le lenti di Gramsci

domenica 26 gennaio 2020

SERENI


in occasione della giornata della memoria, voglio ricordare un grande dirigente comunista di origine ebraica e la sua figlia scrittrice di gran pregio e giornalista de Il Manifesto. Di entrambi ricordo la morte, il padre il 20 settembre 1977, ne lessi i ricordi e le ricostruzioni sull’Unita’, l’organo del PCI che all’epoca compulsavo giornalmente e diffondevo domenicalmente. La seconda fece parlare di se’ quando, per le sofferenze patite di un male, decise l’eutanasia in una clinica svizzera, il 25 luglio di due anni fa. 
La ricostruzione della storia della famiglia Sereni e del suo antifascismo radicale e combattente è proprio opera di Clara, con il romanzo “Il gioco dei regni“, del 1993, di cui consiglio vivamente la lettura, insieme ai classici più conosciuti di Anna Frank e Primo Levi. 
Emilio Sereni era fratello del sionista-socialista Enzo Sereni, cofondatore del kibbutz Givat Brenner, e di Enrico Sereni, uno scienziato legato ai movimenti antifascisti di Giustizia e Libertà e morto suicida in giovane età; nel 1926 si iscrisse al Partito Comunista Italiano ed un anno dopo si laureò in agronomia a Portici, nello stesso istituto di Manlio Rossi-Doria e poi di Rocco Scotellaro. 
Emilio è stato uno scrittore saggista appassionato: meridionalista marxista, il metodo degli studi storico-sociali gli era dato dalla sua riflessione sul legame tra scienza e cultura. Deciso assertore della soluzione “agraria” al problema del Mezzogiorno, era convinto che il modello dello sviluppo eguale non potesse prescindere dalle comunità rurali, e, in genere, emancipando e non cancellando la civiltà contadina. 
Considerato dirigente filo-sovietico, il suo internazionalismo era preminentemente geopolitico e antimperialista. 
Ci sarebbe da scrivere tanto, ma fermo qui il mio ricordo di Emilio e Clara: ebrei comunisti di due generazioni diverse, hanno lasciato davvero il segno delle passioni giuste. A noi, le letture e lo studio, e la loro memoria attiva. ~ fe.d.


Emilio Sereni (1907/1977)

Clara Sereni (1946/2018)

uno studio di Emilio Sereni del 1955 


giovedì 23 gennaio 2020

Contro la scuola dell’ignoranza


“A scuola si studia”, affermazione ancora in uso, ma ormai priva di contenuto. L’aziendalizzazione della scuola pubblica è, se possibile, ancora più pericolosa della sua privatizzazione. Prevede la formalizzazione quantitativa e la burocratizzazione, dunque una sostanziale antipedagogia. ~ fe.d.

di Tiziano Tussi

Si potrebbe parafrasare il titolo di un famoso libro di Ivan Illich del 1968, Descolarizzare la società, cambiandolo con un altro per un libro attuale sulla scuola, ora, con Desocializzare la scuola.

Un elenco non esaustivo: Alternanza scuola-lavoro con presentazione nelle scuole di aziende ed Enti interessati alla prova; Orientamento, in en­trata ed in uscita dalla scuola superiore; Università italiane ed estere a scuo­la per presentarsi agli studenti; Peer to peer (educazione tra pari); Progetto Itaca (aspetti psicologico-relazionali tra adolescenti e problemi annessi); Donazione sangue seguito, dopo uno o più interventi teorici (?), dall'atto pratico del dono nelle strutture pubbliche; Contro le droghe, l'alcool, il fumo (incontri vari); Legalità e cittadinanza attiva, incontri con "esperti del settore"; Contro la mafia et similia; Prove aperte, mattutine, alla Scala di Milano (ma evidentemente possibili uscite in ogni luogo dove si svolgono prove aperte al pubblico di musica colta); Produzione di film da parte degli studenti, progetto Snachnews; Presentazione progetti pomeridiani al mat­tino; Evacuazione dalla scuola (prove pratiche due-tre volte l'anno); Foto­grafia alle classi; Assemblea mensile degli studenti (quando si ricordano di farla); Cogestione (sacrosanta) assistita; Incontri di sensibilizzazione ai vaccini (in particolare al papilloma virus); Scambi con l'estero, con conse­guente organizzazione degli stessi, accoglienza studenti stranieri, che sono presenti in classe per diversi giorni; Uscite didattiche (mostre, osservatori astronomici ecc.); Viaggi d'istruzione (gita), e/o settimane bianche; Gare di calcio, pallavolo, pallanuoto, ping pong; Varie ed eventuali (rottura im­pianto di riscaldamento con conseguente interruzione delle lezioni, caduta soffitti e/o contro soffitti, allagamenti più o meno dolosi dovuti a fenomeni atmosferici pesanti, ecc.)

Un esempio esaustivo: si possono trovare su Youtube piccoli filmati della serie "Il milanese imbruttito". In una versione degli stessi un intervistatore è impegnato a fare domande anche molto semplici. Le risposte sono esilaranti, naturalmente viene fatta passare una scelta delle più scon­volgenti. Quella che ci interessa è questa: ignoranza o intelligenza, anche nella versione ignoranza o eleganza? Le risposte sono tutte per la prima scelta della proposta: ignoranza. Le interviste vengono effettuate in mas­sima parte a Milano!

Agnotologia: studio, scienza, dell'ignoranza. «Da almeno vent'anni Ro­bert Proctor, docente a Stanford, studia l'ignoranza. Nel 1995 ha coniato il termine agnotology, fondendo la parola greca agnosis, la "non conoscen­za", con ontologia, cioè lo studio della natura dell'essere... Lei sostiene che la nostra epoca sia "minacciata dal buio" dell'agnotology… Sì. Ho coniato questa parola un paio di decenni fa per designare la scienza dell'ignoranza, la storia dell'ignoranza, la politica dell'ignoranza e specialmente i sistemi di produzione dell'ignoranza. I filosofi si sono sempre occupati della cono­scenza, come Galileo, Newton o Platone. Ma quello che abbiamo sempre trascurato troppo a lungo è l'ignoranza, una realtà che ha una sua storia, una sua geografia. Noi siamo circondati dall'ignoranza, che viene delibera­tamente prodotta da potenti forze per lasciarci nel buio».

