le lenti di Gramsci

mercoledì 28 dicembre 2016

LE ORIGINI PAGANE DELLE FESTIVITA’ DI FINE ANNO: SATURNALI E SIGILLARIA


A Roma la fine di dicembre era occupata dalla festa dei SATURNALIA, una celebrazione importante, che si teneva in onore del dio Saturno e coinvolgeva tutti gli abitanti della Città, liberi e schiavi. In concomitanza con questa festa avevano luogo anche i SIGILLARIA, sette giorni in cui a Saturno venivano dedicate delle statuette di gesso, dette appunto sigilla, “piccole immagini”, poste in vendita nel mercato annuale che si teneva per la circostanza. In esso oltre ai sigilla si potevano acquistare anche altri oggetti, ad esempio libri o vassoi, destinati a essere donati, come del resto gli stessi sigilla, a persone amiche. Sappiamo anzi che, in occasione dei SIGILLARIA, veniva espressamente dato del denaro ai bambini perché potessero fare i loro acquisti al mercato [Klotz, 1923]. Lo scambio dei doni fra persone care e l’attenzione dedicata in particolare ai bambini – comportamenti che evocano entrambi  atmosfere di natura famigliare – costituiscono altrettanti punti di contatto fra i SIGILLARIA e le pratiche associate al Natale nella cultura successiva.

da  M.Bettini, Elogio del politeismo, Il Mulino, 2014,pgg. 33-34

 

giovedì 15 dicembre 2016

ERRICO MALATESTA: ISTRUZIONE E CULTURA ARMA DI CIVILTÀ PER GLI OPPRESSI


Certamente fin quando la scienza e l'istruzione superiore saranno un privilegio di pochi (e lo saranno fin quando dureranno le presenti condizioni economiche) è fatale che coloro che sanno abbiano della preponderanza su quelli che non sanno; ma perché questa preponderanza non sia una ragione ed un mezzo per perpetuare i mali attuali o per fondare nuovi privilegi e nuove tirannie, bisognerà bensì insistere sulla bellezza della scienza e sulla necessità ed utilità della direzione tecnica ed ispirare agli ignoranti il desiderio d'istruirsi e d'innalzarsi, ma bisogna anche far loro sentire e comprendere che l'ignoranza non è una ragione per essere oppressi o trattati male, ma piuttosto un diritto a maggiore considerazione come compenso per la privazione sofferta di ciò che vi è di meglio nella civiltà umana.

ERRICO MALATESTA, 1853/1932

Errico Gaetano Maria Pasquale Malatesta è stato un anarchico e scrittore italiano, tra i principali teorici del movimento anarchico. Passò più di dieci anni della sua vita in carcere e buona parte in esilio all'estero.


                                             

giovedì 8 dicembre 2016

ELZEVIRI in punta di penna


di Ferdinando Dubla [Dublicius]

IN NOMEN
dove sono i gazzettieri di regime?
che scrivono? al Colle, al Colle...
dov'e' la Boschi, la Serracchiani e tutti i megafoni del re? La Gruber le invitera' stasera o ci mostrerà il filosofo di corte, il Cacciari del pensiero negativo?

***************Le "riforme" di Renzi e della sua band sono consistite solo nel togliere soldi agli spazi pubblici e cavalcare la stomachevole campagna sui costi della politica, cioè della democrazia. E così ci hanno tolto i consigli di quartiere, le Province e ci volevano togliere anche il Senato.
Mi piacerebbe che il partito prendesse una forte posizione controcorrente e antipopudemagogica: il ripristino dell'elezione diretta delle Province, soldi per funzioni, aumento delle competenze. Lo stesso dicasi per i consigli di quartiere, da convertire in periodiche assemblee popolari. Questa è la democrazia, secondo Pericle, Marx, Lenin e Gramsci. 
***************
L'ACCOZZAGLIA
aveva definito sprezzantemente "accozzaglia" il fronte del NO. Ora propone un governo di 'larghe intese', una vera accozzaglia con il suo padrino, il vecchio Berluska, che infatti annuisce. Il rottamatore rottamato non trova luoghi idonei per sparire nel nulla: aiutiamolo con un tre/ruote...

***************
PISAPIA
Ma che vuole Pisapia? Ma chi è Pisapia? Noi qui a Taranto conosciamo solo l'antico cappellaio...
ha votato SI al referendum, si iscriva al PD.
Quanto al giornale "La Repubblica", continui a consigliare il PD, così lo aiutera' a squagliarsi presto.



Mario Capanna: vittorie e speranze

Sonante la vittoria del No! La Costituzione antifascista è salva.

Rinfranca il cuore la decisione della maggioranza del nostro popolo, che non si è lasciato intimidire né fuorviare… dal resto del mondo: gli endorsement per il sì alla controriforma da parte di tutte le cancellerie europee e d’oltre Atlantico, dei poteri finanziari internazionali e, in Italia, di tutti quelli partecipi al blocco dominante di turno, la quasi totalità dei media, Marchionne, Confindustria, Coldiretti ecc. ecc.

Renzi si è costruita la sua Caporetto con abilità scientifica…: dopo avere triturato l’art. 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori, distribuito a iosa mance elettorali (l’ultima, a pochi giorni dal voto, gli 80 euro agli statali), non aver fatto alcuna politica di investimenti volta a creare posti di lavoro – in particolare per i giovani – avere bloccato il Paese per un anno sulla controriforma della Carta, congegnata da un governo sorretto da un Parlamento illegittimo, eletto sulla base di una legge dichiarata “truffa” dalla Corte costituzionale, è rimasto vittima della sua “hybris” (“arroganza”, “alterigia”, “prepotenza”). (1)

Le bugie intensive e proterve che ha detto, secondo gli schemi della post-verità (!?!), non sono state bevute dalla grande maggioranza dei cittadini.

E’ questo il dato storico del 4 dicembre 2016: la maggioranza del popolo ha sconfitto il “populismo dall’alto” e ha decretato che non si può attaccare impunemente la Costituzione. Un bel segnale per l’Italia e l’Europa.

Certo, la vittoria è figlia di cento padri… Che le forze conservatrici cerchino di cavalcarla è naturale.
Ma è importante la porta che si apre per le forze democratico-progressive, che hanno avuto un ruolo di primo piano nel successo referendario: la ricostruzione di un tessuto condiviso di partecipazione diretta e consapevole dei cittadini alla gestione della cosa pubblica.

Fatica di lunga lena, che rifugge da scorciatoie semplicistiche e da cortocircuiti di assemblaggi di vertici.
La crisi del Pd, per esempio, potrà essere feconda o involutiva: il primo esito richiede l’irruzione di un nuovo modo di pensare da parte di tutta la costellazione dei segmenti di sinistra e di movimento.

Una speranza, questa, oggi praticabile, che non ci sarebbe affatto stata con una prevalenza di sì sul referendum.

Strada difficile, ma entusiasmante. Dipende da noi, dai molti che non si rassegnano allo stato presente delle cose.

(1) Hybris, per i greci, genera “àte”: la “privazione del discernimento”, in definitiva l’ “accecamento” di chi la pratica. E’ precisamente quanto è accaduto.

                                                              Mario Capanna, 5 dicembre 2016

         

lunedì 5 dicembre 2016

LA STREPITOSA VITTORIA DEL NO AL REFERENDUM COSTITUZIONALE


Andrea Catone per Marx21.it 

La lotta per la difesa e attuazione della Costituzione può costituire il terreno comune per l’unità di azione e di lotta delle forze di sinistra. L'attacco alla Costituzione ripartirà già da domani
Compito immediato: mantenere e sviluppare il patrimonio di impegno e lotta dei comitati a difesa della Costituzione di democrazia economico-sociale
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La straordinaria vittoria del NO al referendum costituzionale (59% di NO, con un’alta affluenza alle urne: 68%) è di enorme rilevanza politica, nazionale e internazionale.

