le lenti di Gramsci

mercoledì 26 aprile 2017

80 anni dalla morte di Antonio Gramsci -- serata di riflessione aTaranto


GRAMSCI A TARANTO --
80^ della morte (+27 aprile 1937)
GIOVEDÌ 27 APRILE 2017
la sinistra marxista tarantina ricorderà la figura di ANTONIO GRAMSCI, l'attualità delle sue categorie interpretative per comprendere la contemporaneità, l'analisi della fabbrica e della città 
presso il circolo di SINISTRA ITALIANA in via Crispi, nr.10, dalle h.18,00
organizzato dall'Ass. MARX XXI, dal circolo "Nino D'Ippolito" del PCI, da Sinistra Italiana di Taranto
la serata di studio e di riflessione collettiva
GRAMCI NEL LAVORO POLITICO DELLA SINISTRA
coordinatore del dibattito GIUSEPPE MICELI, interverranno
MINO BORRACCINO, FERDINANDO DUBLA, GIANCARLO GIRARDI, ANDREA CATONE
                                        

lunedì 24 aprile 2017

STELLE PARTIGIANE: la "pasta nera" dei bimbi durante e dopo la Resistenza antifascista


  

                                             


 "(..)importantissimo il ruolo delle cosiddette staffette che, durante quegli anni, riuscirono spesso a scampare ai controlli tedeschi, e a portare lo stretto necessario ai partigiani. In genere erano per lo più bambine, come la signora Ferraro, che, a modo suo, visse in una famiglia sviscerata dalla guerra, e che tentava in ogni modo di aiutare chi stava combattendo per la vera causa comune: la liberazione." (da LA VOCE DEI BAMBINI E LA RESISTENZA, caratteriliberi.eu).
Ma la storia dei bambini nella Resistenza e' indisgiungibile dalla storia dei bambini che nel dopoguerra, grazie all'iniziativa di Teresa Noce, dell'UDI e del PCI, raggiunsero, per la loro cura e il loro sostentamento, famiglie emiliane. Come racconta Miriam Mafai, che partecipò ad organizzare questa attività di accoglienza, «La risposta fu al di là di ogni legittima speranza. Tanto generosa che si decise di estenderla e radicarla nel Mezzogiorno (…) Furono trasferiti così, nei due inverni immediatamente successivi alla fine del conflitto, alcune decine di migliaia di bambini che lasciarono le loro famiglie per essere ospitati da altrettante famiglie contadine, nei paesi del reggiano, del modenese, del bolognese. Lì vennero rivestiti, mandati a scuola, curati». Dal 1945 al 1952, anni duri per tutto il Paese, furono ospitati nel centro-nord ben 70.000 bambini, grazie anche all’appoggio del PCI, dei CLN locali, delle sezioni ANPI, delle amministrazioni e della popolazione in genere.
Da qui il docu-film di Alessandro Piva del 2011, "Pasta nera", presentato in diversi festival e con la consulenza di Giovanni Rinaldi, autore de "I treni della felicità - storie di bambini in viaggio tra due Italie", del 2009, con la prefazione della Mafai, cit. Ediesse ed.

https://youtu.be/8LysqpaXscI

                                     
                                   
          

giovedì 13 aprile 2017

Siamo in guerra...inziativa Marx XXI Bari

 
In violazione dell’art 11 della Costituzione
Siamo in guerra…
 
 
Non possiamo essere semplici spettatori mentre la guerra divampa, mentre aumenta il rischio di una catastrofica guerra nucleare. Dobbiamo esercitare i nostri diritti costituzionali, ripudiando la guerra nell’unico modo concreto che abbiamo: pretendere che l’Italia esca dall’alleanza aggressiva della Nato, non abbia più sul proprio territorio basi militari straniere né armi nucleari. Dobbiamo lottare per un’Italia neutrale, in grado di svolgere la funzione di ponte di pace sia verso Sud che verso Est.
 
 
Venerdì 21 aprile. Ore 18.00
Camera Del Lavoro Metropolitana e Provinciale di Bari
 
Via Natale Loiacono, 20, 70126 Bari
(c/o IPERCOOP di Japigia)
 
 
 
Saluti al convegno di
Gigia Bucci
segretaria provinciale CGIL
 
I Sessione.
Scenari di guerra
 
Ugo Villani
Professore ordinario di Diritto internazionale, università di Bari e Roma
Il bombardamento “umanitario” USA sulla Siria e la legalità internazionale.
 
Nico Perrone
già docente di Storia dell’America, Università di Bari
Da Obama a Trump. Muta il ruolo mondiale degli Usa?
 
Manlio Dinucci
Comitato “No Guerra No NATO”, curatore della rubrica settimanale del manifesto “L’arte della guerra”
La guerra di Siria. Origine, sviluppi, mandanti e sicari. Breve excursus.
 
Augusto Ponzio
Professore emerito di Filosofia del linguaggio,Università di Bari
Menzogne di guerra e la costruzione del nemico
 
 
 
II sessione.
Rilanciare la mobilitazione contro la guerra e il braccio militare della NATO.
Costruire coordinamenti permanenti nei territori.
 
Introducono
Rosa Siciliano
direttrice di Mosaico di Pace, rivista promossa da “Pax Christi”
 
Oronzo Stoppa
già segretario FIOM-Bari, direttivo del Comitato per il NO al referendum costituzionale
 
Sono invitati
Associazioni, comitati, movimenti, sindacati, partiti
Inviare le adesioni a: noguerra.bari@gmail.com
 
L’elenco degli interventi è in continuo aggiornamento. Quello definitivo sarà pubblicato martedì 18 aprile.
 
Coordina
Andrea Catone
direttore della rivista MarxVentuno
 
Organizza
logo marx xxi  LOGO CASA ED. ROSSO E GRIGIO.jpg
Marx XXI – II strada priv. Borrelli 32, Bari. Tel. 345 4114728

 

PER LA LOTTA IDEOLOGICA ATTIVA


di Sergio Manes, 09/09/2016

Lavoro teorico e pratica sociale dei comunisti secondo l'editore napoletano recentemente scomparso. Il ruolo degli intellettuali marxisti e il bisogno di formazione per l'organizzazione della moderna lotta di classe, senza settarismi e autoreferenzialità

I comunisti non si autocriticheranno mai abbastanza per aver disatteso - del tutto o quasi - l'esigenza di sottoporre ad analisi rigorosa i cambiamenti epocali della seconda metà del '900. Questa omissione ha impedito che l'esperienza ancora in corso del comunismo novecentesco - a partire da quella centrale dell'URSS - interpretasse pienamente e correttamente le trasformazioni in atto e individuasse linee capaci di resistere alle difficoltà insorgenti, ma anche di conquistare nelle condizioni in via di cambiamento nuovi traguardi all'altezza di quelli conseguiti fino a quel momento. Le conseguenze furono il crescente degrado teorico e il logorio politico di quelle esperienze fino al loro collasso.

Ma ce ne sono state altre che sono andate ben oltre il tempo della sconfitta e che ancora oggi pesano come macigni sulla speranza e sui volenterosi - ma confusi - tentativi di ripresa e di ripartenza. La inadeguata percezione dei cambiamenti in atto e il sostanziale vuoto di analisi innescarono una deriva - la cui responsabilità grava pesantemente sui gruppi politici dirigenti e ancor più sugli intellettuali comunisti - che lasciò e ancora lascia campo libero alla borghesia transnazionale sul piano strutturale e uno spazio immenso ad elaborazioni sia esterne alla tradizione marxista, sia vicine o perfino interne ad essa ma che fanno un utilizzo non rigoroso e coerente delle categorie e del metodo e che, nelle loro evoluzioni più mature, hanno portato infine a concezioni del tutto estranee alla concezione materialistica e dialettica del mondo e della storia.

