le lenti di Gramsci

venerdì 8 dicembre 2017

LE DONNE DELLA RIVOLUZIONE


Le donne combattenti nei giorni della Grande Rivoluzione d'Ottobre
dalla compagna Alexandra Kollontaj (1972/1952), femminista rivoluzionaria, che propugnò l'Eros alato della liberazione oltre l'emancipazione, che fu il primo ministro donna al fianco di Lenin, che unì la lotta di classe alla parità di genere, l'omaggio alle sue compagne della rivoluzione sovietica, la Krupskaja, la Inessa Armand, la Stassova e le tante lavoratrici e donne comuni che diedero l'assalto al cielo, una delle eredità più belle e dirompenti per una riattualizzazione della rivoluzione d'Ottobre, nel suo centenario. (fe.d.)
Alexandra Kollontaj | Zhensky Zhurnal (The Women's Journal), N. 11, Novembre, 1927, pp. 2-3 marxists.org


Le donne che presero parte alla Grande Rivoluzione d'Ottobre - Chi furono?
Individualità isolate? No, erano padrone di loro stesse; decine, centinaia di migliaia di eroine senza nome che, marciando fianco a fianco degli operai e dei contadini dietro la Bandiera Rossa e gli slogan dei Soviet, hanno scavalcato le rovine della teocrazia zarista balzando in un nuovo futuro…
Se si guarda indietro al passato, le si può scorgere, queste masse di eroine senza nome che nell'Ottobre vivevano in città affamate, in villaggi impoveriti saccheggiati dalla guerra… Una sciarpa in testa (molto raramente, ancora, un fazzoletto rosso), una gonna usurata e una giacca invernale rattoppata… Vecchie e giovani, donne lavoratrici e mogli di soldati, contadine e casalinghe provenienti dai poveri della città. Più raramente, molto più raramente in quei giorni, impiegate e donne delle professioni, educate ed acculturate. Ma ci furono anche donne provenienti dall'intellighenzia tra quelle che portarono la Bandiera Rossa alla vittoria dell'Ottobre - maestre, impiegate, giovani studentesse di scuola superiore e di Università, donne medico. Hanno marciato allegramente, disinteressatamente, volontariamente. Sono andate ovunque siano state mandate. Al fronte? Hanno indossato un berretto da soldato e sono diventate combattenti nell'Armata Rossa. Se indossavano braccioli rossi, si affrettavano alle stazioni di pronto soccorso per aiutare il fronte rosso contro Kerensky a Gatchina. Hanno lavorato nelle comunicazioni dell'esercito. Lavoravano allegramente, certe nella convinzione che stava succedendo qualcosa di importante e che siamo tutti piccole ruote dentate dell'ingranaggio della rivoluzione di classe.
Nei villaggi, le donne contadine (i loro mariti erano stati mandati al fronte) si impossessarono delle proprietà terriere e cacciarono l'aristocrazia dai nidi in cui si era posata per secoli.

Quando si ricordano gli eventi dell'Ottobre non si vedono i volti degli individui, ma le masse. Masse innumerabili, come ondate di umanità. Ma ovunque uno guardasse vedeva le donne - alle riunioni, ai raduni, alle dimostrazioni…
Non sono ancora sicure di quello che vogliono esattamente, di quello che stanno cercando, ma sanno una cosa: non sopporteranno più la guerra. Non vogliono nemmeno più i proprietari terrieri e i ricchi ... Nell'anno 1917, il grande oceano d'umanità si muove e ondeggia e gran parte di quel mare è costituito da donne ...
Un giorno, gli storici scriveranno sulle imprese di queste eroine senza nome della rivoluzione che morirono al fronte, furono fucilate dai Bianchi e che sopportarono le innumerevoli privazioni dei primi anni successivi alla Rivoluzione, ma che continuarono a portare la Bandiera Rossa del potere dei Soviet e del comunismo.
E' in queste eroine senza nome, quelle che morirono per ottenere una nuova vita per gli operai durante la Grande Rivoluzione d'Ottobre, nelle quali la giovane Repubblica si riconosce, come i suoi giovani, allegri ed entusiasti, fermi nel costruire le basi del socialismo.
Comunque, al di fuori di questo mare di teste femminili avvolte da sciarpe e cappelli invernali, inevitabilmente emergono le figure di quelle alle quali gli storici tributeranno particolare attenzione quando, a molti anni da oggi, scriveranno sulla Grande Rivoluzione d'Ottobre e del suo leader, Lenin.
La prima figura che emerse fu la fedele compagna di Lenin, Nadezhda Konstantinovna Krupskaya, che indossava il suo sobrio vestito grigio e impegnata sempre a restare sullo sfondo. Scivolava via inosservata alle riunioni, mettendosi dietro un pilastro, ma vedendo e sentendo e osservando tutto ciò che accadeva, in modo da poterne dare pieno conto a Vladimir Ilic, aggiungendovi i propri commenti e rendendo chiara ogni idea ragionevole, utile o adeguata.
In quei giorni Nadezhda Konstantinovna non parlava nelle numerose riunioni tempestose in cui la gente discuteva la grande questione: i Soviet prenderanno il potere o no? Ma lavorava instancabilmente come mano destra di Vladimir Ilyich, occasionalmente facendo il sunto, commentato, alle riunioni di partito. Nei momenti di grande difficoltà e pericolo, quando molti compagni più forti perdevano il cuore e cedevano al dubbio, Nadezhda Konstantinovna rimase sempre la stessa, totalmente convinta della giusta causa e della sua certa vittoria. Ha irradiato una fede incrollabile e questa solidità di spirito, nascosta dietro una rara modestia, ha sempre avuto un effetto confortante su tutti coloro che entrarono in contatto con la compagna del grande leader della Rivoluzione d'Ottobre.
Un'altra figura emerse - quella di un altra fedele compagna di Vladimir Ilyich, una compagna d'armi durante i difficili anni di lavoro sotterraneo, segretaria del Comitato centrale del Partito, Yelena Dmitriyevna Stassova. Pallida e di sopracciglio alto, di una rara precisione ed eccezionale capacità di lavoro, possedeva la rara abilità di "individuare" la persona giusta per un certo incarico. La sua figura alta e statuaria poteva essere scorta prima nel Soviet al palazzo di Tavrichesky, poi nella casa di Kshesinskaya e infine a Smolny. Nelle sue mani tiene un quaderno, mentre intorno a lei i suoi compagni giornalisti del fronte, i lavoratori, le guardie rosse, le donne lavoratrici, i membri del Partito e dei Soviet, cercano una risposta o un ordine rapido e chiaro.
Stassova si assumeva la responsabilità di molte cose importanti, ma se un compagno doveva affrontare il bisogno o il disagio in quei giorni tempestosi, ella si confrontava sempre, fornendo una risposta breve e apparentemente brusca e facendo lei stessa tutto quello che poteva. Era sopraffatta dal lavoro e sempre al suo posto. Sempre al suo posto, ma non spingendosi mai avanti alla prima fila per eccellere. Non gli piaceva essere al centro dell'attenzione. La sua preoccupazione non era per se stessa, ma per la causa.
Per la causa nobile e amata del comunismo, per la quale Yelena Stassova ha sofferto l'esilio e la prigionia nelle carceri zariste, rimanendo con la salute rovinata ... In nome della causa fungeva da supporto, duro come l'acciaio. Ma alle sofferenze dei suoi compagni mostrava una sensibilità e una reattività che si trovano solo in una donna con un caldo e nobile cuore.
Klavdia Nikolayeva era un'operaia di origini molto umili. Aveva aderito ai Bolscevichi già nel 1908, negli anni della reazione e aveva sopportato l'esilio e la prigionia ... Nel 1917 tornò a Leningrado e divenne il cuore della prima rivista per le donne lavoratrici, Kommunistka. Era ancora giovane, piena di fuoco e di impazienza. Ma teneva saldamente la bandiera e dichiarò con audacia che le operaie, le mogli dei soldati e le contadine dovevano essere ammesse nel Partito. Per lavorare, donne! Alla difesa dei Soviet e del Comunismo!
Parlava alle riunioni, ancora nervosa e incerta, ma attraeva gli altri nel seguirla. Era una di quelle che portavano sulle proprie spalle tutte le difficoltà necessarie per preparare la via all'ampio coinvolgimento delle donne nella rivoluzione, una di quelle che hanno combattuto su due fronti - per i sovietici e il comunismo e allo stesso tempo per l'emancipazione delle donne. I nomi di Klavdia Nikolayeva e Konkordia Samoilova, morte al loro posto di combattimento rivoluzionario nel 1921 (per colera), sono indissolubilmente legati ai primi e più difficili passi del movimento femminile, in particolare a Leningrado. Konkordia Samoilova era un membro di partito di altruismo ineguagliabile, una fine ed efficiente oratrice che sapeva vincere i cuori delle donne lavoratrici. Coloro che hanno lavorato accanto a lei ricorderanno a lungo Konkordia Samoilova. Era semplice nel modo, semplice nel vestire, esigente nell'esecuzione delle decisioni, rigorosa, sia con se stessa che con gli altri.
Particolarmente sorprendente è la figura gentile e affascinante di Inessa Armand, che è stata incaricata di compiti di partito molto importanti, nella preparazione alla Rivoluzione d'Ottobre e che poi ha contribuito con molte idee creative al lavoro svolto tra le donne. Con tutta la sua femminilità e la gentilezza del modo, Inessa Armand era incrollabile nelle sue convinzioni e in grado di difendere ciò che credeva essere giusto, anche quando si trovava di fronte ad avversari irriducibili. Dopo la rivoluzione, Inessa Armand si è dedicata all'organizzazione del vasto movimento delle donne lavoratrici e la conferenza delle delegate è una sua creazione.
Un grande lavoro è stato compiuto da Varvara Nikolayevna Yakovleva durante i giorni difficili e decisivi della Rivoluzione d'Ottobre a Mosca. Sul campo di battaglia delle barricate ha mostrato una risoluzione degna di un leader di quartier generale di Partito ... Molti compagni hanno poi riferito che la sua risolutezza e il suo coraggio inimmaginabile diedero forza agli indecisi e ispirarono nuovamente coloro che avevano perduto il cuore. 'Avanti!' - fino alla vittoria.
Se uno ricorda le donne che presero parte alla Grande Rivoluzione, molte facce e nomi risorgono come per magia dalla memoria. Possiamo dimenticare di rendere onore alla memoria di Vera Slutskaya che lavorò in modo altruista alla preparazione della Rivoluzione e che fu colpita dai Cosacchi sul primo Fronte Rosso vicino a Pietrogrado?
Potremmo mai dimenticare Yevgenia Bosh, con il suo temperamento ardente, sempre desiderosa di combattere? Morì anche lei, al suo posto di combattimento rivoluzionario.
Potremmo mai omettere di menzionare qui due nomi strettamente legati alla vita e all'attività di V.I. Lenin - le sue due sorelle e compagne di lotta, Anna Ilyinichna Yelizarova e Maria Ilyinichna Ulyanova?
... e la compagna Varya, delle officine ferroviarie di Mosca, sempre vivace, sempre di fretta? E Fyodorova, operaia tessile a Leningrado, con il suo volto piacevole e sorridente e la sua paura quando venne a combattere sulle barricate?
È impossibile elencarle tutte e quante rimangono senza nome? Le eroine della Rivoluzione d'Ottobre erano un intero esercito e sebbene i loro nomi vengano dimenticati, il loro altruismo vive nella stessa vittoria della Rivoluzione, in tutte le conquiste e nei successi di cui ora godono le donne lavoratrici nell'Unione Sovietica.
È un fatto chiaro e indiscutibile che, senza la partecipazione delle donne, la Rivoluzione d'Ottobre non avrebbe potuto condurre la Bandiera Rossa alla vittoria. Gloria alle donne lavoratrici che marciavano sotto quella Bandiera Rossa durante la Rivoluzione d'Ottobre. Gloria alla Rivoluzione d'Ottobre che ha liberato le donne!