Essa è stata ottenuta

- contro un potentissimo apparato mediatico al servizio del governo e del suo “capo”, onnipresente in TV, come mai era avvenuto in una consultazione referendaria costituzionale;

- contro i principali leader dei paesi occidentali, da Obama alla Merkel, accorsi in soccorso di un governo incaricato di mettere in atto le loro direttive politiche;

- contro le grandi banche d’affari e i loro principali giornali;

- contro Confindustria e Marchionne;

- contro il clero mediatico filogovernativo, gli intellettuali voltagabbana, sempre proni al potente di turno, sempre pronti a giustificare con alchimie verbali e contorti pseudoragionamenti le loro scelte opportunistiche;
- contro le minacce aperte di attacchi finanziari speculativi al sistema bancario nazionale;

- contro la demagogia di basso livello che proponeva di barattare il sistema democratico costituzionale in cambio del risparmio di 40 denari;

- contro l’ingannevole discorso del “rottamatore” che invita ad accettare qualsiasi cosa, anche pessima, purché nuova.

- contro 40 milioni di lettere per il Sì inviate – a spese dei contribuenti? – ad ogni elettore.

Il fronte del NO era composito e molto variegato e alcune forze politiche schierate per il NO non sono per la Costituzione del 48, sono per il presidenzialismo, la governabilità a discapito della rappresentanza, per il rafforzamento del potere esecutivo e la riduzione del ruolo del parlamento, contro il sistema elettorale proporzionale e per  il maggioritario, sono contrarie alla Costituzione di democrazia economico-sociale e al governo parlamentare, vorrebbero cancellare l’articolo 1 (la repubblica democratica fondata sul lavoro) e tutti gli altri che ad esso si ispirano. Diverse forze sono state per il NO per calcolo politico, per rientrare nel gioco, magari per ricontrattare con Renzi la partecipazione a un governo di grande coalizione…

Ma il contributo qualitativamente determinante lo hanno dato quelle forze vive che hanno animato la battaglia referendaria, quelle che hanno costituito non solo nelle grandi città, ma anche nei comuni minori, comitati unitari fondati sui principi e l’architettura della costituzione del ’48, quelle che hanno promosso in tutt’Italia migliaia di iniziative, conferenze, comizi, manifestazioni, con l’attivismo volontario e autofinanziato di migliaia di persone risvegliate alla politica in nome della nostra Carta costituzionale.

In questi mesi di battaglia referendaria vi è stato un risveglio, un sussulto democratico e di partecipazione, un impegno unitario sul terreno politico più alto di una battaglia di principio, l’accumulo di forze, il dispiegarsi di nuove energie, che hanno visto battersi a fianco a fianco l’ANPI e le organizzazioni degli studenti, i comitati NO TRIV e quelli contro la “buona scuola” di Renzi, i ‘professori’ costituzionalisti e i lavoratori in lotta contro il jobs Act…

Questo patrimonio di impegno unitario sul fronte politico fondamentale della lotta per la difesa della Costituzione del 1948 non va dissipato. Occorre mantenere e consolidare i comitati del NO, sviluppare la rete che si è costruita, rafforzare il coordinamento nazionale.

Occorre lavorare politicamente per trasformare i Comitati del NO in Comitati per la difesa e attuazione della Costituzione, secondo i principi e l’architettura definita – in uno dei momenti più alti e unitari della storia d’Italia – dai padri costituenti.

E ciò per evidenti e fortissimi motivi:

L’attacco alla Costituzione, ai suoi fondamenti di governo parlamentare e di democrazia economico-sociale, fermato oggi con il nostro NO, riprenderà già da domani, come è avvenuto all’indomani del referendum del 2006, quando, respinta la riforma costituzionale del governo Berlusconi, Napolitano &C avviarono l’attacco al bicameralismo paritario, invocando celerità e governabilità.

È tutta aperta la questione della legge elettorale ipermaggioritaria, l’Italikum (che presenta, ancor più accentuati, i vizi di incostituzionalità del porcellum). Contro di essa i comitati a difesa della costituzione, in diverse città d’Italia hanno fatto ricorso ai tribunali perché la Corte costituzionale si pronunci. La legge elettorale – ricordiamolo – è fondamentale per definire l’effettiva rappresentanza dei cittadini nel parlamento della repubblica.

Oggi si presentano le condizioni, come mai è avvenuto dopo il 1993, perché si recuperi lo spirito e la sostanza del sistema elettorale proporzionale puro, senza sbarramenti, implicito nell’impianto della costituzione del 1948.

La lotta per la difesa e attuazione della Costituzione può costituire il terreno comune per l’unità di azione e di lotta delle forze di sinistra, democratiche e antifasciste, sul fronte politico-costituzionale e su quello economico-sociale, in campo interno e internazionale, per affermare la sovranità popolare.




lunedì 28 novembre 2016

Cultura e istruzione: la rivoluzione culturale cubana di Fidel

 
da Archivio Storico Benedetto Petrone e redazione di Pugliantagonista.it

La Cultura  arma vincente della Rivoluzione:
La seconda lezione va trovata tra le parole dei discorsi di Castro ai giovani cileni, in quel viaggio memorabile e riguardano l’importanza della Cultura e della difesa della propria identità e delle proprie tradizioni che deve essere non da meno di quella della Resistenza, anche armata, della libertà, della democrazia, della indipendenza da imperialisti, sfruttatori, golpisti, una difesa fatta con sacrificio senza cercare posti privilegiati:
"quando la Rivoluzione vinse, nel nostro paese, vi erano 10.000 maestri senza aule dove insegnare, mentre 700 o 800.000 bambini non avevano insegnanti. Purtroppo moltissimi, quasi la maggioranza dei bambini vivevano in posti sperduti e disagiati e nonostante che i maestri fossero senza lavoro non volevano spostarsi dalle città..per questo nacquero i maestri volontari, ed organizzammo le scuole dei maestri sulle montagne , in un vecchio accampamento che era stato scuola di guerriglia. Fummo estremisti ed idealisti ma a partire da questa esperienza portammo la voglia di mobilitarsi a 100.000 giovani che autonomamente incominciarono a insegnare ed alfabetizzare bambini, ma anche adulti di 80 e 90 anni…proprio durante la campagna di alfabetizzazione avvenne l’invasione della baia di Giron (la cosiddetta Baia dei Porci, in cui controrivoluzionari armati e sostenuti dagli USA provarono senza risultato a sbarcare, NdR) e a noi tutti dispiaceva interrompere la campagna. Sarebbe stata peggio della sconfitta militare se avessimo sospeso l’alfabetizzazione del nostro popolo. Lasciammo così tutti i giovani impegnati nell’insegnamento a farlo , nonostante lo stato di guerra e che avessimo bisogno di ogni uomo utile….Contro questa campagna si mobilitarono i controrivoluzionari rapendo ed uccidendo giovani e contadini impegnati nell’afabetizzazione come il giovane Manuel Ascunce, rapito, torturato ed ucciso perché alfabetizzatore. Ma il popolo si mobilitò con manifestazioni di centinaia di migliaia di persone…in seguito altri son stati i problemi quando abbiamo corso il rischio che i giovani figli di operai, grazie allo Stato che garantiva loro anche l’Università correvano il rischio di replicare la nascita di una nuova gioventù borghese…stavamo correndo il pericolo di perdere le migliori attitudini e qualità operaie…
Cosa significa educare?
Significa preparare l’uomo, da quando incomincia a prendere coscienza, a compiere i suoi più elementari doveri sociali, a produrre beni materiali e spirituali che servono alla società, in modo che tutti partecipino egualmente alla produzione. Credete che una università possa essere un centro di educazione migliore di una fabbrica? In altri termini l’educazione deve essere una combinazione delle studio tra scuola e lavoro facendo in modo che gli operai diventino studenti e gli studenti operai…questi sono i primi passi della rivoluzione dell’istruzione….se credete che con lo sviluppo della rivoluzione avremo un paese con mezzo milione di automobili e sia il nostro obbiettivo, vi sbagliate!...noi possiamo dare l’istruzione a tutti ma non un’automobile a tutti! Se invece vogliamo assicurare mezzi collettivi di trasporto per i luoghi di lavoro, di svago, e ricreazione, questo SI!
 
Sul consumismo:
Noi non incoraggiamo il nostro popolo alla corsa al consumo… la società capitalistica incoraggia all’egoismo, l’individualismo, i vizi…tutti conosciamo le origini dell’uomo e come sia facile svegliare in lui i peggiori istinti…L’uomo deve essere educato, il vizio è spontaneo, le virtù devono essere coltivate..La differenza oggi tra socialismo e capitalismo è che il socialismo (per costruirsi, NdR) parla di sacrifici, austerità, educazione, controllo, mentre l’imperialismo stimola l’uomo alle più smisurate ambizioni personali, corrompendolo. Che offre Cuba oggi alla nostra gioventù? Lavoro, studio, sacrificio, sforzo, obbiettivi qualitativamente superiori, sociali, rivoluzionari. Che offre l’imperialismo: l’illusione del piacere e del divertimento, corrompendo corpi ed anime….
 

