le lenti di Gramsci

martedì 30 giugno 2020

Cesare Luporini: Qualcosa di me stesso -- l'ultima lezione


Per l’intellettuale 
intendo per chi in qualche misura è un produttore di conoscenza – è sempre tutto abbastanza difficile, quando si sia anche impegnati direttamente nella vita politica. Semmai, mi consentirei di dare una specie di indicazione per chi s’incamminasse appunto per questa strada, peraltro affascinante, e che io ho sentito comunque come doverosa. Anzi, due indicazioni. La prima, di non diventare mai cortigiano, rispetto a chi ha il potere, nelle organizzazioni di cui si faccia parte. La seconda, ancora piú importante, di non tenere troppo al proprio nome, quanto alle idee politiche che uno riesca, o creda di riuscire, a elaborare. Quel che importa è la loro socializzazione:
dall’ultima lezione di Luporini, 
a cui lo scrivente ha assistito nell’Università di Firenze il 25 maggio 1979; la lectio, in occasione del suo pensionamento, è stata pubblicata sul fascicolo monografico de Il Ponte, nr.11/2009./ inserita ora a disposizione degli studiosi e ricercatori di Academia.edu in formato pdf.
Luporini fu il Presidente della mia sessione di laurea il 30 giugno 1981. Filosofo di statura internazionale, in quell'occasione interloquì su Gramsci e “la fabbrica”, cioè un’applicazione in chiave storica della sua categoria di “formazione economico-sociale”, che mi ero sforzato di praticare nella mia ricerca sull’indagine gramsciana del modo di produzione capitalista (cfr. Ferdinando Dubla, "Gramsci e la fabbrica", Lacaita, Manduria-Bari, 1987). 
Nella sua lectio Luporini ripercorre soprattutto i suoi anni giovanili, gli anni '30 e i primi '40 del Novecento, l'esperienza di Friburgo, dove seguì le lezioni di M.Heidegger, di Berlino e il suo incontro con N.Hartmann, il clima culturale italiano in epoca fascista e l'influenza di Benedetto Croce, il suo rapporto con Giovanni Gentile, e il suo passaggio dalla sensibilità filosofica esistenzialista al marxismo, premessa del suo impegno di intellettuale "organico" nelle fila del Partito Comunista.



Cesare Luporini (1909-1993)

lunedì 29 giugno 2020

L'ULTIMA LECTIO DI CESARE LUPORINI, TRA STORICISMO E DIALETTICA



(a cura di Ferdinando Dubla)


L’ultima lezione di Luporini, a cui lo scrivente ha assistito nell’Università di Firenze il 25 maggio 1979, è stata pubblicata sul fascicolo monografico de Il Ponte, nr.11/2009 

Di origini emiliane, Luporini si laureò a Firenze dove ritornò a svolgere gran parte del suo magistero come docente di filosofia morale. Personalità assolutamente non dogmatica, si avvicinò al marxismo dopo l’esperienza ‘tedesca’ a lezione di Heidegger e Hartmann, ricavandone una sensibilità esistenzialista che sintetizzò nel suo primo impegnativo testo del 1942, Situazione e libertà nell'esistenza umana, le cui eco si ritroveranno maggiormente nell’oggetto della sua elaborazione più creativa, una lettura della figura di Giacomo Leopardi come poeta e personalità ‘progressiva’. Lo stessa esistenza umana, centro della sua riflessione giovanile, non è mai concepita come vissuto di un’esperienza irripetibile, in quanto “la libertà del singolo, guadagnata sull’essere di fatto, coinvolge radicalmente la socialità. Si fa, dunque, politica”. [1] E la dimensione sociale della politica, tutt’uno con il sostrato culturale che deve permearla, diventa l’interesse precipuo del Luporini impegnato nelle fila del Partito Comunista e disegna il suo profilo di intellettuale e filosofo marxista. 

Così, nella sua ultima lectio del 1979, Luporini ricorderà quel passaggio tra guerra e fine del fascismo:

“Mentre cresceva sempre piú l’inquietudine, lentamente in noi si produceva un rivoluzionamento culturale – “molecolare”, avrebbe detto Gramsci. Gli elementi di rottura, erano molto precisi. (..) Noi, eravamo uno strato sottile, modesto, di studenti, giovani professori di liceo; e piú o meno – parlo dell’Italia – ci si conosceva tutti. Si veniva costituendo, direi, un nuovo antifascismo, o almeno una nuova potenzialità di antifascismo, indipendente, ripeto, dai partiti antifascisti dell’emigrazione. E credo che questo sia molto importante, perché credo che senza questo passaggio non si spiegano tante cose, a cominciare dai quadri intellettuali della Resistenza, che i partiti organizzati non ebbero nemmeno il tempo di formare; col che si avrà poi anche il ricongiungersi con un movimento popolare. E neppure si spiega, direi, quell’esplosione di idee che ci sarà dopo la Liberazione, quella che Cesare Pavese, nel suo diario, uscito postumo, Il mestiere di vivere, ha chiamato la «pienezza»degli anni ’45 e ’46.”

C’era allora, nella cultura italiana, una vera e propria dittatura, quella idealistica, nei suoi due rami, crociano e gentiliano. Per il passaggio ad un marxismo militante, da intellettuale ‘organico’, fu per Luporini decisiva la lettura di Stato e rivoluzione di Lenin ed è sintomatico che il nesso strettissimo tra Lenin e Marx, e tra questi e Gramsci, fu una delle chiavi di lettura di una concezione materialistica della storia che rifuggiva dal determinismo e da letture storiciste, ma stabiliva più che una continuità, una coerenza di rapporto nel metodo di procedura dell’analisi sociale: nella rivista Società Luporini porta l’idea di una saldatura fra quella cultura degli anni trenta di cui si prendevano le distanze e la cultura di quelli che venivano da fuori, soprattutto i dirigenti comunisti, e segnatamente Togliatti. 