Diamo un taglio più politico alla questione: «Ma cosa impariamo a scuo­la?... Impariamo dunque dei savoir faire che assicurino l'assoggettamento all'ideologia dominante… Dobbiamo in tal modo riconoscere la presenza efficace di una nuova realtà: l'ideologia».

È nota la distinzione che Louis Althusser individua negli apparati di Stato, divisi in apparati repressivi, che funzionano prevalentemente con la violenza e che sono il governo, l'amministrazione, l'esercito, i tribunali, le prigioni, e gli apparati ideologici che sono le chiese, la scuola, la fami­glia, la politica, il sistema giuridico, sindacale, l'informazione culturale, che usano principalmente l'ideologia. «Pensiamo che l'apparato ideologi­co di stato cui è stata conferita una posizione dominante nelle formazioni capitalistico mature, in seguito ad una violenta lotta di classe politica ed ideologica… sia l'apparato ideologico scolastico... In effetti la chiesa è stata sostituita con la scuola nel suo ruolo di apparato ideologico domi­nante di stato...». I savoir faire cui si riferisce Althusser sono modi d'esse­re, comportamentali culturali, concettuali ed estetici che logicamente non comprendono l'uso del pensiero critico. Altrimenti non sarebbero certo dei savoir faire che potremmo tradurre con "comportamento permesso", un "saperci fare" consentito.

Un'altra forma di ignoranza

Si aggiunge all'uso spasmodico di aggeggi telematici la spinta verso l'utilizzo generalizzato della lingua inglese. Pare che dire banalità e scioc­chezze in una lingua straniera sia innalzare quanto detto ad un livello di nobiltà che non si può respingere e perciò via con l'inglese per ogni dove. Dimenticando che ogni lingua si riflette psicologicamente nel nostro pen­siero in genere e nei concetti specifici che produciamo. Parlare riflette e si distende, a mo' di delta-estuario, in una relazione corroborante con il nostro cervello. Ogni lingua sviluppa un proprio modo d'essere e rispec­chia una cultura, grosso modo definita. Salvo restando che è possibile, in­dubitabilmente, servirsi di altre lingue per aspetti vari del nostro vivere. Sbagliato è servire un'altra lingua in modo acritico. Esemplificativa è stata una querelle (altra lingua non inglese) sulla questione dell'insegnamento universitario in esclusiva lingua inglese al Politecnico di Milano.

E di ignoranza in ignoranza si arriva alla promozione d'ufficio. Per ora si parla di elementari e medie di primo grado. «La bocciatura sarà possibile solo se tutti gli insegnanti del consiglio di classe saranno d'accordo. Solo in casi eccezionali e comprovati da specifica motivazione». Spiega la nor­ma. Basterà un solo parere contrario per fare scattare la promozione ope legis.

E dato che siamo di fronte ad una valanga che si ingrossa sempre più, ecco altro materiale per ingrandire il fenomeno. La scuola superiore in Ita­lia è troppa lunga, riduciamola.

Una costruzione il più possibile razionale, atta al lavoro culturale, per la vita, tutta quanta, nella continua costruzione della complessa umanità di un giovane che entra nella scuola da bambino e ne esce adulto, dovrebbe essere il compito del "lavoro" scolastico. È questo il senso profondo della scuola, proprio per non cadere nei tormenti dell'afori­sma di Diogene il Cinico (V-IV secolo a.c.): «Usciva una volta dalle terme, uno gli chiese se vi fossero molti uomini che si bagnavano. "No", rispose. Un altro gli domandò se v'era massa: "Sì", disse!»