        

domenica 27 novembre 2016

SIEMPRE


Ma allora, Castrum, sei andato via? - chiesi
No se preocupe - rispose - un vero rivoluzionario non va mai via, 
hasta la victoria, despue de la victoria, siempre
COLLOQUI CON IL PATRIARCA IN AUTUNNO
[(El otoño del patriarca) di Gabriel García Márquez è un romanzo pubblicato nel 1975]
- dunque dalla tua esperienza, Castrum, dov'è l'attualità del socialismo? - domandai
- metti insieme sempre Stato di diritto e Stato sociale, quello è il futuro che viene dal passato. Il socialismo è quando il libero si rende uguale, il comunismo è quando tutti gli eguali saranno liberi.
[Dublicius]

                          

giovedì 17 novembre 2016

DEMOCRAZIA ATEA: BOCCHE ALL'AMO


La Costituzione nei suoi aspetti teoretici e nelle sue indicazioni programmatiche è purtroppo estranea, in buona parte, ad una fascia d’età compresa tra i 18 e i 30 anni.
Il 47% degli italiani vive una preoccupante condizione di analfabetismo funzionale, in difficoltà nel compilare una modulistica o nella comprensione di un testo in prosa.
La “casalinga di Voghera” sa perfettamente che voterà SÌ perché il messaggio renziano le sarà stato veicolato, in modo più o meno subliminale, dalla trasmissione di intrattenimento di cucina, oppure perché un attore famoso, che aveva letto in TV la Costituzione, si è schierato per il SÌ in ossequio alle posizioni governative, rendendole credibili.
Il messaggio referendario dunque dovrà essere veicolato, decodificandolo dal linguaggio tecnico e giuridico, ancorandolo a ciò che potrà essere comprensibile per coloro che, nella indecisione, sono già astensionisti.

Bisognerà dire che opporsi alla modifica costituzionale significherà dire NO ad una sanità per i ricchi e una sanità per i poveri; significherà dire NO ad una scuola differenziata per fasce socialmente elevate e fasce disagiate; significherà dire NO ad un precariato mortificante per tutti, significherà dire NO alla guerra.
Le attuali storture della società, pur con la Costituzione non ancora modificata, in effetti sono la conseguenza di una classe politica che ha deflagrato la rappresentanza con il porcellum, e tuttavia la modifica costituzionale renziana renderà permanente, per i prossimi decenni, ciò che la legge elettorale ha già anticipato, ovvero un modello di società nel quale l’ascensore sociale è bloccato e la povertà economica di molti è diventata la diretta conseguenza della ricchezza di pochi.
Con il referendum possiamo riprenderci la nostra democrazia partecipativa, rispedire al mittente le intromissioni antidemocratiche del mondo finanziario di cui il progetto renziano è spudorata espressione, e dimostrare a noi stessi che non siamo bocche all’amo.

La Segreteria Nazionale di Democrazia Atea
www.democrazia-atea.it


martedì 8 novembre 2016

La sinistra oggi e… Gramsci rivisitato da Stuart Hall


partire dai territori per avere una visione critica globale. L'attualità della lettura di Gramsci in Stuart Hall (fe.d.)

di Giancarlo Girardi - Lavoro Politico- MARX XXI Taranto

La crisi attuale in Italia è da considerarsi la crisi di un’egemonia così come affermatasi negli ultimi trenta anni in Italia con le sue peculiarità e nel mondo nel segno di un mercato come unico solutore dei problemi locali e globali. Il populismo dilagante è l’espressione più in generale di un connubio autoritario con un mercato senza regole (potrebbero esserci?) che ha fatto infine esplodere le sue contraddizioni con la crisi attuale che vede nella sua globalità forme di ritorno indietro a fascismi o nazismi. Siamo certamente giunti, è opinione largamente diffusa, alla fine di quel modello di consenso sociale ed economico nato con la signora Thatcher in Inghilterra e Reagan in America nei primi anni ottanta e presi come riferimento in Italia in chi ha sinora governato. Il metodo ancora in uso è rappresentarsi come l'immagine di un sentire comune con la presenza di tanti di noi lì al supermercato dei prodotti televisivi ed a quello più in generale in cui occorreva spendere ciò che si aveva ed ancora di più per alimentare il meccanismo di un consumo, fondamentale per tutte le produzioni. Oggi, invece, cosa sia possibile comprare è divenuto il problema di tutti i giorni, le soluzioni appaiono sempre più difficili, è in crisi quella visione dell’economia in cui c’è per tutti la possibilità di approvvigionarsi però percepita come un comune senso di libertà, di poter consumare anche di più del necessario come in un sogno. Oggi la dura realtà quotidiana appare differente, la crisi e lo scoppio di antiche e recenti contraddizioni ha rimesso in gioco tutto e tutti. Torna ancora l’idea vecchia ed autoritaria dello Stato, un attacco al sistema democratico ed alla società civile con l’uso del linguaggio della forza per risolvere a vantaggio ancora delle classi dominanti antiche questioni, far ripartire un nuovo ciclo economico per opera di chi ne porta, invece, tutte le responsabilità del presente. E’questa la sostanza del referendum di dicembre che vorrebbe affrontare la crisi di quel modello di globalizzazione che si immaginava essere il solutore di tutti i problemi dell’umanità. In Italia occorre che riprenda il rigore del metodo della lettura dei processi economici per ripartire, questa volta, dai territori avendo un’apertura ed una visione globale degli sviluppi per poterli prevenire e guidare. Condizionare, per poi governarli, i “processi produttivi” nei luoghi strategici delle decisioni, rappresentare e riunificare politicamente il mondo del lavoro di oggi, in Italia e nel mondo, recuperare il giusto ruolo alla politica rispetto al potere economico, questa la vera sfida per una sinistra unita e plurale oggi all’altezza del suo compito storico. Quando sarà lungo questo processo? La costruzione di una "egemonia alternativa" a quella di oggi, però, dipenderà da una sinistra rifondata, unita e plurale, che per prima cosa consideri se siamo in una fase di mutamento o di assestamento all’interno della stessa congiuntura. Questa domanda è sempre la premessa fondamentale, dal punto di vista gramsciano. Servirebbe una vera “ricognizione” dello stato attuale della società e dell’economia, ricominciare con una nuova fase resistente e costituente, ripartire da dove si formano i rapporti di forza: le “fabbriche vere”, non quelle del semplice consenso perché oggi il potere economico è enorme ed ha asservito completamente quello politico. Bisognerebbe, inoltre, indagare l’orientamento popolare attuale rispetto ai cambiamenti economici che stiamo vivendo, non basta “sentire” o “vedere” una ribellione. Berlusconi in passato è stato abile nella sua fondamentale ambiguità dicendo: «tutto il popolo pensa…», in realtà voleva dire: «io penso così e voglio che gli altri dicano quello che penso io... voglio raggiungere una legittimazione del consenso popolare»,( Stuart Hall). Oggi Renzi nelle sue argomentazioni usa sempre il “NOI” dimostrando di mettere in gioco il futuro della nazione ma è, in verità il suo “IO”che gli preme. E’ entrata in crisi una egemonia legata ad una concezione secondo cui tutto è possibile divenga merce e quindi consumo. Oggi occorre recuperare una visione critica, culturale e politica, una profonda “riforma intellettuale e morale” della società, avrebbe detto Gramsci. “La globalizzazione mette tutto in connessione, le multinazionali connettono i poveri che guadagnano un dollaro al giorno nel terzo mondo con i grattacieli di Manhattan”. Si è aperto un territorio nuovo e diverso. “Non dico che Gramsci non abbia niente da dire a tale proposito, ma poiché i suoi concetti sono stati elaborati all'interno dello schema nazionale, mi chiedo come possiamo noi trasferirli nel nostro contesto più globale”. “I populismi autoritari di oggi non sono più in grado di dare risposte a queste domande”, affermazione con cui chiude le sue osservazioni Stuart Hall.
                                                                                                   Giancarlo Girardi, 8 novembre 2016


lunedì 7 novembre 2016

La caduta dell'URSS e le sfide della transizione socialista


a 99 anni dalla rivoluzione dell'ottobre sovietico, una riflessione marxista sulle cause della dissoluzione dell'URSS. Secondo Catone, direttore della rivista MARX XXI, bisogna rilanciare una lotta ideale che riproponga i temi della trasformazione sociale che, nel solco dei classici e soprattutto di Gramsci, sappia analizzare la "transizione" al socialismo e opporsi al falso universalismo dell'ideologia capitalista. (fe.d.)

bandiera rossa corsa

di Andrea Catone

Intervento al Forum “La Via Cinese e il contesto internazionale”, Roma. 15 ottobre 2016

Uno dei temi del VII Forum del socialismo mondiale, organizzato a Pechino dalla CASS, riguarda – anche in vista del prossimo centenario della rivoluzione d’Ottobre – è l’analisi delle cause della dissoluzione dell’Urss.

