le lenti di Gramsci

domenica 17 giugno 2018

COMPITI DEI COMUNISTI OGGI


PROMUOVERE l’opposizione sociale di massa sulle contraddizioni di sistema
RICOSTRUIRE la sinistra di classe nel nostro paese per l’unita’ popolare
RESPIRARE il proprio tempo storico con l’AZIONE.
Ecco il compito dei comunisti di oggi.
Ferdinando Dubla - - MARX XXI, Taranto


mercoledì 13 giugno 2018

UN’ALTRA OPPOSIZIONE È POSSIBILE


Sinistra e comunisti, dunque la sinistra di classe, non possono identificare la propria con l’altrui opposizione. C’è bisogno di un’opposizione sociale di massa e la ricostruzione di una sinistra di classe è possibile da essa e funzionale ad essa. Bisogna sempre più rivendicare i valori costituzionali: la sovranità popolare si sostanzia di eguaglianza, lavoro e libertà, laicità, diritto alla salute, all’istruzione, cultura e conoscenza, dignità della persona e diritti civili, sociali e politici e contro ogni logica securitaria e giustizialista. È su questo che va costruita l’opposizione alle contraddizioni che inevitabilmente il governo legastellato aprirà sul terreno politico e sociale. (fe.d.)

Populismo e trasformismo, la lezione di Gramsci




Che c’entra Gramsci con il nuovo governo della destra e dei populisti? Chi voglia provare a capire i caratteri della nostra (eterna) crisi non può fare a meno delle sue analisi. Che come quelle di ogni classico mantengono intatta nel tempo la loro attualità.

In una nota del «Quaderno 6» scrive proprio del “populismo”: esso è una forma di neutralizzazione del protagonismo delle masse; di fronte alla loro domanda di diritti e di potere le classi dominanti «reagiscono con questi movimenti ‘verso il popolo’». Il “pensiero borghese”, aggiunge Gramsci, «non vuole perdere la sua egemonia sulle classi popolari e, per esercitare meglio questa egemonia, accoglie una parte dell’ideologia proletaria».

La parola chiave è “egemonia”. Il “populismo” è insomma il travestimento della destra che si fa sinistra, per conservare il potere economico, politico e culturale accoglie “parte” delle istanze di sinistra: il lavoro, le tasse, le domande securitarie, le identità corporative o di campanile, fino a certo deteriore “nazionalismo popolare” del ‘sangue e suolo’.

In una nota del 1930 Gramsci aveva indagato il fenomeno dall’altro verso: non dell’andare al popolo dei potenti, ma della ripulsa della politica da parte del popolo. Popolo che prova «avversione verso la burocrazia» o «odia il funzionario», antipolitica diremmo oggi, ma che pure non riesce a darsi una strategia autonoma di alternativa. Si tratta, nota acutamente Gramsci, di «odio ‘generico’ ancora di tipo ‘semifeudale’, non moderno, e non può essere portato come documento di coscienza di classe».

Due elementi: è una politica immatura quella del populismo, regressiva; d’altro canto non è possibile populismo ‘di sinistra’ (osservazione non scontata, non mancano oggi infatti tentativi di declinazione progressiva del populismo, direi da Laclau a Mélenchon). Occorre invece una critica moderna dello stato di cose esistente. Che solo la politica può dare. Contro populismo e antipolitica occorre non farsi corrivi con lo spirito dei tempi, non porsi “sulla difensiva” rispetto al piano egemonico dell’avversario. E invece la sinistra italiana, già agli occhi di Gramsci, scontava proprio un difetto politico, di «scarsa efficienza dei partiti», ridotti a «bande zingaresche» o al «nomadismo politico». L’eterno trasformismo della politica nazionale.

Questa doppia debolezza strutturale della destra di governo e della sinistra di alternativa è la ragione profonda ed esaustiva non solo della fragilità storica della nostra democrazia, ma dell’intero nostro tessuto civile, se è vero che in Italia non è «mai esistito un ‘dominio della legge’, ma solo una politica di arbitrii e di cricca personale e di gruppo».

Si pensi proprio alla nascita del governo Conte. Sul manifesto Gaetano Azzariti ha parlato di «gestione del tutto privata della crisi», con «il programma di governo trasformato in un contratto tra due signori stipulato davanti a un notaio, le cui obbligazioni sono assolte da un loro fiduciario». Populismo e privatismo possono ben andare insieme. Come per altro avevamo imparato già da Berlusconi.

L’alternativa a tutto ciò deve essere chiara e netta: tornare alla politica, al «dominio della legge», dell’interesse generale. Perché se certo la colpa dell’antipolitica è della politica, pure l’antidoto all’antipolitica può essere solo di nuovo la politica. Combattere il populismo si deve rivendicando la nobiltà della politica. E praticandola. Rischiando anche l’impopolarità dell’antipopulismo (tanto più che il risultato straordinario del referendum del dicembre 2016 prova che nei momenti topici il popolo italiano mostra discernimento e intelligenza politica).

Ancora Gramsci ricorda che il fenomeno dell’“apoliticismo” si spiega col fatto che i partiti in Italia «nacquero tutti sul terreno elettorale», risultato di «un insieme di galoppini e maneggioni elettorali, un’accolita di piccoli intellettuali di provincia», senza visione, senza strategia, senza senso della politica.

Queste dunque le priorità della possibile e necessaria alternativa al populismo: organizzazione delle masse popolari, autonomia culturale e politica, un partito della sinistra in grado di corrispondere al dettato dell’articolo 49 della Costituzione: «Concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». Avendone un’idea possibilmente: di interesse nazionale, di politica, di democrazia.

da Il Manifesto, 12 giugno 2018


domenica 10 giugno 2018

I triangoli del SE'


3triangoli3 -- triangolo dell'identità o della relazione, triangolo dell'autostima, triangolo della frustrazione
- - La valutazione degli altri non mi serve da guida
(Carl Ramson Rogers)
- - eppure non esiste identità senza relazione, autostima senza riconoscimento, frustrazione senza aspettativa
(Dublicius. counselor)

per Rogers la pura identità è possibile raggiungerla senza il condizionamento, e questo renderebbe più forte la propria energia interiore; ma l’identità non si costruisce senza relazione, dunque la valutazione endogena influisce sulla valutazione interna. Per la psicologia umanistica non-direttiva, così come anche per l’approccio olistico, la relazione d’aiuto non è valutativa.








PER UN’ECOLOGIA DELLA MENTE/ L’ENERGIA SOLARE


L’ENERGIA SOLARE
riveste, a mio avviso, un ruolo fondamentale per l’energia psichica, sebbene si incroci con lo stato d’animo. Per trasformarla in energia positiva, è necessario il training mentale, come sempre. Gli stessi fiori si esaltano e/o si deprimono rivolgendosi al sole, perché l’elemento che regge l’equilibrio naturale, e dunque anche l’equilibrio psico-fisico umano, proprio per la presenza vitale del sole, è l’acqua. [fe.d. counselor.1)]



martedì 5 giugno 2018

DIETRO LE PARATE


Le missioni militari in cui le Forze armate italiane sono impegnate in oltre 20 paesi: dal Kosovo all’Iraq e all’Afghanistan, dal Libano alla Libia e alla Lettonia, dalla Somalia a Gibuti e al Niger.
Quanto ci costano? è giusto farle?
Questo è un esempio di come l’opposizione sociale di massa che la sinistra di classe nel nostro paese deve promuovere, è un’altra opposizione rispetto al PD, servo dell’UE e della NATO, e di FI, sempre al soldo dei vari padroni, interni e del mondo.
(fe.d.) 

l’articolo di Manlio Dinucci oggi su Il Manifesto 

Quella del 2 giugno non è stata una parata militare, anzi nemmeno una parata, ma una «rassegna»: lo sostiene il ministero della Difesa che ne ha curato la regia (ultimo atto della ministra Pinotti).

La sfilata ai Fori Imperiali – di fronte al nuovo governo appena insediato – è stata simbolicamente aperta da 330 sindaci in rappresentanza della società civile, seguiti da tutti i settori delle Forze armate, per celebrare la «Festa degli Italiani – Uniti per il Paese». Nel suo messaggio il presidente della Repubblica Mattarella ha espresso la gratitudine del popolo italiano alle Forze armate per «la preziosa opera che svolgono in tante travagliate regioni del mondo per l’assistenza alle popolazioni gravate dai conflitti», in base alla «nostra Carta Costituzionale, architrave delle Istituzioni e supremo riferimento per tutti».