UNIRE LE LOTTE CONTRO UN GOVERNO PADRONALE CONTRO LE DESTRE REAZIONARIE PER UNA ALTERNATIVA ANTICAPITALISTA


Il secondo governo Conte si era presentato a settembre come un governo di svolta. Si è rivelato
invece, come era facile prevedere, un governo di continuità. Basta guardare i fatti:
Salvaguardia di tutte le misure
degli ultimi decenni ( Job Acts e precarizzazione del lavoro , Legge
Fornero
Salvaguardia e consolidamento del
patto di stabilità dell'Unione Europea attorno al debito
pubblico, con la conseguente continuità delle politiche di austerità.
Salvaguardia dei
decreti sicurezza di Salvini e degli accordi infami con la Libia , veri accordi
criminali finanziati con risorse pubbliche.
Salvaguardia e anzi sviluppo del proge
tto di “ Autonomia differenziata ”, che accresce le
disuguaglianze sociali e territoriali, attacca i contratti nazionali di lavoro, sospinge la
privatizzazione ulteriore di servizi e patrimonio pubblico.
Salvaguardia delle politiche internazionali militaris
te, nel quadro della Nato , a partire dalle
missioni militari , incrementando persino l'acquisto degli F35 , e sottraendo così risorse a beneficio
dei settori più deboli della società.
La logica d'insieme resta la stessa dei precedenti governi: la dominazi
one del profitto a scapito della
società, dell'ambiente, dei diritti sociali e democratici.
Ci pare scandaloso che questo governo e questa politica riceva il sostegno di tutta la sinistra
parlamentare e della burocrazia sindacale. È un sostegno disastros o, per ragioni sociali e
politiche.
Per ragioni sociali, perché protegge gli interessi dei capitalisti a spese dei lavoratori e delle
lavoratrici, dei giovani, e di tutti gli sfruttati, isolando e frantumando le lotte di resistenza,
bloccando ogni loro est ensione, impedendo la loro unificazione.
Per ragioni politiche, perché
questa condotta subalterna e complice getta milioni di lavoratori
e lavoratrici tra le braccia della destra più reazionaria: una destra nazionalista, militarista,
misogina, che dirotta la rabbia sociale verso i migranti per impedire che si rivolga contro i
capitalisti.
A tutto questo noi vogliamo opporci.
Non per custodire una piccola nicchia, ma per costruire
e rilanciare politicamente una grande opposizione di massa e di classe
Una opposizione che metta al centro della scena politica le ragioni del lavoro.
Che punti a unire le tante lotte di resistenza
Che punti a ribaltare i rapporti di forza nei luoghi di lavoro e nella società.
Che assuma sino in fondo le ragioni del movimento ecologista
per la salvezza del pianeta e del
movimento femminista per la propria liberazione, movimenti di portata mondia le che investono il
futuro stesso dell'umanità.
Che sappia costruire una relazione viva con quei movimenti democratici che oggi positivamente
occupano le piazze contro la destra ma che rimuovono tra gli altri i temi del lavoro, col rischio
molto concreto di venire subordinati al sistema capitalista dal PD e dai suoi satelliti.
Il grande sciopero che ha percorso la Francia contro l'aumento dell'età pensionabile dimostra che
solo la forza di massa di lavoratori e lavoratrici, continuativa e radicale, può impaurire le classi
dominanti, incrinare il blocco sociale reazionario, unificare un blocco sociale alternativo. Solo un
movimento di questa portata può fare argine contro le destre.
Vogliamo dunque contribuire ad una piattaforma di lotta generale e unificante del mondo del
lavoro.
Sono 30 anni che il movimento delle lavoratrici e dei lavoratori è privo di una propria piattaforma
di lotta indipendente. Per contribuire a ricostruirla intendiamo promuovere una campagna unitaria
attorno ad alcune rivendicazioni centrali.
1)RIDUZIONE GENERALE DELL'ORARIO DI LAVORO A TRENTA ORE A PARITA'
DI RETRIBUZIONE
Le controriforme degli ultimi trent'anni (dal pacchetto Treu del 1997 al Jobs Act e alla riforma
Fornero) vanno tutte cancellate: hanno aumentato la disoccupazione, l'orario di lavoro complessivo
e la sottrazione del tempo di vita.
Ora basta!
Vogliamo lavorare per vivere, non vivere per lavorare a beneficio dell'arricchimento di un pugno
di sfruttatori! Ridurre l'orario di lavoro senza ridurre salari e stipendi permette di redistribuire il
lavoro fra tutte e tutti, difendere i posti di lavoro attuali, aumentare l'occupazione, unire occupati e
disoccupati, dare la nostra risposta allo sviluppo delle nuove tecnologie informatiche e migliorare
drasticamente la qualità della vita e la sicurezza sui luoghi di lavoro.
Vanno ripristinati i diritti del lavoro, a partire dall'abrogazione delle leggi che lo hanno precarizzato.
Il lavoro che c'è va ripartito fra tutti in modo che nessuno sia privato del lavoro. 30 ore settimanali
a parità di retribuzione corrispondono a tale scopo. L'alternativa, come i fatti dimostrano, è
l'aumento dei disoccupati e dello sfruttamento
2)ABOLIZIONE VERA DELLA LEGGE FORNERO, PER UN SISTEMA
PREVIDENZIALE PUBBLICO A RIPARTIZIONE E RETRIBUTIVO, CON IL DIRITTO
DI ANDARE IN PENSIONE A 60 ANNI O CON 35 ANNI DI LAVORO,
CON LA CERTEZZA DI UNA PENSIONE FUTURA DIGNITOSA PER I GIOVANI
Non vogliamo vivere di più per lavorare di più, e sempre più duramente. Vogliamo avere pensioni
che ci consentano di vivere dignitosamente, non pensioni integrative private buone solo per chi se
le può permettere, rischiose per il futuro, e utili solo per arricchire la grande finanza. Le nostre
pensioni devono pagarle quelli che si arricchiscono con il nostro sudore e i nostri affanni. Le
paghino i grandi profitti, le rendite, i grandi patrimoni!
Solo un sistema previdenziale pubblico a ripartizione con calcolo retributivo può garantire la
solidarietà tra generazioni. Solo un lavoro liberato dalle leggi di precarizzazione degli ultimi
decenni, ed esteso a tutti attraverso la riduzione dell'orario, può sostenere il sistema previdenziale
pubblico e assicurare ai giovani una pensione futura certa e dignitosa.
3)NAZIONALIZZAZIONE DEI SETTORI STRATEGICI DELL'ECONOMIA
E DELLE AZIENDE CHE LICENZIANO, CHE DELOCALIZZANO, CHE INQUINANO