Da alcuni anni questa questione è studiata in Cina con particolare attenzione alle lezioni che si possono trarre per il ruolo dirigente del partito comunista cinese. L’amara esperienza sovietica dimostra che il potere socialista conquistato con la rivoluzione può essere rovesciato anche dopo molti decenni, e anche quando le vecchie classi sfruttatrici sono state eliminate. Per di più, non è stato rovesciato dall’intervento militare diretto delle potenze imperialiste, ma è caduto dall’interno. Un generale russo disse: abbiamo perso la guerra fredda senza sparare un colpo.

Nel 2011, a 20 anni dalla fine dell’Urss, organizzati dalla CASS, si sono tenuti importanti convegni su questo tema di studiosi cinesi e russi, i cui atti sono stati pubblicati anche in russo (e che come edizioni MarxVentuno pubblicheremo nel 2017).


Tra le diverse e articolate analisi, la tesi che appare prevalente si può riassumere così:

La fine dell’Urss è dovuta al concatenarsi e confluire di molteplici fattori:

- accentuata pressione dell’imperialismo Usa-Nato, che costringe l’Urss a investire grandi risorse nella corsa agli armamenti;
- azione sovversiva del soft power dell’Occidente;
- rallentamento nella crescita economica e nell’applicazione di nuove tecnologie;
- strozzature nella distribuzione dei beni di consumo e nel meccanismo della pianificazione;
- acuirsi del separatismo nazionalistico antisovietico e antirusso.

Ma il fattore politico-ideologico è stato determinante. Come prova a contrario, a Cuba, che ha certo una base economica più debole di quella sovietica e subisce la fortissima pressione dell’imperialismo USA, il partito comunista si mantiene al potere.

Si pone però la questione: È corretto sostenere dal punto di vista dell’analisi marxista che nella controrivoluzione in Urss e nei paesi socialisti europei il fattore principale è stato politico-ideologico? Non si attribuisce così un peso eccessivo alla sovrastruttura invece che alla struttura?

Bisogna qui fare una precisazione sulla rivoluzione socialista.

Il socialismo non si instaura per decreto nello spazio di una notte, ma richiede un lungo e complesso processo di transizione, che può impegnare diverse generazioni, in cui lottano vecchio e nuovo e si costruisce la nuova società. Ciò richiede anche la formazione di una nuova cultura e una nuova civiltà, la formazione di un nuovo tipo umano, istruito ed educato alla gestione collettiva dei mezzi di produzione e alla direzione dello stato (Lenin diceva: nel socialismo anche la cuoca deve poter dirigere lo stato). In Europa occorsero diversi secoli perché si passasse dalla società feudale alla società borghese. Non si può pensare che la transizione dalla società borghese alla società socialista possa realizzarsi in un breve lasso di tempo, all’indomani della conquista del potere politico.

Quando analizziamo i processi interni ad una società di transizione dal capitalismo al socialismo, non possiamo trasporre meccanicamente nell’analisi la stessa impostazione del rapporto struttura/sovrastruttura che vediamo operare nella transizione dal feudalesimo al capitalismo. Vi sono alcune differenze fondamentali tra le due transizioni:

La classe borghese europea nasce nella società feudale e si afferma nel corso di un lungo processo come classe economicamente dirigente, dinamica, aggressiva. La rivoluzione borghese “classica” (Inghilterra 1640, Francia 1789) deve adeguare la sovrastruttura politica – che era lo stato assolutistico – ai nuovi rapporti di produzione borghesi.

Il proletariato, invece, non è assolutamente e non potrà mai essere nella società borghese la classe economicamente egemone, tantomeno nei paesi capitalisticamente arretrati o semicoloniali come erano la Russia e la Cina dei primi anni del ventesimo secolo. Solo con la conquista del potere politico il proletariato avvia la lunga transizione al socialismo. La conquista del potere politico è una premessa, un presupposto perché si avvii la trasformazione socialista, è l’inizio e non la conclusione del percorso.

La proprietà sociale richiede un governo e una regolamentazione politica della stessa, richiede istituti politici che la governino e la rendano effettivamente sociale nella direzione e gestione collettiva. Lo stesso vale per la pianificazione, che sottrae la produzione all’anarchia e spontaneità e la regolamenta in funzione della soddisfazione dei bisogni crescenti della società.

Se la transizione al socialismo può realizzarsi solo attraverso il controllo e la direzione dello stato da parte del proletariato (diversamente dalla transizione borghese, che maturò economicamente all’interno dello stato feudale-assolutistico), ciò implica che la direzione e l’organizzazione politica, la sua qualità, correttezza, accortezza, sapienza, assumono un ruolo fondamentale nella transizione dal capitalismo al socialismo. Dalla direzione politica dipende il destino della transizione al socialismo, del suo progredire e consolidarsi, oppure arrestarsi o rovesciarsi in una società dominata da rapporti capitalistici.

L’amara esperienza delle controrivoluzioni del 1989-91 dimostra che la vittoria della rivoluzione non è irreversibile e che anche un potere che sembra stabile e consolidato può essere facilmente rovesciato.

Le rivoluzioni proletarie del XX secolo si sono svolte in un contesto mondiale in cui l’imperialismo è rimasto dominante e continua ad essere aggressivo ed estremamente pericoloso. Nelle società di transizione al socialismo si svolge la lotta di classe, che coinvolge forze interne e internazionali. Le classi sfruttatrici scacciate dal potere e rovesciate, anche se numericamente ridotte o addirittura eliminate all’interno del paese dove la rivoluzione ha vinto, hanno il sostegno dell’imperialismo internazionale. Ciò non va mai dimenticato. (Del resto, anche la classica rivoluzione francese del 1789 conobbe chiaramente questo fenomeno: l’aristocrazia assolutistica di tutta Europa intervenne apertamente contro la rivoluzione).

La lotta di classe internazionale e interna si svolge su diversi terreni: mentre l’intervento militare esterno è immediatamente riconoscibile (negli anni ’50 o ’60 contro la Corea o il Vietnam, ad esempio) il ricorso al soft power lo è meno, è mascherato ed è più insidioso. Si vedano le rivoluzioni colorate.

Poiché la lotta per il socialismo non è un percorso spontaneo, naturale, ma richiede un’organizzazione cosciente, la lotta di classe sul terreno ideologico assume un’importanza fondamentale. Per questo i grandi maestri marxisti, da Marx ed Engels a Lenin, da Gramsci a Mao, hanno condotto una lotta incessante contro il revisionismo, contro la deviazione empiristica, contro il dogmatismo. Per questo Gramsci dedicò enormi energie alla battaglia sul terreno delle ideologie e della cultura e si pose con chiarezza l’obiettivo di dotare il proletariato di una propria visione del mondo autonoma dall’ideologia borghese.

Ed è qui la responsabilità storica dei dirigenti comunisti.

Stalin diceva che, una volta individuata la linea, i quadri decidono tutto. Il partito comunista non può basarsi su quadri che siano solo esecutori di direttive dall’alto. La disciplina è necessaria, come in ogni esercito in guerra, ma è necessaria al contempo piena consapevolezza e capacità di elaborazione autonoma, di comprendere correttamente il movimento della società, soprattutto perché la transizione implica una continua trasformazione sociale.