Esse hanno, però - proprio per la loro sostanziale affinità con visioni interne al pensiero idealistico dominante e per la loro più semplice accessibilità - una capacità di suggestione e di convincimento che devia le analisi e le proposizioni di carattere politico di chi continua tuttavia a porsi soggettivamente - ma volontaristicamente - su un terreno alternativo e antagonista. Si pensi, ad esempio, alla deriva originariamente "operaista" la cui elaborazione del concetto di "operaio-massa" non poteva – nella sua forma matura e in presenza delle trasformazioni avvenute nella realtà produttiva e sociale - non sfociare che in quella della "moltitudine" che segna il definitivo abbandono - concettuale e politico, ancor prima che lessicale - della categoria di classe. Un approdo che sfugge al ben più arduo compito di ridefinirla nelle nuove condizioni, ma che porta a esiti aberranti.

Al suo seguito trovano spazio suggestioni soggettivistiche, che sembrano aderire più semplicemente al nuovo, ma che portano in sé l'eco dell'antica contrapposizione tra idealismo e materialismo, tra gradualismo e dialettica. Si riaffacciano in realtà vecchie ipotesi – per esempio, ma non solo, di impronta proudhoniana – che reintroducono opzioni strategiche, proposizioni e percorsi tattici, metodi e forme di lotta e di organizzazione che ben poco hanno più in comune con il pensiero e il metodo marxisti.

Le conseguenze sono devastanti: sfuma e finisce per sparire la contraddizione principale del rapporto tra chi produce la ricchezza e chi se ne appropria e, dunque, scompaiono le radici stesse dell'ineguaglianza e dell'ingiustizia, della loro riproduzione verso l'alto, del loro possibile rovesciamento dialettico: la necessità di una radicale trasformazione dei rapporti di produzione a seguito dello sviluppo incontenibile delle forze produttive.

Ne discende che cambiano inevitabilmente il terreno, i soggetti e le modalità dello scontro e del necessario salto di qualità: il luogo non è più quello della produzione; i soggetti non sono più i "borghesi" e i "proletari", i "capitalisti" e i "lavoratori", ma l'"imperialismo" e le "banche" da un lato e il "popolo" dall'altro, i "ricchi" e i "poveri"; lotta e obiettivi del cambiamento non sono fondati sull'unità organizzata e sull'internazionalismo militante degli sfruttati e degli oppressi del mondo in ragione delle radici comuni e delle cause materiali del loro sfruttamento e della loro oppressione, ma su una conflittualità diffusa, generalizzata e dispersa tra le strutture del privilegio e la massa indifferenziata delle moltitudini subordinate; alle forme organizzate - politiche ed economiche – della lotta per la trasformazione vengono preferiti strumenti "leggeri" - cangianti e variegati - di autorganizzazione "partecipata" e "democratica". Non si tratta affatto, dunque – come si favoleggia con irresponsabile leggerezza codina o con opportunistico feticismo per un "nuovo" sgrammaticato – di differenze meramente formali o lessicali.

I comunisti hanno avuto e hanno grandi difficoltà a contrastare questa deriva che ormai connota una parte maggioritaria delle esperienze di lotta di questo tempo e suggestiona anche organismi che continuano a schierarsi in campo comunista. Sfilacciata la dimestichezza con il metodo e le categorie interpretative, sacralizzata per superficialità o per opportunismo l'esperienza novecentesca, trascurate l'insorgenza e la crescita di queste diverse concezioni e metodi di lotta, assediati o minati al loro stesso interno da pulsioni democraticiste, compresi soltanto di sé e occupati piuttosto a dividersi settariamente e a riprodursi replicando all'infinito esperienze già dimostratesi inadeguate, hanno essi stessi dismesso o appannato i propri riferimenti teorici e smarrito qualsiasi legame con la classe di riferimento - di cui però pretendono astrattamente di continuare a rappresentare gli interessi - e arrancano ai margini dei cosiddetti "movimenti".

Tuttavia, in una situazione così difficile e di così lungo periodo ci sono ancora una speranza e una ragionevole possibilità di ripresa. Già il testardo e pur sterile arroccamento di questi anni testimonia nelle diverse realtà residuali - anche e non solo di provenienza Pci-Prc - se non altro una tenacia che deve però scrollarsi di dosso i vecchi e i nuovi schemi settari e autoreferenziali per liberare le potenzialità tuttavia esistenti. In questa prospettiva il dato positivo che bisogna cogliere e valorizzare è che intanto cominciano a far breccia gli sforzi dei pochi che ostinatamente continuano a indicare e percorrere concretamente - nei limiti del possibile - l'unica strada praticabile: riappropriarsi dei propri strumenti teorici; farne un uso ad un tempo rigoroso e dialettico nel nostro tempo, formando una nuova generazione di quadri e di militanti; affrontare finalmente, con coraggio e sistematicità, una rilettura autocritica di tutta la propria esperienza novecentesca; provare ad articolare un "programma minimo" per questa fase dello scontro di classe con proposte, obiettivi e percorsi ragionevoli e praticabili.

Tutto questo, però, rischia di restare puro e inutile esercizio intellettuale se non viene coniugato e verificato nella realtà viva dello scontro di classe che si sviluppa - pur se percepita in modo distorto e realizzata in maniera frammentata, dispersa e spesso incoerente - sulle condizioni materiali delle masse sfruttate e oppresse, sulle drammatiche contraddizioni reali derivanti dalle scelte imposte dal capitalismo transnazionale, sui retroterra ideologici di chi - comunque meritoriamente -suscita e orienta queste lotte a cui occorre portare il massimo contributo e il sostegno. Ma esserci non basta. Questo vuol dire che formazione, ricerca, analisi e proposizioni non possono essere studio avulso dal contesto reale, ma debbono essere impostati e sviluppati in funzione di esso.

E allora formazione, ricerca, analisi e proposizioni debbono essere centrate e finalizzate a riportare il terreno principale di scontro nei luoghi e sui modi della produzione;  a riguadagnare la fiducia della classe lavoratrice nella prospettiva comunista e in chi opera a partire dai loro bisogni collettivi piuttosto che dai loro presunti diritti individuali; a ricostruire nelle nuove condizioni e con la lotta l'unità degli sfruttati e degli oppressi a livello nazionale e internazionale; a individuare e realizzare forme di lotta capaci di unificare questo esercito sterminato, in mille modi frazionato ma unito dalla comune condizione; a costruire forme stabili di organizzazione, al passo con la realtà materiale di oggi.

A questo scopo è anche utile e necessario aggredire criticamente analisi, posizioni e iniziative che vengono agitate sulla scena politica, che captano il consenso e indirizzano la conflittualità dei militanti: polemiche non demonizzanti ma intese, fornendo gli opportuni spunti critici, a problematizzare, a far discutere, a fare chiarezza, a formare maieuticamente i militanti. È giunto il tempo di scatenare tra gli stessi comunisti, ma anche tra coloro che si ispirano ancora ad orizzonti anticapitalisti, una seria lotta ideologica attiva e dedicare ad essa energie e risorse.
 

sabato 8 aprile 2017

CENTO ANNI FA: LE TESI DI APRILE (1917) DI LENIN

                                                   

di Guido Liguori


Senza le Tesi di aprile non vi sarebbe stata Rivoluzione d'Ottobre. Le Tesi sono il documento con cui Lenin, appena tornato dall'esilio svizzero (grazie a un difficile accordo segreto con la Germania), mutò la tattica del partito bolscevico rilanciando la possibilità/necessità di una rivoluzione proletaria. Fu preso per pazzo da diversi dei suoi compagni, ma alla fine impose il suo punto di vista (un po' come Togliatti con la Svolta di Salerno). Le Tesi enunciavano il seguente programma:
- lotta per l'immediata fine della "guerra imperialistica", lotta da portare anche nell'esercito e al fronte
- lotta al governo borghese uscito dalla rivoluzione di febbraio
- preparazione della seconda fase della rivoluzione, quella proletaria e socialista
- propugnare il trasferimento del potere ai Soviet, lottando duramente in essi per divenirne maggioranza. La Russia doveva divenire una Repubblica dei Soviet dei deputati operai e contadini. Il nuovo Stato dei soviet sarebbe stato organizzato sul modello della Comune di Parigi
- Il programma del Partito doveva prevedere la nazionalizzazione delle terre, la creazione di un'unica banca nazionale
- il nome del partito doveva essere mutato da socialdemocratico a comunista e occorreva fondare una nuova Internazionale, dopo che i capi socialdem avevano tradito i loro ideali accettando la guerra imperialista
Così le Tesi di aprile. Lenin con le Tesi trasformò la tattica del partito. Iniziava la fase che avrebbe condotto all'Ottobre. Un pensiero nuovo, capace di interpretare la realtà e di vederne i possibili sviluppi, l'avrebbe mutata radicalmente.