[wiki] Società era una rivista trimestrale che era stata fondata a Firenze nel 1945 da Ranuccio Bianchi Bandinelli e da un gruppo di intellettuali comunisti composto, oltre che da Luporini, da Romano Bilenchi e Marta Chiesi e che tendeva, come si recitava nel primo numero che recava la data del gennaio-giugno 1945, a "integrarsi nella nostra cultura in modo polemico e dialettico richiamandosi alla tradizione di concretezza di quella parte di intellettuali del Risorgimento che riuscirono a portare l'Italia a livello europeo". Successivamente entreranno a far parte della redazione intellettuali prestigiosi, come Mario Alicata, Antonio Banfi, Carlo Muscetta, Carlo Salinari e Natalino Sapegno.[wiki]

"Dopo i primi due anni, però, l’impresa di «Società» fallí; certo, per debolezze nostre, culturali e politiche, ma anche non solo per questo. 
(..) 
Per l’intellettuale – intendo per chi in qualche misura è un produttore di conoscenza – è sempre tutto abbastanza difficile, quando si sia anche impegnati direttamente nella vita politica. Semmai, mi consentirei di dare una specie di indicazione per chi s’incamminasse appunto per questa strada, peraltro affascinante, e che io ho sentito comunque come doverosa. Anzi, due indicazioni. La prima, di non diventare mai cortigiano, rispetto a chi ha il potere, nelle organizzazioni di cui si faccia parte. La seconda, ancora piú importante, di non tenere troppo al proprio nome, quanto alle idee politiche che uno riesca, o creda di riuscire, a elaborare. Quel che importa è la loro socializzazione: che entrino, per esempio, nella testa dei dirigenti. Ma, perché possano socializzarsi, queste idee devono partire da esperienze reali, e in qualche modo avere un rapporto con le masse. Ciò non significa sparire nell’anonimato, ma distinguere piani diversi: altra cosa è il piacere, credo legittimo, anche sacrosanto, di vedere il proprio nome sopra un libro o in fondo a un saggio critico, e altra è appunto quel tipo d’elaborazione a cui mi riferivo." 
  • Negli scritti marxisti degli anni ’60 il tono problematico di quelle prime indagini appare attenuato, a vantaggio di un approccio teoreticamente più strutturato. Ora la soggettività viene analizzata con riferimento costante alle relazioni storico-sociali, che sembrano costituire per la coscienza un orizzonte quasi intrascendibile, nel senso che i singoli individui umani si risolvono nei rapporti sociali in cui sono inseriti. 
- Nel saggio Marxismo e soggettività (in Dialettica e materialismo, 1974, ma il saggio è del 1962),  Luporini affronta un’analisi dettagliata della nozione di soggettività, sia in termini epistemologici, riallacciandosi alla tradizione moderna che inizia con Galileo e Cartesio e alla relazione soggetto/oggetto nel processo conoscitivo, sia in termini ‘materiali’, ossia in relazione alla dottrina del materialismo storico e del suo ‘presupposto’, «l’esistenza di individui umani viventi». Analizzando la marxiana Introduzione del ’57 egli cerca di delineare, in termini che escludono sia semplificazioni dogmatiche che derive ideologiche o contaminazioni umanistico-esistenzialistiche, il complesso rapporto tra la «coscienza degli individui» (la coscienza, ripete più volte, è sempre individuale; la «coscienza collettiva» è una nozione mistica) e il processo di produzione-distribuzione-consumo, strutturato secondo forme di teleologia che piegano, pur senza annullarne del tutto gli spazi di libertà, i comportamenti individuali e condizionano i contenuti della coscienza, in modi diversi a seconda del ruolo che i singoli giocano nel sistema – dando luogo a identificazione quasi senza residui, da parte della soggettività del capitalista impegnato nella valorizzazione del capitale; ad ambivalenza e parziale distanza da parte dell’operaio per il quale il rapporto con la sua funzione è oggettivamente contraddittorio. 




[1] “Esistenza” è il titolo di tre articoli pubblicati sulla rivista fiorentina  Argomenti, (nr.1-2-3) nel 1941, di cui tra l’altro si occupa E.Garin, Esistenza e libertà, in Critica marxista, nr.6, 1986


Cesare Luporini (1909/1993)

consulta la voce su Wikipedia a cui abbiamo contribuito: 


mercoledì 24 giugno 2020

GRAMSCI, SECCHIA, DE MARTINO: scritti (editi e inediti) su Academia.edu


su Academia.edu,
riproposti tre scritti editi da Lavoro Politico (2020) L'Ernesto-ass.Marx XXI (2011) e Quaderni del Centro Studi "Pietro Secchia" (2001), e un inedito dei materiali preparatori per la pubblicazione de "Il Gramsci di Turi", Chimienti ed., 2008.

di Ferdinando Dubla

E' possibile leggerli, ma anche scaricarli sul proprio pc se abbonati ad academia.edu
...
index 5 papers 1 drafts, al 24 giugno 2020

L' Ernesto, rivista -- archivio Ass. Marx XXI, marzo 2011, 2011
Sommario:
Per un partito comunista di quadri e di massa
1948/1951: la dialettica del "partito nuovo"
Note
- Il movimento operaio organizzato deve essere pronto, in ogni momento e a seconda delle circostanze, a fronteggiare l'apparato coercitivo delle classi dominanti, incrinandolo nella sua struttura e opponendo una struttura altrettanto "organizzata". Di questo è profondamente convinto Pietro Secchia, che lo ribadirà in più momenti della sua parabola sia di politico che di studioso della storia del movimento operaio e del marxismo. Proprio in quest'ultima veste, dopo che negli anni della Resistenza in termini di "guerra di movimento", e negli anni post-bellici fino al 1954 (quando regge le sorti dell'organizzazione del PCI) in termini di "guerra di posizione", aveva cercato di rendere operativi quei principi, egli si batterà, pur in posizione ormai emarginata, per la sensibilizzazione a temi che erano stati troppo presto dimenticati a favore dell' "accomodamento" alla situazione, sottovalutando proprio il ruolo che la forza della coercizione organizzata che la borghesia può mettere in azione gioca nel tentativo di annullare, se non di distruggere fisicamente, l'antagonismo di classe. Il saggio si sofferma anche sulla dialettica di posizioni all'interno del PCI negli anni 1948/1951.