La vitalità o la sclerosi di un partito comunista – soprattutto quando è al potere – dipendono dalla partecipazione attiva e consapevole dei suoi quadri e di tutti i militanti. Il che significa che occorre dedicare energie e lavoro alla formazione culturale e ideologica. I comunisti non possono permettersi l’ignoranza. Nella lotta epocale intrapresa contro l’imperialismo e per creare l’ordine nuovo socialista hanno bisogno di tutta l’intelligenza, responsabilità, coraggio, spirito del collettivo.

Nella transizione al socialismo, soprattutto se essa si attua in paesi come Russia e Cina, che devono compiere contemporaneamente il passaggio dall’arretratezza alla modernità e sviluppare le forze produttive, la direzione culturale e ideologica è essenziale. Se, per sviluppare le forze produttive e uscire dall’arretratezza, è necessario importare sistemi e metodi industriali dell’Occidente capitalistico, bisogna evitare, però, di importare o scimmiottare acriticamente i modelli culturali occidentali: qui la lotta ideologica, il ricorso alle armi critiche del marxismo è fondamentale. È necessario che i lavoratori, le masse popolari si dotino di una propria autonoma visione del mondo innestando i valori socialisti sulla propria storia e cultura nazionale. Ciò è particolarmente importante per la formazione delle nuove generazioni, che non hanno vissuto i tempi eroici della lotta rivoluzionaria o quelli della prima fase di costruzione di un’economia socialista.

Costruire insomma un’autonoma cultura e civiltà per la transizione al socialismo, capace di innestare la critica marxista nella storia peculiare del proprio paese, rigettando il falso universalismo dell’ideologia neoliberista, è una delle sfide più importanti per la leadership cinese.

domenica 6 novembre 2016

Divieto di giustizia: i processi a Sabrina Misseri e Cosima Serrano si sono mostrati una contro-logica giudiziaria


Vincenzo Postiglione e Massimo Prati hanno scritto un articolo in cui smontano, tassello dopo tassello, la grottesca tesi accusatoria che ha fatto condannare due innocenti, Sabrina Misseri e Cosima Serrano, all’ergastolo. 
Si sono basati sugli atti, non sulle chiacchiere.
È la dimostrazione scientifica, oltre che dell'innocenza di Sabrina Misseri e Cosima Serrano, del fatto che la "giustizia" si fa guidare dal pregiudizio e dai teoremi inquisitori indimostrati, non pagando mai il fio della trasformazione della democrazia dei diritti in oligarchia castale. Sabrina e Cosima non sono Galileo e Giordano Bruno, ma quei giudici impuniti e "assassini" della vita delle persone assomigliano agli inquisitori e tagliagole del Medioevo. Rileggersi "I Diavoli di Loudun" di A. Huxley, e farne lettura obbligatoria per i concorsi moderni per diventare inquisitori.

Le motivazioni del giudice Susanna De Felice sono un cane che morde la sua stessa coda e rafforzano la certezza dell'innocenza di Sabrina Misseri e Cosima Serrano...


Quando sono uscite le motivazioni della sentenza d’Appello per l’omicidio di Sarah Scazzi ho lasciato cadere coltello e forchetta sul piatto e con occhi sgranati ho fissato lo schermo del televisore che proiettava l’immagine della giornalista del TG1 intenta ad annunciare la notizia. Finalmente, dopo più di 365 giorni – tempo irragionevole e indegno di una nazione civile come l’Italia, considerata la culla del Diritto – il giudice Susanna De Felice aveva consegnato le motivazioni delle condanne in cancelleria.

Leggendole mi sono definito un masochista, perché se si conoscono bene le carte non si può non rimanere angustiati e frustrati per le narrazioni fantasiose racchiuse in un faldone di 1200 e passa pagine, degne di chi è accusato di più stragi di mafia, atte a dimostrare qualcosa che alla luce di quanto emerso in dibattimento non c’è mai stato.

Cerchiamo di capirci qualcosa analizzando i vari punti.

COSIMA SERRANO ANDÒ AL LAVORO 
Vi ricordate la spada di Damocle messa sul capo di Cosima per più di cinque anni? Lei aveva dichiarato di essersi alzata attorno alle tre del mattino per recarsi al lavoro e di essere tornata alle 13:30. Ma i magistrati e i giudici di primo grado non le hanno creduto. Anzi, hanno fatto di questo dato il punto di forza dell’accusa perché dimostrava che Cosima era una bugiarda e quindi tutto quello che dichiarava corrispondeva al falso. Peccato, però, che la De Felice abbia contraddetto l’asseverazione del giudice Trunfio scrivendo, testuali parole: “Questa Corte, pur condividendo la valutazione di falsità che dell’alibi di Cosima Serrano è stata effettuata nella sentenza impugnata, ritiene di dover dar credito all'imputata con riferimento alla circostanza inerente lo svolgimento di attività lavorativa la mattina del 26 agosto 2010”.

Quindi Cosima non mentì quando disse che andò a lavorare e ai procuratori raccontò la pura verità. Perché contraddirla dandole della bugiarda? Ah, già…non possiamo dimenticare la testimonianza “de relato” di Anna Pisanò, la “supertestimone” della procura, la quale avrebbe appreso dalla collega di lavoro di Cosima dell’assenza in campagna della donna in quanto quel giorno i camion adibiti al trasporto del raccolto non sarebbero stati scaricati. Raccontò il fatto mesi dopo, quando collegò la confidenza al ricordo di non aver visto l’Opel Astra di Cosima parcheggiata davanti al cancello di via Deledda. La procura le credette sulla parola senza verificare né interrogare la collega di lavoro. Eppure il giudice De Felice ha almeno avuto il buonsenso di affidarsi, in questo caso, ai fatti: alla testimonianza del datore di lavoro della donna, nonché a colui che l’accompagnò a casa. Chi più di lui poteva sapere se fosse andata al lavoro? Visto che Cosima ha detto la verità, dovremmo ora supporre che a mentire sia stata la Pisanò...

IL MOVENTE
La De Felice si è tenuta fedele al mosaico dei moventi precedenti, anche se ne ha aggiunto uno alludendo ad un presunto segreto che, si badi bene, non è mai emerso. Enfatizzare la storiella della gelosia e le pagine di diario di un’adolescente, in cui si dice insicura del fatto che un uomo le piaccia o gli voglia bene come amico e che "odia" Sabrina perché non la fa più uscire con lei quando c’è lui, non è sufficiente, così come è irrilevante che abbia raccontato al fratello del rapporto sessuale interrotto fra la cugina e Ivano (a cui Sabrina stessa non diede peso, come dimostrato dalla serata del 21 agosto quando discutendone attribuì la colpa a Claudio e non alla cuginetta con cui andò poi al karaoke). Per condannare all'ergastolo bisogna dare una valida giustificazione a un litigio violento che per l'accusa sarebbe poi sfociato in efferato omicidio. Il giudice è ben consapevole che il litigio sarebbe potuto scaturire quella mattina, quando le cugine erano in casa sole e ci sarebbero stati più motivi per litigare, anziché nel pomeriggio quando con molta probabilità sarebbero state al mare con Mariangela. E sa benissimo che per coinvolgere e condannare Cosima per aver partecipato al delitto serve un movente valido. Allora si butta sulla psicologia spicciola e senza aver fatto fare alcuna perizia scrive che la donna sarebbe stata talmente inviperita dai problemi coniugali e dai controversi rapporti con la figlia, che Sarah avrebbe aggiunto due gocce... quelle giuste giuste per far traboccare il vaso. La prima goccia scaturirebbe dalle dichiarazioni di Concetta Serrano, in particolare nel fatto che Sarah stesse mostrando una certa autorità, autorità che avrebbe mandato in bestia la zia avvezza a sgridarla senza aspettarsi alcuna replica. La seconda si troverebbe in un presunto segreto che Sarah avrebbe minacciato di rivelare. Qual è il segreto? Secondo lo stesso giudice che ne scrive, non si sa e non importa di saperlo!