Man mano che i reparti sfilavano, venivano elencate le missioni militari in cui le Forze armate italiane sono impegnate in oltre 20 paesi: dal Kosovo all’Iraq e all’Afghanistan, dal Libano alla Libia e alla Lettonia, dalla Somalia a Gibuti e al Niger. In altre parole, venivano elencate le guerre e le altre operazioni militari cui l’Italia ha partecipato e partecipa, violando la propria Costituzione, nel quadro della strategia aggressiva ed espansionista Usa/Nato. Le operazioni militari all’estero, in cui l’Italia è impegnata, sono in continuo aumento.

Oggi 5 giugno, su incarico della Nato, cacciabombardieri italiani Eurofighter Typhoon cominciano a «proteggere» insieme a quelli greci lo spazio aereo del Montenegro, ultimo entrato nella Alleanza. Cacciabombardieri italiani già «proteggono» i cieli di Slovenia, Albania ed Estonia dalla «minaccia russa». Navi da guerra italiane si apprestano a salpare per il Pacifico, dove parteciperanno alla Rimpac 2018, la più grande esercitazione navale del mondo cui prenderanno parte, sotto comando Usa, le marine militari di 27 paesi in funzione anti-Cina (accusata dagli Usa di «espansione e coercizione» nel Mar Cinese Meridionale). Forze speciali italiane hanno partecipato in Niger a una esercitazione del Comando Africa degli Stati uniti, sponsorizzata dall’Unione europea, in cui sono stati addestrati circa 1900 militari di 20 paesi africani.

In Niger, dove gli Usa stanno costruendo ad Agadez una grande base per droni armati e forze speciali, l’Italia si appresta a costruire una base destinata a ospitare inizialmente 470 militari, 130 mezzi terrestri e 2 aerei. Scopo ufficiale dell’operazione, ostacolata da opposizioni all’interno del governo nigerino, è aiutare il Niger e i paesi limitrofi a combattere il terrorismo.

Scopo reale è quello di partecipare, sulla scia di Francia e Stati uniti, al controllo militare di una regione ricchissima di materie prime – oro, diamanti, uranio, coltan, petrolio e molte altre – di cui nemmeno le briciole vanno alla popolazione che vive per la maggior parte in povertà estrema. Col risultato che cresce il dramma sociale e di conseguenza anche il flusso migratorio verso l’Europa. Il nuovo governo intende «rivalutare la nostra presenza nelle missioni internazionali sotto il profilo del loro effettivo rilievo per l’interesse nazionale». Per farlo, occorre però stabiire quale sia l’interesse nazionale. Ossia se l’Italia debba restare all’interno di un sistema di guerra dominato dagli Usa e dalle maggiori potenze europee, o ne debba uscire per essere un paese sovrano e neutrale in base ai principi della propria Costituzione.

Politica interna e politica estera sono due facce della stessa medaglia: non ci può essere reale libertà all’interno se l’Italia, sovvertendo l’Articolo 11, usa la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli.


giovedì 31 maggio 2018

Educare alla precarietà fin da bambini


fonte: lariscossa.com 


Educare alla precarietà fin da bambini. A questo introduce una delle domande presenti nel questionario della prova Invalsi di Italiano imposto agli alunni delle classi quinte della scuola primaria. Un futuro annunciato che non lascia alcuno spazio all'immaginazione e alla fantasia ma indica al bambino una ricetta ben precisa. 

"Pensando al tuo futuro, quanto pensi che siano vere queste frasi?". Con una risposta chiusa graduale che va dal "Per niente" al "Totalmente", i bambini di 10 anni sono chiamati ad esprimersi circa le proprie aspettative di studio e di lavoro, ma anche riguardo a mercato e logiche di consumo.

"Raggiungerò il titolo di studio che voglio"; "Avrò sempre abbastanza soldi per vivere"; "Nella vita riuscirò a fare ciò che desidero"; "Riuscirò a comprare le cose che voglio"; "Troverò un buon lavoro". 

Risulta evidente come la scelta di queste frasi sia volta a suggerire come metro di valutazione delle proprie capacità e possibilità il denaro di cui si dispone. Oltre a mortificare il bambino proveniente da famiglie meno abbienti, l'intenzione è chiaramente quella di assoggettare le giovanissime menti alla formula imposta dal sistema capitalistico alla stragrande maggioranza della popolazione, ovvero il "nasci, consuma e crepa", dove il diritto allo studio e al lavoro sono ormai messi in discussione e diventano un privilegio per pochi, il primo, e una concessione dei padroni a cui piegarsi, il secondo. 

Le domande, del resto, sono coerenti con uno degli obiettivi politici chiave dell'Unione europea e degli Stati membri nell'ambito del sistema d'istruzione, ovvero sviluppare e promuovere l'educazione all'imprenditorialità.

Come possiamo leggere in un recente studio della rete Eurydice1, Entrepreneurship education at School in Europe2:

«Vi è una sempre maggiore consapevolezza delle potenzialità dei giovani di avviare e sviluppare imprese commerciali e sociali, diventando così innovatori nei settori in cui vivono e lavorano. L'educazione all'imprenditorialità è essenziale non solo per forgiare la mentalità dei giovani, ma anche per fornire le competenze, conoscenze e attitudini che sono centrali per lo sviluppo di una cultura imprenditoriale».

I campi presi in considerazione nello studio sono le azioni strategiche e i meccanismi di finanziamento a sostegno dell'educazione all'imprenditorialità, il livello di integrazione dell'educazione all'imprenditorialità nei curricoli di studio nazionali e i risultati dell'apprendimento, oltre ai curricoli della formazione degli insegnanti iniziale e continua. 

«In Europa – continua il rapporto – lo sviluppo e l'attuazione dell'educazione all'imprenditorialità sono finanziati con fondi nazionali e/o europei. I fondi nazionali sono spesso erogati dal Ministero dell'istruzione, di concerto con altri ministeri competenti. Ventisette dei paesi/regioni europei esaminati destinano fondi nazionali all'educazione all'imprenditorialità, principalmente per l'attuazione delle proprie strategie specifiche o più generiche in tale campo.

I fondi vengono stanziati sotto forma di un budget specifico destinato all'educazione all'imprenditorialità o, più spesso, nell'ambito del budget nazionale complessivo. Oltre ai finanziamenti nazionali, 24 paesi/regioni europei ricevono fondi dall'UE per l'educazione all'imprenditorialità. 

Anche se in Italia, non esiste attualmente una strategia nazionale sull'educazione all'imprenditorialità, tuttavia questa, definita come "spirito di iniziativa e imprenditorialità", costituisce una competenza cross-curricolare, introdotta attraverso la Certificazione delle competenze, rilasciata al termine della classe quinta della scuola primaria e della classe terza della scuola secondaria di primo grado. 

Inoltre, "spirito di iniziativa e imprenditorialità" sono inclusi nei contenuti specifici di una materia chiamata "Diritto ed economia" e all'interno dell'alternanza scuola-lavoro.

In particolare, nella materia "Diritto ed economia", è prevista un'abilità che si riferisce all'educazione all'imprenditorialità. Nei primi due anni degli istituti tecnici (settori economico e tecnologico), l'acquisizione delle competenze imprenditoriali è inoltre stimolata attraverso la gestione di progetti, la gestione di processi produttivi relativi alle funzioni aziendali e l'attuazione dei regolamenti nazionali ed europei, in particolare nel campo della sicurezza e protezione ambientale.  Una delle abilità che gli studenti dovrebbero acquisire consiste nel "riconoscere gli aspetti giuridici ed economici che connotano l'attività imprenditoriale".

Quindi non solo l'educazione dei giovani è indirizzata verso un'acquisizione acritica dell'ideologia dominante, come tutte le società oppressive hanno sempre fatto, ma ovviamente anche le risorse che la società borghese destina alla scuola sono finalizzate a promuovere un modello di educazione e di sistema basato sul profitto e la competizione, che spinge l'essere umano a misurare la propria felicità a seconda della quantità di beni che può permettersi e che oggi viene insistentemente introdotto già a partire dai primi gradi dell'istruzione. 