Lavoro Politico, 2020
Lavoro Politico, pubblicazioni 2020
e.book e.pub progress IL DOPPIO SGUARDO marxismo e antropologia filosofica in Gramsci e De Martino (a cura di Ferdinando Dubla)
Filosofia della prassi è, per Gramsci, il marxismo e il suo cuore, la concezione materialistica della storia. Praxis è movimento di andata e ritorno: l'essere umano pensa e agisce, cioè produce materialmente come soggetto collettivo di storia, riflette e intenzionalmente, cioè pedagogicamente, trasforma la società.
STORICISMO DIALETTICO: Lo storicismo marxista è dialettico.
De Martino svolge a pieno titolo, non solo per la sua militanza nel PCI, la funzione “organica” dell’intellettuale che non contempla, ma, interpretando, trasforma la sua stessa ricerca in itinerario di emancipazione e liberazione collettive.
E in Gramsci, è proprio questo riscatto possibile che passa dal momento della coscienza, a quello dell’orizzonte prossimo della prassi rivoluzionaria.


Quaderni del Centro Studi "Pietro Secchia", 2001
Dall’ elaborazione gramsciana alla prassi dei comunisti italiani e l’esperienza di Pietro Secchia.
Il partito come educatore collettivo, luogo di formazione orientato all'azione e non in senso ideologicamente pedagogico, se si postula il rapporto educativo modo di essere dell'ideologia, ma nel senso più pregnante di luogo ove forgiare gli strumenti per l'analisi di classe e una prassi storicamente efficace, in quanto rivoluzionaria.

materiali preparatori per la pubblicazione de "Il Gramsci di Turi", Chimienti ed., 2008
Nella testimonianza di Pertini il rapporto tra Gramsci e il Pci ricondotto al contesto drammatico in cui avvenne la discussione nel 1930.
Antonio Gramsci giunse a Turi il 19 luglio del 1928, ed aveva conosciuto già il carcere di Regina Coeli (isolamento assoluto), il confino di Ustica e il carcere di San Vittore. Fu la sua malattia, l'uricemia cronica, a destinarlo alla casa penale speciale di Turi di Bari, in Puglia, che lascerà solo il 19 novembre del 1933, seriamente compromesso nella sua fragile sanità fisica. Eppure, fu proprio a Turi che Gramsci appuntò la maggior parte delle sue note in quaderni scritti in maniera fitta, quel capolavoro noto successivamente come i "Quaderni dal carcere".
La detenzione di Gramsci a Turi fu dolorosa non solo per l'aggravarsi delle condizioni di salute del detenuto, ma anche per le difficoltà di rapporto con il partito. La testimonianza di Sandro Pertini.


Gazzetta del Mezzogiorno, 2013
«Spiriti liberi sono da considerarsi Ernesto De Martino e Fabrizio Canfora». Così Tommaso Fiore in "Formiconi di Puglia", nel delineare i caratteri dell’antifascismo di matrice liberal-socialista, che caratterizzò il capoluogo pugliese negli anni Trenta del ‘900, tracciò, tra gli altri, un incisivo profilo dei due intellettuali, impegnati il primo nelle indagini antropologiche ed etnologiche ed il secondo nella ricerca filosofica.


"Problemi" nr.49, 1977
Conversazione radiofonica trasmessa nel ciclo "Antropologia culturale e questione meridionale" (Terzo Programma RAI, 1976) dell'antropologo italiano Alberto M. Cirese (1921/2011), pubblicata in "Problemi" nr.49, maggio-agosto 1977, pp.155-167. In essa Cirese indaga sul concetto di folklore (espressione inizialmente usata da Gramsci e poi sostituita con 'folclore') nei "Quaderni dal carcere", intrecciato con le categorie attraverso cui analizza il mondo 'tradizionale' delle classi subalterne (letteratura popolare, senso comune e conformismo, filosofia spontanea, canti popolari), la critica alle degenerazioni irrazionalistiche e reazionarie e la rappresentatività socio-culturale delle concezioni del mondo dei subalterni in chiave di "egemonia". Si dichiara così in modo netto la differenza intercorrente tra lo storicismo idealistico di Croce e il materialismo storico cui Gramsci si richiama. Viene sottolineata la duplicità delle componenti del folclore come "morale di popolo": gli strati conservativi e reazionari, ma anche quelli innovativi, creativi e dunque progressivi, che possono rendersi funzionali alla teoria e alla pratica del marxismo. Determinante fu l'influenza gramsciana sugli studi folklorici e demologici che, nel secondo dopoguerra italiano, si legarono alla "quistione meridionale" e alle lotte contadine per la terra, in particolare sulle opere e ricerche di Gabriele Pepe ed Ernesto de Martino.

lunedì 22 giugno 2020

L'EMENDAZIONE DELL'INTELLETTUALE PICCOLO-BORGHESE (di Ernesto De Martino)


Ernesto de Martino, antropologo e filosofo, è anche autore di una bellissima pagina di emendazione dell'intellettuale piccolo-borghese, che riproduciamo qui. La Rabata è un quartiere di Tricarico, in provincia di Matera, quartiere residenziale arabo al quale si accede attraverso una porta protetta da una piccola torre contigua. Il toponimo potrebbe scaturire dal termine arabo 'ribat' nel significato "covo degli arabi". Era un covo di povertà e di umanità dolente, quando lo visita l'antropologo partenopeo, tra il 1949 e il 1951, ospite di Rocco Scotellaro (e quando lui, ingiustamente detenuto era assente, nel 1949, dalla madre di questi, Francesca Armento) già sindaco e poeta tricaricense, emblema stesso di quella umanità. (cfr. anche Clara Gallini, "La ricerca sul campo in Lucania. Materiali dell'archivio de Martino", in La ricerca folklorica, 13, 1986, pag.105).
Il libero pensiero è nella ricerca, nello studio, nella disposizione alla circolazione diffusa degli esiti della propria analisi, ma il proprio libero pensiero scorre nel libero pensiero delle classi subalterne, finalizzato alla loro emancipazione e liberazione, altrimenti si cade in un deteriore soggettivismo. De Martino, sebbene dietro di sè avesse un apprendistato crociano, matura una nuova concezione storicistica, in quegli anni corroborata dal marxismo e proprio dall'elaborazione di Gramsci, che si configurava, nei suoi complessi studi, come uno storicismo dialettico, come un "sentire" oltre che freddamente e necessariamente "comprendere". De Martino, e qui egli lo scrive espressamente, sente il peso di un'"emendazione" dalle sue origini e formazione piccolo-borghesi e si pone, compiutamente, come intellettuale "organico" alle classi subalterne. ~ fe.d.