Alexandra Kollontaj (1872/1952)







martedì 28 novembre 2017

IN RICORDO DELLO SCRITTORE LEO IL GRANDE


Alessandro Leogrande, scrittore originario di Taranto, è morto prematuramente. Della sua città porta la bellezza e il sacrificio, dalla parte di tutti coloro la cui voce arriva distante, fin troppo lontana. (fe.d.)
il ricordo di un altro scrittore dell'impegno sociale, Angelo Ferracuti su Il Manifesto [ 28/11/2017 ]

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Sono pochi gli autori che in questo sgangherato paese si possono definire civili, ancora di meno tra quelli più giovani cresciuti nelle scuole di scrittura, vampirizzati dal marketing. Alessandro Leogrande, che ho sempre immaginato affettuosamente come un fratello minore, lo era in modo enormemente consapevole da sempre. Lui era diverso dai suoi coetanei, timido e fiero, aveva una serietà di intellettuale d’altri tempi, di tipo novecentesco, però innestata dentro una vitalità tutta contemporanea e con uno sguardo internazionale. Quello che mi ha sempre colpito di lui era una onnivora curiosità politica nei confronti delle grandi questioni, la tempra di reporter di razza, il migliore della sua generazione, il migliore di tutti, la grande capacità di ascolto e sensibile generosità che metteva nel lavoro culturale, soprattutto nell’esperienza straordinaria de Lo straniero, la rivista che aveva diretto insieme a quello che è stato il suo maestro, Goffredo Fofi.
Giovanissimo, sin dal suo libro d’esordio, Un mare nascosto e poi con Le male vite, avevamo capito subito di che pasta era fatto, la sua era una scrittura intesa come lenta ricomposizione di frammenti sconnessi, quanti ne servono per ricostruire un forte effetto di realtà con una idea massimalista di una narrazione della moltitudine. Dopo, aveva scritto Uomini e caporali (UE Feltrinelli), raccontando le vite maledette dei nuovi braccianti stranieri della Capitanata, la sua Puglia, dove era nato quaranta anni fa a Taranto, scenario di un altro suo libro indimenticabile, Fumo sulla città, e ancora Il naufragio sull’affondamento della Kater i Rades, la piccola nave albanese speronata dalla corvetta Sibilla della Marina militare italiana, 57 i morti, 24 i dispersi, 34 i superstiti.
Con La frontiera (Feltrinelli) aveva raggiunto una rara maturità stilistica, centrando uno dei temi nevralgici del mondo globalizzato, la linea invisibile che divide il pianeta, un luogo geografico, geopolitico, che è anche un immaginario mobile, le due opposte traiettorie di due mondi nettamente separati, l’Occidente opulento e consumistico del parossismo capitalistico, e un Sud del mondo povero, dilaniato dai conflitti bellici e senza democrazia.
Questo luogo eccentrico che così era descritto da Alessandro nel suo libro come «una linea fatta di infiniti punti, infiniti nodi, infiniti attraversamenti. Ogni punto una storia, ogni nodo un pugno di esistenze. Ogni attraversamento una crepa che si apre. È la frontiera». I raccontatori che incontra nei modi kapuscinskiani, perché non si limita a descrivere ma vuole spiegare, ognuno dei quali illumina una geografia e vive sulla «linea d’ombra» di Conrad, sono il giovane somalo Hamid, il camerunense Yvan Sagnet, l’enigmatico Don Mussie, l’eritreo in fuga Syoum, scampato al naufragio di Lampedusa, narratori di un mondo che molti occidentali non vogliono ascoltare.
Mentre tutti i suoi coetanei cercavano la via mondana del romanzo, Alessandro, lavorando sul campo e dal basso, con uno sguardo ad altezza d’uomo, riusciva a ridare vita al reportage narrativo in senso classico, con la perizia documentaria del giornalista d’inchiesta e le capacità del narratore nella tenuta stilistico-espressiva e nel disegnare una tramatura potente, nel tessere, montare e rimontare, intrecciando e ricucendo le tante storie tragiche e umanissime della Storia.
Una condotta unica che gli ha permesso scrivere in pochi anni alcuni libri fondamentali su come cambia il mondo, dalle parte degli ultimi, dei dannati della terra, siano essi lavoratori minacciati da violenti caporali, migranti che scappano da guerre civili, desaparecidos. Se ne occupava con serietà, passione, e il coraggio dei buoni.