È disumano che centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori siano trattate/i come limoni da
spremere e poi gettar via per fare più profitti! È inaccettabile che le aziende possano devastare
l'ambiente e poi cavarsela come nulla fosse!
I casi Whirpool, Ilva, Embraco, Bekaert, Mercatone Uno, Conad, Unicredit, Alitalia e tanti altri
sono tutti scandali sociali inaccettabili. È necessaria una svolta radicale e veramente risolutiva. Solo
la nazionalizzazione, sotto il controllo delle lavoratrici e dei lavoratori e senza alcun indennizzo
alle aziende dopo tutti i miliardi a perdere che hanno ricevuto dallo Stato, è possibile salvaguardare
l'occupazione e la salute pubblica. Se un’azienda licenzia va nazionalizzata a tutela del lavoro. Se
inquina la nazionalizzazione è la premessa di una riconversione della produzione e del risanamento
dell'ambiente a tutela sia del lavoro che della salute. In entrambi i casi la nazionalizzazione deve
avvenire sotto il controllo dei lavoratori stessi.
4)ABROGAZIONE, SENZA SE E SENZA MA, DEI DECRETI SICUREZZA DI MATTEO
SALVINI E DEGLI ACCORDI CRIMINALI CON LA LIBIA
I decreti sicurezza sono un’infamia: negano i diritti di protezione umanitaria, colpiscono i
salvataggi in mare di chi fugge da fame, guerre, devastazioni ambientali, criminalizzano forme di
lotta più determinate e quindi più efficaci della classe lavoratrice (picchetti, blocchi stradali,
occupazioni aziendali).
Il settore più colpito è quello delle lavoratrici e dei lavoratori immigrate/i, perchè spesso e volentieri
prive/i di diritti a causa di una precisa volontà politica: senza riconoscere pieni diritti a questo
settore della nostra classe è più facile dividere le lotte e mettere lavoratrici e lavoratori le une contro
le/gli altre/i, alimentare il razzismo e indebolire il conflitto. La classe lavoratrice è una: tutte le
lavoratrici e tutti i lavoratori, indipendentemente dal colore della pelle, dalla religione, dalla cultura
di provenienza, condividono gli stessi interessi e hanno lo stesso nemico. Colpire una parte della
classe lavoratrice significa colpire e indebolire tutte e tutti, ed essere così più sole e soli di fronte a
chi vuole sfruttarci e opprimerci per il profitto.
Invece lottare fianco a fianco per la ripartizione del lavoro, per un grande piano di opere sociali (a
partire dal riassetto del territorio), per la requisizione di grandi patrimoni immobiliari sfitti,
significa battersi di fatto per dare a tutti/e il diritto al lavoro e alla casa, che sono diritti inseparabili,
rafforzando tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori, anche quelle e quelli autoctoni.
5)NO ALLA GUERRA, USCITA DELL'ITALIA DALLA NATO, PER LA DRASTICA
RIDUZIONE DELLE SPESE MILITARI (F35), PER IL RITIRO DELLE TRUPPE
ITALIANE DALLE MISSIONI
L'attacco terroristico dell'imperialismo Usa in Iraq riporta in primo piano il tema dell'imperialismo
e della guerra. La Nato è uno strumento di guerra e di oppressione dei popoli, come da ultimo
dimostra la copertura offerta al terrorismo Usa e alle operazioni turche in Kurdistan e in Libia.
L'oppressione dei popoli parte “in casa propria” con l'oppressione delle lavoratrici e dei lavoratori.
È inconcepibile che ogni anno quasi trenta miliardi siano destinati alle spese militari mentre si
tagliano pensioni, sanità, istruzione. Le spese militari servono solo a garantire alle potenze
imperialiste, Italia inclusa, strumenti utili per una competizione globale sempre più disumana,
feroce e pericolosa.
Nessun essere umano deve soffrire e morire per le loro sporche guerre!
È necessario rompere con la Nato e difendere i diritti dei popoli oppressi contro ogni imperialismo
a partire da quello di casa nostra, destinando le risorse pubbliche così liberate alla scuola, alla sanità,
alla previdenza, al lavoro.
Ci dicono che queste rivendicazioni sono incompatibili con l'Unione Europea e le leggi del
“mercato”. È vero. Ma solo perchè l'Unione Europea e il capitalismo su cui si fonda sono una
macchina da guerra contro i diritti dei lavoratori, delle lavoratrici, dei giovani, delle donne,
della larga maggioranza della società.
Per questo non serve questo o quel governo di gestione di interessi che non siano quelli della grande
maggioranza della società. Come dimostra il fallimento di tutti i governi di sinistra e di
centrosinistra in Europa.
Serve un governo che, fondato sulla più ampia democrazia delle lavoratrici e dei lavoratori sui
luoghi di lavoro e nella società, dunque sul loro potere, rompa del tutto con il sistema capitalistico
e i suoi difensori! Per una alternativa anticapitalista e socialista in Italia e in Europa.
Si obietta che tutto questo è impossibile perchè “le lavoratrici e i lavoratori non hanno più la forza
di un tempo”. Ma è falso. Diciassette milioni di lavoratrici e lavoratori in Italia sono una forza
enorme. Se questa forza si motiva e si organizza attorno a un proprio programma di lotta
indipendente tutto diventa possibile. Come ha dimostrato lo stesso movimento di lotta che si è
sviluppato in Francia.
Attorno alla mobilitazione di massa delle lavoratrici e dei lavoratori, l'unica in grado di ribaltare i
rapporti di forza sociali, è possibile saldare tutte le rivendicazioni che danno un senso al
cambiamento radicale della società: quelle ecologiste, di genere, democratiche.
Il Coordinamento Nazionale Unitario delle Sinistre di Opposizione vuole dare un contributo
in questa direzione. Siamo organizzazioni diverse, con una propria autonoma identità, ma
vogliamo unire le nostre forze in una battaglia comune, e coinvolgere nel modo più aperto
ogni altro soggetto disponibile (politico, sindacale, associativo, di movimento).
Non abbiamo un recinto da difendere ma tanti steccati da abbattere! Gli steccati
che per tanti anni hanno diviso le lotte delle lavoratrici e dei lavoratori, degli sfruttati, degli
oppressi. Sono le lotte che è necessario unire.
Contro il governo, contro la destra, contro il capitalismo che entrambi difendono.
Per un’alternativa di società!