Dopo il mio incontro con gli uomini della Rabata, ho riflettuto che non c’era soltanto un problema loro, il problema della loro emancipazione, ma c’era anche il problema mio, il problema dell’intellettuale piccolo-borghese del Mezzogiorno, con una certa tradizione culturale e una certa «civiltà» assorbita nella scuola, e che si incontrava con questi uomini ed era costretto per ciò stesso a un esame di coscienza, a diventare per così dire l’etnologo di se stesso. Dinanzi alla «rovina» della Rabata tricaricense, dinanzi a tanta storia sconosciuta che si consuma in muto racconto, mentre su di voi si leva lo sguardo dolente dei bambini rabatani, io ho provato un sentimento complesso al quale cercherò di dare un lume razionale. Certamente questo mio sentimento non è l’antica pietà cristiana, anche se in me, come figlio della storia, la pietà cristiana non può essere passata invano. Il sentimento che realmente provo è anzitutto un angoscioso senso di colpa. Dinanzi a questi esseri mantenuti a livello delle bestie malgrado la loro aspirazione a diventare uomini, io – personalmente io intellettuale piccolo-borghese del Mezzogiorno – mi sento in colpa. Altri, forse, ravviserà nel fondo di questa situazione una testimonianza del peccato originale: si libererà così del peso di un'analisi incomoda, trasfigurando in cielo la responsabilità interamente umana di questa condizione umana. Ma io trovo qui solo la testimonianza della mia colpa, non della colpa. Io non sono libero perché costoro non sono liberi, io non sono emancipato perché costoro sono in catene. Se la democrazia borghese ha permesso a me di non essere come loro, ma di nutrirmi e di vestirmi relativamente a mio agio, e di fruire delle libertà costituzionali, questo ha una importanza trascurabile: perché non si tratta di me, del sordido me gonfio di orgoglio, ma del me concretamente vivente, che insieme a tutti nella storia sta e insieme a tutti nella storia cade. Io provo anzi vergogna del permesso concessomi di non essere come loro, e quasi mi sembra di avere rubato solo per me ciò che appartiene anche a loro. O più esattamente: provo vergogna di aver io consentito che questa concessione immonda mi fosse fatta, di aver lasciato per lungo tempo che la società esercitasse su di me tutte le sue arti per rendermi «libero» a questo prezzo, e di aver tanto poco visto l’inganno da mostrare persino di gradirlo, compiacendomi anzi di civettare con la «dignità della persona umana» al modo che la intendono coloro che «fanno gli intelligenti» («... voi che fate l’intelligente non capite proprio niente... »). Proseguendo nell'analisi, scopro che al senso di colpa si associa un altro momento: la collera, la grande collera storica solennemente dispiegantesi dal fondo più autentico del proprio essere. Misuro qui la distanza che mi separa dal cristianesimo, che è essenzialmente odio del peccato, salvezza sacramentale dalla storia vulnerata dal peccato, mentre la mia collera è tutta storica perché tutta storica è la mia colpa (come anche la colpa del gruppo sociale al quale appartengo). La mia collera non può avere proprio nessuno sfogo sacramentale, nessun compenso liturgico, è amore cristiano ma rovesciato, amputato di ogni prolungamento teologico e costretto finalmente a camminare con i piedi. Appunto per questo suo carattere storico, la mia collera è proprio la stessa di quella di questi uomini che lottano per uscire dalle tenebre del quartiere rabatano, e la mia lotta è proprio la loro lotta. Rendo grazie al quartiere rabatano e ai suoi uomini per avermi aiutato a capire meglio me stesso e il mio compito.
da Itinerari meridionali, in Furore simbolo valore, Il Saggiatore,1962, pp.120-121.

Il quartiere della Rabata a Tricarico (MT)

Ernesto de Martino (1908/1965)

Vita nei Sassi di Matera prima dello sgombero forzato dopo la legge speciale del 1954

venerdì 19 giugno 2020

LIBERO ARBITRIO di CLASSE o il nuovo ruolo dell’intellettuale


Il nuovo ruolo dell’intellettuale, secondo Gramsci, deve essere “organico” alla classe e al moderno Principe solo se questi non perde i connotati, appunto, di classe. Oggi il nuovo pensiero meridionalista è meridiano (Franco Cassano), cioè abbraccia tutti i sud del mondo. L’intellettuale resta libero quando riesce a concepirsi parte del ‘general intellect’ (Marx) e l’abito leninista della disciplina rivoluzionaria lo allontana da ogni deriva piccolo-borghese, che è quella individualista o sterilmente solo accademica. L’intellettuale libero esercita la sua libera ricerca, senza se senza ma, quando funzionale alla trasformazione sociale. Infatti, parliamo dell’intellettuale organico alle classi subalterne. ~ fe.d.

  • IL SEGNO COMUNE tra Levi, De Martino e Scotellaro: il nuovo ruolo dell’INTELLETTUALE “organico” e meridionalista gramsciano
da #CarmelaBiscaglia# Presidente del Centro di documentazione “Rocco Scotellaro e la Basilicata del Secondo Dopoguerra”, Tricarico


Levi e de Martino, come d’altro canto Scotellaro, nella loro capacità di
penetrazione dell’universo contadino meridionale non dettata da nostalgia
reazionaria, né da rimozione del loro portato di dolore e oppressione, bensì
dall’urgenza avvertita come uomini di sinistra politicamente impegnati nella
redenzione delle classi popolari, sono convinti della inscindibilità di giustizia
sociale, prospettive future e salvaguardia della profondità del passato. Il mondo
contadino al quale pensava Levi e che aveva ritratto nel Cristo era, dunque, un
mondo in movimento percorso dalla scoperta del valore dell’autonomia e della
democrazia, capace di rovesciare le oppressioni senza perdere la propria identità
permeata di sapienze antiche, i valori più alti della propria cultura.
Uomini singolarmente dotati sul piano scientifico, artistico, letterario e,
insieme, ricchi di una vivacità di spirito e di una capacità realizzatrice che rendono
difficile ricondurli a un’unità biografica, Levi, de Martino e Scotellaro seguirono
percorsi scientifici differenti, sebbene tutti riconducibili alla medesima ispirazione
di uno Stato che stava faticosamente ricostruendo la sua vita democratica e
culturale, passando dalla ricostruzione del tessuto umano, ma anche alla medesima
finalità, quella cioè di capire e far capire quel mondo “abbandonato da Dio e dagli
uomini”, dargli voce, contribuire alla salvaguardia dei suoi diritti all’interno di un
contesto di libertà riconquistata, dopo vent’anni di dittatura e un immane conflitto.
- - - in RASSEGNA STORICA LUCANA, nr.67/68 2018
LEVI, DE MARTINO, SCOTELLARO: L’IMPEGNO POLITICO, ANTIFASCISTA E MERIDIONALISTICO
continua leggere in 