giovedì 23 novembre 2017

Makarenko: la pedagogia della lotta/Iniziativa del CPA FI Sud il 25 novembre


sintesi da A.Kaminski: La pedagogia sovietica e l'opera di A.Makarenko, Avio ed., 1952
a cura di: Sara Leggieri
paragrafo: La pedagogia della lotta

LA PEDAGOGIA DELLA LOTTA

Al primo periodo della pedagogia sovietica è collegato il nome di un Commissario dell’Istruzione pubblica dell’U.R.S.S., Lunaciarskij. L’Unione Sovietica finì in una lotta armata. Tutti i giornali, i rapporti, le relazioni si riempirono con le parole “lotta”, “forza”, “combattimento”, “fronte”. Il “fronte” era la costruzione di nuove fabbriche industriali e l’organizzazione dei Kolkos. Chiaramente non si poteva continuare a utilizzare parole al posto di altre. Il linguaggio era lo specchio dello stile di vita degli uomini, che costruivano un organismo nella lotta e con gli stessi metodi utilizzati nella lotta. Makarenko aveva perfettamente capito ed attuato i principi dei compiti del 1920. Per capire meglio di cosa si occupava, basta leggere il Poema pedagogico: lotta contro il saccheggio e i furti per le strade, la lotta contro i danni alle foreste e lotta da parte dei giovani appartenenti alla Colonia. E più tardi l’organizzazione della fattoria. Per “organizzazione” s’intende la costruzione degli abitazioni distrutte, lavori pesanti di campagna e l’allevamento dei maiali. Nel suo poema Makarenko scrive che la lotta non deve finire mai perché essa cimenta la collettività nel progresso continuo. Così Makarenko abbandona la cura delle officine per dedicarsi interamente alla ricerca di un nuovo campo d’azione, di lotta e lavoro. È ben noto come, nella colonia, bande di piccoli ladri, di mascalzoni e accoltellatori potessero cambiare e diventare gruppi di ragazzi educati, puliti e avviati presso la società comunista. L’Unione Sovietica si prepara alla prima piatiletka. Tutto lo Stato vive nella rivoluzione industriale e nella costruzione di una nuova moderna industria. La fabbrica si mette in moto e tutte le attività da svolgersi, vengono da giovani e ragazzi per farne una delle maggiori imprese dell’Ucraina. 

L’atteggiamento di Makarenko in questa lotta è il tipico “atteggiamento educativo”. La temperatura della battaglia eleva i sentimenti di Makarenko che non si sforza di nasconderli. Il naturale entusiasmo giovanile viene liberato nel campo concreto delle azioni. Ciò che ne deriva non è più “educazione” ma la ricostruzione stessa della vita dei ragazzi. Nessun bambino è considerato come “germe della futura personalità” perché i processi educativi avvengono nel reale e nel concreto. 

Il fondamento della pedagogia di Makarenko è il seguente: l’educazione alla lotta, importante nella pedagogia contemporanea. W. James, psicologo americano del XIX secolo, nelle sue riflessioni psicologiche della guerra spiega che il desiderio di concludere la guerra è collegata alla conservazione dei lati positivi della guerra: eroismo, disciplina, sacrificio e fratellanza delle armi, tutto ciò ottenibile dalla creazione di grandi opere culturali che possano affascinare e far concentrare l’attenzione popolare in modo tale da poter volgere la tendenza alla distruzione di altri gruppi sociali al compito culturale che ciascun gruppo si proporrebbe. E se dalla teoria si passa alla pratica e si osservano attentamente la pedagogia sociale di Elena Radlinska, di O. Decroly, i settlements di Sciaski e via via ovunque si possa realizzare questo postulato fondamentale: scuola ed educazione non devono mai isolarsi dalla vita. Le peculiarità della “pedagogia della lotta” non si basano sulla nuova tesi educativa di Makarenko, ma sulla scala dei compiti che spettano ai giovani. 


venerdì 17 novembre 2017

L'ECOMARXISMO DI JAMES O'CONNOR E LA "SECONDA CONTRADDIZIONE"


Scomparso a 87 anni, J.O'Connor, sociologo ed economista, ha cercato di dimostrare, nella sua ricerca, che il marxismo può essere aggiornato senza fargli perdere i suoi connotati teorici fondativi. Rilevante, da questo punto di vista, la sua categoria di "seconda contraddizione", quella tra capitalismo e ambiente naturale, che rende ancora più cogente la lotta di classe, motore della storia.
Segnalo che in rete manca la voce in italiano su Wikipedia, neanche tradotta da altre lingue. (fe.d.)
Il ricordo di Giovanna Ricoveri su Il Manifesto del 17 novembre 2017.

James O’Connor, nato nel 1930, professore emerito di sociologia ed economia alla University of Santa Cruz in California, è morto domenica scorsa 12 novembre 2017 nella sua casa di Santa Cruz. Accademico e studioso militante atipico e neo-marxista.

James O’Connor è stato da sempre impegnato nelle battaglie per la giustizia sociale nel mondo e per l’integrazione razziale negli Stati Uniti. O’Connor ha scritto testi fondamentali per la comprensione del capitalismo, essenziali per capire e combattere contro la catastrofe chiamata capitalismo. Il più famoso dei suoi moltissimi libri tradotti in tutto il mondo resta La Crisi fiscale dello Statodel 1973, ed.it. Einaudi 1979, prefato da Federico Caffè, dove ha analizzato la natura contraddittoria dello stato, che pretende di essere indipendente dal capitale (dalle classi dominanti), mentre invece ne serve gli interessi, senza svolgere la funzione di mediatore di tutti gli interessi in campo al fine di raggiungere il bene comune generale.

La pubblicazione della rivista Capitalism Nature Socialism (Cns), da lui fondata nel 1988 e diretta fino al 2003, quando ha passato il testimone per ragioni di salute, ha segnato una svolta importante nel suo pensiero e anche nel suo modo di definirsi marxista e neo-marxista nelle mutate condizioni internazionali.

«Nonostante l’ambientalismo costituisca uno dei più importanti movimenti sociali sia negli Stati Uniti sia negli altri paesi, e nonostante la crisi ecologica abbia ormai raggiunto il mondo intero, i marxisti e i socialisti hanno fatto finora pochi e deboli tentativi per dare una spiegazione teorica coerente di questi fatti», affermava O’Connor nel 1988, nella introduzione al primo numero della rivista statunitense, tradotta in Capitalismo Natura Socialismo n.1/1991.

È di questo periodo la formulazione della “seconda” contraddizione, quella tra capitale e natura, seconda rispetto alla prima, quella tra capitale e lavoro – seconda perché emerge dopo la prima in senso temporale, senza tuttavia sostituirla (La seconda contraddizione del capitalismo: cause e conseguenze, Capitalismo Natura Socialismo n. 6/1992)

La rivista italiana, diretta allora da Valentino Parlato e da chi scrive, e pubblicata nei primi anni da una società de il manifesto, nacque nel 1991 nel contesto di un network di riviste di ecologia politica comprendente anche la Spagna (con Ecologia Politica diretta da Juan Martinez Alier e la Francia conEcologie et Politique diretta da Jean Paul Deléage), legate dalla stessa lettura della crisi proposta da O’Connor. La rivista italiana ebbe successo agli inizi, perché la critica di O’Connor ai vari marxismi allora esistenti – non a Marx – interpretava quella dei comunisti “dissidenti” italiani di allora e di una parte degli ambientalisti, su tre grandi temi: primo, che la crisi ecologica è causa di crisi economica e sociale, verità scomoda e per questo ancora oggi totalmente rimossa da politici ed economisti mainstream; secondo, che le due crisi sono due facce della stessa medaglia, come oggi afferma Papa Francesco; terzo, che i movimenti sociali – ambientalisti, femministi, urbani e dei lavoratori – sono determinanti al fine di superare la crisi della democrazia rappresentativa nella fase della globalizzazione finanziaria.