Guido Liguori, FB, 7 aprile 2017


                                     

mercoledì 29 marzo 2017

A/MARE TERRE D'APULIA


 Per molti, troppi, il futuro delle terre pugliesi è la negazione della loro vocazione. Dopo aver scongiurato la costruzione di una centrale nucleare, il popolo avetranese sta cercando di preservare il mare di Specchiarica dal collettore fognario del depuratore consortile e mentre si discute delle alternative, a Urmo Belsito arriva il cantiere dei lavori. Intanto in quel territorio, sede di una meravigliosa riserva naturale tutelata, si susseguono incendi su incendi.
E arriva così la notizia che il Consiglio di Stato ha dato il via libera alla realizzazione del gasdotto che attraverserà l’Adriatico, il famoso Tap (Trans Adriatic Pipeline), approdando in Puglia, a San Foca, Lecce. L'eradicazione di 200 ulivi è solo il primo prezzo da pagare. Il compagno fraterno e amico Ippazio Luceri, un alfiere della lotta NO TAP, è stato portato via in ambulanza l'altro giorno mentre era in corso la manifestazione a San Basilio. E non vuole smettere lo sciopero della fame. Dov'è Emiliano? In campagna elettorale.


LA TERRA E' NOSTRA
quando il gioco si fa duro, polizia e magistratura sanno da che parte stare. Anche noi, a difesa della nostra terra!
Forza Pati, forza compagni, NO PASARAN



In memoria di Sergio Manes


Il ricordo dei compagni de La Contraddizione

Difficile parlare di una persona conosciuta da sempre. Non c’è memoria distinta, infatti, del primo incontro, come del primo impegno culturale, politico, della prima militanza, dei primi pensieri tendenti al comunismo, del primo accesso ai livelli scientifici della transizione socialista, come dire insomma della teoria della rivoluzione iniziatasi più di cento anni fa. È come se Sergio fosse da sempre compresente a tutto ciò, alle battaglie sindacali, politiche, alle fasi propositive e a quelle recessive della nostra storia recente, con il suo instancabile fare, proporre, suggerire, lottare su tutti i terreni possibili per l’apertura di varchi ad una umanità meritevole di una destinazione di crescita razionale e di giustizia sociale. Le sue ultime parole per definire il comunismo sono state proprio tese a ribadire che infine, da qualunque versante lo si volesse considerare, avrebbe dovuto inevitabilmente sfociare nel diritto alla vita di tutti, e nella umanizzazione consapevole di una comunità mondiale in grado di soddisfare i bisogni storici della vita.

 Nel suo modo di esprimersi, a metà scherzoso e a metà serio, era solito dire di avere tre figli: due in carne e ossa, amatissimi, e un terzo partorito come casa editrice di cui ha continuamente curato, non solo la nascita ma poi anche la crescita, concepita come erede naturale di tutte le pubblicazioni necessarie a informare scientificamente in senso lato, e in particolare sul pensiero socialista e comunista. Il mantenimento della memoria del sapere attraverso il libro, colto o divulgativo, specialistico o politico, nel momento in cui la lettura veniva meno, le case editrici storiche della sinistra sparivano una dietro l’altra, i classici del marxismo venivano mandati al macero o su qualche sparuta bancarella e le librerie che li tenevano vendute ad altre attività commerciali, significava scommettere sulla sopravvivenza, in questi lunghi tempi bui, della consapevolezza delle contraddizioni del sistema, del conseguente sfruttamento umano necessario al dominio di questo, della crescente distruttività legata al suo inevitabile progresso, infine della altrettanto ineluttabile tendenza alla sua fine e superamento in un altro modo di produzione.

 Difficile parlare di Sergio Manes, nel senso che era stato capace di confondersi nei molteplici momenti di lotta sociale, nella storia delle trasformazioni del comunismo italiano e internazionale, solerte punto di riferimento di iniziative culturali e per pubblicazioni editoriali coraggiose, che altrove non avrebbero avuto spazio data la regressione sociale e politica di questi ultimi cinquant’anni. Come persona, pur essendo una individualità forte e spiccata, autorevole e tenace, non era schivo dal mostrare anche i lati più teneri, affettuosi e fragili legati agli affetti più cari, all’amicizia dei compagni considerata sempre come il bene più prezioso di cui avrebbe sentito una mancanza insopportabile semmai fosse venuta meno. Oggi a parlare a tutti di Sergio saranno le innumerevoli pubblicazioni della Città del Sole, che ci auguriamo possano continuare ad essere prodotte, proprio come lui auspicava, nell’ottica di una continuità non solo della sua lotta personale, ma soprattutto della necessità di resistenza sociale della cultura marxista di contro a ogni ostracismo opposto dal capitale. La “Città del Sole” non è soltanto stata la sua casa editrice, ma anche un centro stabile di incontri e dibattiti cultural-politici che Sergio ha tenuto caparbiamente a costituire a Napoli, nonostante tutti i tentativi di esproprio, i furti, le effrazioni e distruzioni subite, operate da riconoscibili ignoti mai efficacemente perseguiti, ad irrisione delle puntuali denunce effettuate.

 La lunga collaborazione con l’associazione Contraddizione si è tradotta con la collana “Il socialismo scientifico” da cui è scaturito Laboratorio politico, la cui definizione era appunto la cifra costante di Sergio:“iniziativa militante che si pone –senza riproporre vecchie preclusioni e al di fuori di nuove divisioni – al servizio di una ripresa culturale e politica del movimento comunista… aperta ad ogni livello di contributo di tutti i militanti, poiché potrà raggiungere gli obiettivi per cui è nata solo con l’apporto e la collaborazione attiva di chi, con indomabile ostinazione, è impegnato più che mai a comprendere e trasformare la realtà, a battersi per realizzare i valori e gli ideali del comunismo”. Un’altra collana intitolata “Comunismo In/formazione”, sempre entro Laboratorio politico, ha affrontato diverse tematiche del presente sulla falsariga delle analisi marxiane, per attestarne e dimostrarne l’assoluta attualità e unicità analitica per la critica del presente. Inutile ribadire che senza la piattaforma e la disponibilità di questa casa editrice il lavoro profuso per i vari contributi non avrebbe mai visto la luce. Questa, inoltre, è stata la base anche per molte altre collaborazioni con docenti di ogni ordine e grado, riviste legate alla tradizione di sinistra, strutture sindacali, compagni sparsi e movimenti che faticosamente Manes ha continuamente ricercato, contattato, sollecitato e aiutato ad esistere. La casa editrice era il supporto e lo strumento che si attivava ovunque un nucleo di resistenza all’abbandono del comunismo si evidenziasse con le forze possibili ma reali.

 Già dallo scorso anno Sergio aveva avviato i preparativi per una riflessione critica sulla rivoluzione d’ottobre in occasione, quest’anno, del ricorrere del suo centenario. Non si doveva trattare né di una commemorazione né di una celebrazione ritualistica, ma di una valutazione a più voci sul significato storico, sulla sua supposta attualità o meno, sulla sua permanenza nel presente, anche nei più giovani, e sulla sua forza ancora propositiva nelle contraddizioni di un imperialismo dei nostri giorni più avanzato e minaccioso. Seppure non riuscirà a vederne le conclusioni, tutti i compagni impegnatisi in quest’obiettivo nel portare a termine – forse in ottobre o novembre di quest’anno – sentono ora di proseguire i lavori anche in suo nome, come per tutte le altre iniziative e proposte che Sergio ha lasciato incompiute nella vita della sua terza, preziosa creatura. In essa si concretizza quella difficile sintesi di teoria e prassi che Sergio Manes ha mostrato come quella “cosa semplice difficile a farsi” [1].