- e.book e.pub progress IL DOPPIO SGUARDO
marxismo e antropologia filosofica in Gramsci e De Martino (a cura di Ferdinando Dubla)

Rocco Scotellaro (1923/1953)

Carlo Levi (1902/1975)

martedì 16 giugno 2020

IL MERIDIONALISMO di GRAMSCI e DE MARTINO: dallo storicismo crociano allo storicismo dialettico marxista


da #Carmela Biscaglia#

“La visione proposta da Levi di un Sud atemporale come sospeso in una sorta di medioevo perenne, se pur tendente a sottolineare in tono drammatico la divaricazione dei due mondi, il Nord e il Sud, era, infatti, nell’ottica di de Martino, che a sua volta dietro quel mondo arcaico delle magie e dei sincretismi pagano-cristiani discopriva quel “folklore progressivo” mai prima d’allora ravvisato dalla demologia, una visione romantica e certo poco funzionale all’affermazione dei diritti e degli interessi delle popolazioni meridionali, anzi motivo ulteriore di emarginazione. In questa prospettiva, per de Martino decisiva fu, invece, l’uscita avvenuta di lì a poco dei Quaderni dal carcere di Antonio Gramsci (1948), che forniva la chiave interpretativa della drammatica umanità di quel “mondo subalterno”, secondo una definizione utilizzata per la prima volta proprio da Gramsci, che sulla scorta di un’impostazione marxista ristabiliva il legame tra fatti culturali e fatti sociali, e identificava la cultura popolare quale espressione della concezione del mondo e della vita delle classi subalterne in dialettica contrapposizione alla classe dominante. Era quello un mondo che fin dall’unità d’Italia aveva costituito un problema nella coscienza di storici, economisti e sociologi, ma che nessuno aveva fino ad allora affrontato nella sua autonomia. Da Gramsci, dunque, de Martino ricevette le sollecitazioni decisive all’avvio di quelle sue ricerche antropologiche, che, generando in lui nei primi anni Cinquanta la svolta dallo storicismo crociano allo storicismo marxistico, lo indusse ad assumere le forme del folklore religioso di comunità contadine del meridione italiano come segnale forte di una particolare “concezione del mondo” [nota]

[nota: della vasta letteratura in merito a questa tematica, attorno a cui s’intessé un intenso dibattito nei primi anni Cinquanta, e sugli esiti di questa “utopia”, si veda il recente contributo di Giovanni Pizza,
Gramsci e de Martino. Appunti per una riflessione,«Quaderni di teoria sociale», (2013), n. 13, pp. 77-121. Si cfr. pure G.B.Bronzini, Cultura  popolare. Dialettica e contestualità, Bari, Dedalo, 1990, pp. 119-132; E.De Martino, Mondo popolare e magia in Lucania, a cura e con prefazione di Rocco Brienza, Roma-Matera, Basilicata editrice, 1975, pp. 85-92.
Per un’analisi recente sulla modernizzazione rivoluzionaria, che pur per strade parallele, accomuna Gramsci e Scotellaro, F.Dubla, A fare il giorno nuovo. Il ruolo dell'intellettuale meridionalista in Gramsci e Scotellaro: breve percorso antologico, a cura di M. Giusto,[S.l.], Chimienti 2015
(..)

  • IL SEGNO COMUNE tra Levi, De Martino e Scotellaro
Levi e de Martino, come d’altro canto Scotellaro, nella loro capacità di
penetrazione dell’universo contadino meridionale non dettata da nostalgia
reazionaria, né da rimozione del loro portato di dolore e oppressione, bensì
dall’urgenza avvertita come uomini di sinistra politicamente impegnati nella
redenzione delle classi popolari, sono convinti della inscindibilità di giustizia
sociale, prospettive future e salvaguardia della profondità del passato. Il mondo
contadino al quale pensava Levi e che aveva ritratto nel Cristo era, dunque, un
mondo in movimento percorso dalla scoperta del valore dell’autonomia e della
democrazia, capace di rovesciare le oppressioni senza perdere la propria identità
permeata di sapienze antiche, i valori più alti della propria cultura.(nota 2)
Uomini singolarmente dotati sul piano scientifico, artistico, letterario e,
insieme, ricchi di una vivacità di spirito e di una capacità realizzatrice che rendono
difficile ricondurli a un’unità biografica, Levi, de Martino e Scotellaro seguirono
percorsi scientifici differenti, sebbene tutti riconducibili alla medesima ispirazione
di uno Stato che stava faticosamente ricostruendo la sua vita democratica e
culturale, passando dalla ricostruzione del tessuto umano, ma anche alla medesima
finalità, quella cioè di capire e far capire quel mondo “abbandonato da Dio e dagli
uomini”, dargli voce, contribuire alla salvaguardia dei suoi diritti all’interno di un
contesto di libertà riconquistata, dopo vent’anni di dittatura e un immane conflitto.

[nota 2  F. CASSANO, Cinquantasei anni dopo “Cristo”, in G. DE DONATO, S. D’AMARO (a cura
di), Carlo Levi e il Mezzogiorno. Atti della giornata nazionale di studi (Torremaggiore, 5
novembre 2001), Foggia, Grenzi, 2003, pp. 9-10 e segg.]