Coordinamento unitario delle sinistre di opposizione
Partito Comunista dei Lavoratori, Partito Comunista Italiano, Sinistra Anticapitalista,
Città Futura, Fronte Popolare, Partito del Sud, Partito Marxista leninista italiano




martedì 21 gennaio 2020

Nazionalizzazione dei settori strategici dell'economia e delle aziende che licenziano, delocalizzano e inquinano


Da anni media e padroni sono riusciti a far prevalere l’idea che il pubblico è incapace di gestire
l’economia e che solo i privati possono garantire lavoro e sviluppo.
Così sono stati svenduti ai capitalisti settori enormi dell’economia e sono stati regalati a loro decine di miliardi di euro con continui finanziamenti, sgravi fiscali e contributivi, sostenendo che costoro avrebbero così creato nuova occupazione.
Niente di più falso. Il risultato sono tre milioni di disoccupati, altri tre milioni che hanno rinunciato anche solo a cercare un lavoro che non si trova, la precarietà dilagante e continue ristrutturazioni industriali che buttano per strada centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori rubando il futuro alle loro famiglie.
E' inaccettabile che centinaia di migliaia di lavoratori siano in balia di azionisti senza scrupoli interessati esclusivamente alla massimizzazione del profitto; che ogni passaggio di proprietà comporti il massacro dei posti di lavoro; che la forza lavoro sia ridotta a merce che si compra e si getta a seconda delle dinamiche di mercato. Come è assurdo che al profitto sia consentito non solo di sfruttare il lavoro ma anche di colpire la salute e la vita stessa di lavoratori e lavoratrici.
È inaccettabile che le aziende possano devastare l'ambiente e poi cavarsela come nulla fosse!
Ma è anche perdente, dal punto di vista sindacale, come è stato fatto finora, credere di poter difendere i posti di lavoro fabbrica per fabbrica, senza una movimento di lotta unitario di tutte le lavoratrici e i lavoratori; del tutto falsi ed illusori poi l’obiettivo e la speranza dell’arrivo di un nuovo padrone, presunto salvatore. Se questo arriva, si prende tecnologie e marchi, promette e se ne va; qualche volta, al massimo, utilizza per un breve periodo una piccola parte della manodopera in condizioni di maggiore sfruttamento.
Per i dipendenti di queste aziende prima c’è il calvario di una cassa integrazione (ormai drasticamente
ridotta nella durata dalle norme del Jobs Act) e poi il precipizio nel misero sussidio di disoccupazione, anch’esso ridotto all’osso. Le norme del Jobs Act vanno quindi abrogate.
I casi Whirpool, Ilva, Embraco, Bekaert, Mercatone Uno, Conad, Alitalia, Unicredit, Autostrade
per l’Italia, sono tutti, in forme diverse, scandali sociali inaccettabili. E con essi centinaia e migliaia
di altre aziende e vertenze. E' necessaria una svolta.
Se un'azienda licenzia va nazionalizzata, a tutela del lavoro. Se inquina, la nazionalizzazione è la
premessa di una riconversione della produzione e del risanamento dell'ambiente, a tutela sia del lavoro che della salute. Se il concessionario sacrifica la sicurezza in nome del profitto, la concessione va ritirata e la gestione va nazionalizzata. In tutti i casi la nazionalizzazione deve avvenire sotto il controllo dei lavoratori stessi. Non c'è bisogno di alcun indennizzo per i grandi azionisti dopo tutti i miliardi che hanno ricevuto gratuitamente dallo stato, cioè dalle tasse dei lavoratori.
Il primo passo per costruire una risposta della classe lavoratrice è una grande assemblea di delegate/i
delle lavoratrici e dei lavoratori di tutte le aziende che sono coinvolte nei processi di ristrutturazione, di licenziamenti e di chiusura per decidere un percorso di mobilitazione comune e definire una piattaforma rivendicativa che difenda tutti i posti di lavoro.

Coordinamento nazionale delle sinistre di opposizione





giovedì 9 gennaio 2020

NOSTRO DOVERE E’ RESISTERE (e quando possibile contrattaccare)


bella riflessione del prof. Angelo D’Orsi sul caso politico-giudiziario di Nicoletta Dosio

“Per la persona onesta, il solo posto giusto in una società ingiusta, è la galera”. Ecco il pensiero, di Henry David Thoreau, il grande teorico della disobbedienza civile (correva l’anno 1849), da lui proposta come arma di lotta contro il potere ingiusto: un pensiero che mi ha attraversato la mente alla notizia dell’arresto di Nicoletta Dosio, e del suo trasferimento in carcere. Non mi pare di dover aggiungere altro, se non che Nicoletta Dosio ha dato una lezione a tutti. Cerchiamo di farne tesoro, in questi tempi amari e difficili che stiamo attraversando e che, con il 2020, dubito potranno migliorare.
Ma il nostro dovere, il compito che dobbiamo assumere sulle nostre spalle, se vogliamo essere dalla parte degli umiliati e offesi di dostoevskiana memoria, degli schiacciati dai grandi potentati finanziari, degli oppressi da mille forme di ingiustizia, il nostro dovere è resistere, e quando possibile contrattaccare, lavorando sul lungo periodo, studiando e organizzando la contro-egemonia, dal basso. Con tutte le conseguenze, spesso pesantissime, come la galera, pressochè inevitabili in una società fondata sul rovesciamento dei valori: i giusti in prigione, i gaglioffi a piede libero; i cialtroni politici che occupano permanentemente ogni spazio di comunicazione, mentre le persone serie sono obbligate al silenzio; gli asini sulle poltrone ministeriali, i competenti a subirne le volontà; gli ultra-ricchi che si arricchiscono incessantemente, i poveri che si impoveriscono, penosamente...
Occorre, dunque, essere consapevoli che i comportamenti, personali e politici, fondati sul rigore morale, sulla serietà politica, sulla coerenza intellettuale, sono destinati alla sconfitta, probabilmente, la sconfitta di chi combatte ad armi impari: loro forse vinceranno e se vinceranno sarà perchè "hanno la forza", ma non la ragione, come un altro grande filosofo e scrittore, Miguel de Unamuno ebbe a dire (era il 12 ottobre 1936) quando una masnada di fascisti, al comando di Millan Astray, complice di Francisco Franco, assetati di sangue, desiderosi di distruggere e ostentare la propria ignoranza, fecero irruzione nell'aula magna dell'Università di Salamanca, una delle più antiche del mondo, di cui Unamuno era rettore, urlando "Viva la muerte! Abajo la inteligencia!". Unamuno si salvò per un soffio dal linciaggio. Fu destituito e morì, davvero di dispiacere, la sera del 31 dicembre, di quell'anno.
Due insegnamenti importanti e trascurati, quelli di Thoreau e di Unamuno, di cui Nicoletta Dosio con la sua coerenza ci restituisce se non l'attualità, certo la necessità: una difficile necessità, ma solo esempi alti ci possono aiutare a vivere onorevolmente, e a combattere senza paura. Lavorando magari non con la prospettiva di essere tra i vincitori dell'oggi, ma nella ferma convinzione di esserlo domani. Almeno idealmente, perché molti di noi, certo chi scrive, quel domani non lo vedranno. Ma questo non deve indurci ad abbandonare l'impegno e la lotta. Il nostro motto deve essere lo stesso lanciato da un giornale realizzato clandestinamente da un manipolo di uomini a Firenze, nel 1925, contro il fascismo trionfante: "Non mollare".
Auguri a tutti noi. O detto altrimenti, a coloro che condividono questi pensieri...”

Angelo D’Orsi, 31 dicembre 2019


Omicidio Soleimani: USA e il terrorismo di Stato


guerra morte e distruzioni: contro i popoli, contro la storia. / l’imperialismo e’ terrorismo — fe.d. 