 Note:


[1] L’ultima citazione, per chi volesse apprenderne completamente il significato, non conoscendola, è la frase finale di B. Brecht in “Lode del comunismo”, 1933.

25/03/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
 
 

giovedì 23 marzo 2017

CIAO, SERGIO


Il compagno Sergio Manes è morto. Malato da tempo, si è impegnato sino all'ultimo nella grandiosa e lunga lotta per un cambiamento di società. Militante comunista, editore, patrocinatore di iniziative di studio e di ricerca (per esempio, il convegno del 2003 a Napoli sui problemi della transizione al socialismo in Urss), Sergio Manes, attraverso il Centro di Documentazione "La Città del Sole", ha fornito un contributo tangibile alla difesa e al rilancio dello studio del marxismo come strumento critico di comprensione della realtà e arma ideologica fondamentale per i militanti comunisti e le loro organizzazioni nella lotta di classe.


ho avuto la fortuna di conoscerti, di aver lavorato insieme a te, ho curato per la tua casa editrice l'antologia "I quadri e le masse" di Pietro Secchia, hai pubblicato miei contributi in testi collettanei.

inoltre:
A.S.Makarenko e la didattica del collettivo, in AA.VV., Problemi della transizione al socialismo in URSS, La Città del Sole, 2004
Introduzione a: A.S.Makarenko, Consigli ai genitori, La Città del Sole, 2005

Eri un punto di riferimento per il nostro marxismo. Ciao, Sergio (fe.d.)


martedì 21 marzo 2017

IL SUO NOME VIVRA' NEI SECOLI


                                                    Sulla tomba di Marx         



Il 14 marzo, alle due e quarantacinque pomeridiane, ha cessato di pensare la più grande mente dell'epoca nostra. L'avevamo lasciato solo da appena due minuti e al nostro ritorno l'abbiamo trovato tranquillamente addormentato nella sua poltrona, ma addormentato per sempre.

Non è possibile misurare la gravità della perdita che questa morte rappresenta per il proletariato militante d'Europa e d'America, nonché per la scienza storica. Non si tarderà a sentire il vuoto lasciato dalla scomparsa di questo titano.

Così come Darwin ha scoperto la legge dello sviluppo della natura organica, Marx ha scoperto la legge dello sviluppo della storia umana e cioè il fatto elementare, finora nascosto sotto l'orpello ideologico, che gli uomini devono innanzi tutto mangiare, bere, avere un tetto e vestirsi prima di occuparsi di politica, di scienza, d'arte, di religione, ecc.; e che, per conseguenza, la produzione dei mezzi materiali immediati di esistenza e, con essa, il grado di sviluppo economico di un popolo e di un'epoca in ogni momento determinato costituiscono la base sulla quale si sviluppano le istituzioni statali, le concezioni giuridiche, l'arte ed anche le idee religiose degli uomini, e partendo dalla quale esse devono venir spiegate, e non inversamente, come si era fatto finora.

Ma non è tutto. Marx ha anche scoperto la legge peculiare dello sviluppo del moderno modo di produzione capitalistico e della società borghese da esso generata. La scoperta del plusvalore ha subitamente gettato un fascio di luce nell'oscurità in cui brancolavano prima, in tutte le loro ricerche, tanto gli economisti borghesi che i critici socialisti.

Due scoperte simili sarebbero più che sufficienti a riempire tutta una vita. Fortunato chi avesse avuto la sorte di farne anche una sola. Ma in ognuno dei campi in cui Marx ha svolto le sue ricerche - e questi campi furono molti e nessuno fu toccato da lui in modo superficiale - in ognuno di questi campi, compreso quello delle matematiche, egli ha fatto delle scoperte originali.

Tale era lo scienziato. Ma lo scienziato non era neppure la metà di Marx. Per lui la scienza era una forza motrice della storia, una forza rivoluzionaria. Per quanto grande fosse la gioia che gli dava ogni scoperta in una qualunque disciplina teorica, e di cui non si vedeva forse ancora l'applicazione pratica, una gioia ben diversa gli dava ogni innovazione che determinasse un cambiamento rivoluzionario immediato nell'industria e, in generale, nello sviluppo storico. Così egli seguiva in tutti i particolari le scoperte nel campo dell'elettricità e, ancora in questi ultimi tempi, quelle di Marcello Deprez (1).

Perché Marx  era prima di tutto un rivoluzionario. Contribuire in un modo o nell'altro all'abbattimento della società capitalistica e delle istituzioni statali che essa ha creato, contribuire all'emancipazione del proletariato moderno al quale Egli, per primo, aveva dato la coscienza della propria situazione e dei propri bisogni, la coscienza delle condizioni della propria liberazione: questa era la sua reale vocazione. La lotta era il suo elemento. Ed ha combattuto con una passione, con una tenacia e con un successo come pochi hanno combattuto. La prima Rheinische Zeitung nel 1842, il Vorwärts di Parigi nel 1844, la Deutsche Brüsseler Zeitung nel 1847, la Neue Rheinische Zeitung nel 1848-49, la New York Tribune dal 1852 al 1861 e, inoltre, i numerosi opuscoli di propaganda, il lavoro a Parigi, a Bruxelles, a Londra, il tutto coronato dalla grande "Associazione Internazionale degli Operai", ecco un altro risultato di cui colui che lo ha raggiunto potrebbe esser fiero anche se non avesse fatto niente altro.

Marx era perciò l'uomo più odiato e calunniato del suo tempo. I governi, assoluti e repubblicani, lo espulsero; i borghesi, conservatori e democratici radicali, lo coprirono a gara di calunnie. Egli sdegnò tutte queste miserie, non prestò loro nessuna attenzione e non rispose se non in caso di estrema necessità. È morto venerato, amato, rimpianto da milioni di compagni di lavoro rivoluzionari in Europa e in America, dalle miniere siberiane sino alla California. E posso aggiungere, senza timore: poteva avere molti avversari, ma nessun nemico personale.
Il suo nome vivrà nei secoli, e così la sua opera!

Note:

* F. Engels, Sulla tomba di Marx, Discorso pronunciato al cimitero di Highgate (Londra) il 17 marzo 1883 e pubblicato sul Sozialdemokrat di Zurigo, n. 13, il 22/03/1883 - in Ricordi su Marx, Rinascita, 1951, pag. 7

1) Fisico francese che fece i primi tentativi di trasmissione dell'energia a distanza.



giovedì 16 marzo 2017

L’ANNIVERSARIO DELL’UNITA’ D’ITALIA CON LA COMMEMORAZIONE DI PIETRO PANDIANI


AL “VITTORINO DA FELTRE” DI TARANTO L’ANNIVERSARIO DELL’UNITA’ D’ITALIA CON LA COMMEMORAZIONE DI PIETRO PANDIANI
Nell’ambito del Progetto ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia – sezione di Taranto) per le scuole, in coincidenza dell’anniversario dell’Unità d’Italia
VENERDI 17 MARZO 2017
Aula Magna Liceo delle Scienze Umane “Vittorino da Feltre”...
h.10,00:12,00
incontro con gli studenti sulla figura di PANDIANI, “Capitan Pietro”, il partigiano tarantino che contribuì con una brigata di “Giustizia e Libertà” alla liberazione di Bologna
porgerà i saluti all’incontro la Dirigente Scolastica prof.ssa Alessandra Larizza
comunicazione su “Il Progetto ANPI per le scuole” a cura di Marcello Barletta – vice-Presidente ANPI provinciale
introdurrà i lavori su “Resistenza come secondo Risorgimento” il prof. Ferdinando Dubla (docente di Scienze Umane)
relazionerà: prof. Roberto Nistri (storico)
modererà i lavori: prof. Gianmario Leone (giornalista e docente di storia)


