame nel maggio del 2013 per contrastare il Mariage pour tous -, la tesi della «sostituzione di popoli» cela in realtà a fatica, sotto una vaga verniciatura sociale o culturale, il proprio portato di fondo, quello di definire i contorni di una minaccia esistenziale, identitaria, più o meno apertamente «razziale». Coniugando una visione paranoica a una dimensione cospirativa la cui posta in gioco è riassumibile nella sopravvivenza o meno di quello che si afferma essere il profilo dell’Europa (bianca), questa posizione svela da un lato il volto intrinsecamente razzista delle campagne anti-immigrati e contribuisce dall’altro implicitamente a tracciare quella sorta di linea invisibile che, data l’ampiezza del «pericolo» annunciato, si può essere pronti a varcare per passare dalla parole ai fatti. Come è accaduto a Macerata.
Espressa per la prima volta nel 2011 dallo scrittore francese Renaud Camus, più volte accusato pubblicamente anche di antisemitismo, Le Grand Remplacement delinea i contorni di un complotto per rimpiazzare i popoli dell’Europa con gli immigrati, spiegando come «l’ideologia che promuove la Grande Sostituzione, è nata dalle nozze mostruose della Rivoluzione industriale nella sua fase avanzata con l’antirazzismo dogmatico». Nelle tesi di Camus sembrano però riecheggiare anche le idee di Samuel P. Huntington sull’inevitabilità di uno scontro di civiltà tra l’islam e l’Occidente, e se si vuole anche quelle di un classico del complottismo, il cosiddetto Piano Kalergi, dal nome di un aristocratico austriaco cui viene attribuito un folle, e in realtà inesistente progetto di «genocidio programmato dei popoli europei».
Se a questo si aggiungono gli echi identitari con i quali sempre in Francia, presso gli ambienti della Nouvelle Droite si sono letti i processi di globalizzazione nei termini di un complotto «mondialista», e cosmopolita, teso a cancellare, anche per il tramite dei fenomeni migratori, specificità culturali e nazionali, si coglie appieno la portata delle tesi della «sostituzione di popoli», in particolare nel contesto della crisi.
Considerazioni che, pur nelle mutate condizioni storiche e intellettuali, possono addirittura suggerire, come ha fatto notare più d’uno studioso, una sorta di sinistro parallelo tra i famigerati Protocolli dei Savi di Sion e quanto teorizzato da Camus.



domenica 4 febbraio 2018

La vignetta di Pillinini per Potere al Popolo Taranto


la vignetta di Nico Pillinini, della Gazzetta del Mezzogiorno, per POTERE AL POPOLO Taranto, in occasione dell'inaugurazione dello spazio sociale Gagarin, 3 febbraio 2018



mercoledì 31 gennaio 2018

Unire le classi subalterne, ricostruire una democrazia progressiva, restituire potere al popolo


Un appello al mondo della cultura, dell’arte, della formazione e dell’Università, della comunicazione


L’«Occidente liberale» è la realizzazione o la negazione della democrazia? E l’Italia è ancora un paese democratico? E lo è nella stessa misura in cui lo è stato nei decenni alle nostre spalle e cioè in quel senso avanzato e progressivo che avevano in mente i partigiani nel liberare il paese dall’occupante nazifascista e i Padri costituenti nel sottolineare nella nostra Carta fondamentale la centralità del lavoro e della partecipazione popolare ma anche della pace, dell’antimperialismo e dell’anticolonialismo, ovvero del principio di eguaglianza sul piano interno e su quello internazionale?

E’ vero: non c’è forse paese nel quale si vada così spesso a votare.
Tuttavia, la crescita esponenziale dell’astensionismo - sistematicamente sollecitato dall’ideologia dominante e dalle principali forze politiche sulla scorta del modello anglosassone e giunto ormai a livelli tali da rendere illegittimo ogni risultato elettorale -, si configura come il sintomo della de-emancipazione di fatto di milioni di persone e cioè come una revoca sostanziale di un suffragio universale divenuto, nella pratica, inutile.
Chi votiamo, oltretutto, quando andiamo alle urne? Abbiamo veramente quella libertà di scelta che l’ampiezza apparente dell’offerta lascia presagire?
Distrutti i partiti politici di massa, la scelta elettorale non è più una scelta tra posizioni realmente alternative, tra programmi e idee che siano espressione di interessi diversi o contrapposti, ma una competizione tra semplici varianti del governo neoliberale delle cose. Una sorta di perpetuo Talent Show tra cordate o comitati che, all’ombra di questo o quell’altro leader di un bonapartismo postmoderno e spettacolarizzato, ci riconducono alla prassi della vecchia Italia liberale e pre-democratica. Quando cioè i diritti politici coincidevano con il monopolio della ricchezza e i governi erano il comitato d’affari delle classi dominanti.