Le idee e i valori per cui Jim O’Connor ha vissuto e lottato non si sono certo inverati, ma sicuramente il suo impegno ha contribuito a tenerli vivi, e questo è quello che conta.

Per me è stato un amico leale sin dal nostro incontro a New York, dove lui era già docente di labour economics al Barnard College della Columbia University, e io studentessa di economia.

Non ci siamo mai persi di vista, e la nostra amicizia si è consolidata nella costruzione della rete di Cns, con incontri anche frequenti in Europa e in California, specie nella prima fase di questa iniziativa editoriale.

 

mercoledì 15 novembre 2017

Gramsci e le sue letture intorno al 1917 russo


CONVEGNO. Un incontro a Bari in cui ci sarà un confronto sulle categorie politiche sue e di Lenin

--Guido Liguori -- 

Nel gennaio 1917 un militante socialista sardo trapiantato a Torino, che si guadagnava da vivere scrivendo sulla stampa di partito e cercava di capire come uno scatto di soggettività rivoluzionaria avrebbe potuto infrangere le tranquille certezze dei marxisti riformisti intrisi di positivismo e quieto vivere, scriveva di odiare «gli indifferenti», coloro che non si impegnavano, non prendevano parte, che accettavano il mondo così come era.
POCHE SETTIMANE DOPO, quel giovane di 26 anni, Antonio Gramsci, si entusiasmò come molti in Europa per le prime notizie che giungevano da Pietrogrado, dove gli operai, le donne (tutto ebbe inizio nella giornata di lotta dell’8 marzo, che per il calendario russo corrispondeva al 24 febbraio), i contadini intruppati e armati come soldati per andare a morire al fronte, in quella guerra senza precedenti per durata e sofferenze, si erano ribellati e avevano deposto lo zar, anche se per il momento non erano riusciti a fermare la guerra.
GRAMSCI AVREBBE seguito nei mesi successivi i fatti di Russia con passione e intelligenza, avrebbe gradatamente imparato a distinguere le forze in campo, e capito pian piano che i bolscevichi erano gli unici non solo a volere la pace, ma anche una vera rivoluzione socialista: la messa in discussione degli assetti proprietari e l’autogoverno dei produttori mediante i Soviet. Con i bolscevichi per Gramsci era la volontà collettiva che aveva trionfato: erano gli essere umani associati che dimostravano di aver compreso «i fatti economici e li giudicano, e li adeguano alla loro volontà, finché questa diventa la motrice dell’economia, la plasmatrice della realtà oggettiva». Una lezione che, trasferita all’oggi, risulta fortemente antiliberista, poiché ci dice come le «oggettive leggi del mercato» non vadano subite, accettate, ritenute immutabile, ma possano essere cambiate, se le donne e gli uomini associati lo vogliono.
CENTO ANNI sono passati dalla Rivoluzione russa, anzi dalle due rivoluzioni russe del 1917 (di febbraio e di ottobre), e ottanta dalla morte di Antonio Gramsci, nel 1937: era quasi inevitabile che dall’incrocio di questa duplice ricorrenza nascessero antologie, articoli, convegni. Il più rilevante tra quelli previsti in Italia avrà luogo presso il Palaposte dell’Università di Bari il 16, 17 e 18 novembre, un incontro internazionale su Gramsci, la guerra e la rivoluzione. Tra oriente e occidente, realizzato dalla International Gramsci Society Italia, dalla Fondazione Gramsci di Puglia, dal Centro interuniversitario di ricerca per gli studi gramsciani e dalla Fondazione Gramsci di Roma, con la collaborazione del Dipartimento di Studi umanistici dell’Università di Bari.
LO SCOPO non è solo quello di ricordare i fatti storici di quell’«indimenticabile 1917» o ricostruire la lettura che Gramsci ne diede. Il convegno si propone anche di esaminare le categorie gramsciane più importanti e misurarne l’utilità per il presente. Mettendo anche a fuoco come le categorie politiche fondamentali da cui era partito Lenin, «Stato» e «rivoluzione», cambiarono negli anni della maturità dell’autore dei Quaderni del carcere, proprio a partire da Lenin e dalla comprensione della irrepetibilità dell’Ottobre nei paesi a capitalismo maturo.
Per quest’opera di analisi storica, teorica e politica, saranno presenti in gran numero studiosi e studiose di tutto il mondo e di tutte le generazioni. Tra gli altri Donald Sassoon, Giovanna Cigliano, Giuseppe Vacca, Francesco Biscione, Silvio Suppa e Francesco Fistetti nella giornata d’apertura dedicata a «Guerra e rivoluzione», e Fabio Frosini, Lea Durante, Pasquale Voza, Eleonora Forenza e Massimo Modonesi nel secondo giorno di lavori, su «Un nuovo concetto di rivoluzione».
COMPLETERANNO I LAVORI, oltre agli altri interventi previsti (tanti i giovani studiosi e studiose impegnate su Gramsci), una pattuglia di esperte ed esperti dei paesi che una volta definivamo dell’Est (nella fattispecie Russia, Romania e Ungheria) che racconteranno come sono cambiate nel tempo, e negli ultimi anni, la percezione e la conoscenza di Gramsci nelle rispettive culture.
Infine uno spazio sarà dedicato alle scuole superiori, attivamente presenti al convegno, con un’intera sessione di lavoro (sabato mattina) dedicata all’incontro fra studenti, docenti e studiosi.

fonte: Il Manifesto, 15/11/2017


lunedì 6 novembre 2017

A CENTO ANNI DALLA RIVOLUZIONE



Una Rivoluzione lunga un secolo. A cento anni dall’Ottobre 1917



di Alexander Höbel, Segreteria Nazionale PCI, responsabile Cultura e Formazione

A un secolo esatto dalla Rivoluzione d’Ottobre, quella svolta storica conserva tutta la sua forza simbolica e politica. A lungo si è cercato di disinnescarla, soprattutto dopo la crisi del campo socialista e la fine dell’Urss. La rimozione e la demonizzazione sono state le principali strategie messe in atto per tentare di cancellare lo straordinario messaggio emancipatorio proveniente dall’Ottobre e di ridurre quest’ultimo al colpo di mano di una minoranza coesa ma sostanzialmente estranea, sovrapposta al concreto divenire storico. E invece la forza dell’Ottobre sta proprio nell’incontro tra una dinamica sociale e storica che, col massacro imperialista della Prima guerra mondiale e la dissoluzione dell’autocrazia zarista, era giunta in Russia a un certo grado di maturazione e l’azione cosciente e organizzata di una soggettività politica, che colse tutte le potenzialità di tale contesto, e della formidabile spinta politica verso il superamento della barbarie e l’emancipazione degli oppressi che esso stava producendo.

leggi tutto in 


venerdì 3 novembre 2017

novembre 1917/novembre 2017 -- SPARTACO VIVE



novembre 1917 -- novembre 2017/ la rivoluzione socialista dei soviet sconvolge il mondo/ l'utopia divenuta scienza si realizza nella prassi rivoluzionaria/ non più catene, né sfruttati nè sfruttatori. Attenti, non giudicate da quello che considerate un epilogo, la storia dell'ideale socialista è appena all'inizio. Spartaco vive. (fe.d.)






mercoledì 1 novembre 2017

L’esperienza vittoriosa dei curdi in Siria


Un modello di democrazia, di organizzazione politica, militare e sociale per la regione.



