le lenti di Gramsci

giovedì 31 dicembre 2015

DIALOGHI EPICUREI


DIALOGHI EPICUREI

..al che il maestro disse: "e per te, cosa sono serenità e felicità?"
risposi: forse serenità e' uno stato d'animo, felicità un desiderio....
e il maestro:
« Dei desideri alcuni sono naturali e necessari, altri naturali e non necessari, altri né naturali né necessari, ma nati solo da vana opinione. » (lettera a Meneceo, 127)

dal che conclusi che la felicita' può non esistere, a meno che non la si trasformi in serenità' d'animo....(Dublicius)

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giovedì 24 dicembre 2015

Antonio Banfi: il razionalismo critico (1) e il problematicismo


Il razionalismo critico di Antonio Banfi e il problematicismo in sintesi (prima stesura)

mio contributo su Wikipedia, 24/12/2015 (prima parte)


Antonio Banfi può essere considerato il maestro della corrente filosofica che in Italia si è denominata Razionalismo critico e che ha avuto anche derivazioni significative nel campo della pedagogia teoretica con il Problematicismo. In sostanza, usando il concetto kantiano di ragione, B. la considera come la facoltà di un discernimento critico, analitico, presupposto Trascendentale che sistematizza l'esperienza, i dati empirici, non pervenendo a dogmi o a sistemi di sapere chiusi e assoluti. Il principio razionale permette di cogliere e comprendere la realtà nelle sue complesse determinazioni: senza questo principio, che va assunto appunto come trascendentale, la realtà sarebbe caotica e solo contingente ed esperienziale oppure interpretata secondo la Metafisica o sistemi di pensiero chiusi e non problematici quale richiede la scienza e in generale la complessa dinamica del mondo umano e naturale. L'apertura della ragione è talmente ampia che anche le filosofie assolutizzanti vengono poste come possibilità di verità, seppur parziali. La filosofia è lo strumento indispensabile per l'analisi critica del reale, non deve tendere ad un sapere assoluto, ma porsi il tema privilegiato della coscienza, purchè questa coscienza sia "coscienza della relatività, della problematicità, della viva dialettica del reale"[4]. Si sfugge al relativismo possibile seguendo le orme di Socrate: l'eticità prevale quando, non potendo esistere se non come tendenza verità assoluta, le verità relative sono assunte come problema, cioè come ricerca interrogante e incessante fondante l'intero processo conoscitivo. Le conclusioni sono, come nell'ambito scientifico (la scienza è lo strumento pragmatico della ragione, la filosofia lo strumento teoretico) non false ma possibili, non solo provvisorie, ma reali.
Il confronto che B. predilige è con gli indirizzi filosofici della prima metà del Novecento, in particolare la Fenomenologia, il neokantismo di Marburgo, il neopositivismo, l'Esistenzialismo, ma negli ultimi anni orienta sempre più il suo interesse al Marxismo, di cui condivide gli assunti fondamentali leggendoli alla luce del suo razionalismo critico, come si evince dalla raccolta postuma Saggi sul marxismo editi nel 1960.

venerdì 11 dicembre 2015

Tina Tomasi: i teorici dell'educazione marxista (1)


 I teorici dell'educazione marxista (1)

di Tina Tomasi

I grandi teorici del marxismo, occupati in altre più pressanti questioni, non approfondiscono il problema educativo, pur comprendendone l'enorme portata. C.Marx (1818-1883) e F.Engels (1820-1895) e più tardi N.Lenin (1870-1924) accusano la scuola di essere strumento di dominio borghese, di conservare inalterate, nonostante le pretese riforme , la struttura e la funzione classista, di contribuire all'alienazione della persona, di formare i giovani secondo un'astratta concezione intellettualistica chiusa ai vivi problemi sociali in particolare quelli produttivi ; ed auspicano un'educazione nuova capace di dare a tutti la possibilità di svolgere le proprie doti personali , e di agire razionalmente così da contribuire alla eliminazione dell'antica schiavitù dell'uomo sull'uomo , necessaria per l'edificazione di un mondo nuovo. Le prime generazioni di marxisti, persuasi che il rinnovamento scolastico debba seguire quello delle strutture sociali, si limitano a lottare per una migliore educazione della classe operaia ed a denunciare l'atteggiamento incerto e contraddittorio della borghesia, da un lato bisognosa di mano d'opera qualificata e dal'altra parte paurosa di qualunque azione educativa; la loro fondamentale aspirazione è una scuola primaria pubblica e gratuita, formativa e professionale insieme. (1)

Nè Marx nè Engels nè Lenin, pur facendo colpa alla  società borghese dell'ignoranza  popolare e pur criticandone la scuola perchè astratta evasiva enciclopedica, ne respingono completamente il patrimonio culturale e quindi il programma di studi in cui si traduce; lo vogliono però sottoposto ad una profonda rielaborazione sia per eliminare ogni forma di dogmatismo ,  sia per renderlo più attuale ; si propongono di dare maggior peso alle lingue viventi, alle materie scientifiche, all'educazione fisica e sopratutto al lavoro produttivo quale strumento di formazione e liberazione. Il loro ideale è una istruzione “politecnica” capace di offrire il fondamento scientifico indispensabile per qualunque processo produttivo, di superare l'antitesi tra teoria e pratica, tra studio e attività manuale, tra dirigenti ed esecutori e di valersi di metodi didattici nuovi, fondati sul lavoro produttivo.