·        —- Carmela Biscaglia, Presidente del Centro di documentazione “Rocco Scotellaro e la Basilicata del Secondo Dopoguerra”, Tricarico, in RASSEGNA STORICA LUCANA, nr.67/68 2018
       LEVI, DE MARTINO, SCOTELLARO: L’IMPEGNO POLITICO, ANTIFASCISTA E MERIDIONALISTICO

Carlo Levi (1902/1975)

Antonio Gramsci (1891/1937)

Ernesto De Martino (1908/1965) 

Rocco Scotellaro (1923/1953)

mercoledì 10 giugno 2020

LA CONQUISTA DELLA COSCIENZA di CLASSE per ANTONIO GRAMSCI


L’analisi critica della storia della filosofia, della filosofia spontanea dell’uomo-massa, del folclore delle classi subalterne, del senso comune veicolato dalle classi dominanti tramite i suoi apparati e i suoi intellettuali “organici”, è, per Gramsci, propedeutica alla conquista di una nuova visione del mondo, possibile solo con la coscienza di classe dell’uomo-collettivo, di una filosofia dell’avvenire che si propone la trasformazione rivoluzionaria di sè, degli altri, della società capitalista, nella direzione del socialismo come nuovo umanesimo, dell’unificazione olistica del genere umano che si riappropria dell’”onnilateralità”, che è innanzitutto ricomposizione tra sè e il proprio genere, non più scissi. Il potere di classe ci vuole monadi isolate: ma l’atomizzazione è propria della omogeneizzazione culturale dei rapporti sociali di produzione capitalisti, dell’uomo-massa senza coscienza di classe. Gramsci indaga su come può, molecolarmente, generarsi questa coscienza. ~ fe.d.

“Per la propria concezione del mondo si appartiene sempre a un determinato aggruppamento, e precisamente a quello di tutti gli elementi sociali che condividono uno stesso modo di pensare e di operare. Si è conformisti di un qualche conformismo, si è sempre uomini-massa o uomini-collettivi. La quistione è questa: di che tipo storico è il conformismo, l'uomo-massa di cui si fa parte? Quando la concezione del mondo non è critica e coerente ma occasionale e disgregata, si appartiene simultaneamente a una molteplicità di uomini-massa, la propria personalità è composita in modo bizzarro: si trovano in essa elementi dell'uomo delle caverne e principii della scienza piú moderna e progredita, pregiudizi di tutte le fasi storiche passate grettamente localistiche e intuizioni di una filosofia avvenire quale sarà propria del genere umano unificato mondialmente. Criticare la propria concezione del mondo significa dunque renderla unitaria e coerente e innalzarla fino al punto cui è giunto il pensiero mondiale piú progredito. Significa quindi anche criticare tutta la filosofia finora esistita, in quanto essa ha lasciato stratificazioni consolidate nella filosofia popolare. L'inizio dell'elaborazione critica è la coscienza di quello che è realmente, cioè un «conosci te stesso» come prodotto del processo storico finora svoltosi che ha lasciato in te stesso un'infinità di tracce accolte senza beneficio d'inventario. Occorre fare inizialmente un tale inventario.”

A.Gramsci, Quaderni dal carcere, Q.11(XVIII) ed. Gerratana, Einaudi, pag.1376



lunedì 8 giugno 2020

PC USA: Sollevatevi e protestate


Sollevatevi e protestate contro l’assassinio di George Floyd!

Traduzione di Lorenzo Battisti, Dipartimento Esteri PCI

La violenza che è esplosa negli Stati Uniti ha portato all’assedio della Casa Bianca, a numerose rivolte in molte città e allo spiegamento dell’esercito per gestire l’ordine pubblico da parte del Presidente Trump e dei governatori di diversi stati. Riteniamo che in questo momento importante per la storia della classe operaia degli Stati Uniti questa dichiarazione dei compagni del Partito Comunista degli Stati Uniti rivesta un’importanza particolare.

Inviamo ai compagni americani e a tutti i lavoratori americani la massima solidarietà in questa lotta contro il razzismo e lo sfruttamento di classe.

Il Partito Comunista USA si unisce al popolo di Minneapolis per chiedere l’immediato arresto e il perseguimento dei poliziotti responsabili dell’omicidio di George Floyd.

L’orribile prova di otto minuti, diffusa in tutto il mondo, è chiara e indiscutibile. Rivela che l’omicidio di George Floyd è stata un’esecuzione pubblica da parte della polizia. Il rifiuto di effettuare immediatamente gli arresti ha comprensibilmente scatenato la rabbia a Minneapolis e in tutto il Paese. Ancora una volta, “non riesco a respirare” è diventato il grido di battaglia di milioni di persone. Non illudetevi, le proteste continueranno fino a quando non sarà fatta giustizia.

La ribellione di Minneapolis non è colpa dei manifestanti, ma del sistema di razzismo e violenza istituzionalizzato che permette che tali atrocità si verifichino in primo luogo. Questi omicidi razzisti si verificano continuamente, ” dal vivo e a colori”, e il più delle volte senza essere perseguiti – è un miracolo che non si siano verificate altre ribellioni.

La minaccia irresponsabile di Donald Trump di “sparare ai saccheggiatori” è tanto sprezzante quanto prevedibile. Ricordiamo con disgusto la sua minaccia di ordinare alle truppe di sparare agli immigrati sul confine tra Stati Uniti e Messico. In effetti, le minacce di violenza sono una parte regolare del suo kit di strumenti. Infatti, egli incoraggia apertamente le forze di polizia a maltrattare gli arrestati. E’ Trump che è il capo dei teppisti.

L’uso del razzismo da parte di Trump come strumento organizzativo centrale finirà solo con la sua sconfitta a novembre. Ma il Paese non vede l’ora di affrontare l’epidemia di violenza razzista. Il Congresso, le legislature statali, i consigli comunali, i leader del lavoro, il clero e i rappresentanti delle organizzazioni comunitarie di ogni parte del Paese devono affrontare la crisi. È giunto il momento del controllo della polizia da parte della comunità. In primo luogo, i neonazisti, il KKK e altri elementi neofascisti devono essere cacciati dai dipartimenti di polizia di tutto il paese. Indagate su questo! Inoltre, il nostro Paese ha bisogno di una riforma radicale della polizia.

Alla violenza di routine contro gli afroamericani si aggiunge l’impatto di COVID-19 sulle comunità di colore della classe operaia in tutti i suoi aspetti. Sono loro che muoiono in proporzioni eccessive. Sono i primi a servire in prima linea e, come in ogni guerra, i primi a morire.

Chiediamo ai nostri membri e ai nostri amici di unirsi alle proteste per la giustizia in ogni modo possibile e di rendere giustizia per George Floyd parte di ogni manifestazione in corso.

I nostri cuori, le nostre preghiere e la nostra solidarietà vanno alla famiglia di George Floyd e a Floyd stesso, che ha pianto per la sua defunta madre mentre un teppista gli sedeva sul collo. Noi diciamo: alzatevi e protestate.

Ci uniamo a milioni di persone che chiedono giustizia!