 
LA RESISTENZA COME SECONDO RISORGIMENTO: l'esempio di PIETRO PANDIANI, partigiano tarantino (1915/1972)

lunedì 13 marzo 2017

NOTE SU FB (marzo 2017) -- NO OIL, NO TAV, NO ILVA/RIBELLARSI È GIUSTO


 SINERGIE
-i poteri forti? non marciano più ognuno per conto proprio, se mai questo in passato è avvenuto. Sono in combinazione tra di loro o, come ama dirsi oggi, in sinergia tra di loro. Esempi? Tanti. Andiamo alle prime pagine, I FURBETTI del segreto di Pulcinella e LO STADIO dei seguaci di Romolo.
-- ho bisogno di far passare una legge che peggiora la Pubblica Amministrazione, gia' bocciata dalle Alti Corti, voglio diminuire i dipendenti, nonostante i magri organici rispetto all'elefantiasi burocratica, vera causa di inefficienza, controllarli, licenziarli se non ubbidiscono. La magistratura da ben due anni ha un'indagine a Napoli: pronti, via! i furbetti, i furbetti, morte ai furbetti, presto presto decreto Madia, è il coro dei megafoni https://www.facebook.com/images/emoji.php/v7/f92/1.5/16/1f4e2.png📢
--- disoccupazione, periferie ed emarginazione, la Raggi che fa? La priorità è lo stadio di una squadra di calcio, piuttosto, i costruttori premono, i tifosi urlano, e il TG2 mette un servizio di 10 minuti in prima notizia assoluta.
Sinergie, signori, sinergie...

QUALE PROFILO DI SINDACO PER TARANTO?
nella riunione di cellula di giovedì 9 u.s., i compagni del PCI "Nino D'Ippolito" di Taranto centro, hanno delineato il profilo necessario del futuro imminente Sindaco di Taras. Chi crede che il primo cittadino della riva dei due mari possa avere forza economica, si sbaglia. Non solo per ragioni sistemiche, come sottolineato dal segr.regionale  
Franco De Mario  all'ultimo Comitato Politico Provinciale, ma anche per ragioni specifiche: egli/ella deve essere ricattabile, con le buone (corruzione di sistema) o con le cattive (intimidazioni dei poteri forti e corruzione aggiuntiva, blocco delle fonti di finanziamento, intralci burocratici, progettistica faraonica per speculazioni edilo-finanziarie, ultimo grido alla moda, vedi Roma e Firenze, qui c'è Cimino, con il megaospedale e giustamente accanto il nuovo cimitero, grande e comodo, almeno da morti lontani dalla puzza siderurgica). Il nuovo Sindaco potrà solo usare una forza politico- sociale: la posizione geostrategica economico-industriale della città. Deve essere leader di un movimento che sappia alzare la voce e combattere con la mobilitazione i poteri forti, saper difendere con le barricate morali e materiali SALUTE-LAVORO-AMBIENTE di un territorio letteralmente stuprato e depredato negli anni, dimostrare che il vero futuro è il nostro passato, la bellezza, la cultura, la tipicità produttiva antica della nostra popolazione. In parte è quello che ha fatto De Magistris a Napoli, ed è quello che la sinistra deve fare a Taranto. Ma, all'orizzonte, voi che vedete?
 
NO OIL, NO TAV, NO ILVA/RIBELLARSI È GIUSTO
il mondo dei nativi, da Washington a Taranto, contro l'imperialismo economico del liberismo delle oligarchie e dei potentati finanziari. Ma non vi accorgete che è la stessa lotta?



Note su FB,  ferdinando dubla (Dublicius)-  marzo 2017

 

 

TESTIMONIANZA SUI CONVITTI SCUOLA DELLA REPUBBLICA (3)





di Luciano Raimondi
Ancora una testimonianza sui Convitti della Rinascita di Luciano Raimondi. Questo contributo si segnala anche per l’indicazione metodologica di tipo didattico e più complessivamente pedagogico. L’ispirazione formativa dei convitti aveva punti di contatto con il "collettivo" makarenkiano, finalizzata a un nuovo umanesimo che fosse sintesi mirabile dei valori della Resistenza antifascista, la scuola dell’inveramento della Costituzione. Tutti hanno diritto all’istruzione e le classi lavoratrici possono direttamente praticare la democrazia sociale integrale nella discussione e nella partecipazione. Troppo per chi, in quei dieci anni (1945/1955), pose termine a quella straordinaria esperienza con un pianificato disegno conservatore e clericale. (fe.d.)

Lo scritto risale all’anno 1973, quando Raimondi si trovava a Città del Messico come addetto nel locale Istituto Italiano di Cultura. E’ stato elaborato su richiesta dell’allora studentessa universitaria Graziella Cavallero, laureanda in pedagogia presso l’Università degli Studi di Torino, nell’anno accademico 1973-1974, che lo inserì nella propria tesi "I Convitti Scuola della Rinascita".


 
I precedenti culturali ideologici dei Convitti Scuola Rinascita stanno in Gramsci, Banfi, Gobetti, Calamandrei, Concetto Marchesi. Si trovano allacciamenti con Gramsci perché questi ha rappresentato nella cultura italiana una posizione critica dei miti coltivati dal nazionalismo e dal fascismo; la sua opera fu quindi fondamentale per tutti gli antifascisti nel campo pedagogico. Con Antonio Banfi invece abbiamo avuto dei rapporti diretti; infatti ero allievo di Banfi, che anche durante il fascismo è sempre stato su posizioni antifasciste. Egli, anche se ufficialmente era professore nell’università dominata dai fascisti, dirigeva corsi che erano soprattutto di ispirazione antifascista, quindi quell’apertura verso una scuola attiva, democratica, noi l’abbiamo assimilata all’Università di Milano. L’impostazione verso una cultura di libertà personalmente l’ho avuta anche da Piero Martinetti, che è stato uno dei filosofi italiani che ha scritto dei libri sulla libertà in pieno periodo fascista, uno dei pochi che non ha mai giurato fedeltà al fascismo e si è ritirato dall’Università nel momento in cui si imponeva ai docenti il giuramento di fedeltà al regime. Con Antonio Banfi poi i rapporti sono sempre stati personali. Era un maestro che ci stava vicino, noi frequentavamo casa sua, durante il periodo fascista si tenevano conversazioni antifasciste, si immaginava già quale poteva essere il futuro del nostro paese quando il fascismo l’avrebbe ridotto, come diceva Gramsci, all’estremo della rovina. Abbiamo anche avuto contatti operativi nella Resistenza. Banfi era a Milano, collaborava attivamente con le forze della Resistenza (CLN) e quando io ero in montagna, molto spesso venivo a Milano da Banfi per consigli sulla lotta partigiana, e così una volta caduto il fascismo con Banfi abbiamo insieme discusso i problemi della riforma della scuola e di impostazione di una cultura nuova. Banfi ci è sempre stato vicino, ci ha consigliati, incoraggiati, aiutati. Con Banfi siamo sempre andati di perfetto accordo, anche se su particolari tesi si poteva discutere. Io, per esempio, ero d’accordo con Concetto Marchesi su una base umanistica per tutti. Banfi la riteneva una posizione conservatrice, sosteneva che bisognava fare scuole tecniche e professionali: quindi non lo studio del latino per tutti. Io invece ero per una base umanistica polivalente. Banfi però, nonostante alcune discussioni, ci ha seguiti e aiutati anche nella sua azione parlamentare.
I presupposti ideologici della pedagogia dei Convitti venivano dalla tradizione della scuola attiva contemporanea, tradizioni pragmatistiche americane, come potrebbe essere la tradizione di Dewey, Kilpatrick o anche tradizioni nazionali che avevano i loro precedenti nella Montessori, nella Agazzi, fino ad arrivare a Codignola e all’esperienza di Scuola città che si sviluppò parallelamente alla nostra esperienza. In un certo momento, sia la Scuola città di Firenze di Codignola che i Convitti per orfani Rinascita erano sotto l’egida e all’attenzione dell’UNESCO internazionale, che li raccomandava ai Governi aderenti.
Naturalmente anche l’esperienza di Makarenko veniva tenuta presente, soprattutto per la relazione dell’educazione dell’individuo nell’ambiente sociale, nell’azione pratica e nel lavoro. Questo presupposto generale di una scuola che non fosse solo di informazione teorica, ma fosse di pratica democratica, di costume democratico e nella ricerca teorica fosse di apertura critica, di collaborazione e di ricerca comune di gruppo è il fondamento pedagogico dei Convitti Scuola della Rinascita.
Si sono poi sviluppate strutture adeguate per realizzare questi ideali di formazione di costume oltre che di mente e di sviluppo di prassi democratica e di ricerca scientifica e tecnica, che si unissero in una sintesi efficace di umanità e di sviluppo umano.
Circa l’organizzazione dei corsi professionali, che erano quelli che interessavano urgentemente e direttamente i giovani smobilitati dalla guerra, l’impostazione è stata fin dall’inizio organica, io direi scientifica, grazie anche alla collaborazione del professor Cesare Musatti e del professor Kanizsa.