La caduta di Raqqa, capitale del Califfato e maggiore centro del potere ISIS, segna l’apoteosi dell’organizzazione curda in Siria. YPG e YPJ hanno dato battaglia per vari anni contro forze inizialmente preponderanti dal punto di vista militare e sostenute in modo aperto da Turchia, Arabia Saudita e altri stati della Penisola arabica, i famigerati terroristi tagliagole dell’ISIS, alla cui origine non sono estranei settori consistenti degli apparati spionistici statunitensi 1.

Oltre che per i suoi indubbi successi militari, l’organizzazione curda di Siria è nota per le sue capacità di autogoverno, essendo riuscita a instaurare, pur nell’emergenza dello scontro armato quotidiano con un nemico feroce e agguerrito, significativi livelli di autogoverno e di democrazia partecipativa, contrassegnata fra l’altro, caso pressoché unico e non solo nel Medio Oriente islamico e presuntivamente arretrato, da una sostanziale parità di genere attestata fra l’altro dalle doppie cariche di vertice e dall’esistenza di un’organizzazione militare femminile autonoma.

Paradossalmente, la Siria e in particolare la sua regione nord-orientale, date le sue recenti vicende storiche, è venuta a costituire il terreno di sperimentazione delle teorie elaborate, nel carcere di Imrali, dal leader kurdo Abdullah Ocalan che costituiscono una feconda revisione del pensiero marxista e leninista in materia di organizzazione dello Stato e di transizione verso nuovi ordinamenti, che si avvale del contributo del pensiero femminista e di quello ambientalista, fra gli altri 2.

Nonostante i suoi successi, il movimento kurdo in Siria non ha mancato di sollevare perplessità e critiche in certi settori della sinistra. In sostanza tali critiche appaiono riconducibili a due elementi. In primo luogo, al fatto che il presunto secessionismo o separatismo dei Kurdi minerebbe l’integrità nazionale siriana. In secondo luogo che la loro alleanza tattica con gli Stati Uniti, la cui aviazione ha dato un contributo determinante alla vittoria dei Kurdi contro l’ISIS, costituirebbe in realtà la prova del fatto che i curdi stessi, consapevolmente o meno, sono diventati degli strumenti dell’imperialismo. A più attenta analisi entrambe le accuse si rivelano del tutto infondate.

Dal primo punto di vista, infatti, occorre constatare che, lungi dal riproporre uno sterile indipendentismo verso stati più o meno etnicamente puri, l’avanguardia cosciente del popolo kurdo, che fa capo ad Ocalan e al PKK, oltreché alla citate organizzazioni dei curdi siriani, ha delineato oramai da tempo una prospettiva federalistica che si basa sui seguenti presupposti.

Primo, l’impossibilità di delineare, in particolare in Turchia, ma anche negli altri Stati dell’area, una linea di divisione netta fra curdi e Turchi, dato che i primi popolano oramai in gran numero le grandi metropoli dell’Occidente anatolico, a cominciare da Istanbul.

Secondo, la necessità di far convergere tutte le etnie su di un progetto unitario democratico volto al rinnovamento degli Stati esistenti, progetto che in particolare in Turchia ha vissuto un momento decisivo con la costituzione del HDP, che, rispetto a precedenti tentativi (DEHAP, HADEP) tutti oggetto di brutale repressione da parte del regime turco, presenta un più evidente carattere multietnico e aspira a dare espressione a tutte le istanze della sinistra. A analogo intento risponde la scelta di dar vita, in Siria, alla coalizione multietnica delle Forze Democratiche Siriane.

Terzo, pur nella consapevolezza della profonda inadeguatezza delle frontiere attuali, tracciate dalle potenze coloniali con un tratto di penna su cartine non sempre precise, la volontà di rispettare gli stati esistenti, nella prospettiva di una possibile futura unione regionale fra di essi.

Tale prospettiva federalistica è ribadita senza ombra di dubbio dalla vigente Costituzione della Rojava 3, il cui art. 12 afferma che la Rojava fa parte della Siria.

Dal secondo punto di vista, vanno certamente registrate oscillazioni ed errori da parte degli imperialisti statunitensi, da situare del resto nel contesto del tramonto degli Stati Uniti come potenza egemone a livello mondiale. E non può certo escludersi che vi siano settori che intendono fare dei curdi esclusivamente degli esecutori militari (boots on the ground). Ma occorre anche prendere in considerazione taluni dati inoppugnabili:
L’appoggio dell’aviazione statunitense alle forze di autodifesa curde è stato decisivo per respingere l’assalto a Kobane e condurre il contrattacco.
Tale appoggio, che potrebbe non durare ancora a lungo, apre forti contraddizioni in particolare fra Stati Uniti e Turchia, che continua a costituire un alleato strategico del terrorismo fondamentalista nella regione, anche se, per motivi di carattere cosmetico, oggi Erdogan non appoggia più apertamente l’ISIS, del resto in grave crisi, ma è passato a sostenere Al Qaeda e i raggruppamenti a essa legati.
Un accordo fra Stati Uniti, Russia e altri attori presenti nella regione appare necessario per procedere a definire il quadro internazionale di riferimento della fine della guerra in Siria.
E’ altresì necessario un profondo rinnovamento democratico dello Stato siriano. A prescindere dalla questione, tutto sommato secondaria e che sarà decisa dai popoli della Siria nel loro complesso, della permanenza o meno di Bashar El Assad al potere, occorre rilanciare la democrazia e la partecipazione del basso, raccogliendo in particolare il contributo teorico e pratico proveniente dalle organizzazioni curde. Aspetti storici consolidati e positivi dell’esperienza siriana, come il suo carattere laico, vanno ovviamente ripresi e valorizzati in tale prospettiva. Del pari vanno pienamente garantiti i diritti sociali, cui è dedicato l’articolo 30 della Costituzione della Rojava.
Parallelamente va respinto ogni attacco all’integrità nazionale della Siria, respingendo il tentativo di Erdogan di infiltrarsi in alcune regioni settentrionali del Paese approfittando della presenza delle milizie fondamentaliste sue alleate.

Il progetto politico delle forze curde (PKK, YPG, YPJ e altre) della regione va quindi conosciuto e valorizzato nella prospettiva di una pace stabile, garantita dall’espulsione di ogni interesse imperialista dalla regione e da una democrazia partecipativa di tipo nuovo, in una situazione estremamente complessa e aperta tutt’ora a esiti per molti versi contrapposti o comunque fortemente divergenti.


Note

1 Su tale formazione vedi il mio ISIS e Occidente, il nemico/alleato perfetto, in http://imesipalermo.blogspot.it/2014/10/la-parola-allesperto-la-rubrica-mensile.html

2 Sul PKK vedi https://thekurdishproject.org/history-and-culture/kurdish-nationalism/pkk-kurdistan-workers-party/<. Vedi le opere di Abdullah Ocalan: Prison writings: the roots of civilization, Pluto Press, 2007; Plädoyer für den freien Menschen, Mezopotamien Verlag, 2006; Jenseits von Staat, Macht und Gewalt, Mezopotamien Verlag, 2010; La road map verso i negoziati, Punto Rosso, 2014).

3 https://ypginternational.blackblogs.org/2016/07/01/charter-of-the-social-contract-in-rojava/.

3 https://ypginternational.blackblogs.org/2016/07/01/charter-of-the-social-contract-in-rojava/.

28/10/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte. 


venerdì 27 ottobre 2017

all'UNIONE DEGLI STUDENTI


RECENSIONE
è bene che gli studenti e in genere le nuove generazioni prendano direttamente nelle loro mani il proprio destino; bisogna ridisegnare la scuola pubblica per rendere cogente il diritto allo studio e l'istruzione popolare, ricentralizzare la didattica dei contenuti e la pedagogia della cooperazione educativa. Non solo si renda facoltativa e senza vincoli orari l'alternanza scuola/lavoro, ma con un altro profilo di scuola: la 107 va abolita non riformata. (fe.d.)