Boicottare i test Invalsi quindi è un primo passo contro il classismo e la dequalificazione della scuola pubblica.
Emilia Calabria e Sabrina Cristallolariscossa.com 


martedì 29 maggio 2018

«Sovranità» da Bruxelles, non da Washington


la nota di Manlio Dinucci su Il Manifesto, 29 maggio 2018


Steve Bannon – ex stratega di Donald Trump, teorico del nazional-populismo – ha espresso il suo entusiastico sostegno all’alleanza Lega-Movimento 5 Stelle per «il governo del cambiamento».

In una intervista (Sky TG24, 26 maggio) ha dichiarato: «La questione fondamentale, in Italia a marzo, è stata la questione della sovranità. Il risultato delle elezioni è stato quello di vedere questi italiani che volevano riprendersi la sovranità, il controllo sul loro paese. Basta con queste regole che arrivano da Bruxelles».

Non dice però significativamente «basta con queste regole che arrivano da Washington».

Ad esercitare pressione sull’Italia per orientarne le scelte politiche non è infatti solo l’Unione europea, dominata dai potenti circoli economici e finanziari soprattutto tedeschi e francesi, che temono una rottura delle «regole» funzionali ai loro interessi.

Forte pressione viene esercitata sull’Italia, in modo meno evidente ma non meno invadente, dagli Stati uniti, che temono una rottura delle «regole» che subordinano l’Italia ai loro interessi economici e strategici.

Ciò rientra nelle politiche che Washington adotta verso l’Europa, attraverso diverse amministrazioni e con metodi diversi, perseguendo lo stesso obiettivo: mantenere l’Europa sotto l’influenza statunitense. Strumento fondamentale di tale strategia è la Nato.

Il Trattato di Maastricht stabilisce, all’Art. 42, che «l’Unione rispetta gli obblighi di alcuni Stati membri, i quali ritengono che la loro difesa comune si realizzi tramite la Nato».

E il protocollo n. 10 sulla cooperazione stabilisce che la Nato «resta il fondamento della difesa» dell’Unione europea.

Oggi 21 dei 27 paesi della Ue, con circa il 90% della popolazione dell’Unione, fanno parte della Nato, le cui «regole» permettono agli Stati uniti di mantenere, sin dal 1949, la carica di Comandante supremo alleato in Europa e tutti gli altri comandi chiave; permettono agli Stati uniti di determinare le scelte politiche e strategiche dell’Alleanza, concordandole sottobanco soprattutto con Germania, Francia e Gran Bretagna, facendole quindi approvare dal Consiglio Nord Atlantico, in cui secondo le «regole» Nato non vi è votazione né decisione a maggioranza, ma le decisioni vengono prese sempre all’unanimità.

L’ingresso nella Nato dei paesi dell’Est – un tempo membri del Patto di Varsavia, della Federazione Jugoslava e anche dell’Urss – ha permesso agli Stati uniti di legare questi paesi, cui si aggiungono Ucraina e Georgia di fatto già nell’Alleanza atlantica, più a Washington che a Bruxelles.

Washington ha potuto così spingere l’Europa in una nuova guerra fredda, facendone la prima linea di un sempre più pericoloso confronto con la Russia, funzionale agli interessi politici, economici e strategici degli Stati uniti.

Emblematico il fatto che, proprio nella settimana in cui in Europa si dibatteva aspramente sulla «questione italiana», è sbarcata ad Anversa (Belgio), senza provocare alcuna significativa reazione, la 1a Brigata corazzata della 1a Divisione statunitense di cavalleria, proveniente da Fort Hood in Texas.

Sono sbarcati 3.000 soldati, con 87 carri armati Abrams M-1, 125 veicoli da combattimento Bradley, 18 cannoni semoventi Paladin, 976 veicoli militari e altri equipaggiamenti, che saranno dislocati in cinque basi in Polonia e da qui inviati a ridosso del territorio russo.

Si continua in tal modo a «migliorare la prontezza e letalità delle forze Usa in Europa», stanziando dal 2015 16,5 miliardi di dollari.

Proprio mentre sbarcavano in Europa i carri armati inviati da Washington, Steve Bannon incitava gli italiani e gli europei a «riprendersi la sovranità» da Bruxelles.



MEZZ’ORA


“Dopo aver liquidato Giuseppe Conte e il candidato di Lega-M5S Paolo Savona il Quirinale, dopo neanche mezz’ora, ha convocato Carlo Cottarelli“
così Bruno Perini su Il Manifesto di oggi.
E aggiungo che anche la lista dei ministri del governo provvisorio era prontissima, tutto in meno di 24ore.
L’hastag “io sto con Mattarella” a egemonia PD è un hashtag di regime, di regime come le manifestazioni dirette dai poteri capitalistico-finanziari degli oligarchi eurocrati, che possono contare sui megafoni del potere, i media tradizionali, i gazzettieri “maitre a penser”.
Noi a sinistra non amiamo il termine “sovranista”: siamo internazionalisti, da sempre. Ma la “sovranita’ appartiene al popolo” lo dice la nostra Costituzione e sostanzia la democrazia repubblicana che comunisti e socialisti hanno contribuito a costruire. Se la sinistra antiNato e critica di questa Europa dei capitali, che usa il debito pubblico e la speculazione finanziaria per azzerare le prerogative costituzionali di ogni singolo paese, si fosse presentata al Capo dello Stato per contribuire alla formazione di un governo, forte di un cospicuo successo elettorale, cosa sarebbe accaduto? Ci avrebbero liquidato neanche in mezz’ora, in un quarto d’ora. 
Dal mattarello al manganello il passo è breve. Per ricostruirsi, la sinistra di classe, e i comunisti in essa, contribuisca all’organizzazione di un’opposizione sociale di massa. A rimorchio di nessuno, ma senza tentennamenti. (fe.d.) su FB, 29 maggio 2018
-- Molti confondono il sovranismo (ovviamente deve essere di classe e di sinistra) con nazionalismo: e invece il sovranismo di sinistra è popolare non populista. I populisti accarezzano la pancia del popolo diretti dalle classi dominanti. Popolare lo diventa chi interpreta i bisogni e gli interessi della maggioranza della popolazione diretta dalle classi produttrici e per l'egemonia dei subalterni. Alcuni governi, come quello del Venezuela chavista, lo sanno bene. Qui, nell'occidente del capitalismo europeo, la cultura della sinistra stenta a riconoscerlo. Per capirlo, basta leggere la nota di Manlio Dinucci su Il Manifesto di oggi, 29 maggio 2018.
ferdinando dubla


mercoledì 23 maggio 2018

L’ultima trappola della «Buona scuola»


Appello al Miur. L’inserimento di docenti Irc nelle Commissioni d’esame per la terza media è l’ultimo atto di un processo sotterraneo per recuperare all’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche il ruolo di «materia obbligatoria» con diritto all’esonero.