Angelo d'Orsi, Marx21.it

Non ci si può più stupire davanti al terrorismo di Stato, rappresentato sul piano globale dagli Stati Uniti, quale che sia l’Amministrazione che ne guida la politica. Siamo altresì stanchi di manifestare una impotente indignazione, davanti ad atti come quello compiuto ieri dagli yankees a Baghdad. E diciamolo che non ne possiamo più del silenzio della “comunità internazionale” quando invece dovrebbe far sentire la sua voce, nel senso della verità e della giustizia.  Siamo provati, anzi stremati davanti all’impunità che gli Usa e il loro fedele servo-padrone Israele, hanno garantita, potendo permettersi ogni violazione del diritto internazionale, tra cui gli infamissimi “omicidi mirati”: una di queste operazioni, compiuta fuori del  territorio nazionale, ha eliminato una figura di militare e di politico di grandissimo rilievo, un vero eroe nazionale in Iran, come il generale Qassed Soleimani.

- Un gesto che nessuna giustificazione può avere, e che si rivelerà ben presto controproducente per chi lo ha compiuto, togliendo dalla scena non solo colui che è stato probabilmente il principale artefice della sconfitta di Daesh in Siria, ma anche a ben vedere un possibile interlocutore politico proprio degli Stati Uniti.  Un gesto che inoltre danneggia pesantemente l’Europa per le conseguenze che potrà avere, a partire dall’innalzamento del costo del petrolio. Una Europa che al solito non solo non ha una voce unitaria, ma balbetta o tace; brilla per inconsistenza il Governo italiano, con Di Maio agli Esteri, e con il “presidente-suo-malgrado” Giuseppe Conte che aspetta l’imbeccata per parlare. Ha parlato, anzi blaterato, l’ex vicepresidente Matteo Salvini con un post grottesco, in cui lo zelo del servitore si profonde a piene mani; è la dinamica servo-padrone, che si manifesta, ed è in fondo simile a quella che in atto da sempre, tra il presidente statunintese  e il capo del governo israeliano, chicchessia a rivestire i due ruoli. E questo chiacchiericcio trova riscontro in pseudo-analisi di pseudo-giornalisti della solita compagnia di giro pronta soltanto a cantare le lodi di Washington e a giustificare Tel Aviv.
Ma come è possibile che personaggi come quelli che pullulano in tutte le redazioni giornalistiche (della carta o radiotelevisiva, o del web) siano professionalmente degli “opinion maker”? ossia coloro che costruiscono e indirizzano l’opinione pubblica, obnubilandola, deformando la verità dei fatti, imbottendo i crani delle persone di verità prefabbricate, “ad usum”… E inevitabilmente ci si chiede: ma “ci sono o ci fanno”? Ovvero, detto in modo più forbito: la loro è mera incompetenza politologica, ignoranza della storia e della geografia, magari accompagnate dal pregiudizio ideologico (compresa una punta di razzismo, verso i “barbari” islamici)? O si tratta semplicemente di servidorame? Di “pennaruli”, come si dice a Napoli, che vendono la loro penna a un padrone, scrivendo ciò che viene loro ordinato; spesso andando anche oltre? Avendo l’animo servile, possono spingersi assai più in là di quanto i loro padroni si attendono, diventando, ridicolmente, pateticamente, più realisti del re. Leggere quanto scrivono in questa come in altre occasioni non tutte ma la maggior parte delle “grandi firme” del “Corriere della Sera”, della “Stampa”, de “la Repubblica”, dei vari TG e programmi radiofonici, costituisce il maggior incentivo a spegnere apparecchi radio e televisori, a non comprare più un quotidiano (con l’eccezione del “Manifesto” e per la politica estera, francamente, almeno in pare “Avvenire”, e “Il Sole 24 Ore”). Si salvano, insomma, in pochissimi, come Alberto Negri, o Nicola Pedde (Direttore dell’Institute of Global Studies) o Fulvio Scaglione, su “Famiglia Cristiana”, che tanto fa arrabbiare Salvini, dunque è sulla buona strada.
Rimane il problema del divario tra un gigantesco apparato di propaganda che ci sovrasta, e sempre più ridotte aree di libero pensiero, isole di informazione non precostituita dai manutengoli di “lor signori”, sommerse da un mare di menzogna. E ci si sente davvero impotenti, sempre più isolati, frammentati, vinti.
Eppure dobbiamo resistere. Non mollare, come scrivevo solo pochi giorni or sono: non abbandonare un lavoro tenace e perseverante di “controinformazione”, che in realtà è vera informazione. Quanto meno insinuare il dubbio nelle granitiche certezze propalate via video, via microfono, via carta stampata, via web: usiamo anche noi, ossia coloro che “non la bevono”, il web, il microfono, il video, la stampa, se ci consentono di farlo, per gridare sui tetti la verità. Oggi la verità da gridare è questa: l’uccisione del generale Solemaini è stato non sol un crimine gravissimo, sul piano internazionale, ma altresì un atto sconsiderato che rischia di innescare un conflitto di proporzioni gigantesche. Una delle principali conseguenze, lo sappiano Salvini e la sua fedelissima Maria Giovanna Maglie, sarà una gigantesca ondata di profughi. Chiuderemo i porti, blinderemo le frontiere, dispiegheremo l’esercito nelle città, faremo nuovi “decreti sicurezza”…? E poi? Dichiareremo guerra all’Iran, accanto agli yankees?



martedì 7 gennaio 2020

SFORZO COGNITIVO, IMPEGNO E DISCIPLINA DIDATTICA IN GRAMSCI letti dalla pedagogista Dina Bertoni Jovine


cit. da Edoardo Puglielli, “Dina Bertoni Jovine interprete di Gramsci”, in “Pedagogia più didattica”, vol.5, nr.2, ottobre 2019, rivista Erickson