28 OTTOBRE, è presidio antifascista


mercoledì 18 ottobre 2017

COMANDANTE ROJDA FELAT, HASTA LA VICTORIA!





non ha la copertina dei nostri tg, non ha nessuna solidarietà delle femministe borghesi, che ci hanno già regalato la Boschi, la Gelmini e le "quote protette" per carriere di potere, oggi impegnate a sostenere i giusti e 'lauti' risarcimenti post factum di attrici e donne dello spettacolo, non è filo/americana, è la compagna curdo-siriana del Ypj (Unità di protezione delle donne) che ha comandato le Forze Democratiche Siriane alla liberazione di Raqqua dai tagliagole dell'ISIS/

le "eroiche" truppe USA non erano sul terreno, non vogliono far torto al loro amico fascista Erdogan e un favore al comunista 'terrorista' Ocalan, dopo aver armato i talebani antisovietici... (fe.d.)


corrispondenze e documentazione di prima mano di Giuliana Sgrena
http://giulianasgrena.globalist.it/



È sconvolgente l’omertà della stampa per il modo come è stata data la notizia della liberazione di Raqqa da parte delle Forze democratiche siriane con in prima fila le kurde del Ypj. È stata liberata la «capitale» dello Stato islamico, dove l’Isis di al Baghdadi è nato è cresciuto, dove la barbarie è stata consumata per diffondersi in Siria e in Iraq. Con la liberazione di Mosul e, soprattutto, di Raqqa i jihadisti più feroci perdono un punto di riferimento, d’ora in poi mancherà loro il terreno sotto i piedi. Letteralmente. E non è poco. Dove manderanno gli aiuti i loro sostenitori?

La liberazione è costata molto sia alla popolazione civile che ai combattenti, certo hanno avuto l’aiuto degli Usa, ma i marine non erano sul terreno. È forse questo il motivo che ha impedito ai media (soprattutto alle tv nostrane) di dare il dovuto risalto alla notizia? Certo non c’era la bandiera a stelle e strisce come a Baghdad e non è stata possibile una foto che esaltasse la potenza americana.
Certo però le foto erano belle, con le combattenti donne radiose, immagini insolite per uno scenario di guerra e così la stampa se l’è cavata con una foto-notizia in prima pagina. Ma le comandanti, con il viso deciso e orgoglioso, hanno dichiarato: «combattiamo per liberare le donne del Rojava». Un altro motivo per esaltare le foto ma non le parole di queste donne. La rivoluzione è femmina e fa paura a tutti e soprattutto ai paesi confinanti, come la Turchia, dove Erdogan fa insegnare a scuola che le donne devono obbedire al marito.
Il Rojava è un mondo a parte, ma potrebbe contaminare i regimi più reazionari della regione, anche perché si è ispirato alle teorie di Ocalan. E la dittatura turca è la più vulnerabile perché il virus è già diffuso, le kurde e i kurdi provenienti dalla Turchia che hanno combattuto a fianco del Ypj e del Ypg non abbandoneranno la loro lotta. L’esistenza di un’entità come il Rojava – libero, democratico, laico, con parità di genere e rispettoso dell’ambiente – che non vuole l’indipendenza ma una autonomia dalla Siria - e questo è un altro punto di forza perché eviterà lo scontro ingaggiato dal Kurdistan iracheno con Baghdad – sarà una spina nel fianco di tutto il Medioriente. E le donne del Rojava sono un esempio anche per noi, hanno saputo combattere senza militarizzare la loro mente e senza perdere di vista l’obiettivo principale.

Giuliana Sgrena


martedì 17 ottobre 2017

Il fanatismo patologico dell’alternanza scuola-lavoro


meno scuola, bassa manovalanza senza tutele e senza diritti appaltata all’esterno, azzeramento di ogni percorso realmente formativo che passi attraverso conoscenza e riflessione. 

Precariato. L’alternanza scuola-lavoro non è una buona idea male applicata, ma un progetto di rieducazione della forza lavoro prodotto di un processo ventennale che ha cambiato la scuola, l'università e la ricerca. Non basterà un "bottone rosso" sul sito per risolvere i suoi problemi

Anna Angelucci per Il Manifesto, 17/10/2017

L’alternanza scuola-lavoro rappresenta senza ombra di dubbio l’aspetto più insopportabile della cosiddetta «buona scuola». Poiché – a differenza del bonus premiale, della «chiamata diretta», delle nuove regole per il reclutamento o della governance e, più in generale, di tutte le manipolazioni culturali, didattiche e professionali cui docenti vecchi e nuovi sono sottoposti dall’entrata in vigore della riforma ma che possono ancora combattere sul fronte politico-sindacale – essa, al contrario, si accanisce pervicacemente su studenti adolescenti nel loro percorso di studi superiori, imponendosi prepotentemente nella loro esperienza quotidiana e deformando il loro sguardo sulla scuola e sul mondo. 

Aver introdotto 400 ore di alternanza obbligatoria nel triennio degli istituti tecnici e professionali e 200 nei licei significa aver sottratto, per legge, altrettante ore di istruzione a milioni di studenti che, fuori dalla fascia dell’obbligo, hanno scelto di proseguire gli studi. Che hanno scelto gli studi, non il lavoro e, soprattutto, non la finzione del lavoro o il lavoro demansionato. Che, e non è solo il caso dei liceali, intendono andare all’Università e magari specializzarsi ulteriormente con percorsi formativi di alto livello.

Significa aver allontanato dai banchi, dai libri, dalle letture, dalle lezioni, dal tempo lungo e lento dell’apprendimento cognitivo e meta-cognitivo milioni di studenti, per sperimentare, in cambio, qualcosa che loro non desiderano e di cui non hanno bisogno: il lavoro non qualificato e non pagato. E, forse anche più spesso, il nulla di un tempo vuoto, senza istruzione e senza formazione, in cui l’unica cosa insopportabilmente reale è il ghiotto boccone del finanziamento pubblico e dei voucher che passa, con questa legge, ogni anno, dalle scuole ai privati. Perché questo è l’orizzonte di senso in cui si iscrive l’alternanza scuola-lavoro: meno scuola, bassa manovalanza senza tutele e senza diritti appaltata all’esterno, azzeramento di ogni percorso realmente formativo che passi attraverso conoscenza e riflessione. 

Con buona pace della Ministra, che la definisce una «innovazione didattica» senza probabilmente comprendere il significato profondo della parola «didattica», ovvero di quel settore della pedagogia che studia i metodi dell’insegnamento, ma forse alludendo, chi sa quanto consapevolmente, alle inquietanti innovazioni di questa didattica e dunque di questa pedagogia neoliberista, un’antipedagogia il cui fine ultimo è l’assoggettamento acritico alle leggi di un mercato globale che reclama ovunque manodopera più ignorante, più inconsapevole e più servile. 

Le proteste, le voci critiche, le richieste di moratoria, di abrogazione, le manifestazioni e gli scioperi si allargano a macchia d’olio: venerdì scorso 13 ottobre decine di migliaia di studenti sono scesi in piazza in tutta Italia. La risposta della Ministra non può essere il «bottone rosso» di una piattaforma web per segnalare gli abusi, né tantomeno la chiamata di tutti i rappresentanti dell’economia agli Stati Generali convocati per il prossimo 16 dicembre. 

L’alternanza scuola-lavoro non è, come ragliano gli ostinati cantori della «buona scuola», una buona idea male applicata. Alla prova dei fatti, è l’ennesima mistificazione di uno Stato cialtrone che, a dispetto di ogni evidenza, persiste nell’errore, piuttosto che fare autocritica e invertire la rotta. Siamo dominati da vent’anni da una sorta di fanatismo patologico dei nostri decisori politici nel perseguire riforme sbagliate e nell’istituzionalizzare apparati di governance su cui il resto del mondo condivide ampie critiche.
Ed è così per tutto: il 3+2 all’Università, i cui effetti positivi sono ormai smentiti annualmente dalle statistiche internazionali; l’autonomia scolastica, viatico di quella progressiva aziendalizzazione della scuola pubblica contro cui si scagliano fior di intellettuali nel mondo; gli organismi di valutazione come Anvur e Invalsi, che perseguono le loro finalità di gestione e di controllo avvalendosi di criteri bibliometrici e di test di misurazione della qualità dell’istruzione che la comunità scientifica e le istituzioni internazionali stanno ormai relegando in un angolo.