Il Decreto legislativo 62/2017 stravolge tacitamente le disposizioni contenute nell’art. 185 comma 3 del Decreto 297 1994. Si tratta della sostituzione dell’elenco relativo alle materie all’Esame di Stato conclusivo della Scuola Secondaria di I°grado con la dicitura riferita a «tutti i docenti del Consiglio di Classe». Tra le materie indicate nel Decreto del 1994 non figurava l’Insegnamento della Religione Cattolica (Irc). È questa un’ultima trappola della legge denominata «Buona Scuola».
L’inserimento di docenti Irc nelle Commissioni d’esame per la terza media è l’ultimo atto di un processo sotterraneo – iniziato con il rinnovo del sistema concordatario – per recuperare all’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche il ruolo di «materia obbligatoria» con diritto all’esonero. Solo con difficoltà sono state introdotte norme e istituti per rendere effettiva la nuova facoltatività con la formulazione delle quattro alternative fra cui la frequenza di una reale materia alternativa.
Nessuna promozione è stata fatta per informare le famiglie su tali alternative sulle quali, anche per la difficoltà a superare certe prassi e il timore di esporre i figli a discriminazioni, sono state esercitate, in particolare nella scuola primaria, ben poche opzioni. (…).
Le sottoscritte associazioni che si battono da anni per il rispetto della laicità della Scuola e dello Stato, si oppongono con forza a tale stravolgimento della Legge 121/1985, attuativa del Nuovo Concordato. Rivolgono pertanto al Miur la richiesta urgente di chiarimenti indispensabili per insegnanti e famiglie di alunni e alunne in procinto di affrontare la prova del citato Esame:
– l’Irc sarà materia d’esame? Se non lo sarà, a qual fine la presenza del docente? L’eventuale presenza di un docente di a. a. non si configura come discriminante nei confronti di coloro che hanno scelto attività di studio o di ricerca individuali o la non presenza a scuola durante l’Irc?
– nella prova d’esame, a differenza di quanto avviene nelle operazioni di scrutinio, i voti sono soltanto numerici: è quindi prevedibile una valutazione numerica dell’Irc?
– il docente di Rc nella votazione per promozione o bocciatura si comporta come previsto nel DPR 202/1990, ossia non vota se il suo voto fosse determinante?
Queste sono solo alcune delle ambiguità da chiarire.
*** Comitato Nazionale Scuola e Costituzione, Comitato bolognese Scuola e Costituzione, Associazione Nazionale per la Scuola della Repubblica, Manifesto dei 500, Ass.Naz. Sostegno Attivo, Cogedeliguria, Ass.Naz. del Libero Pensiero “Giordano Bruno”, Coordinamento Genitori Democratici (Cgd), Comitato Genovese Scuola e Costituzione, Crides (Centro di iniziativa per la difesa dei diritti nella scuola), Movimento di Cooperazione Educativa (Mce), Uaar, Fnism, Cidi, Osservatorio diritti scuola, Fcei (Fed.Chiese Evangeliche It.), Comitato Insegnanti Evangelici Italiani, Comitato Democrazia Costituzionale -Roma




domenica 20 maggio 2018

Potere nelle fabbriche e identità di classe


TEMPI MODERNI? NO, TEMPO ANTICO A TARANTO.
Potere nelle fabbriche e identità di classe
Taranto riconquista le prime pagine di tutti gli organi di informazione locali e nazionali. Ha suscitato grande emozione la morte di un giovane operaio di 28 anni, pari a quella, l’altro giorno, di un anziano lavoratore di 67 anni che è caduto da un' impalcatura…l’età sorprende in entrambi i casi. Queste non sono “morti bianche” ma omicidi sul lavoro. Ieri l’operaio lavorava su un impianto “fermo” che doveva essere in “sicurezza”. Ribadiamo ancora una volta che non è mai fatalità! Affermiamo con certezza che non basta cercare solo nella catena di comando le responsabilità e magari partendo sempre da una velata allusione della corresponsabilità del lavoratore. E’ invece nella organizzazione del lavoro che va cercata la soluzione delle tragedie. E’ lì che la proprietà oggi esprime il suo ruolo totalizzante nell’ubbidire ad un mercato senza regole ed utilizzando il ricatto di un misero salario e la vita stessa dei lavoratori. I problemi attuali aumenteranno con la nuova proprietà che incombe, e che prevede anche una gestione diversa tra i reparti di lavorazione nel ciclo produttivo mettendoli in competizione tra loro. Tempi moderni? No antichi! Ci adeguiamo in un mondo produttivo livellato al massimo sfruttamento dei lavoratori. Oggi si proclamerà uno sciopero nazionale sulla sicurezza del lavoro da parte dei maggiori sindacati ma non basta! Loro hanno una storica inadeguatezza nel livello dello scontro attuale che ribadiamo essere antico nei contenuti. Il passato insegna che occorre cambiare il modo di lavorare ed il controllo deve essere diretto da parte dei lavoratori sull’intero ciclo produttivo. Il potere nelle fabbriche va riconquistato con l’Identità di una classe che oggi drammaticamente è assente. I comunisti vengono da lontano e vogliono andare lontano, verso una economia ed una società diversa, a misura d’uomo e non del profitto. Non basta il cordoglio per l’ennesima vittima ma l’impegno per un radicale cambiamento.

Giancarlo Girardi -- Comitato Cittadino PCI Taranto



SPREAD BANG



a grande richiesta dei poteri forti viene richiamato lo SPREAD, il proiettile ad orologeria che le oligarchie eurocrati riservano a coloro che potrebbero mettere in discussione gli assetti capitalistico-finanziari di questa parte dell’occidente. Ma voi immaginate cosa accadrebbe se la pur debole democrazia rappresentativa portasse un domani ad un governo di sinistra, magari guidato dalla sinistra di classe? Capite ora il Venezuela? 🇻🇪
La diarchia demo/populista andrebbe invece, su questo, incalzata: siete davvero capaci di ricollocare l’Italia in un diverso scenario internazionale (Russia, paesi BRICS), a rinegoziare seriamente il debito, di riprendere un briciolo di sovranità nazionale? e il sistema pensionistico, dell’imposizione fiscale, dell’istruzione, della sanità e dei servizi essenziali del Welfare?
La sinistra di classe (e i comunisti in essa) deve ripartire dalle contraddizioni sociali che il prossimo governo legastellato inevitabilmente allarghera’: a partire dalle mobilitazioni, sempre più estese e combattive, contro la TAV, il TAP e l’Ilva di Taranto. Solo l’organizzazione di una forte opposizione sociale crea le premesse per una forte sinistra di classe, non i giochini politici e le discussioni sterili.

(fe.d.)

sabato 19 maggio 2018

La sovranità monetaria è una battaglia di sinistra

Debito. La categoria «sovranità» era emersa negli incontri internazionali di Porto Alegre, declinata come sovranità alimentare, energetica e, appunto, anche monetaria


Tonino Perna su Il Manifesto, 19/05/2018

Ha ragione Luigi Pandolfi a denunciare il fatto che l’opposizione alle politiche di austerity le abbiamo lasciate in mano alla destra fascistoide. Non basta che esponenti della sinistra radicale ogni tanto alzino la voce contro queste politiche.
Bisognerebbe anche trovare delle alternative credibili e praticabili.
Certamente, come viene suggerito nell’articolo citato, si potrebbe sterilizzare una parte del debito pubblico trasformato i titoli di Stato in possesso della Banca d’Italia in titoli “irredimibili”, ma questa operazione non è una passeggiata come dimostra la storia europea e italiana, perché colpisce la credibilità di uno Stato e la fiducia dei risparmiatori e investitori. Insomma, è una questione da approfondire, ma non è l’unica soluzione per uscire da questa situazione insostenibile e da rapporti di forza asimmetrici.
E questo è il punto: quando si parla di rivedere i Trattati europei o di sfondare il rapporto Deficit/Pil non si tengono in conto i rapporti di forza realmente esistenti.
Avendo perso i singoli stati europei la possibilità di battere moneta ed essendo costretti ad acquistarla dalle banche private pagando un interesse del 4 per cento (mentre le banche la ricevono dalla Bce a tassi vicino allo zero) uno Stato come il nostro con un debito pubblico che va oltre il 130 per cento del Pil e paga interessi annui legati alla speculazione finanziaria c’è ben poco da fare restando entro questi rapporti di forza asimmetrici.
Si può sbraitare contro i burocrati di Bruxelles quanto si vuole, aumentando per questa via il consenso popolare, ma se si alza lo spread perché “i mercati” puntano a speculare sui nostri titoli di Stato andremo a pagare interessi annui oltre i 70 miliardi attuali e ci avvicineremo al default (Argentina docet).
Un grande intellettuale, oltre che prestigioso sociologo e economista, come Luciano Gallino, nella prefazione ad un volume sulla “Moneta fiscale” curato da Marco Cattaneo, Stefano Sylos Labini, Enrico Grazzini, ha spiegato con estrema chiarezza e precisione come i nostri guai finanziari sono cominciati da quando abbiamo perso la «sovranità monetaria».
Ed essendo uomo di sinistra non avrebbe mai immaginato che in pochi anni avremmo regalato questa battaglia sacrosanta alla destra fascista e sfascista. Non a caso la categoria della «sovranità» era emersa negli incontri internazionali di Porto Alegre declinata come sovranità alimentare, energetica e, per l’appunto, monetaria.
Il movimento no/new global aveva espresso e articolato una critica diretta a questa globalizzazione finanziaria che sottomette al volere del capitale finanziario le stesse istituzioni politiche nazionali e locali. Tra le alternative emerse ci sono le monete locali e, nello specifico caso italiano, quella dei Certificati di Credito Fiscale , detta anche “moneta fiscale” proposta dagli autori qui già richiamati. Con il sostegno scientificamente approfondito da parte di Luciano Gallino e la critica, scontata, dei tecnici della Banca d’Italia e di altri economisti neoliberisti che condividono una visione sacrale del denaro.
Creare una moneta parallela da parte dello Stato, o come la definisce Gallino una forma di “denaro potenziale”, permetterebbe di immettere liquidità nel sistema e far ripartire la domanda aggregata senza aumentare il deficit dello Stato.
Purtroppo, anche a sinistra c’è una parte rilevante che di fronte ad ogni alternativa non ortodossa storce il naso perché ha interiorizzato il culto magico-sacrale del denaro, del novello “vitello d’oro” e le orazioni dei suoi sacerdoti (economisti e speculatori finanziari).
E’ fuorviante dividersi tra rigoristi e sovranisti, la vera divisione passa su chi deve pagare il debito pubblico nel medio periodo e su chi deve ricadere il costo della crisi finanziaria.