2 giugno 2020
fonte: Partito Comunista Italiano





venerdì 5 giugno 2020

STORICISMO DIALETTICO

Lo storicismo marxista è dialettico  
CHE COS’E’ LO STORICISMO, se non una filosofia della storia che esclude il caso per la necessità? Nella storia vi è “astuzia”, quella della ragione (Hegel), ma per il borbonico Giambattista Vico era la Provvidenza (dopo la fama ottenuta dalla pubblicazione della Scienza Nuova, nel 1735 ottenne dal re Carlo III di Borbone, la carica di storiografo regio). Il Vico, ponendo al centro la storia come soggetto, perché opera umana e dunque realmente conoscibile (vero e fatto reciprocantur, seu convertuntur) non riesce a equilibrare il volere provvidenziale (la necessità nella libertà) dal libero umano arbitrio (libertà nella necessità). Dunque la storia, pur essendo soggetto, diventa oggetto (della Provvidenza). All’interno della storia, dunque, è presente una logicità, un principio di direzione trascendente, che però si media in modo immanente con il libero arbitrio degli umani. Come, non è possibile sapere, perché disegno provvidenziale divino, e solo il dio sa, perché lo fa. Fu Benedetto Croce a pensare la storia nell’azione, la storia come storia dello Spirito infinito, come progressiva ascesa alla libertà, già data come necessità e non come possibilità, ma, rispetto al Vico, aveva dietro Hegel o, ancor di più, la ricezione dell’idealismo tedesco in Italia, del Silvio Spaventa.  
Marx non poté fare a meno di Hegel, in cui tutta la storia del mondo viene ricondotta al divenire fenomenologico e dialettico della coscienza, così come dei giovani hegeliani, ma non per questo non ne fu l’aspro critico sovvertitore.
Gramsci non poté fare a meno di Croce, così come delle traduzioni dell’idealismo in attualismo gentiliano, ma non per questo non ne fu l’aspro critico sovvertitore. Storicismo dialettico, perché contro il positivismo determinista, matrice di un materialismo ‘volgare’, per un marxismo critico in quanto creativa filosofia della prassi, olistica perché unitaria, non autosussistente, ma autonoma. Gramsci oppositore di “ogni concezione disposta a vedere nella storia l’espressione di un’”intima e infallibile razionalità”, che procede “con interna necessità”, contro l’assoluto che è e resta assoluto anche se non è “una realtà immota al di là delle stelle, ma il processo stesso del reale, cioè la storia” [in Carlo Antoni, Storicismo e antistoricismo, Morano, 1964, pag.35].
Infine De Martino, con i migliori maestri dello storicismo napoletano, come l’Adolfo Omodeo, interpretò la natura umana come “interna” alla storia, dando senso e significato alla sua stessa impostazione di ricerca sul campo delle classi subalterne. Per De Martino, lo storicismo fu romanzo di formazione, uno stile del pensiero interpretativo con al centro la metodologia delle scienze storico-sociali a cui si accompagnava “lo sforzo di definire la struttura oggettiva del campo di ricerca delle stesse [definizione di storicismo da Pietro Rossi, Lo storicismo contemporaneo, Loescher, 1977, pp.X, XIII, XVIII]. Una concezione esistenziale della storicità entrava, nell’antropologia filosofica demartiniana, dal pensiero di Heidegger, fatto scendere dall’empireo spirituale e del linguaggio astratto e trascendente, ad una ben viva e reale struttura ontologica dell’”esser-ci” in quanto presenza e sua crisi di “essere nel mondo”.
Storicismo idealistico (legato ad una metafisica del pensiero, assoluto) e storicismo marxista (dialettico, legato alla filosofia della prassi rivoluzionaria e a nuovo umanesimo), non sono, dunque, lo stesso. Pensare l’infinito è dell’umana possibilità; altro è pensare di trascenderlo fermandolo e determinandolo come fosse finito. Lo storicismo nasce dalla volontà dell’uomo di trascendere la storia creata da egli medesimo.
“poiché abbracciamo il falso sotto l'aspetto del vero e i mali sotto l'apparenza dei beni; vediamo le cose finite e ci sentiamo noi stessi finiti, ma ciò dimostra che siamo capaci di pensare l'infinito.” (Giambattista Vico, De antiquissima, 6)
“Che cos’è lo storicismo? E’ una visione della vita e del mondo fondata sulla persuasione critica che la realtà si risolve, senza residuo, nella storia, e che la realtà storica umana, nelle sue individuali manifestazioni, è integrale opera dell’uomo ed è conoscibile senza residuo dal pensiero umano”. E.De Martino, in Coscienza religiosa e coscienza storica, Nuovi argomenti 14 (mag.-giu.1955), p.89.
“Questa libera concezione dialettica, che vede nella storia il dramma doloroso della vita, ma anche la sua invenzione, genialità, felicità, affranca dalla schematica obbligatorietà dell’ordine hegeliano, l’ultima forma dell’ordo temporum dei teologi, e celebra la nostra libertà e responsabilità di fronte alla storia.”, [Carlo Antoni, Storicismo e antistoricismo, ivi, pag.87].
vedi anche: Eugenio Garin, Storicismo in Enciclopedia del Novecento, Roma, Treccani, 1984
ferdinando dubla, giugno 2020
Antonio Gramsci (1891/1937)

Ernesto De Martino (1908/1965) 

martedì 2 giugno 2020

E' NOSTRA STORIA: alle origini dello “strappo”


Bera, Vaia, l’editrice Aurora, Interstampa e il circolo culturale “Concetto Marchesi” di Milano