Inoltre: che ne è dei diritti economici e sociali conseguiti nel dopoguerra, senza i quali la democrazia rimane solo un privilegio di chi può permettersela? La loro universalità è stata in larga parte smantellata con un metodo e una meticolosità per molti versi simili dai governi di centrodestra come da quelli di centrosinistra, da Berlusconi e Salvini come da Prodi e D’Alema, da Monti come da Renzi. Ed è ridotta oggi a un servizio minimo essenziale che si propone di garantire la sola sopravvivenza.
La formazione pubblica, dalle scuole primarie all’Università, è stata sottomessa a un format privatistico che configura un sistema duale e classista. Si è imposto un modello pedagogico che dietro la retorica dell’”eccellenza” mortifica ogni merito e bisogno reale, perché - tranne che per pochi privilegiati e cioè per le élites destinate a occupare i segmenti più alti del mercato del lavoro e assorbite dai residui settori industriali avanzati ancora presenti nel paese, - deve in realtà allevare forza-lavoro a basso costo per un apparato produttivo che è in gran parte arretrato e parassitario e non ha bisogno di cultura e innovazione, ricerca e sviluppo, ma è orientato a competere al ribasso.
Il diritto alla salute esiste ormai soltanto sulla carta e le differenze sociali, determinando le capacità di accesso alle cure private, sono tornate a essere differenze che si riverberano sulla stessa aspettativa di vita dei singoli e delle classi.
Nei sistemi pensionistici ogni forma solidarietà sociale è stata smantellata e - soprattutto per quanto riguarda le generazioni più giovani, esposte a un mercato del lavoro selvaggio di tipo ottocentesco nel quale la contrattazione collettiva è stata neutralizzata e la precarietà è divenuta la norma che garantisce uno sfruttamento crescente - ciascuno si ritroverà presto solo e privo di protezioni, con i propri limiti e i propri fallimenti.

Poiché però il sistema di Welfare del dopoguerra è stato una grande operazione di redistribuzione di ricchezza e potere che muoveva dal presupposto dell’intervento dello Stato moderno nelle contraddizioni della società civile, il deserto cresciuto attorno a noi rappresenta anzitutto il segno di una grande riscossa antistatalistica delle classi proprietarie, la cui lotta di classe non è mai stata così efficace. In pochi decenni - dalla sconfitta degli operai Fiat nel 1980 al referendum sulla scala mobile e poi dagli accordi sulla concertazione e sul costo del lavoro sino al pacchetto Treu e al Jobs Act - queste classi si sono riprese con gli interessi già sul piano normativo tutto ciò che i ceti popolari erano riusciti a conquistare in centocinquanta anni di conflitto dal basso. Approfittando infine della crisi economica per ridurre al minimo la percezione stessa dei diritti sociali e per derubricare il sentimento di giustizia a innocuo moralismo impolitico.

Proprio questo è il punto fondamentale, però: a chi serve la democrazia intesa in senso pienamente moderno, quella democrazia che risulta oggi perduta in Italia come nell’«Occidente liberale», serve ai deboli o ai forti? Ai poveri o ai ricchi? A chi è già riconosciuto o agli esclusi?

Come ci ha spiegato una volta per tutte Antonio Gramsci, sono le classi subalterne ad averne più bisogno. E la storia della democrazia è in questo senso anzitutto la storia della lotta di queste classi, della loro organizzazione e della loro complicata unità, al fine di modificare rapporti di forza millenari e conquistare la dignità umana e il riconoscimento nella collettività politica.
La crisi della democrazia e la sua minimizzazione – la sua separazione da ogni elemento di socialismo -, al rovescio, è allora in primo luogo la crisi della capacità popolare di organizzarsi in classe consapevole, di confliggere e difendersi. L’incapacità degli esclusi di ricominciare a lottare contro ogni discriminazione, per portare maggiore equilibrio nelle differenze sociali e infine toglierle, per mettere in sicurezza ciò che è stato conquistato – il salario, il tempo di vita, la bellezza della partecipazione politica… - e per andare anzi ancora più avanti nella costruzione consapevole dell’unità del  genere umano.