venerdì 11 maggio 2018

INTERNAZIONALISMO e/o SOVRANISMO


Sovranismo, globalismo, mondialismo, atlantismo, sono termini in uso alla cultura di destra e rischiano di mistificare i contenuti che ne dovrebbero sviluppare senso e significato. La sinistra di classe ha l'internazionalismo e l'imperialismo come valori fondanti non solo dell'identità politico-culturale, ma della sua prassi militante. Questo però non significa che gli interessi popolari delle singole nazionalità non siano preminenti, in particolar modo la salvaguardia dei livelli raggiunti dalle forze produttive di ogni singolo paese, che dunque deve conservare le proprie prerogative appunto di sovranità, contro l'offensiva delle frazioni dominanti del capitale economico-finanziario. Può esistere, dunque, un "sovranismo" di sinistra? In tempi di governo di unione tra eclettico qualunquismo e demagogia securitaria in nome di un inconseguente sovranismo, appunto di destra, è utile rileggere questa analisi di Francesco Maringiò per l'"Antidiplomatico". (fe.d.)

Costruire un “sovranismo di sinistra”. Primo passo: contribuire ad eliminare il pareggio di bilancio in Costituzione

L’editoriale di Sergio Fabbrini [Italia e Ue, il momento delle scelte strategiche, il Sole24Ore, p.1, 11/03/2018] sul giornale confindustriale è molto interessante. A partire dall’analisi del voto che individua chi ha vinto le elezioni (e per quale ragione principale): «domenica scorsa, più della metà dell’elettorato italiano, [ha] dato il voto a due partiti (5 Stelle e Lega) che avevano un programma (dichiaratamente) sovranista. 

Quelle elezioni, forse per la prima volta, ci hanno consegnato un’Italia politicamente unificata intorno a uno stato d’animo sovranista, rappresentato al nord dal centro-destra a guida leghista e al sud dai 5 Stelle. (…) Si tratta di un voto che esprime la richiesta (da parte di elettorati diversi) di recuperare il controllo su cruciali politiche nazionali, come quella di bilancio e quella migratoria. (…) Il 4 marzo ha portato alla superficie politica una diffusa insicurezza economica (negli elettori del sud) e una altrettanto diffusa insicurezza territoriale (negli elettori del nord). Il sud ha pagato più di altre aree la crisi economica e si è sentito escluso dalla ripresa successiva. Il nord ha subìto più di altre aree l’immigrazione e l’ha percepita come una minaccia identitaria alla propria coesione sociale. 


Il fatto è che entrambe le insicurezze sono state generate da politiche (quella economica e quella migratoria) su cui l’Italia ha competenze e risorse limitate. Si tratta di politiche che vengono decise nel sistema europeo dell’interdipendenza (l’Eurozona nel primo caso, l’Unione europea o Ue nel secondo caso) e non nel sistema nazionale dell’indipendenza».

Finalmente, vengono messi i piedi nel piatto della questione che, per la sinistra di questo paese è spesso un tabù: il tema della difesa degli interessi nazionali. Ovviamente, questo, non è un tema di classe tout court, ma attraversa l’arco destra-sinistra: si può difendere la sovranità nazionale per rafforzare la borghesia nazionale di un paese, oppure per difenderne le forze produttive, il cui sviluppo è imprescindibile per un processo di transizione socialista.


E l’approfondimento della crisi ha maturato nella testa del popolo (meno in quello dei gruppi dirigenti della sinistra politica) l’esigenza di una salvaguardia degli interessi nazionali in tutta Europa: «le forze sovraniste hanno conquistato il 13% degli elettori in Germania (nelle elezioni del 24 settembre scorso) mentre hanno ottenuto più del 50% in Italia (nelle elezioni del 4 marzo scorso)».


L’editorialista del Sole vede una discontinuità tra l’orientamento europeista ed il voto: «secondo un recente policy brief di Eupinions, ben il 66% degli italiani continua a essere favorevole a una maggiore integrazione economica e politica.

Ciò che occorre spiegare è perché quel 66% era superiore di ben 10 punti solamente due anni fa», spiegabile con il sistema intergovernativo. «Il sistema intergovernativo – continua l’editoriale - creato per gestire collegialmente quelle politiche ha finito per generare effetti non previsti (…) [ed] ha finito per creare gerarchie di potere tra i governi nazionali oppure per generare stalli decisionali. Così, nella politica finanziaria, le decisioni prese (stabilità invece che crescita) sono risultate congruenti con gli interessi dei Paesi predominanti oppure, nella politica migratoria, le decisioni che non sono state prese (controllo sovranazionale delle frontiere e dei flussi) hanno favorito i Paesi meno esposti ai processi migratori. In tutti i Paesi europei c’è stata una reazione sovranista per gli effetti della crisi finanziaria e dell’immigrazione». E si aggiunge «l’interdipendenza europea (nelle politiche fiscali o migratorie) non ha portato a un ridimensionamento uniforme delle sovranità nazionali. Infatti, alcuni stati membri (come la Germania) hanno potuto combinare il sostegno alla sovranità europea con la preservazione della propria sovranità nazionale, mentre altri stati membri (come l’Italia) hanno dovuto rinunciare alla seconda per poter fare parte della prima».


Quello che, a mio modesto parere, non viene messo in evidenza è che questo non è un tema che attiene alla “tecnica”, ma alla politica a tutto tondo: l’Unione Europea ed il meccanismo dell’Eurozona non hanno smarrito “l’ispirazione originale”, ma rappresentano proprio l’attuazione del processo di integrazione, basato sul disequilibrio tra aree economiche ed una competizione inter-imperialistica tra i paesi di Kerneuropa (il nocciolo duro attorno all’area del marco tedesco) ed i paesi del sud Europa.
Quello che è colpevolmente mancato in questa campagna elettorale è stata una posizione chiara di sovranismo “di sinistra”, capace di indicare una prospettiva alternativa al paese e di rispondere alle esigenze di insicurezza economica e di insicurezza territoriale.


L’elusione di questo punto è gravida di conseguenze: dall’incapacità di interlocuzione con i vasti settori popolari che oggi hanno appoggiato il M5S e, soprattutto, impedire alcuna connessione sentimentale con le masse popolari che oggi soffrono la crisi.


Per cui, in conclusione, due sono le necessità che vedo di fronte: costruire ed avanzare una linea politica di “sovranismo di sinistra” e partecipare al referendum per l’abrogazione della modifica costituzione che ha introdotto il pareggio di bilancio in costituzione: primo mattone da sfilare per riguadagnare sovranità ed indipendenza nazionale.


(Francesco Maringiò)




giovedì 10 maggio 2018

PER L’ELEZIONE A PRESIDENTE DI CUBA DEL COMPAGNO MIGUEL-DIAZ CANEL




ALL’AMBASCIATA DI CUBA A ROMA
ALL’AMBASCIATORE, COMPAGNO JOSE’ CARLOS RODRIGUEZ RUIZ


Il Partito Comunista Italiano (PCI) invia i suoi più calorosi e fraterni saluti al nuovo Presidente di Cuba, il compagno Miguel-Diaz Canel!

Con lo stesso, profondo, spirito internazionalista il PCI saluta calorosamente il compagno Raul Castro, Segretario Generale del Partito Comunista di Cuba!