 Noi prima di tutto abbiamo previsto che i candidati ai vari corsi di specializzazione tecnica professionale dovessero avere i requisiti indispensabili per avere successo nella loro professione, e perciò nel Convitto di Milano s’era fatto uno studio sulle varie professioni, sulle caratteristiche che ciascuna professione implica nel suo esercizio, determinando, al di là del profilo professionale, anche il profitto attitudinale, ed elaborando in una maniera abbastanza precisa dei test di controllo della presenza di attitudini per la determinata professione. In un Centro di Orientamento agli studi e alle professioni si studiavano, per un periodo che andava da un mese a tre mesi, le caratteristiche dei vari allievi, si sottoponevano anche a dei corsi sperimentali per vedere come l’allievo resisteva nel tempo, nella costanza e nello sviluppo delle prime nozioni apprese facilmente.
La capacità di assimilazione era indicazione utile anche per l’orientamento, in modo che alla prova ambulatoriale cosiddetta psicotecnica si sostituiva una prova per così dire clinica, per vedere la resistenza dell’indicazione attitudinale e vedere le sue possibilità di sviluppo. Dopo questo periodo per così dire clinico, si consigliava, non si imponeva, agli allievi di scegliere un determinato corso professionale.
I corsi professionali venivano poi studiati in relazione a profili regionali di produzione e di sviluppo produttivo, in modo che in ciascuna regione si facevano corsi che nascevano dalle sue caratteristiche produttive. Così a Cremona in modo particolare c’era la tecnica del caseificio e dell’allevamento dei suini, a Torino corsi per meccanici e tecnici.
Vari congressi hanno poi messo a punto le caratteristiche dei Convitti, mentre in un primo tempo c’erano problemi di recupero anche agli studi tecnici. Ragazzi che avevano l’avviamento e volevano frequentare l’istituto tecnico trovavano nel Convitto corsi accelerati per sostenere gli esami nelle scuole pubbliche. Successivamente nei vari congressi i Convitti si sono specializzati di più nell’organizzazione di corsi che fossero adeguati alla regione dove sorgevano.
Ricordo che qualche volta ci inserivamo in scuole già esistenti, che non erano accompagnate da convitto, ma intervenuti noi, davamo la scuola completa, con convitto, con corsi fatti completamente da noi.
Novara ha avuto l’esperienza della scuola per bambini, la scuola visitata da Washburne e diretta dalla professoressa Anna Maria Princigalli, che aveva la caratteristica di scuola attiva, una scuola che fosse, in un certo senso, società vissuta oltre che scuola di tipo elementare.


A Bologna Molinella vi era una scuola di agricoltura, specializzata in viticoltura, orticoltura, frutticoltura, con pratica produttiva di tipo cooperativo. A Bologna città vi erano invece corsi di assistenti e disegnatori edili, poiché la ricostruzione edilizia era un’esigenza sentita in quel momento nella regione. Due sedi quindi a Bologna, una agricola nella campagna romagnola e l’altra di tipo edilizio. Naturalmente anche qui, oltre a corsi di tipo professionale specializzati, c’erano corsi di recupero in settori di istituto tecnico superiore per geometri e periti edili, che si facevano per presentare gli allievi agli esami normali negli istituti industriali tecnici dello Stato. C’era sempre la duplicità dei corsi: corsi di recupero agli studi per il conseguimento di un titolo di studio e nello stesso tempo corsi professionali tecnici di specializzazione, indipendentemente dal titolo di studio.

A Reggio Emilia, il Convitto Rinascita aveva caratteristiche similari a quelle del Convitto di Bologna. Comprendeva infatti una sezione agraria (di meccanica agraria) e una sezione di assistenti edili e geometri. Il Convitto di Reggio Emilia ha indicato la sua validità perché, in un certo momento, in mancanza di fondi, gli allievi con i professori avevano organizzato la costruzione di case, di macchine, di apparecchi meccanici agrari ed era nata una specie di azienda che finanziava in Convitto, come del resto a Cremona, dove a un certo momento i convittori producevano formaggio, allevavano maiali e vendevano i loro prodotti, autofinanziandosi; quindi, a parte il vantaggio tecnico del passaggio alla produzione, si trattava anche qui di una scuola-azienda.
In un congresso si era lanciata l’idea di trasformare tutti i Convitti in scuole-aziende, poiché i Ministeri ritiravano i finanziamenti, nonostante l’intervento suppletivo di Fanfani per il finanziamento ai corsi professionali. Si doveva infatti risolvere il problema dell’autonomia finanziaria, e si è formata una scuola-azienda anche a Milano, dove i grafici pubblicitari hanno formato una cooperativa il cui scopo era quello di impiegare gli allievi, di dar loro la possibilità di un’applicazione produttiva, diretta, quotidiana, delle nozioni che imparavano, e nello stesso tempo c’era la finalità di raccogliere fondi per il Convitto. La cooperativa, da quando è nata, ha sempre dato fondi al Convitto e ha sempre dato la possibilità di lavoro agli allievi, al di là delle lezioni, e ancor oggi l’Organizzazione C.R. dà contributi al Convitto.
Anche a Sanremo il Convitto gestiva un albergo che aveva sede ad Ospedaletti, con introiti che andavano al Convitto: quindi cuochi, portieri, camerieri, amministratori, tutti convittori. Ad un certo momento però il proprietario dell’albergo, normalizzatesi le relazioni internazionali del turismo, ha revocato a sé la gestione dell’albergo.
Quello che sopravvive ancor oggi è un’attività produttiva in forma cooperativa a Reggio Emilia nel campo della meccanica agraria e a Milano nel campo della pubblicità (quindi anche allestimenti per fiere), attività che dà a Milano contributi al Convitto sotto forma di borse di studio. E’ fallita quindi la scuola-azienda, ma è continuata l’azienda cooperativa.
La mia attività nei Convitti è stata dura; appena tornato dalla montagna mi sono trovato in mezzo ai giovani partigiani; io avevo la fortuna di aver già terminato gli studi e mi sono occupato subito, dal maggio 1945, di organizzare corsi accelerati introducendo variazioni metodologiche. I corsi erano molto interessanti, ma erano per me di un impegno enorme; poi i ragazzi stessi hanno moltiplicato il loro entusiasmo, portando le iniziative di un Comitato Promotore a Torino e in altre città, andando incontro a esigenze che erano sentite; anche se i partiti non diedero pubblicità a questa attività l’esigenza dei giovani ha risposto immediatamente: infatti a Torino, a Genova e in altre città abbiamo trovato partigiani e reduci che condividevano le nostre esigenze.