                                                                                                                               Anna Angelucci


giovedì 5 ottobre 2017

GRAMSCI E LA RIVOLUZIONE D'OTTOBRE (Guido Liguori)


Il saggio di Guido Liguori che pubblichiamo parzialmente è tratto dall’ultimo numero della rivista Critica Marxista e ripreso dal sito di Rifondazione.it.

[estratto]

La peculiare formazione di Gramsci gli fece scorgere nelle due rivoluzioni russe del 1917 l’inveramento delle sue concezioni soggettivistiche.
La successiva comprensione della differenza tra “Oriente” e “Occidente” lo portò a una rivoluzione del concetto di rivoluzione, senza fargli rinnegare l’importanza storica dell’Ottobre né la solidarietà di fondo con il primo Stato socialista della storia.
A cento anni dalla Rivoluzione d’Ottobre e a ottant’anni dalla morte di Gramsci non è inutile tornare sulla lettura che nel 1917 l’allora ventiseienne socialista sardo diede dei fatti di Russia e anche su cosa poi rimase di tale interpretazione nel suo bagaglio teorico-politico più maturo. La rivoluzione guidata da Lenin, infatti, costituì per il giovane sardo trapiantato a Torino un punto di svolta politico, teorico ed esistenziale a partire dal quale iniziò la maturazione del suo pensiero e la sua vicenda di comunista. Per comprendere come Gramsci si rapportò alla Rivoluzione d’Ottobre occorre dunque partire in primo luogo dalla consapevolezza che Gramsci fu sempre, dagli anni torinesi alle opere del carcere, non solo un teorico della rivoluzione, ma un rivoluzionario.
È quanto ebbe a sottolineare Palmiro Togliatti, nell’ambito del primo dei convegni decennali dedicati al pensiero di Gramsci, che ebbe luogo a Roma nel gennaio 1958, affermando: «G. fu un teorico della politica, ma soprattutto fu un politico pratico, cioè un combattente [...]. Nella politica è da ricercarsi la unità della vita di A.G.: il punto di partenza e il punto di arrivo».
[..]
Da Oriente a Occidente
Gramsci passa negli anni successivi per esperienze difficili e cruciali. In primo luogo il “biennio rosso” 1919-1920, quando egli divenne uno dei più importanti e originali rappresentanti nel pensiero consiliarista europeo, assumendo di fatto la guida del movimento dei Consigli di fabbrica torinese e sviluppando una concezione dell’autogoverno delle classi lavoratrici originale e anche parzialmente diversa rispetto al modello soviettista russo. I Consigli di Gramsci, molto più dei Soviet, affondano le proprie radici direttamente nell’articolazione del mondo produttivo, nella fabbrica, e da lì si espandano (nella elaborazione teorica del rivoluzionario sardo) al resto della società, sempre seguendo la organizzazione e la articolazione del lavoro e dei lavori29.
Si tratta, per il Gramsci di questo periodo, di riunificare concretamente il citoyen e il bourgeois di cui parla Marx in Sulla questione ebraica, si tratta di ricomporre la scissione tra società civile e società politica che il grande rivoluzionario tedesco aveva individuato come tipica della società borghese, ponendo il Consiglio a un tempo come il collettivo a cui è affidata la gestione della produzione e come cellula di base dello Stato proletario e socialista.
La sconfitta del movimento operaio torinese fece comprendere meglio la complessità e varietà della società italiana, il fatto che non tutta l’Italia era Torino, ovvero “occidente”, moderna società industriale massificata e caratterizzata dalle concentrazione di masse operaie della grande fabbrica, tendenzialmente unitarie sotto il profilo della mentalità, degli interessi e della disciplina; ma fece comprendere anche i limiti del Partito socialista italiano, rivoluzionario a parole ma immobilista, diviso e confusionario nei fatti. Dalla consapevolezza di tali limiti nasceva la spinta a formare subito un partito comunista anche in Italia, accettando la leadership di Amadeo Bordiga, da cui Gramsci era pure per tanti versi distante. E dalla sconfitta del movimento operaio e socialista nel “biennio rosso” nacque anche la drammatica fase della reazione fascista e la sconfitta storica che subì il movimento operaio italiano.
La qual cosa provocò un ripensamento profondo in Gramsci e lo predispose a fare proprio l’insegnamento dell’ultimo Lenin sulla possibilità di una rivoluzione immediata in Occidente con le stesse modalità della Rivoluzione d’Ottobre.
Dal suo partito Gramsci era stato infatti inviato nel giugno 1922 a Mosca, come rappresentate italiano presso l’Internazionale comunista. Nel “Paese dei Soviet” risiedette fino alla fine del 1923, per poi spostarsi a Vienna e fare ritorno in Italia nel maggio 1924. Iniziò a Mosca una fase di conoscenza più profonda del pensiero di Lenin e del gruppo dirigente bolscevico, allora – finita la guerra civile – impegnato nel tentativo di edificazione di una inedita società socialista negli anni della riscoperta di una certa gradualità: la Nep, la Nuova politica economica, che cercava di recuperare un rapporto di alleanza coi contadini, fortemente compromesso negli anni della guerra civile e del “comunismo di guerra”.
Venuta meno la speranza di una subitanea rivoluzione in Occidente, e maturata la convinzione di una capacità di resistenza del capitalismo ben superiore alle prime ingenue speranze e previsioni, Lenin rilanciò la politica del “fronte unico”, ovvero dell’alleanza coi socialisti contro le forze borghesi. La lezione che veniva dall’ultimo Lenin era quella di una crisi capitalistica che non necessariamente avrebbe assunto dimensioni “catastrofiche”, dando inizio a un vittorioso processo rivoluzionario.
Fu a partire da Lenin che Gramsci maturò la convinzione che in Occidente non si potesse “fare come in Russia”, poiché (scriveva da Vienna ai compagni a lui più vicini, in gran parte gli stessi dell’Ordine Nuovo, con cui su incarico del Comintern si proponeva di creare un nuovo gruppo dirigente del partito, fuori dalle secche dell’estremismo bordighiano)
la determinazione, che in Russia era diretta e lanciava le masse nelle strade all’assalto rivoluzionario, nell’Europa centrale ed occidentale si complica per tutte queste superstrutture politiche, create dal più grande sviluppo del capitalismo, rende più lenta e più prudente l’azione delle masse e domanda quindi al partito rivoluzionario tutta una strategia e una tattica ben più complesse e di lunga lena di quelle che furono necessarie ai bolscevichi nel periodo tra il marzo e il novembre 191730.
Già nel 1924 Gramsci aveva maturato in nuce alcuni dei temi (guerra di posizione, egemonia) che sarebbero stati centrali nei Quaderni31. Iniziò sotto la guida di Gramsci (e grazie all’autorità indiscussa dell’Internazionale, che lo appoggiava) un vero e proprio periodo di rifondazione gramsciana del Partito comunista d’Italia, che culminò nel suo III Congresso, svoltosi a Lione nel gennaio 1926.
 