GLI ORARI E LA RICOSTRUZIONE DEL DELITTO
Quando Sarah Scazzi scomparve, l’unica informazione certa fu quella dell’orario in cui uscì da casa. I carabinieri e i procuratori avevano bisogno di sapere quando la ragazzina uscì per strada e per questo convocarono i testimoni principali, ossia coloro che quel giorno erano in casa Scazzi. Si parla di Concetta Spagnolo Serrano, la madre, Giacomo Scazzi, il padre, e Maria Pantir, la badante rumena che assisteva il nonno. Questi testi sentiti nell'immediato collocarono l’uscita di Sarah all'incirca alle 14:30. Più preciso fu il papà, che riuscì a fornire un lasso temporale circoscritto in circa 20-25 minuti, ovverosia dal momento in cui Sarah comunicò alla madre di aver ricevuto il messaggio della cugina Sabrina Misseri al momento in cui quest’ultima, arrivata a casa Scazzi, gli chiese se Sarah fosse ancora lì. Lui rimase costernato e subito le rispose: «Ma come non è arrivata? Se è uscita poco fa!». A dare conferma dell’orario furono i tabulati telefonici e le testimonianze di Sabrina Misseri e Mariangela Spagnoletti. Le dichiarazioni di ambedue, in particolare di Mariangela, sono dirimenti ai fini di stabilire gli orari.

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mercoledì 26 ottobre 2016

“La Costituzione fa scuola. Il 4 dicembre un NO per la democrazia e la scuola pubblica”, campagna lanciata dal PCI

     

Dichiarazione di Luca Cangemi, responsabile nazionale scuola del Partito comunista Italiano.

Il PCI lancia in questi giorni la campagna nazionale “La Costituzione fa scuola. Il 4 dicembre un NO per la democrazia e la scuola pubblica”. Consideriamo, infatti, un unico impegno la battaglia referendaria per salvare la Costituzione e l’opposizione alle scelte del governo sulla scuola-ha dichiarato Luca Cangemi, responsabile nazionale scuola del PCI.

La controriforma costituzionale così come la legge 107 (beffardamente annunciata come la” buona scuola”) sono frutti velenosi di un’identica logica e di medesimi interessi.

Una logica autoritaria e oligarchica che verticalizza le decisioni, smantella la democrazia, determina esclusione e passività. L’insegnante di fronte al preside- sceriffo è in una condizione umiliante che anticipa il cittadino-suddito di fronte al “premier assoluto” della nuova architettura istituzionale.

Dietro queste forme oligarchiche dipinte di modernità si scorgono, senza troppa fatica, gli interessi di poteri economici che chiedono mano libera per i loro selvaggi disegni di privatizzazione, azzeramento di ogni tutela sociale, mercificazione di ogni ambito della vita. Del resto banche, fondazioni, gruppi di pressione non hanno fatto mistero, in questi anni, di considerare la scuola statale e la Costituzione nata dalla resistenza come ostacoli da abbattere.

Crediamo che, nonostante il regime mediatico sempre più soffocante, questa consapevolezza stia crescendo nella società italiana.

Vogliamo, con la nostra campagna, contribuire a questa consapevolezza. Vogliamo farlo con i nostri mezzi, con presidi e volantinaggi davanti alle scuole, vogliamo farlo con incontri aperti, in ogni parte d’Italia, insieme alle tante realtà del mondo della scuola (comitati, associazioni, collettivi studenteschi, settori sindacali) che si stanno battendo per un grande NO il 4 dicembre. Un No che difenda la Costituzione e riconquisti l’idea di scuola che in essa è contenuta: pubblica, democratica, laica.

Il primo incontro si terrà a Reggio Calabria il 28 ottobre poi la campagna si svilupperà in ogni parte d’Italia-ha concluso Cangemi.

                                           

martedì 25 ottobre 2016

martedì 11 ottobre 2016

IL "MERCATO" IN FABBRICA È MERCATO DI VITE OPERAIE


Domenica 9 ottobre celebrata in Italia la Giornata delle vittime sul lavoro
un intervento di Giancarlo Girardi, della federazione del PCI di Taranto
La crescente solitudine dei lavoratori, sempre più ingranaggi del "mercato". Precari oggi, nella dignità, nella salute, nella vita.

L’indifferenza diffusa ancora a Taranto e nella società italiana, la formalità delle Istituzioni  nell’affrontare tale drammatica emergenza, la debolezza e l'incapacità  di chi deve difendere sul campo i lavoratori, le lungaggini procedurali  per rendere giustizia ai familiari delle vittime, il continuo rischio  delle prescrizioni per i colpevoli nei tribunali. In questo anno la morte di un altro giovane operaio in Ilva, lo scorso anno un giovane operaio  martinese, accanto a loro il ricordo e l’impegno anche verso le tante morti  professionali ed ambientali per una fabbrica ed il territorio della  nostra città, accomunate in una comune tragedia. “Lavoro è vita, dignità dell’uomo e della sua famiglia, giusta  remunerazione” ha ribadito il 12 giugno l’arcivescovo di Taranto nella funzione  religiosa a Martina Franca.  Gli ultimi eventi tragici nonostante la crisi che da anni  rallenta le produzioni. “Io so perché è avvenuto…lo so perché ci sono  stato!”, qunti potrebbero dire ciò. Vale per Taranto ma anche per le altre realtà industriali a  prescindere dagli sviluppi della vicenda che ci riguarda, perché si  continuerà inesorabilmente a morire. Dopo venti, trenta e più anni  trascorsi in fabbrica, all’ombra degli alto-forni e delle acciaierie, a  contatto con quei problemi e quei rischi, molti di noi potrebbe fare ancora  qualcosa. Siamo la città che ha il primato nazionale di prepensionati  siderurgici, il reddito cittadino più consistente oggi viene da  loro…abbiamo il dovere di esserci ancora. Di affermare, come tanti anni  fa, un concetto ed una pratica tanto elementare quanto vera: se si fosse  affermato sui luoghi di lavoro, lì dove si crea la grande “questione  ambientale”, il diritto alla vita ed alla salute dei lavoratori si  sarebbe risolto anche quella di tutti i cittadini che vivono addossati  alla fabbrica. Sappiamo che niente è stato mai concesso ma sempre  conquistato, il cuore del problema resta, ieri come oggi,  l’organizzazione del lavoro, l’articolazione del potere nella fabbrica,  la regola con cui si realizza il modo di lavorare, i tempi, la qualità e  le quantità delle produzioni., i costi dei prodotti, la loro consegna.  Sono queste le questioni che non si trattano più, da troppo tempo sono  prerogative delle proprietà, vengono imposte sempre più  unilateralmente.La multinazionale che acquisterà tale fabbrica non  risolverà alcun problema. I lavoratori vivono in crescente solitudine il  momento di operare e di scegliere di rischiare. Per questa ragione si  muore allo stesso modo in Cina, India e nella “civile” Italia, perché  mercato globale e concorrenza regolano tutto al livello più basso nel  modo di lavorare e nei costi dei prodotti. In molti di questi “moderni  impianti produttivi” la sicurezza non significa ancora più manutenzione  reale ed efficacia degli impianti, fermata e sostituzioni di interi  settori delle produzioni, interventi radicali.  Molte aziende  concepiscono in modo sempre più flessibile il sistema di produrre  tralasciando di rendere sicure parti obsolete ma ancora funzionanti e  necessarie in attesa che sia il mercato, la convenienza, a deciderne le  dismissioni. Investire sulla sicurezza è divenuta così sempre più, nella  maggioranza dei casi una semplice enunciazione, comunque un peso  economico, il rispetto dei tempi e dei costi un’ossessione. Il  lavoratore viene velatamente considerato, in tali situazioni, uno  sprovveduto, mentre diviene anch’egli espressione di una logica della  produzione del “costi quel che costi”. E’ la cultura aziendale indotta  oggi, di cui si è impregnata la coscienza e la volontà dei nostri  ragazzi che rende queste fabbriche, oramai tutte multinazionali, sempre  più somiglianti ad una grande catena di montaggio  in cui il lavoratore,  oggi più che mai,rappresenta solo un pezzo dell’ingranaggio generale.  Per di più s’insinua sistematicamente il sospetto della affidabilità  individuale e della incapacità professionale, dello scaricare le  responsabilità di chi nei fatti organizza e decide. Troppo facile!  Perciò ognuno di noi in coscienza, perché c’è passato, deve sentire  dolore e  deve considerare come propri figli questi ragazzi. Sentire di  avere un debito generazionale da pagare,  una coscienza sporca sempre  più difficile da lavare. Si parla di un’emergenza anche culturale, è  vero, ma è quella dei diritti che vanno riconquistati prima ancora che  difesi, dall’applicazione efficace delle leggi esistenti, dal rigore e  dall’efficacia delle sanzioni penali. Oggi la classe operaia, vecchia e  sempre attuale definizione del mondo del lavoro, ma di essa si tratta, è  praticamente sola con le sue difficoltà sindacali, con il continuo ed  antico ricatto occupazionale, non ha oggi alcuna rappresentanza  politica. Si è precari,oggi, nella dignità nella salute e nella vita,  anche nelle più grandi fabbriche italiane ed al riparo, apparente, di un  contratto a tempo indeterminato, un esercito di “invisibili”, sempre  più vulnerabile.I nostri ragazzi sono lì soli perché così noi li abbiamo  lasciati e.. trascurati! Altro che egoismi generazionali il nostro è  stato semplicemente un colpevole disimpegno. Dobbiamo recuperare,  assolutamente, quel rapporto  interrotto e solo in questo modo si darà  loro la possibilità di emanciparsi, di liberarsi e liberarci da quei  problemi drammatici. Occorre ricominciare, rimettersi in  discussione….tutti.
Giancarlo Girardi, Taranto, 11/10/2016