La grande e prestigiosa storia del popolo cubano rivoluzionario, della Rivoluzione Cubana, del Partito Comunista di Cuba, del compagno Fidel, di Ernesto “Che” Guevara, di tutti i compagni e le compagne che hanno costruito e vinto coraggiosamente la Rivoluzione, difendendola poi da tutti gli innumerevoli tentativi “golpisti” e controrivoluzionari dell’imperialismo USA, tutto ciò rassicura ogni comunista, ogni rivoluzionario e antimperialista del mondo che a Cuba la costruzione del socialismo continuerà, come ha voluto subito affermare, dopo la sua elezione, il nuovo compagno Presidente Miguel-Diaz Canel!

I compagni e le compagne del PCI hanno subito sentito come profondamente proprie le prime parole pronunciate, nel suo discorso d’insediamento, dal compagno Presidente Migue-Diaz Canel, che contro le mistificatorie e pregiudiziali critiche provenienti da Washington ha affermato con forza “il valore della democrazia socialista e popolare cubana”, attraverso la quale è giunta la sua stessa elezione; i compagni e le compagne del PCI hanno sentito anche come profondamente proprie le parole del compagno Presidente Miguel-Diaz Canel rivolte a ribadire la “centralità sociale e politica del Partito Comunista di Cuba, garante dell’unità del popolo cubano”. Hanno sentito come proprie le parole che il nuovo Presidente ha rivolto a Raul Castro, “che resta il leader della Rivoluzione Cubana”, e come proprie hanno sentito le parole che il nuovo Presidente ha usato per “la necessaria modernizzazione del sistema economico e sociale cubano, che non vorrà in nessun modo dire restaurazione del capitalismo!”.

Il PCI si schiera a fianco, in maniera totalmente internazionalista e solidale, del compagno Presidente Miguel-Diaz Canel, del compagno Raul Castro e di tutta la Rivoluzione Cubana, consapevole che ora come ieri e per il domani Cuba Socialista sempre sarà il primo argine dell’espansionismo, del golpismo e del terrorismo imperialista USA in tutta l’America Latina!

W il compagno Presidente Miguel-Diaz Canel!

W il Segretario Generale del Partito Comunista di Cuba Raul Castro!

W la Rivoluzione Cubana!

W il Popolo Cubano!

Mauro Alboresi,
Segretario Nazionale PCI;
Fosco Giannini,
Segreteria Nazionale PCI e Responsabile Dipartimento Esteri.

sabato 5 maggio 2018

RIBALTIAMO (a Dareen Tatour)


l’idea, già di per se’ farlocca, di far partire il giro, che è d’Italia, da un paese estero. In più il paese estero è Israele, paese avamposto dell’imperialismo in Medio Oriente, i cui governi sono attualmente responsabili della deportazione e repressione dei diritti del popolo palestinese. Facciamo conoscere al mondo la realtà dell’occupazione israeliana, e a voi, che alzate quella stridula voce con le parole “diritti umani” a senso unico, dedichiamo i versi della poetessa Dareen Tatour, condannata al carcere dallo squadrismo armato di giudici servi del potere sionista, per una poesia. Questa: «Resisti, mio popolo, resistigli, resisti ai furti dei coloni e segui il corteo dei martiri».


 UNA POETESSA DIETRO LE SBARRE 
di Dareen Tatour
Traduzione dall’arabo di Hadam Oudghiri
In carcere, ho visto prigionieri /non schedati: non si riesce a contarli.../ C’è l'assassino e il criminale,/ il ladro e il bugiardo, /l’onesto e il miscredente, / il confuso e lo smarrito, / l’affamato e il malfattore. /E poi ci sono gli ammalati di patria, / appena usciti dal grembo del dolore, / hanno vissuto ogni ingiustizia:/ violata, la loro innocenza dall’infanzia, /devastati dalla tirannia del mondo. Sono cresciuti.../anzi, sono cresciute le loro sventure /rese enormi dalla repressione. / Sono la rosa in un terreno di sale, / hanno abbracciato l'amore senza paura, /colpevoli solo di aver detto: /“Amiamo la patria senza alcun limite”. / Non conosceranno mai la loro colpa .../ poiché l’amore è il loro crimine /e per gli innamorati, la prigione è il destino. /Ho interrogato la mia anima,/ fra dubbio e sbalordimento:/ “Qual è il tuo crimine, anima mia?”. /Non lo so ancora. / Ho fatto una cosa sola:/ svelare i miei pensieri, /scrivere di questa ingiustizia .../ tracciare con l’inchiostro i miei sospiri .../Ho scritto una poesia.../ La colpa ha vestito il mio corpo,/ dalla punta dei piedi al capo. /Sono una poetessa in prigione,/una poetessa dalla terra dell’arte. /Sono accusata per le mie parole. /Lo strumento del delitto è la mia penna; /l'inchiostro, sangue dei sentimenti, l’impronta /che testimonia contro di me ... /Ascolta, o mio destino, o vita mia, /la condanna del giudice: /la mia poesia è sotto accusa, /la mia poesia è un crimine. /Nel Paese della libertà/ il carcere è il destino dell'artista.
2 novembre 2015
(Jalamah, Il giorno in cui ho ricevuto l’atto d'accusa)

lunedì 30 aprile 2018

1 maggio Taranto, il futuro non è il profitto capitalistico

Taranto e il suo 1 maggio rappresentano bene l’emblema del sistema.
Da una parte il concerto al Parco archeologico delle mura greche.
Il futuro, la speranza, un nuovo progetto di sviluppo, la rinascita e il profitto sociale.
Dall’altra una fabbrica fordista, archetipica della industrializzazione positivista del secondo Ottocento. Impattante, violenta, inquinante. Che in mani private, anche straniere, non accresce lavoro, ma lo toglie. Costringendo gli operai allo sciopero in questo primo maggio 2018.
Marx nei Grundrisse le chiamava #forme antinomiche dell’unità sociale, intendendo che già nella società capitalista nelle contraddizioni è possibile intravedere le soluzioni dell’intelligenza socialista, in quanto si sviluppa il conflitto tra il carattere sociale delle forze produttive e dell’attività economica e la conservazione della proprietà individuale.
E Taranto si è stancata di essere emblema.
                                                                                                                               (fe.d., 1 maggio 2018)





venerdì 27 aprile 2018

LIBERA CULTURA IN LIBERO STATO ovvero IL SOGNO DI AARON


Ad Aaron Swartz (1984/2013) dobbiamo il fatto che, nonostante i tentativi di repressione e controllo dei poteri dominanti e dei poteri forti economico-finanziari, l’accesso libero e collettivo alla conoscenza e alla scienza per il tramite del medium digitale sia il fine stesso, dunque inviolabile, della comunicazione umana.

AARON SWARTZ, giovane creativo libertario “commons” statunitense perseguitato dal governo e dal potere giudiziario degli USA e per questo morto suicida a soli 27 anni.
Il 19 luglio 2011, Swartz fu accusato dal procuratore del Massachusetts di aver violato la legge per ottenere informazioni da un computer protetto e di averlo incautamente danneggiato, con riferimento al download di circa 5 milioni di articoli accademici da JSTOR. Fondata nel 1995, JSTOR è una biblioteca digitale online senza scopo di lucro, il cui abbonamento può però costare decine di migliaia di dollari alle istituzioni che ne vogliano rendere disponibile l'accesso ai loro utenti.
- Il potere politico, asservito a quello economico, ebbe paura di questo precoce e giovane scienziato della comunicazione e si servi’ dello squadrismo giudiziario, nel paese che ama autodefinirsi ‘il più libero del mondo’, dove ancora oggi si manda a morte un 84enne, per intimorire Aaron. Che non si intimorì e continuo’ la sua battaglia, anche se purtroppo non riusci’ a resistere ai giudici-procuratori-FBI, che, nel paese, oggi, della popolazione carceraria più elevata del mondo, paventavano ben 35 (trentacinque) anni di carcere. 
Aaron si tolse la vita l'11 gennaio 2013, impiccandosi nel suo appartamento di Brooklyn.
LA COMUNICAZIONE CONTEMPORANEA DEVE AD AARON SWARTZ IL SEGNO INDELEBILE DELLA COLLETTIVA TRASMISSIONE DEI SAPERI E DELLE CONOSCENZE, SCIENZE E COMPETENZE, IN UNA RELAZIONE COMUNICATIVA CIRCOLARE PERCHÉ LIBERA. 
Se gli ideali del socialismo nella contemporaneità si sono arricchiti di questi valori, libera conoscenza in libero Stato, si deve anche al sogno di Aaron. (fe.d.)
Aa. Sw.: https://archive.org/details/GuerillaOpenAccessManifesto