“Anche la spontaneità, dunque, è condizionata dai contesti sociali e di vita degli individui. L’autonomia, pertanto, non può scaturire dalla spontaneità, ma è il risultato di un lungo processo, è una graduale conquista che si realizza attraverso l’impegno e la disciplina. Occorre perciò, nell’istruzione scolastica, vincere la resistenza allo sforzo, non eliminare lo sforzo. Una scuola «in cui si abituino i fanciulli alla faciloneria, all’approssimazione, con l’esclusione dal loro lavoro di ogni esigenza di sistemazione organica e quindi di ogni disciplina mentale, non può costituire la base» di una scuola «formatrice di cultura valida» (Bertoni Jovine, 1976a, pp. 379-380). Eliminare lo sforzo dalla vita educativa significherebbe mortificare proprio le «attività umane più vere», significherebbe porre «il fanciullo in balia di interessi e di suggestioni occasionali, effimeri, superficiali», ritardando in lui la «capacità di partecipare alla lotta umana più significativa e di affermarsi nel superamento di sé. Gramsci considera lo sforzo come necessario in ogni opera educativa valida» (Bertoni Jovine, 1977d, p. 415).

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Bertoni Jovine D. (1976a), Le spine della scuola unica. In D. Bertoni Jovine, Storia della didattica dalla legge Casati ad oggi, a cura di A. Semeraro, 2 voll., Roma, Editori Riuniti.


Bertoni Jovine D. (1977d), Gramsci: lotta tra due tipi di cultura. In D. Bertoni Jovine, Principi di pedagogia socialista, a cura di A. Semeraro, Roma, Editori Riuniti.

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Su Dina Bertoni Jovine, leggi il mio contributo “Pensiero pedagogico” per wiki
https://it.wikipedia.org/wiki/Dina_Bertoni_Jovine (fe.d.)
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(..) l’educazione viene a configurarsi come una lotta. L’individuo, infatti, «nasce in una società determinata» e, grazie alla capacità egemonica di direzione morale e intellettuale della classe al potere, «assorbe consuetudini, tradizioni, miti e pregiudizi» (Bertoni Jovine, 1977e, p. 417) funzionali alla riproduzione di quella determinata società. E a differenza di tutte la altre filosofie, «la filosofia della praxis non tende a mantenere i “semplici” nella loro filosofia primitiva del senso comune, ma invece a condurli a una concezione superiore della vita» (Gramsci, 1975, Q. 11, p. 1384). Compito della filosofia della praxis è allora quello di realizzare attraverso l’azione educativa una «lotta contro il senso comune per trasformare la “mentalità” popolare» (Gramsci, 1975, Q. 10, p. 1330) e diffondere la nuova concezione culturale emancipativa. L’educazione viene così a configurarsi come una «lotta contro» e una «lotta per»:
è una «lotta contro il senso comune», una «lotta contro le concezioni date dai diversi ambienti sociali tradizionali» (Gramsci, 1975, Q. 12, p. 1535), una lotta contro «la concezione “magica” del mondo e della natura che il bambino assorbe dall’ambiente “impregnato” dal folklore» (Gramsci, 1975, Q. 4, p. 498);
è una lotta per trasformare la mentalità popolare secondo una nuova concezione del mondo, una lotta per diffondere tra le masse una «concezione superiore della vita».

In estrema sintesi, nell’ambito del conflitto tra classi sociali tipicamente moderno l’educazione viene a definirsi come una lotta tra due concezioni del mondo: «la concezione del mondo data dall’ambiente tradizionale» (Gramsci, 1975, Q. 4, p. 485), conformista, ideologica e adattiva, e la concezione culturale impartita alla luce della filosofia della praxis (trasformativa, autonoma ed emancipativa poiché capace di individuare «un maggior numero di possibilità e quindi di libertà e di scelte rispetto alle determinazioni ambientali»).

La filosofia della praxis, spiega Massimo Baldacci, vede il rapporto uomo-ambiente in termini dialettici: «è l’uomo che modificando l’ambiente determina le circostanze che a loro vola lo influenzano, quindi in ultima analisi è l’uomo che trasforma se stesso mediante la modificazione della realtà, ossia attraverso la “prassi rivoluzionaria”» (Baldacci, 2017, pp. 179-180). L’educazione, pertanto, non deve essere una resa all’ambiente. Suo compito «non è quello di porsi in continuità con il contesto sociale, riproducendo il senso comune che lo pervade, bensì quello di assumere un atteggiamento dialettico rispetto ad esso, guidando i discenti verso una cultura superiore» (Baldacci, 2017, p. 180). L’educazione, «in quanto lotta contro il senso comune, rappresenta un processo dialettico in grado di rivoluzionare la mente. Ossia, in Gramsci, “l’educazione deve farsi dialettica rivoluzionaria della mente”: essa lotta contro lo “status quo” (il folklore e/o il senso comune assimilato acriticamente dall’ambiente) per creare un “nuovo ordine mentale” (un pensiero di tipo superiore). Detto diversamente, si tratta di realizzare una “riforma intelletuale e morale”» (Baldacci, 2017, p. 180). Ogni trasformazione della realtà, del resto, non può che essere preceduta e preparata da un cambiamento della cultura e della mentalità.

Anche a giudizio di Dina Bertoni Jovine, «quanto c’è ancora di magico, di superstizioso, di arretrato e irrazionale nella concezione del mondo» che «il fanciullo può assorbire dall’ambiente» in cui vive «deve essere corretto dalla scuola per mezzo di una più moderna cultura scientifica e storica» (Bertoni Jovine, 1977d, p. 410). La scuola, in altre parole, ha il compito di correggere quanto di irrazionale vi è in una «concezione del mondo “imposta” meccanicamente [ai subalterni] dall’ambiente esterno» e a cui essi partecipano «senza averne consapevolezza critica» (Gramsci, 1975, Q. 11, p. 1375). Si tratta di correggere un vero e proprio «squilibrio che si crea a danno della razionalità» causato da un’«educazione abbandonata all’immediatezza» (Bertoni Jovine, 1977d, p. 411) e alla spontaneità (..)
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Bertoni Jovine D. (1977e), Gramsci e la cultura contemporanea. In D. Bertoni Jovine, Principi di pedagogia socialista, a cura di A. Semeraro, Roma, Editori Riuniti.