                                            
   

venerdì 7 ottobre 2016

IL SENSO DEL PARTITO


Nuccio Marotta, del CC del PCI: : centralità della ricerca storico-culturale. Bisogna arrivare alle nuove generazioni con un approccio pedagogico

Abbiamo ricostruito il PCI e riconnesso i comunisti e le comuniste che alla cultura e alla storia del socialismo scientifico fanno riferimento in modo omogeneo. Bene, non era affatto scontato alla luce delle condizioni storiche date contrassegnate dall’egemonia ideologica-culturale di un capitalismo vincente e pervasivo, dalla disillusione e/o dalla passività di massa, dalla disgregazione della solidarietà sociale.
Adesso su di noi grava la responsabilità, direi storica, di farne lo strumento idoneo per perseguire l’unica finalità che possa giustificare tale scelta e l’impegno fino ad ora profuso: il rilancio ideologico della questione comunista, la riproposizione in ogni frangente dell’opzione culturale comunista come visione del mondo, in ogni suo ambito.
E’ un tema che si intreccia con quello della stessa sopravvivenza del pianeta, e che per la costruzione del consenso assume una rilevanza determinate.
Perché se è reale, e lo è, l’interesse che l’operazione sta suscitando, come ogni giorno possiamo verificare, è, allo stesso tempo, facile scorgere spesso negli interlocutori uno sguardo interrogante: sarà finalmente un nuovo avvio, legato alla realtà e con una prospettiva reale di trasformazione a cui riaffidare o affidare per la prima volta le proprie speranze? o la stanca riproposizione di un contenitore autoreferenziale ininfluente? o, ancor peggio, la ricerca di riposizionamento di un ceto politico in affanno?
Le nostre energie materiali ed intellettuali vanno indirizzate a dirimere radicalmente tale dubbio e non ad altro. Il contrario sarebbe uno scempio imperdonabile.
C’è un dogma di base che pesa come un macigno e che va assolutamente rimosso dal circuito mentale delle masse: il capitalismo, piaccia o no, è, oggi come non mai, l’unico sistema praticabile per la creazione di posti di lavoro.
É allora assolutamente necessario che il partito si caratterizzi e si attrezzi da subito per un recupero di centralità della ricerca teorica-culturale.
Un progetto politico come il nostro che ha l’ambizione di riaprire la battaglia per l’egemonia, pur avendo chiare le enormi difficoltà che si incontreranno nella prima fase, non può nascere prescindendo dall’obbligo di reimmettere nell’immaginario di massa quel che è il suo bagaglio teorico-culturale-scientifico.
Ma tematiche come “ proprietà e controllo sociale della produzione”, rapporto tra “proprietà sociale e proprietà privata”, tra “programmazione e autogestione”, tra “individuo e società”, la “questione dello stato”, per essere riproposte, vanno consapevolmente riprese in mano e nel caso rimodulate ed attualizzate. Non si può dare tutto per acquisito.
Una strategia della trasformazione adeguata al ventunesimo secolo esige, per non apparire velleitaria, una nuova stagione di studio e di riflessione, per rielaborare un piano di conoscenza e cercare di arrivare ai nuovi soggetti e alle nuove generazioni con un approccio di tipo pedagogico.
Oltretutto il lavoro nella società, nei territori, le lotte, l’elaborazione di posizioni concrete sulle singole tematiche (la prassi dunque), senza un impianto teorico-strategico di riferimento, scientificamente comunista, finirebbero per essere disomogenee, estemporanee, vertenziali, retoriche e, culturalmente, facilmente subalterne. E di questo nel recente passato ne abbiamo desolatamente avuto le prove.
La costituzione, nel merito, di quel Comitato scientifico di cui si parla nelle tesi, aperto, come è politicamente auspicabile, al coinvolgimento di quelle soggettività sociali ed intellettuali che dall’esterno guardano al progetto in atto con attenzione ed interesse, non può essere per nulla sottovalutata o differita sine die, tutt’altro, il momento è adesso.
Va da sé che tutto ciò sarebbe vano se un partito chiamato a mostrare la sua contemporaneità non riuscisse ad emanciparsi, con un lucido sforzo comune, da culture e pratiche politiche residuali.
A cosa e a chi servirebbe?

Nuccio MAROTTA, Comitato Centrale PCI


                                                

mercoledì 5 ottobre 2016

IL PAESE DEI RIVOLUZIONARI (S.MAURO FORTE)




San Mauro Forte è un piccolo paese della provincia di Matera ricco di storia, tradizioni, lotte popolari e, importante, perché nel 1940 fu teatro della prima rivolta contro il fascismo avvenuta nel Mezzogiorno d’Italia.
Il 30 Marzo di quell’anno vennero notificati 500 avvisi di pagamento per contributi agricoli che contenevano errori madornali: are scambiate per ettari, terreni a pascolo riportati come seminativi, cartelle recapitate a più persone della stessa famiglia.
Alla notizia che stavano per essere notificati nuovi avvisi, centinaia di contadini si riunirono in Piazza Caduti e decisero di marciare verso il Municipio per occuparlo.
Giunti presso la sede municipale distrussero gli avvisi non ancora notificati e recisero i fili del telegrafo e del telefono. Nonostante il tentativo di interrompere le vie di comunicazione, la notizia della sommossa giunse ai Carabinieri della vicina Stigliano che diede immediatamente l’allarme.

Il giorno seguente il paese venne invaso da Carabinieri e Poliziotti che identificarono i capi della rivolta: ventitrè contadini furono invitati a presentarsi nella caserma di Via Sergente Piccinni e tredici di essi vennero lì rinchiusi. Fu allora che il resto dei dimostranti, accorsi in centinaia davanti alla porta del presidio militare, ne reclamò con forza la liberazione. Ai militi presenti all’interno della caserma, a scopo intimidatorio, fu ordinato di sparare. Alcuni dei sessanta colpi di moschetto andarono a segno e sul selciato rimasero un morto e cinque feriti, uno dei quali morì qualche giorno dopo in ospedale.

Nei giorni successivi decine di dimostranti furono arrestati e condotti nel carcere di Matera, alcune donne incinte partorirono nel carcere. Dopo il processo e 13 mesi di ingiusta detenzione fu il provvedimento di amnistia di Palmiro Togliatti del 1948 a porre fine al loro calvario. I fatti di San Mauro ebbero una forte risonanza politica e vennero considerati un’anticipazione dell’Italia che stava per nascere.

Il popolo sammaurese si rese protagonista di un evento straordinario; l’eco raggiunse la Russia di Stalin che, attraverso un comunicato lanciato da Radio Mosca, definì San Mauro Forte «il paese dei rivoluzionari». Negli anni successivi, nonostante generosi tentativi di tenerne vivo il ricordo, un muro di silenzio si è alzato intorno ai fatti del 30 e 31 Marzo del 1940. Come unici testimoni sono rimasti la porta puntellata della caserma da dove partirono i colpi e due vie del paese intitolate a Francesco Lavigna e Sante Magnante, i due contadini feriti a morte durante lo scontro.
È stato Ulderico Pesce, noto attore e regista teatrale, che avvalendosi degli atti processuali ha fatto riemergere la storia dall’oblio ricostruendo in maniera dettagliata gli accadimenti di quelle giornate.