Io ho lavorato per anni, senza vacanze, andando di città in città, seguendo le riunioni dei Congressi dei Convitti fino al 1959. La condizione degli insegnanti come me, nei Convitti, grazie alle disposizioni alleate, è stata quella di comandati ai Convitti. Io all’inizio insegnavo storia, non dimenticando però alcune lezioni di latino in forma viva attraverso scene di vita romana; non insegnavo a tradurre in latino, ma a scrivere, a comporre in latino. Il latino quindi veniva imparato in forma viva, oltre che come mezzo per una chiarificazione delle categorie logiche del linguaggio. Questa fu una delle prime esperienze didattiche; poi c’era la grande esperienza che ormai veniva anche dalla vita partigiana, che era quella dell’informazione storica, del chiarimento della situazione storica in cui vivevamo, dei motivi dell’antifascismo, dei risultati a cui eravamo arrivati, probabilmente già allora con parecchie amare disillusioni circa l’incompiutezza della Resistenza italiana e circa tutta una problematica che veniva discussa, come quella sull’accettazione passiva della caduta del governo Parri. I partigiani nella loro considerazione storica non accettavano una passività che invece si è realizzata per combinazioni politiche che noi non condividevamo.

Insegnante di storia, insegnante di latino, partecipavo in modo particolare allo studio di nuovi programmi, seguivo con interesse per esempio la professoressa Alba Dell’Acqua che aveva già in mente una riforma dell’insegnamento della matematica, anticipando molte cose che sono venute dopo; anche in materia di fisica c’era l’ansia della constatazione sperimentali in laboratori sia pur rudimentali, messi a disposizione dei ragazzi per verificare le nozioni teoriche.
Così siamo andati avanti con un nucleo di professori comandati pagati dallo Stato, che lavoravano con noi; professori emeriti, basti pensare al professor Lucio Lombardo Radice, a Mario Alighiero Manacorda, a Quaroni, a Galliussi, al professor Ezio Raimondi di Bologna, a Vittorini. C’era quindi un’apertura non solo nell’attività scolastica, ma anche nell’attività pubblicistica. Io per esempio ho collaborato con Vittorini nei primi numeri del “Politecnico”. Era tutta un’attività di questo tipo, organizzativa, di controllo tecnico, di studio, di programmi, di controllo di metodi, di direzione di commissioni di studio.
Prima insegnavo a Milano, poi per un certo periodo sono stato a Roma, quando c’era la necessità di un’organizzazione più osmotica fra i vari Convitti in maniera da specializzare ciascuno nel suo settore, di sollecitazione di congressi dove ciascuno portasse le proprie esperienze e facesse i propri rilievi.
C’erano concorsi, lavori di orientamento agli studi e alle professioni, studi di programmi, profili professionali, profili attitudinali. Passavo di volta in volta nei vari Convitti, partecipavo alle assemblee ascoltando i loro problemi, contribuendo a un lavoro comune che era un’ansia di perfezionamento, non solo dal punto di vista organizzativo, ma anche dal punto di vista tecnico delle attività che si svolgevano.
Io sono stato l’ultimo professore comandato ai Convitti; poi a un certo momento mi hanno tolto il comando e sono stato a Varese, poi al Liceo Volta di Milano, ma ancora andavo spesso a far lezione in Convitto nelle ore libere. Naturalmente questo era un esempio per tanti altri insegnanti che ormai avevano abbandonato il compito, per resistere, a dispetto di tutti, nell’organizzazione di queste scuole.
Poi sono intervenute alcune complicazioni politiche, poiché sono stato espulso dal Partito comunista italiano.
Mi sono fermato al Convitto fino al 1959. C’era la scuola media e tutti i corsi professionali che ci sono ancora oggi, frequentati da circa 400 allievi. I corsi professionali sono l’ultimo residuo delle attività del Convitto di Milano.
L’unica cosa che possiamo deplorare è che non si riscontrava un’analoga apertura mentale nei politici che facevano solo “politica”. Essi ritenevano che il problema della scuola venisse dopo la risoluzione del problema strutturale politico e sociale, mentre noi dicevamo che nello stesso tempo bisognava anche affrontare il problema di una riforma profonda della scuola. Le due esigenze, vale a dire di scuola di costume democratico e di scuola rivoluzionaria nel senso culturale –cioè che impostasse diversamente la cultura, l’informazione ai giovani e la partecipazione dei giovani alla ricerca – i politici le intendevano poco e pensavano che prima di tutto bisognasse conquistare il potere e poi fare le loro scuole.
Noi invece eravamo del parere che bisognasse contemporaneamente preparare un uomo nuovo, con tutte le difficoltà che avrebbe presentato l’inevitabile lotta che si sarebbe accesa sul problema della cultura e sul problema dell’organizzazione della scuola. Oggi purtroppo abbiamo l’amaro dovere di constatare che l’esigenza di una riforma strutturale della scuola, una riforma radicale nel senso di offrire veramente la cultura a tutti e di stroncare le vecchie tradizioni culturali false e retoriche, è un’esigenza ancora viva oggi dopo tanti anni, mentre si poteva su base politica anche ampia –perché dei democratici cristiani di sinistra erano con noi- già avviare allora; aspettando invece di risolvere il problema politico, che è ancora alla fase di trent’anni fa, non si è risolto ancora il problema della riforma della scuola.
Io ricordo che la nostra prima proposta era quella – anche se puzzava un po’ di anarchismo – di sostituire gran parte delle spese militari con le spese per l’istruzione. Avevamo già fatto un progetto, presentandolo a un governo dove c’erano anche i comunisti, per la trasformazione in scuole di novanta caserme in tutte le province italiane; occorreva cioè trasformare le spese, non solo quelle dell’Assistenza postbellica, ma le spese militari, in spese per l’istruzione. E’ su questo programma erano d’accordo tutti, anche i partiti, solo che a un certo momento l’hanno ritenuto utopistico, azzardato, e perfino dei comunisti mi hanno rimproverato di anarchismo, di voler distruggere il Ministero della Difesa, mentre io sostenevo che anche nel caso di una difesa la gente preparata tecnicamente e con una coscienza politica chiara vale di più dell’ufficiale in servizio permanente effettivo; l’abbiamo visto anche durante la guerra: i problemi più difficili non erano risolti dall’ufficiale di carriera, ma dai giovani che avevano una preparazione tecnica e politica. Giovani più preparati sarebbero stati gli elementi più efficienti per una difesa, ma il discorso è stato lasciato cadere e molte caserme sono state vendute.
Noi avevamo proposto che molti campi di aviazione, organizzati durante la guerra e che poi si liquidavano, si trasformassero in aziende agricole per fornire l’alimentazione alle scuole. E’ successo invece che, smobilitati, i campi di aviazione militare sono andati a finire ai privati che ne hanno fatto delle speculazioni, quando con poca spesa si poteva già affrontare allora la riforma della scuola.
La scuola, a parte la rivoluzione culturale nel senso critico antifascista, doveva essere la leva delle intelligenze, doveva dare la possibilità, mediante collegi di tipo popolare, a tutti quelli che avessero volontà e capacità, di svilupparsi il più possibile, con enorme beneficio della società nella quale vivevamo e viviamo tuttora. Il risultato sarebbe stato quello di un grande investimento in capacità tecniche di lavoro e anche morale del nostro paese.
Questa è stata un po’ la storia dei nostri rapporti con la cultura antifascista, ed i programmi che ne sono seguiti dovevano costituire una grande riforma della scuola nel senso di dare a tutti effettivamente la possibilità di studiare, il che secondo noi era possibile proprio mediante quei “college” dove non si tratta solo di scuola, ma si tratta di vita completa, con la possibilità di avere una biblioteca, dei laboratori, di stare in contatto quotidiano con i professori; non certo creando un’isola, perché i ragazzi potevano partecipare fuori a teatri, conferenze, riunioni sindacali. In principio infatti avevamo l’incoraggiamento di tutti, ci venivano dati i biglietti per il teatro ed il cinema.
Era la nostra un’organizzazione che proiettava i giovani fuori, era una comunità dove era possibile avere gli strumenti che non si trovavano a casa. Volevamo qualcosa come una grande moltiplicazione di istituti, come l’Istituto Normale di Pisa, dove l’allievo ha tutto, dal maestro alla biblioteca, la libertà di ricerca e l’aiuto nella ricerca.
Se si fosse risolto questo problema in grande stile sarebbe stato un vantaggio enorme non solo per risolvere il problema della formazione dei giovani, ma anche per il lavoro e le attività produttive del nostro paese.
Le convenzioni con il Ministero dell’Assistenza postbellica sono state ottenute grazie all’intervento della professoressa Maffioli sulla figlia di Nenni, la quale si è rivolta al Sottosegretario dell’Assistenza postbellica; questi ha deciso di dare i contributi per l’assistenza che poi noi abbiamo trasformato in finanziamenti per l’istruzione. Emilio Sereni era Ministro dell’Assistenza postbellica, però è stato soprattutto il Sottosegretario, il medico napoletano Berardinone, sollecitato dall’intervento della figlia di Nenni, che ha firmato le convenzioni.
Il nucleo iniziale dei convittori sono stati i partigiani, dopo sono venuti i reduci, i quali sentendo che questa istituzione risolveva i loro problemi umani quasi quasi non si differenziavano dagli altri, forse erano più scettici, ma dopo 5 o 6 mesi che erano nel Convitto erano all’avanguardia dell’operosità, dell’attività e dello studio.
Erano uomini rinati. Non parliamo poi dei mutilati che arrivavano molto sfiduciati, ma ad un certo momento rinascevano attraverso la capacità tecnica che andavano assimilando, come per esempio quella di orologiaio e di odontotecnico.
Ci siamo occupati anche dei corsi per mutilatini, avevamo cominciato prima di Don Gnocchi a fare questo lavoro, con una convenzione con l’Opera Nazionale Mutilati e Invalidi che era entusiasta del nostro lavoro. Don Gnocchi poi è diventato vicepresidente dell’Opera Nazionale Mutilati e Invalidi, c’ha tolto la convenzione, e noi abbiamo dovuto interrompere i corsi speciali per mutilatini a Novara. Il recupero dei mutilati adulti e dei mutilatini alla professione è stata comunque una nostra iniziativa.
Dai Convitti sono usciti circa 5000 allievi e io posso dire con grande soddisfazione che nella maggioranza non si sono conformisticamente integrati nella società, perché alcuni sono sindacalisti, altri operano in associazioni culturali progressiste o sindacali, o nei partiti politici di sinistra; si sono inseriti tutti nelle società come elementi attivi. E’ commovente per me ritrovare ora a Bergamo un convittore mutilato agli arti inferiori, sapere che possiede una serie di orologerie e conduce una vita serena e tranquilla con la sua numerosa famiglia, mentre quando era arrivato in Convitto era al limite della pazzia.
Molti degli ex convittori sono oggi dirigenti, tecnici e residenti di cooperative edilizie ed occupano delle posizioni chiave nell’economia delle regioni in cui vivono, anche nel settore alberghiero, turistico ecc. Tutta questa gente ha trovato una maniera di operare nella vita. L’ideale sarebbe stato che operassero in una società in un certo senso socializzata.
I motivi della chiusura e della fine dei Convitti sono di natura politica, di opposizione alla continuazione della Resistenza sotto forma di attività civile. Ad un certo momento le nostre scuole sono state accusate di essere il covo di sovversivi, di terroristi. Politicamente esse erano uno schiaffo alle grandi tradizioni clericali di scuole dove non spira mai un soffio di rinnovamento. La nostra concorrenza ha sempre dato fastidio, fino ad arrivare ai limiti dell’esasperazione, quando si trattava di bambini.
Per anni, per decenni, abbiamo affrontato le calunnie sulla stampa; si parlava di covi di sovversivi, poi quando venivano gli ispettori capivano che dal punto di vista tecnico le nostre erano scuole di alto livello, dove si studiava davvero. Io dico che la fine dei Convitti è stata unica soprattutto dalle organizzazioni cattoliche di destra che volevano il monopolio assoluto dell’istruzione come avevano avuto per anni. La contrarietà ad iniziative laiche nel campo della scuola è stato il motivo fondamentale.
C’è stata però una frattura perché se Andreotti e Scelba erano contrari ai Convitti fino ad emanare ingiusti decreti di sfratto, Fanfani era nel dubbio: ci dava dei fondi per istituire corsi professionali e ci mandava lettere di elogio. Era però anche lui obbligato a seguire la politica del suo partito e firmava la rescissione delle Convenzioni.
Personalmente abbiamo trovato dei democristiani che hanno riconosciuto che la nostra iniziativa era legittima anche nell’ambito costituzionale. Noi eravamo dei privati che facevano scuola e chiedevano i fondi della Stato. Noi facevamo sul serio, avevamo di fronte degli uomini che potevano dire la loro e pretendevano un’istruzione seria.
Se poi si considera come si è sviluppata la situazione politica dal 18 aprile 1948 a oggi è chiaro che istituzioni di questo tipo non potevano esistere. Ma io sono del parere che i Convitti scuola Rinascita avrebbero potuto sopravvivere se le stesse forze di sinistra avessero capito il problema.