Gramsci A. (1975), Quaderni del carcere, a cura di V. Gerratana, Torino, Einaudi.

Baldacci M. (2017), Oltre la subalternità. Praxis e educazione in Gramsci, Roma, Carocci.

Bertoni Jovine D. (1977d), Gramsci: lotta tra due tipi di cultura. In D. Bertoni Jovine, Principi di pedagogia socialista, a cura di A. Semeraro, Roma, Editori Riuniti.

Dina Bertoni Jovine (1898-1970)

Antonio Gramsci (1891-1937)

venerdì 3 gennaio 2020

SI CONCRETIZZA L’UNITÀ d’AZIONE delle sinistre di opposizione


FINALMENTE INSIEME, libero confronto ma colpire uniti / 
RIUNITO IL COORDINAMENTO NAZIONALE DELLE SINISTRE DI OPPOSIZIONE.
DAL SUCCESSO DEL 7 DICEMBRE ALLA CAMPAGNE UNITARIE IN TUTTA ITALIA
Il 19 Dicembre si è tenuta a Roma la prima riunione del Coordinamento nazionale unitario delle sinistre di opposizione, che ha affrontato il bilancio politico dell'Assemblea nazionale del 7 Dicembre e una prima discussione sull'iniziativa unitaria che l'assemblea ha promosso.
Tutti hanno rilevato il successo politico dell'assemblea del 7/12, in termini di partecipazione, di qualità del confronto, di carica di entusiasmo. Una iniziativa in controtendenza rispetto alla dinamica di frammentazione dell'azione di classe, anche a livello dell'avanguardia, che ha spesso disperso in questi anni energie preziose. Una iniziativa che dunque ha raccolto una forte domanda di unità, e che al tempo stesso le ha dato una traduzione nuova: non la proiezione elettorale o la costruzione di un nuovo soggetto politico, ma l'unità d'azione sul terreno dell'opposizione di classe al governo e alla destra, in funzione dell'unificazione delle lotte di resistenza e del rilancio di una opposizione di massa. Una concezione dunque rispettosa dell'autonomia politica di ogni soggetto, capace di convivere col libero confronto di posizioni diverse, senza che questo confronto sia di impedimento all'unità d'azione su terreni comuni. Questa impostazione è stata fortemente riaffermata e condivisa nella discussione.
Si è comunemente registrato un limite dell'assemblea del 7 Dicembre: accanto all'importante valorizzazione del ruolo delle organizzazioni politiche dell'opposizione di classe, contro ogni cultura “antipartito”, c'è stato un coinvolgimento ancora debole delle organizzazioni del sindacalismo di classe e dei movimenti sociali, ambientaliste, femministe e antirazziste. Un aspetto su cui lavorare, nazionalmente e localmente, col massimo spirito di apertura e in una logica inclusiva. Il coordinamento dell'unità d'azione, a ogni livello, è aperto infatti al coinvolgimento di tutte le organizzazioni ( politiche, sindacali, associative, di movimento) disponibili a impegnarsi sul terreno della battaglia comune attorno ai temi e terreni proposti, in termini assolutamente paritari e fuori da ogni logica di primogenitura o di preclusione.
La riunione ha registrato con soddisfazione che dopo il 7 Dicembre, proprio sull'onda del successo ottenuto, si è sviluppata e si sta sviluppando in tutta Italia una fitta rete di contatti e relazioni tra le diverse organizzazioni per dare vita ai coordinamenti locali dell'unità d'azione. Una iniziativa vasta, decollata ormai in tutte le regioni, con la consapevolezza che la diversità delle situazioni locali comporterà composizioni diverse del fronte d'azione unitario, ma che ovunque va ricercato il coinvolgimento più ampio, in relazione in particolare a situazioni sociali conflittuali. Si invitano le organizzazioni territoriali che ancora non si sono attivate a prendere contatto entro e non oltre i primissimi giorni di gennaio per preparare le assemblee locali e costituire i relativi coordinamenti.
Il percorso organizzativo previsto, sulla base delle conclusioni dell'Assemblea di Roma, colloca le assemblee locali entro il mese di gennaio, possibilmente nella prima metà del mese, e vede il 24/25 gennaio come momento unificante di carattere nazionale, attraverso iniziative parallele in tutta Italia sui temi delle campagne. Questa iniziativa nazionale, articolata sui territori, vuole essere a sua volta un passaggio preparatorio per una successiva manifestazione unitaria nazionale di piazza.
Le assemblee locali da tenersi a Gennaio saranno da un lato la presentazione sul territorio delle ragioni generali dell'iniziativa avviata il 7 Dicembre, dall'altro l'introduzione dei contenuti di merito delle campagne decise: per la riduzione generale dell'orario di lavoro a parità di paga, per l'abrogazione della legge Fornero e per affermare un nuovo sistema pensionistico pubblico, per la nazionalizzazione dei settori strategici a partire dalle aziende che licenziano ed inquinano, contro ogni progetto di autonomia differenziata, per la cancellazione dei decreti sicurezza e degli infami accordi con la Libia, per la rottura dell'Italia con la Nato e il ritiro delle truppe da tutte le missioni militari. Ogni realtà locale definirà quali tra i temi unitari porre al centro della propria specifica iniziativa. Ma le campagne avranno carattere complessivo nazionale, con strumenti nazionali di accompagnamento: un volantone generale a quattro pagine, che presenta l'insieme delle campagne e il loro significato generale entro la cornice della opposizione al governo e alla destra, con carattere divulgativo, per la diffusione di massa; e quattro materiali specifici sulle singole campagne decise. Il varo dei materiali avverrà entro il 7 Gennaio, in occasione di una seconda riunione del coordinamento nazionale.
E' importante che dai territori si dia una informazione tempestiva sulla formazione dei coordinamenti locali, la calendarizzazione delle assemblee, le iniziative che saranno decise, in modo da avere un quadro compiuto del processo in corso su scala nazionale, e di poterlo valorizzare pubblicamente.
Come abbiamo detto il 7 Dicembre cercheremo di essere all'altezza delle aspettative suscitate in una parte importante dell'avanguardia: libero confronto e unità d'azione, finalmente insieme.