La “rivoluzione del concetto di rivoluzione”
Passando per tutte queste vicende storiche drammatiche, negli anni che vanno dal 1917 e poi dal 1921 fino al 1926, anno in cui viene arrestato, Gramsci giunse certo a un ripensamento complessivo del suo bagaglio teorico giovanile. Alcuni fili del quale, e non secondari, sono riscontrabili anche nella trama delle opere del carcere, ma inseriti in un quadro d’insieme per molti aspetti diverso. Alla volontà rivoluzionaria, nel Gramsci maturo si affianca la conoscenza della situazione il più possibile oggettiva, l’analisi minuziosa, storica e sociale, del terreno (soprattutto nazionale) su cui si svolge la lotta. Questa analisi, applicata alla realtà italiana prima e all’Occidente capitalistico poi, portava alla conclusione della non ripetibilità di una rivoluzione di tipo sovietico.
Gramsci in carcere, in altre parole, giunge a mettere a fuoco la differenza morfologica tra Oriente e Occidente, e di conseguenza tra guerra di movimento e guerra di posizione33. E giunge ad affermare che la Rivoluzione russa è l’ultima rivoluzione di stampo ottocentesco, l’ultima rivoluzione-insurrezione, almeno in Europa o nel mondo avanzato. La formulazione di questo fondamentale passaggio avviene nel Quaderno 7, in una nota intitolata proprio Guerra di movimento e guerra di posizione, databile34 nel novembre-dicembre 1930:
Mi pare che Ilici aveva compreso che occorreva un mutamento dalla guerra manovrata, applicata vittoriosamente in Oriente nel 17, alla guerra di posizione che era la sola possibile in Occidente, dove, come osserva Krasnov, in breve spazio gli eserciti potevano accumulare sterminate quantità di munizioni, dove i quadri sociali erano di per sé ancora capaci di diventare trincee munitissime. Questo mi pare significare la formula del «fronte unico» che corrisponde alla concezione di un solo fronte dell’Intesa sotto il comando unico di Foch. Solo che Ilici non ebbe il tempo di approfondire la sua formula, pur tenendo conto che egli poteva approfondirla solo teoricamente, mentre il compito fondamentale era nazionale, cioè domandava una ricognizione del terreno e una fissazione degli elementi di trincea e di fortezza rappresentati dagli elementi di società civile ecc. In Oriente lo Stato era tutto, la società civile era primordiale e gelatinosa; nell’Occidente tra Stato e società civile c’era un giusto rapporto e nel tremolio dello Stato si scorgeva subito una robusta struttura della società civile. Lo Stato era solo una trincea avanzata, dietro cui stava una robusta catena di fortezze e di casematte.
In Occidente, la moderna struttura della società di massa, la compenetrazione nuova tra Stato e società civile, il peso e l’importanza degli apparati della formazione del consenso sono tutti fattori che portano il rivoluzionario sardo a rivoluzionare profondamente il concetto di rivoluzione, non solo rispetto alla visione soggettivistica e idealistica che dello stesso egli aveva avuto nel suo periodo giovanile, ma anche rispetto alla concezione classica, e a volte stereotipata, della tradizione marxista e leninista. Non perché Gramsci fuoriesca dal marxismo o dalla tradizione rivoluzionaria, con un approdo classicamente riformista – come pure a volte è stato sostenuto.
La volontà (rivoluzionaria), la volontà collettiva indispensabile per la trasformazione sociale e politica, non viene meno, ma essa ora parte dall’assunto della necessità della conoscenza del nuovo terreno in cui si è chiamati a operare e si fa banditrice di quella che Gramsci chiama una «riforma intellettuale e morale».
La volontà di cambiamento non perde comunque il suo ancoraggio di classe, il suo cuore nel mondo economico e dei rapporti sociali. La domanda fondamentale che Gramsci si fa nei Quaderni è infatti la seguente: «come nasce il movimento storico sulla base della struttura»36. Sulla base della struttura, scrive Gramsci, che affonda la sua teoria della rivoluzione ben salda nel terreno dei rapporti economico-sociali, ma ne indaga soprattutto gli aspetti “sovrastrutturali” e la loro “autonomia relativa”, poiché vede tutta la complessità dell’azione politica, tanto più nell’epoca moderna: rifiuta le concezioni economicistiche fondate sul binomio crisi economica-rivoluzione (che erano state alla base del marxismo della Seconda Internazionale, ma che anche la Terza Internazionale aveva fatto proprie); individua come fondamentali gli apparati pubblici e privati che formano il senso comune diffuso; sottolinea l’importanza delle trasformazioni molecolari; e ritiene decisivo lanciare la sfida della conquista del consenso. Sottolinea cioè l’importanza decisiva di una elaborazione culturale e ideologica che sappia offrire una nuova e persuasiva «concezione del mondo», che sappia formare un nuovo senso comune di massa – sempre però a partire da quella lettura della società divisa in classi che aveva appreso da Marx e a partire dalla necessità di quella capacità di iniziativa politica che aveva imparato da Lenin.
È una concezione che, mettendo in rilievo l’importanza decisiva del consenso, della elaborazione culturale, del senso comune diffuso, del «progresso intellettuale di massa», pone le premesse per una lotta politica democratica, compatibile con la strategia della conquista dell’egemonia.
1926
Nel 1926 si era intanto avuto, alla vigilia dell’arresto di Gramsci a Roma, il famoso scambio epistolare con Togliatti a Mosca37. In esso, nella sua prima lettera38, Gramsci dichiarava di aderire alla linea della maggioranza del Partito comunista russo (di Stalin e Bucharin), a cui il partito italiano era più vicino perché essa continuava a sostenere per il momento39 la politica leninista di alleanza con i contadini; ma metteva in guardia contro le modalità con cui veniva condotta la lotta contro la minoranza di Trockij, Zinov’ev, ecc., modalità che – unitamente alla rottura dell’unità della “vecchia guardia” leninista – minavano la credibilità di tutto il gruppo dirigente comunista mondiale. Gramsci esprimeva in sostanza preoccupazione per il fatto che le masse non avrebbero capito i termini di un conflitto tanto violento, e preoccupazione per il futuro stesso del movimento comunista internazionale.
[..]
 
l'intero saggio e le relative note (qui espunte) sono reperibili in
 
 

martedì 3 ottobre 2017

ISTVAN MESZAROS, INTELLETTUALE MARXISTA CRITICO


István Mészáros (19 dicembre 1930 – 1 ottobre 2017),

allievo di Georg Lukács, critico del capitalismo, ha voluto aggiornare l'analisi delle forme e delle strutture del neocapitalismo (vedi per ultimo il suo "Oltre il capitale", edito in Italia da Punto Rosso); critico del socialismo dell'est e delle politiche staliniane, in questo marcando differenze dal suo maestro, ha scritto un libro a mio parere straordinario sulla categoria di alienazione in Marx, ancora non tradotto in Italia dal 1970. Si farebbe bene a farlo. Anche la striminzita voce su Wikipedia non è stata tradotta in italiano. Ad maiora, István. (fe.d.)




mercoledì 27 settembre 2017

ELLENISMO (2) in critica d'arte -- IL GALATA MORENTE E LE MADRI DELL' UMANITÀ (Dublicius)


è, a mio parere, un capolavoro assoluto di tutti i tempi. Attribuibile ad un artista geniale, Epigonos di Pergamo, dell'omonima scuola "barocca" della meravigliosa città dell'Asia Minore, capitale dell'Ellenismo durante la dinastia degli Attalidi, la scultura sta alla pari della Pietà michelangiolesca. Non è solo la sofferenza di un eroe di guerra, pur piegato e sconfitto, ma che promana dignità e orgoglio, il sentimento prevalente. Esso, il GALATA che muore, è il tramonto di una civiltà intera, quella classica greca, quella della potenza delle polis che avevano piegato persino il MOLOCH persiano. Ma al tramonto politico e civile, corrisponde la massima diffusione della cultura di quella civiltà, la sua eternità umana nella imperitura memoria del tempo. Le splendide forme del GALATA infatti sono classiche, riconducibili, con stile ricamato e generoso, a Prassitele, a Policleto, allo stesso Fidia. L'eroe è nudo, è tutto umano, la sua pena non ha più la consolazione degli dei. È pietà, ma profana, laica, umanistica, senza il filtro simbolico-religioso di Michelangelo.
Non c'è madre in questa scultura: eppure questo è il figlio pianto da tutte le madri, perché la madre odia la guerra, la madre dona la vita. (Dublicius)