di Fausto Sorini

In occasione del 30° anniversario del Centro Culturale Concetto Marchesi (CM) mi è stato chiesto di ricordare le figure di Arnaldo Bera e Alessandro Vaia, che - insieme a Giuseppe Sacchi – furono i protagonisti principali della fondazione di quella cooperativa Editrice Aurora di cui il CM fu la filiazion...e milanese, ed Interstampa la filiazione nazionale. Di Sacchi (l'unico ancora vivente) parleranno diffusamente altri, che con lui ebbero una più assidua e durevole frequentazione.
Questi tre compagni furono per molti anni la triade strategica di una lunga lotta contro il processo di socialdemocratizzazione del PCI. E' una storia non ancora scritta compiutamente: forse è venuto il momento di contribuire a farlo, anche per colmare alcuni vuoti di informazione e interpretativi presenti nelle diverse ricostruzioni (parziali) che ne sono state fatte negli anni successivi al 1989. Tra queste, a mio parere, la meno incompleta sul piano informativo è quella prodotta da Sandro Valentini nel suo La vecchia talpa e l'araba fenice (Città del Sole, Napoli 2000), molto ricco di dati e informazioni sulle vicende di cui fu partecipe. Ma c'è ancora molto da raccontare.
Chi erano Arnaldo Bera e Alessandro Vaia? Cominciamo col ricordarne alcune brevi note biografiche.
- Arnaldo Bera nacque a Soresina (CR) nel 1915. Operaio, si iscrisse al PCd'I clandestino nel 1933 (aveva 18 anni) e tentò, senza riuscirvi, a causa di una bufera di neve, di varcare il confine per raggiungere la Spagna come volontario delle Brigate Internazionali.
Entrò nella Resistenza italiana subito dopo l’8 settembre e nel dicembre ’43 fu incaricato dal CLN regionale lombardo di costituire le Brigate Garibaldi in provincia di Cremona, di cui sarà Commissario ed Ispettore, mantenendo il collegamento con Milano tramite Giuseppe Alberganti.
Arrestato nel gennaio 1945, interrogato e torturato nel carcere di Mantova, fu processato dal Tribunale speciale e messo in carcere a Bergamo, da dove uscì il 25 aprile, appena in tempo per tornare a Cremona e partecipare all’insurrezione, organizzata per il 27.
Subito dopo la Liberazione fu dirigente del PCI a Cremona e candidato alla Costituente.
Nel 1946 col congresso CGIL (ancora unitaria) divenne segretario responsabile della Camera del Lavoro provinciale. Come dirigente sindacale e politico fu tra i protagonisti delle lotte sociali durissime di fine anni ’40.
Nell’ottobre 1947 fu nominato segretario della Federazione PCI di Cremona al posto di Alessandro Vaia. Nel 1949 partecipò al corso quadri delle Frattocchie. Nel 1950 entrò nella segreteria della Federazione di Milano (con segretario Alberganti), fino alla sostituzione di quest'ultimo con Armando Cossutta. Quindi fu segretario provinciale del PCI a Varese, segretario regionale della Lombardia, poi funzionario presso la Direzione a Botteghe Oscure.
Nel 1951 entrò nel Comitato Centrale come “membro candidato”.
Tornò a Cremona di nuovo come segretario della federazione nel gennaio 1960, fino al 1963, quando fu eletto senatore per due legislature, fino al 1972. Dal 1965 era presidente provinciale dell'ANPI, e tale rimase per molti anni, prima di ritirarsi a Soresina, dove morì nel 1999.
Pur con posizioni sempre più critiche, rimase iscritto al PCI fino al suo scioglimento, e non si iscrisse mai a Rifondazione, il cui gruppo dirigente egli considerò fin dall'inizio con profonda sfiducia.
Pietro Secchia - di cui Bera rimase fino alla fine uno dei più stretti compagni e collaboratori - lo aveva designato come erede del suo archivio, insieme al figlio adottivo Vladimiro; precisando, in una lettera autografa scritta a mano, che sulle decisioni riguardanti l'archivio, “l'ultima parola spettava a Bera”.

- Alessandro Vaia nacque a Milano nel 1907. Si iscrisse al PCd’I nel ’25 (a 18 anni) e l’anno dopo entrò in clandestinità. Arrestato nel ’28, restò in carcere per 5 anni, poi emigrò in Francia. Nel ’35 fu inviato alla scuola leninista di Mosca, politica e militare, dove divenne ufficiale. Da lì, nel ’37, venne inviato a combattere nelle Brigate internazionali in Spagna, dove – sotto la direzione di Luigi Longo – diventò Generale della 12° Brigata Garibaldi, che verrà solennemente definita “la migliore unità della 45a Divisione”. Sconfitta la Repubblica spagnola, dopo 4 anni di campo di concentramento e di carcere duro in Francia, riuscì a fuggire e rientrò in Italia nel ’44. Nel marzo ’45 sarà a Milano come Commissario di guerra del Comando Piazza, dove dirigerà l’insurrezione del 25 aprile e sarà poi insignito della Medaglia d'argento al valor militare.
Su tutta questa parte della sua vita vale la pena, tanto più in tempi di revisionismo imperante, di leggere e rileggere il suo libro autobiografico Da galeotto a generale (Teti, Milano 1977), con prefazione di Luigi Longo. Vaia fu spesso sollecitato (invano) dai suoi amici e compagni a scrivere la seconda parte di quel libro, dal 1945 fino agli anni '80, ma egli riteneva che fosse “troppo presto”.
Dirigente del PCI, segretario delle federazioni di Cremona e di Brescia, vice segretario della federazione provinciale di Milano, membro del CC, subirà dopo il ’56 – in nome del “rinnovamento” – l’epurazione della guardia partigiana vicina a Pietro Secchia: operazione che a Milano verrà condotta, congiuntamente, da Rossana Rossanda e Armando Cossutta, su direttiva di Togliatti. E fino alla sua morte, avvenuta nei giorni della nascita del PRC (12 febbraio 1991), Vaia parteciperà - insieme a Bera e Sacchi - da protagonista di primo piano, alla lotta contro la mutazione del PCI.
Sicuramente Brecht li avrebbe collocati tra gli “imprescindibili”, quelli che lottano per tutta una vita. Ma perchè parlo di una triade?
Per molti anni, dopo la morte di Secchia dovuta a “postumi da avvelenamento” (1973), questi tre compagni rappresentarono il nucleo dirigente ristretto e ispiratore della battaglia politica contro la mutazione genetica del PCI. Non furono certo gli unici protagonisti di quella lotta, ma fu fondamentalmente grazie alla loro decisione che avvenne la fondazione della cooperativa editrice Aurora (1978); di Interstampa, che nacque a Milano come agenzia (1981), anche se formalmente fu pubblicata inizialmente a Roma, poi divenne rivista, incautamente affidata alla gestione romana dell'editore Napoleone, e ritornò poi a Milano dopo la crisi di quella gestione editoriale. E fu in conseguenza di quelle scelte di portata nazionale e internazionale che, successivamente, nacque il Centro Culturale Concetto Marchesi (1984), che fu l'articolazione milanese di quel progetto politico e culturale.
articolo pubblicato @Marx XXI, 15/04/2014
CONTINUA A LEGGERE in