venerdì 13 aprile 2018

L’irriducibilità dell’oggetto


Storia delle idee. Nuova edizione per i testi di Alfred Schmidt e Hans-Georg Backaus, due classici francofortesi che indagano l’opera di Marx in relazione con l’idealismo tedesco. «La realtà sfugge sempre alla presa del concetto, che non si lascia identificare»

di Stefano Petrucciani
fonte: Il Manifesto, 13 aprile 2018

Gli anni Sessanta del Novecento non sono stati solo la grande stagione dei movimenti, ma anche un periodo di straordinario rinnovamento e ripensamento del marxismo. A mio modo di vedere, il maggior rilievo lo hanno avuto tre correnti di pensiero che proprio in quella fase si sono sviluppate, non senza rapporto con i movimenti che attraversavano la società.
Le tre nuove letture del marxismo che hanno segnato il periodo sono state quella operaista di Panzieri, Tronti e Negri, quella althusseriana e quella francofortese. Tre esperienze nate nel cuore del vecchio continente (Italia, Francia, Germania) e molto diverse, anzi persino antagoniste, tra loro.

Il filone operaista e quello althusseriano sono stati certamente più innovativi; il vantaggio della lettura francofortese di Marx, però, stava nel fatto che essa era, almeno a mio parere, decisamente più aderente a quello che Marx era veramente stato. Gli interpreti di scuola francofortese, infatti, non contaminavano Marx con esperienze culturali eterogenee, ma lo leggevano in stretta connessione con tutta la vicenda dell’idealismo tedesco tra Kant e Hegel, cioè lo riportavano a quello che era stato veramente il suo terreno di formazione, i dibattiti e le polemiche dentro la scuola hegeliana e l’uso che si poteva fare del pensiero del grande maestro.
Ma cosa intendiamo quando parliamo di una lettura francofortese di Marx? Cerchiamo di chiarirlo in poche parole. I maestri della Scuola di Francoforte, come Horkheimer e Adorno, non avevano scritto libri su Marx; avevano cercato piuttosto di interpretarne creativamente il pensiero. Ma la lettura dell’autore del Manifesto che era presente nei loro testi suscitò, negli anni Sessanta, nel contesto dell’Istituto per la ricerca sociale di Francoforte, un nuovo approccio dialettico a Marx e al Capitale, dal quale scaturirono alcune opere e linee di ricerca che meritano ancora oggi di essere studiate con attenzione.
Tra i frutti migliori di quella stagione ci furono il lavoro di Reichelt sulla Struttura logica del concetto di Capitale (recentemente riproposto da manifestolibri), gli scritti del prematuramente scomparso Hans-Jürgen Krahl, gli studi di Alfred Schmidt e di Hans-Georg Backaus. I testi di questi ultimi due sono oggi nuovamente disponibili per il lettore italiano grazie al meritorio lavoro di Riccardo Bellofiore, che ha introdotto una nuova edizione del miglior libro di Schmidt (Il concetto di natura in Marx, Edizioni Punto Rosso, pp. 302, euro 20) e che ha curato, con Tommaso Redolfi Riva, una summa degli studi di Backhaus (Ricerche sulla critica marxiana dell’economia, Mimesis, pp. 416, euro 28), considerato l’iniziatore di quella che i tedeschi chiamano la Neue Marx-Lektüre, cioè un nuovo modo di leggere i testi marxiani.
Al di là della denominazione un po’ pomposa, la sostanza del discorso è abbastanza chiara: il Capitale non deve essere letto come una nuova o migliore teoria economica, ma come una critica delle categorie economiche, a cominciare da quelle di valore e denaro; mentre l’economia borghese le assume come date, Marx sviluppa dialetticamente, usando gli strumenti che gli derivano da Hegel, la loro genesi e le loro contraddizioni interne. E giunge così a mostrarne il carattere feticistico: è l’economia borghese che assume come feticci, come dati, come cose, delle categorie economiche che sono in verità il risultato di un processo di sviluppo, e che come tali hanno una loro genesi e un loro tramonto. Il nucleo del Capitale è lo svelamento di questo feticismo, cioè il mostrare come quelli che si presentano come dati o leggi dell’economia siano in realtà il risultato di rapporti sociali e conflittuali tra gli individui e le classi, superabili e non eterni.
Backhaus mostra come il sistema delle categorie economiche venga sviluppato in Marx attraverso un metodo dialettico che riprende per molti aspetti essenziali quello hegeliano. Non del tutto però, perché quella del Capitale di Marx non è una totalità compiuta come quella hegeliana, ma una totalità ancora contraddittoria, e dunque insidiata dal suo tramonto.
Proprio su questo, allora, si può innestare una riflessione come quella che Schmidt sviluppa nel suo Concetto di natura in Marx. Il punto lo aveva fissato chiaramente già il pensatore di Treviri nella famosa Introduzione del 1857, non pubblicata, a Per la critica dell’economia politica. Per il Marx della Introduzionela totalità concreta (il che vuol dire: concettualmente elaborata) è certamente un prodotto del pensiero, ma non «del concetto che genera se stesso», quanto piuttosto «dell’elaborazione in concetti dell’intuizione e della rappresentazione». La ricostruzione in concetti della realtà sociale come totalità contraddittoria è pur sempre (ed è qui che Marx si volge contro Hegel) il lavoro interpretativo di una mente che si misura con un oggetto reale che sta fuori di essa. Che rimane, come scrive Marx, «saldo nella sua autonomia fuori della mente». Il pensiero è attività di decifrazione che si esercita su qualcosa di altro, di non riducibile: l’oggetto o, come anche si può dire, la natura.
Su questo punto insiste il lavoro di Schmidt, profondamente segnato dall’insegnamento sia di Horkheimer che di Adorno. Da Horkheimer riprende il tema del materialismo e del naturalismo. Di Adorno Schmidt sviluppa, in connessione sempre col tema materialistico, un aspetto fondamentale: il concetto di natura allude a quello che Adorno chiamava il «non-identico»; cioè la realtà che sfugge sempre in qualche modo alla presa del concetto, che non si lascia identificare da esso pienamente e senza residui. E qui è forte il retaggio kantiano, del Kant che aveva insistito sui limiti del sapere che non può conoscere altro che il «nostro» mondo, ma non le cose come sono in se stesse.

Il punto d’approdo al quale coerentemente Schmidt arriva, perciò, è che l’epistemologia di Marx rappresenta una sorta di creativa e originale combinazione del momento hegeliano con quello kantiano. Come si legge nelConcetto di natura in Marx, «tra Kant e Hegel, Marx assume una posizione mediatrice difficilmente definibile. La sua critica materialistica alla identità hegeliana di soggetto e oggetto lo riconduce a Kant, anche se Marx non torna a concepire l’essere non-identico con il pensiero come una inconoscibile cosa in sé». Marx per un verso mantiene, contro Hegel, la tesi kantiana della non-identità di soggetto e oggetto.
Per altro verso però, schierandosi con Hegel contro Kant, sostiene che i due poli non hanno niente di statico, ma interagiscono e si modificano reciprocamente nel processo storico: noi cambiamo il mondo con le nostre azioni e questo retroagisce sui nostri modi di pensare. Seguendo Hegel, Marx storicizza le categorie kantiane; andando oltre Hegel, connette più strettamente le trasformazioni dei modi di pensare con quelle del lavoro e dei rapporti sociali.

Per concludere con una nota più leggera bisogna ricordare che la prima edizione italiana del libro di Schmidt uscì nel 1969 per Laterza con una prefazione di Lucio Colletti. Colletti apprezzava molto il lavoro di Schmidt, perché credeva anche lui che si dovesse recuperare il lato kantiano di Marx; ma nutriva un’antipatia assoluta per Adorno e per i francofortesi; e cercava dunque, nella sua prefazione, di sganciare Schmidt dai suoi maestri. Ma si trattava di un’operazione fallimentare perché, come è evidente a chi legga con attenzione, la «natura» di Schmidt e il «non-identico» di Adorno sono concetti che, in ultima istanza, prendono di mira esattamente la stessa questione.








mercoledì 11 aprile 2018

CON LULA


CON LULA, contro lo squadrismo giudiziario e poliziesco orchestrato dalle oligarchie. Senza se e senza ma. (fe.d.)