In fondo il Convitto di Milano è resistito per un atto di indisciplina ribellistica che abbiamo fatto noi nel 1955 contro lo sfratto, quando i grandi gerarchi dei partiti comunista e socialista venuti da Roma ci hanno dato ragione e si è trovata la soluzione con le officine Tallero di Milano. Ora risposte di questo genere avrebbero salvato la situazione degli altri Convitti.
I principi erano validissimi, non erano principi di un partito, ed erano veramente calunniose le accuse che ci muovevano di essere scuole di partito. I Convitti Rinascita erano soprattutto scuole di giovani che con la democrazia volevano essere delle persone, e se non avevano i mezzi dello Stato doveva investire i fondi (anche sottraendone una parte ai bilanci militari) per la costruzione della personalità degli individui.
Il problema era politicamente vastissimo,quindi anche in sede politica io mi meraviglio come al giorno d’oggi non si sia fatta una riforma veramente radicale della scuola . Non era una riforma comunista, ma una riforma della società italiana, un investimento di fondi pubblici utili al paese,evitando una perdita di tempo enorme,che dura ancora oggi.
Io mi sono meravigliato come i partiti abbiano impostato i programmi politici sempre scollati dal paese. Riforme di democrazia umana e di sviluppo culturale tecnico si possono fare anche con alleanza di una frangia notevole della borghesia illuminata, ed è una vergogna che ha 30 anni dalla caduta del fascismo si parli ancora di riforma della scuola.

La riforma non si fa con delle pezze assistenziali, si fa risolvendo i problemi.
Sono finiti così i Convitti perché c’è stato un difetto, che è quello che vediamo ancor oggi, di uno scollamento anche delle attività politiche dei partiti italiani nell’affrontare i problemi reali della società. Il Partito comunista non si occupava con la determinata consapevolezza che imponeva il problema, ed infatti io non sono mai riuscito ad imporre ai politici, ai responsabili del partito, il problema della scuola; ne scrivevamo sui nostri opuscoli, che erano quasi clandestini, non ufficiali, non riconosciuti.
Il problema era quello di costruire una nuova scuola, era quello del “Collegio popolare”, aperto a tutti. Se si vogliono dire cose non false sulla possibilità di studiare, si deve dare tutto al giovane che non ha mezzi propri. Gli inglesi lo sanno e hanno fatto il “College” d’èlite. In Italia la Scuola Normale di Pisa è stata un esempio formidabile di cosa si può ottenere con uno strumento adeguato di sviluppo della responsabilità e capacità culturale dei giovani.
Scuole di questo tipo andavano moltiplicate per tante province, impiegando i fondi dello Stato.
Per me c’è stato un difetto della classe politica italiana, da parte di quelli che volevano conservare il sistema del passato è stato un atto di avidità incredibile, perché ci hanno messo a terra a poco a poco; hanno impiegato degli anni ma ci hanno messo a terra implacabilmente; da parte di chi era convinto della giustezza di quanto noi affermavamo c’è stato una incredibile passività e oggi la scontano con il caos in cui si trovava il problema della formazione dei giovani, del rinnovamento culturale. I Convitti Rinascita esprimevano invece in concetto di un’autentica rinascita democratica e culturale italiana.

Tratto da Luciano Raimondi, “I Convitti Scuola della Rinascita”, a cura di Nunzia Augeri, ed. Aurora, 2016, pp. 89-101







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