L’attore e la sua compagnia, intrepretando i ruoli di quattro rivoltosi, hanno dato luce a un evento che per intensità e spessore travalica i confini del piccolo paese lucano. Con la traduzione teatrale di Ulderico Pesce, lo «Sciopero del 1940» di colpo riacquista il valore storico e politico che si merita.
Per anni, si è ritenuto che fossero state le cartelle esattoriali calcolate in maniera truffaldina da esattori senza scrupoli a scatenare la rabbia dei contadini. Gli atti processuali ci dicono, invece, che i fatti del Marzo ’40 non furono la reazione scomposta della folla a un calcolo sbagliato di imposte da pagare; non riconoscere ad essi la giusta valenza significa offendere la memoria degli uomini e delle donne che ne furono protagonisti.

Il racconto di Ulderico Pesce ristabilisce la verità su quanto profonde erano le radici di quel sommovimento e sulle responsabilità del regime fascista per aver ridotto i contadini in condizioni di miseria, tanto da suscitare in essi un incontenibile sentimento di ribellione che finì per coinvolgere tutti i ceti sociali. Non solo contadini, ma barbieri, sarti, artigiani, commercianti, pur non avendo terre e cartelle da pagare, divennero i capi della rivolta.

La presenza in quegli anni a San Mauro Forte della confinata comunista Maria Derin e del suo legame con alcuni rivoltosi lascia, inoltre, pochi dubbi sull’esistenza di un intreccio politico e riaccende, il ricordo del comunismo romantico dei nostri padri e dei nostri nonni, contadini analfabeti che divennero, poi, protagonisti delle grandi battaglie per la terra.

Il governo fascista, attraverso coloro che diedero l’ordine di sparare, commise un grosso errore : sui volti di quei contadini non vi era il segno dell’eversione e della violenza, ma solo quello della miseria. Questa la ragione, a distanza di tanti anni, per affermare che quella che viene chiamata «La rivolta del 1940 a San Mauro Forte» rappresenta un pezzo di storia importante dell’Italia democratica.

Si intitola San Mauro Forte, la rivolta del 1940, lo spettacolo teatrale che Ulderico Pesce, non nuovo a reinterpretazioni della storia lucana, ha scritto e dirige ispirandosi alla «prima rivolta antifascista» d’Italia. Gli attori sono tutti lucani: oltre a Pesce (che interpreta la figura di Mauro Sanchirico, sarto e clarinettista nella banda del paese che, strappando le bollette inviate ai contadini, diede avvio alla rivolta), Lara Chiellino interpreta Antonia Miccio, contadina analfabeta arrestata ingiustamente e costretta a partorire nel carcere di Matera; Eva Immediato è invece Maria Di Biase «a‘ Brigantessa», mentre Amalia Palermo fa la parte di Rosa Di Biase. La storia è accompagnata dai musicisti del Conservatorio di Matera Giuseppe D’Amico, Monica Petrara, Giovanni Catenacci, Erminia Nigro, Giuseppe Pace, Domenico Di Nella

articolo di Angelo Mastrandea su Il manifesto, 1 ottobre 2016


giovedì 29 settembre 2016

COME È CAMBIATO IL MODO DI INFORMARE E INFORMARSI


La crisi della carta stampata, la minore pervasività della televisione, hanno anche una spiegazione nella volontà di condivisione e partecipazione attiva: si sceglie piuttosto che essere passivi spettatori-utenti (fe.d.)
L'interessante articolo di Benedetto Vecchi su Il Manifesto, 29/09/2016, a proposito di un'inchiesta del CENSIS
integrale
titolo originale: L'informazione on line è' impacchettata "dal basso"

Nessuna differenza significativa tra gli italiani e gli altri abitanti del continente europeo. E se l’azzardo vale qualcosa: gli abitanti dello stivale si comportano come i loro omologhi statunitensi nel rapporto con i media digitali.

Il primo dato che emerge da un rapporto I media tra élite e popolo sulle piattaforme digitali, stilato dal Censis con la Ucsi e presentato ieri a Roma, è che i due terzi della popolazione italiana è connesso alla Rete. Lo strumento privilegiato per accedere all’informazione nel web è lo smart phone (64,8 per cento), seguito dal tablet (28,3 per cento). Il rapporto fa emergere una differenza generazionale tra gli utenti della Rete. 95 giovani al di sotto dei trent’anni è on line, mentre solo 31 uomini e donne al sopra dei 65 anni accede a Internet.

I social network sono le piattaforme più usate. Facebook impazza in ogni età, mentre Istagram, You Tube seguono a ruota, anche se in questo caso a fare la parte del leone sono teenager e under 35. Si colloca in buona posizione WhatsApp. Il servizio di messaggistica è infatti usato dal 61,3 per cento degli internauti. Non pervenuti, invece, i dati di chi ha abbandonato il servizio di proprietà di Facebook: un dato segnalato da molte altre inchieste nei paesi europei. Un fattore che andrebbe studiato a fondo, visto che quelle stesse inchieste individuavano l’indisponibilità di molti teenager a cedere le proprie biografie a Facebook, preferendo altri messaggerie (Snapchat, ad esempio) più rispettose della privacy e dell’anonimato.
Fin qui niente di sconvolgente. L’inchiesta del Censis conferma infatti le tendenze già evidenziate nel 2015. Più significativi sono invece i dati che riguardano l’accesso all’informazione.

Confermato il ruolo centrale della televisione nel consumo di informazione di intrattenimento (il 97 per cento della popolazione possiede un televisore) e resta stabile il numero di utenti della pay tv. Il 43 per cento della popolazione ha infatti avuto almeno un contratto con una televisione satellitare, mentre è in calo la percentuale di accesso alla tv via Internet. Brutte notizie invece per la carta stampata: negli ultimi dieci anni il 45 per cento degli acquirenti dei quotidiani hanno smesso di andare in edicola.

Negli stessi anni, i consumatori digitali di notizie sono diventati il 31,4 per cento della popolazione. Poco o nulla dice il Censis sul fatto che questa «migrazione» verso la Rete sembra non arrestarsi.

L’unico commento che l’istituto di ricerca italiano riserva a questa tendenza è il formarsi di un digital press, perché il dato più preoccupante è la crescita degli italiani disinteressati all’informazione, sia cartacea che in formato digitale (la stima parla del 31,4 per cento della popolazione). Nulla viene detto riguardo le perdite di entrate: non sono compensate dalla crescita (+35,8 per cento) di abbonamenti di quotidiani, settimanali, mensili on line. L’assenza di un business model per il digitale è il non detto dell’inchiesta del Censis, alla luce anche del dato, emerso in altre inchieste, che chi va in rete vuol leggere e vedere contenuti informativi gratuitamente.

Infine, il dato che il Censis mette in evidenza: sono le donne che privilegiano l’informazione all’entertainment in Rete. Il 74,1 per cento dei consumatori di informazione è donna.

C’è infine un passaggio dell’inchiesta che risulta fuorviante e oscura. Secondo i ricercatori, gli elementi raccolti testimoniano il fatto che è forte la tendenza a personalizzare l’accesso all’informazione.

L’ipotetico giornale quotidiano viene costruito assemblando articoli, saggi, video provenienti da fonti distinte e spesso espressione di punti di vista opposti. Per il Censis, questo significa che siamo di fronte a un passaggio da un modello «tele-centrico» a una concezione egocentrica dell’informazione.

È una personalizzazione«dal basso», agita cioè dal singolo. Se per il Censis, questa è espressione di una non meglio precisata erosione dell’intermediazione, in Rete significa che le testate giornalistiche non riescono a catturare l’attenzione dei singoli. Cosa che invece possono fare le «firme» di giornalisti considerati autorevoli. Risulta molto chiaro il fatto che i siti internet gestiti da non professionisti attirino attenzione, mentre sono in crescita testate giornalistiche che dichiarano espressamente di essere indipendenti e di non avere editori alle spalle. Un fenomeno diffuso che viene catalogato come citizen journalism, «giornalismo narrativo», data journalism: tutte espressioni che evidenziano la corrosione della legittimità del giornalismo come unico mezzo per produrre informazione.