L'esito tragico e autoritario di questa vicenda, che sta buttando un enorme Paese sull'orlo della guerra civile, era ampiamente prevedibile nel 2016. Ora questo fatto appare innegabile, sebbene allora più di uno non volle vedere e, tra un distinguo e l'altro, si rifiutò di parlare di Golpe. Ma è di questo che si tratta, seppure con le forme nuove di una realtà caratterizzata da un elevato sviluppo della società civile e dunque degli apparati privati di egemonia delle classi dominanti. Gramsci, nel Quaderno 13, lo chiarisce bene: per imprimere una svolta reazionaria negli equilibri passivi di un Paese moderno sul piano degli apparati egemonici, non è necessario un Golpe militare di tipo tradizionale. Piuttosto torna centrale la funzione preventiva e politica della polizia e degli apparati giuridici, unitamente al controllo monopolistico degli organi preposti alla formazione dell'opinione pubblica.
Gianni Fresu, Professor presso Universidade Federal de Uberlândia, 9 aprile 2018



sabato 7 aprile 2018

I COMUNISTI E POTERE AL POPOLO


di Luca Cangemi per Marx21.it
stralcio dal contributo del compagno Luca Cangemi, della segret. naz. PCI, alla discussione aperta in Marx21.it sul risultato delle elezioni del 4 marzo scorso.

I comunisti debbono assumere il processo di Potere al Popolo come una possibilità di iniziativa comune della sinistra di classe, nell’autonomia politica ed organizzativa delle diverse forze. Un'analisi della differenza con le esperienze dell'Arcobaleno e di Rivoluzione Civile

Io trovo non solo ingenerosi ma privi di fondamento alcuni ragionamenti che si fanno sul risultato di Potere al Popolo. In particolare l’accostamento alle esperienze compiute dalle maggiori forze comuniste (PRC e PdCI) nelle precedenti elezioni politiche del 2008 e del 2013, Arcobaleno e Rivoluzione Civile, sono chiaramente sbagliate. L’Arcobaleno raggruppava forze che disponevano di potenti gruppi parlamentari, di strutture e di risorse e Rivoluzione civile vedeva tra le sue fila un partito (difficilmente definibile di sinistra) come Italia dei Valori, anch’esso presente in parlamento e dotato di risorse, ampiamente impiegate in campagna elettorale. Se si tengono presenti queste elementari considerazioni un confronto va tutto a vantaggio del (piccolo) risultato di Potere al Popolo. Ma soprattutto va a vantaggio di Potere al Popolo l’analisi del profilo politico e programmatico che, sia pure lontano dalla perfezione, è assai più dignitoso di quelle esperienze. E, aggiungerei, assai migliore di quello della “lista Tsipras”.
Più seria mi sembra la critica di eterogeneità e limiti nelle culture politiche che hanno dato vita all’esperienza di Potere al Popolo, e che in essa sembrano prevalere. Ma questa più che una critica a Potere al Popolo è una critica (giusta e necessaria) al panorama della sinistra di classe nel nostro paese e, volendo esser sinceri, è ancor di più un’autocritica dei comunisti, sulla nostra azione e sulla nostra efficacia. Noto solo che si scelgono (positivamente) due parole Potere e Popolo aspramente vilipese dalla vulgata negriana come d’altra parte, certo, alcune motivazioni del rifiuto della proposta del PCI di inserire falce e martello nel simbolo hanno un indubbio sapore di nuovismo subalterno.
Il punto però vero da discutere mi sembra un altro ed è un punto politico decisivo di fase. È necessario un campo di forze dentro il quale si sviluppi l’iniziativa dei comunisti? E se sì qual è il perimetro che esso deve avere? E come deve essere organizzato questo campo?
Nella pratica politica delle maggior parte delle forze comuniste del mondo questo nodo mi sembra oggi risolto, tanto dove esse sono le forze maggiori di aggregazioni più ampie (Portogallo, India) quanto dove da posizioni di minoranza portano contributi importanti a fronti politico-sociali variegati (Brasile ed altre esperienze latinoamericane) ed anche in situazioni intermedie più complesse (Sudafrica, Spagna).
La costruzione di un campo di forze alternative, diverse per cultura politica e forma organizzata, ma unificate da una piattaforma e capaci di costruire mobilitazione non episodica è una necessità, che attiene non solo ad un minimo di efficacia nell’azione politica quotidiana ma anche alle stesse modalità della ricostruzione di una significativa presenza comunista.
Non possiamo prescindere dalla situazione che ci consegna la fase mondiale post ’89 e la nostra specifica storia nazionale che ha visto prima la crisi e la liquidazione del più grande Partito Comunista d’occidente e poi, nell’ultimo decennio, la marginalizzazione assoluta delle forze che, in qualche modo, a quella liquidazione avevano provato a resistere.
Non si può immaginare una ricostruzione separata e attendista di una forza comunista, che al contrario può rinascere solo nel vivo di un impegno politico quotidiano nel confronto dialettico con ogni soggettività critica. Solo in questo confronto, solo in questo lavoro politico, culturale e organizzativo possiamo provare a trovare le forze che siano in grado di farsi carico della ricostruzione comunista.

In quest’ottica io credo che l’esperienza di Potere al Popolo possa essere un quadro di riferimento importante. Per tre ragioni fondamentali:
1) Essa nasce libera da una serie di ipoteche di collocazione politica che avevano estenuato le forze a sinistra del PD (e più o meno direttamente anche le maggiori forze comuniste). La scelta di piantare una bandiera sulle macerie del Brancaccio segna oltre che una tempestività tattica (qualità non disprezzabile) la volontà di segnare un discrimine necessario.
2) Vi è, al di la di alcuni problemi di linguaggio, una scelta di classe e di centralità della dimensione sociale rispetto a quella civile che è un requisito fondamentale.
3) Emerge una componente giovanile, non giovanilistica, che ha di sé una immagine militante. È questo un elemento nuovo e necessario.
L’invito a valutare le potenzialità dell’esperienza di Potere al Popolo non significa certo avere un atteggiamento acritico. I comunisti debbono assumere questo processo come una possibilità di iniziativa politica, come il terreno (in questo momento oggettivamente il terreno principale) di una loro azione unitaria ma anche come terreno di aperto confronto politico.

I nodi da sciogliere sono numerosi e complessi, ne cito solo alcuni:

1) Va costruita una scelta prioritaria (nella pratica politica e non solo nelle enunciazioni) di impegno contro la guerra. Questa scelta porta con sé una discussione non facile di analisi (concreta) della scena internazionale e apre, inevitabilmente, contraddizioni con idee che si sono sedimentate in larghe parti della sinistra (spesso anche per grave deficit di conoscenze).
2) È particolarmente urgente definire una posizione chiara e mobilitante (ancora lontana) sull’Unione Europea. Una posizione che rappresenta un elemento essenziale della fase politica, anche in vista delle elezioni del Parlamento Europeo.
3) L’identità di classe va declinata in un ragionamento più articolato sulle forme di organizzazione ed intervento. In particolare evitando semplificazioni sul Sindacato e avviando esperienze di unificazione politica delle lotte.
4) È necessario costruire un’analisi e una proposta politica sulla fase successiva al 4 marzo, superando un atteggiamento propagandistico.
5) Va esplicitamente sconfitta ogni tentazione di trasformare Potere al Popolo in un partito. Va invece riconosciuta l’autonomia politica ed organizzativa delle diverse forze e costruita con pazienza e responsabilità una capacità d’iniziativa e di approfondimento comune, valorizzando le diverse pratiche e puntando a mediazioni alte sulle questioni politiche decisive.

Tutto il ragionamento fin qui sviluppato pone seri problemi di riflessione autocritica e di prospettiva rispetto all’esperienza che abbiamo condotto negli ultimi anni, nel tentativo di ricostruire una forza comunista. Di questo dovremo parlare nei prossimi mesi.

fonte e articolo integrale in