Ma il neoliberismo odierno - ovvero il programma liberale puro e privo di ostacoli con il suo corollario post-democratico - è un destino obbligato per questa semi-colonia che è l’Italia, nella quale la retorica verbale “sovranista” dei movimenti populistici e delle destre più rozze si scontra con la realtà degli arsenali e delle armate NATO e USA presenti nel territorio?
La crescita degli squilibri sociali, della quale lo scollamento inarrestabile tra salari e profitti è plastica rappresentazione, è certamente il risultato di una sottrazione degli spazi decisionali, in seguito a una delocalizzazione dei poteri verso organismi sovranazionali e verso entità tecnocratiche irresponsabili, è vero. Ma è ancor prima il risultato di una catastrofica sconfitta sociale e politica che, pur avendo un nesso non revocabile con le vicende della Guerra Fredda e con immani trasformazioni dello scenario globale e dei rapporti di forza tra le regioni del mondo, deriva anzitutto dal venir meno della solidarietà tra le classi subalterne e dalla frantumazione della loro coscienza di sé e della loro organizzazione autonoma.
Se la democrazia è nata quando ciò che era debole e diviso si è unito, facendosi forte nel partito e nel sindacato sino a farsi riconoscere e rispettare come classe dirigente nazionale, la crisi della democrazia esplode invece quando ciò che era stato unito viene nuovamente diviso e ridiventa debole. Sino al punto che la lotta non avviene più oggi tra ciò che è in basso e ciò che è in alto, come pure viene assai spesso ritenuto dai teorici del “populismo”, ma si manifesta sempre più come una guerra tra poveri. Una guerra nella quale i più deboli non sono più in grado di comprendere le ragioni della propria sofferenza e – cosa ancor più evidente in relazione al fenomeno epocale delle migrazioni dei popoli, oggi spesso grottescamente assimilato a un fantomatico complotto sostituzionista ai danni della “razza bianca” - si scannano tra loro, esponendosi all’influenza delle destre più pericolose di vecchio come di nuovo tipo.
E’ un esito, questo, al quale purtroppo il mondo della cultura, dell’arte, della formazione, dell’università e della comunicazione – al quale in particolar modo ci rivolgiamo - non può dirsi estraneo, avendo per lungo tempo accompagnato lo slittamento a destra del quadro politico complessivo attraverso l’elaborazione di forme di coscienza ultraindividualistiche e di valori competitivi e con la contestazione relativistica dell’idea stessa di progresso, uguaglianza e giustizia sociale.

Non c’è alternativa, allora, e non ci sono scorciatoie “governiste” per chi voglia riscoprire la democrazia moderna e rilanciare – in una  fase tutt’altro che “rivoluzionaria” o anche solo espansiva - quel progetto incompiuto che la Costituzione ci ha trasmesso in eredità: non l’incubo padronale di una fantomatica democrazia immediata della rete, né il vano sforzo di condizionare o riconquistare il PD; ma un lungo lavoro di organizzazione e auto-organizzazione, di confronto e mediazione, che ricostruisca un fronte popolare tenendo insieme e facendo interagire partiti politici, forze sociali, movimenti di lotta, e che lo faccia ben al di là dell’orizzonte elettorale contingente. Un lavoro che - con umiltà e modestia - semini coerenza e intransigenza oggi per raccogliere fiducia domani.

Rinunciare, perciò, ai compromessi al ribasso e alla semplice riduzione del danno nell’ambito di un percorso di minimizzazione della democrazia e provare invece a invertire decisamente la rotta. Pur con mille insufficienze e contraddizioni - e ricominciando dopo aver appreso da quegli errori che hanno regalato militanti all’astensionismo, al Movimento 5 Stelle e alle destre -, ripensare la crisi della sinistra (che è ad un tempo la crisi della politica e della coscienza moderna) e riconquistare autonomia, per radicarci di nuovo negli interessi dei subalterni. Accumulare le forze per tornare a incidere al più presto nella realtà - anche attraverso i necessari strumenti di organizzazione, dibattito e comunicazione - e per tenere aperto l’orizzonte di una trasformazione dello stato di cose presenti.

Unire ciò che è stato diviso, ricucendo il tessuto lacerato della società
Ridare organizzazione e rappresentanza alle classi subalterne e  sostenere i popoli e i paesi oppressi o minacciati dall’oppressione
Riequilibrare i rapporti di forza nel conflitto politico e sociale
Ridistribuire ricchezza e uguaglianza nel paese e nel mondo intero
Combattere dappertutto contro il capitalismo, il colonialismo e l’imperialismo
Restituire finalmente pace e potere al popolo

Domenico Losurdo (Università di Urbino); Angelo d'Orsi (Università di Torino); Stefano G. Azzarà (Università di Urbino); Alexander Höbel (Università di Napoli “Federico II”); Davide Busetto (studente Università di Padova); Guido Carpi (Università “Orientale” di Napoli); Riccardo Cavallo (Università di Firenze) Antonello Cresti (saggista e musicologo); Raffaele D'Agata (Università di Sassari); Pierre Dalla Vigna (direttore Edizioni Mimesis); Marco Di Maggio ( Sapienza, Università di Roma); Carla Maria Fabiani (docente storia e filosofia nei licei, Lecce); Roberto Fineschi (Siena School for Liberal Arts); Francesca Fornario (giornalista e autrice satirica, Il Fatto Quotidiano); Gianni Fresu (UniversidadeFederal de Uberlandia, Brazil); Fabio Frosini (Università di Urbino); Guido Liguori (Università della Calabria); Giuliano Marrucci (giornalista, Rai-Report); Raul Mordenti (Università di Roma Tor Vergata); Alessandro Pascale (insegnante precario Storia e Filosofia, Milano); Marco Veronese Passarella (Leeds University); Donatello Santarone (Università di Roma III), Ferdinando Dubla (docente di filosofia e scienze umane, Taranto) + .....
25 gennaio 2018