Fin dal primo incontro con l'attivismo, la pedagogia marxista si dichiara d'accordo su alcun punti fondamentali: la difesa della dignità umana, la salvezza dall'alienazione mediante la formazione di personalità autonome , lo stretto collegamento tra scuola e vita, il valore dell'attività manuale . Molte e gravi sono però le riserve o i motivi contrastanti: anzitutto il rinnovamento dell'educazione non è una faccenda puramente pedagogico-didattica che si possa trattare da sè , nella ristretta visuale di un individuo o di un gruppo, e nell'ambito delle vigenti istituzioni scolastiche. ma un complesso problema politico-sociale che non può essere risolto isolatamente prescindendo da una data prospettiva . L'attivismo è inoltre accusato di essere prigioniero di alcuni miti romantici esasperati ed ingigantiti: postula infatti la libertà e la spontaneità senza tener conto del condizionamento dell'ambiente e la “superiorità” della fanciullezza sull'età adulta, pregiudizio quest'ultimo pericoloso, perchè elude il più grave problema dell'educazione, verso quale tipo di uomo lo sviluppo del fanciullo deve essere orientato. Lo stesso concetto di attività, esaltato come valido strumento per combattere antichi mali e per rendere la vita scolastica più viva e stimolante, è incerto e suscettibile di interpretazioni errate quando non dà all'azione individuale o collettiva un preciso fine; ed anche il lavoro, se concepito ed attuato con mentalità retriva ossia come strumento fine a se stesso o utile a pochi , perde qualunque potere liberatore. Analogamente la ricerca personale o di gruppo spesso è ridotta a disordinata ed inconcludente dispersione di energie invece di essere via consapevole per riconquistare con mezzi propri ciò che altri ha già conquistato e per prepararsi ad una proficua opera collettiva.

Note:

1)      Marx apprezzò l’opera di R.Owen al punto da giudicarla, nonostante i limiti, “l’embrione dell’educazione delle epoche future”. Owen (1771-1858) era convinto che l’ambiente, e quindi l’educazione, hanno un peso fondamentale nella formazione dell’uomo; che è compito essenziale dello stato dare a tutti una scuola uniforme e aconfessionale. Si adoperò, ed efficacemente, per la diffusione degli asili infantili; nella scuola da lui fondata a Lanark adottò il metodo del mutuo insegnamento.

Dall’opera di Tina Tomasi, Il metodo nella storia dell’educazione, Loescher, 1965, pp.288-90

giovedì 10 dicembre 2015

Una storia del marxismo


Una teoria che non fa scuola- Stefano Petrucciani, su Il Manifesto 08.12.2015
Tempi presenti. Dopo anni di ricerca ai margini dell’industria culturale e in piena egemonia
neoliberale, «Una storia del marxismo» è l’importante iniziativa editoriale in tre volumi della Carocci.
Pubblichiamo un brano dell’introduzione del curatore
 
L’impatto che Karl Marx ha avuto sulla storia del XIX e del XX secolo è stato così forte da non poter
essere paragonato a quello di nessun altro pensatore. Solo i fondatori delle grandi religioni hanno
lasciato alla storia del mondo una eredità più grande, influente e persistente di quella che si deve al
pensatore di Treviri. Ma per capire che tipo di influenza ha avuto la figura di Marx sulla storia del
suo tempo e di quello successivo, bisogna mettere a fuoco un aspetto che concorre con altri
a determinarne la singolarità: l’attività di Marx si è caratterizzata per il fatto che Marx è stato al
tempo stesso un pensatore e un organizzatore/leader politico, e di statura straordinaria in entrambi
i campi. Notevolissima è stata la ricaduta che le sue teorie hanno avuto sul pensiero sociale,
filosofico e storico, ma ancor più grande, anche se non immediato, è stato l’impatto che la sua
attività di dirigente politico (dalla stesura del Manifesto del Partito Comunista alla fondazione della
Prima Internazionale) ha lasciato alla storia successiva.
Certo, una duplice dimensione di questo tipo non appartiene solo a Marx: la si può anche ritrovare in
grandi leader che furono suoi antagonisti, da Proudhon a Mazzini a Bakunin. Ma in Marx entrambe
le dimensioni, quella della costruzione teorica e quella della visione politica, attingono una potenza
che manca a questi suoi pur importanti antagonisti. Sul piano della organizzazione politica
dall’attività di Marx sono infatti derivati, nel tempo e attraverso complesse mediazioni, i partiti
socialdemocratici e poi quelli comunisti che hanno inciso così largamente nella storia del Novecento.
Sul piano teorico, invece, Marx ha influenzato, e continua a segnare ancora oggi, una parte non
trascurabile della cultura che dopo di lui si è sviluppata.
La forza degli inediti
Un aspetto di questa duplice eredità di Marx è stato proprio quello che si suole definire «marxismo».
Anche la realtà politico-culturale che si designa con questo termine è stata qualcosa di assai
singolare perché ha avuto una duplice natura: da un lato è stata una corrente culturale presente in
modo più o meno intenso nei vari ambiti disciplinari, dall’altro è stata anche il riferimento
«statutario» di partiti e organizzazioni politiche (socialiste o comuniste): cosicché le discussioni sul
marxismo per un verso si sono dipanate come un libero dibattito culturale, per altro verso sono state
un elemento della lotta politica tra frazioni e gruppi all’interno del movimento operaio e dei suoi
partiti.
Ma che rapporto c’è tra il pensiero Marx e il «marxismo»? Un primo aspetto che deve essere messo
a fuoco, se si vuole ragionare su questo punto, è che la conoscenza e la diffusione dell’opera di Marx
è stata, durante la sua vita e nel tempo immediatamente successivo, decisamente molto limitata.
Anzi si potrebbe dire che, su questo tema, viene alla luce una sorta di contraddizione. Colui che
è divenuto la fonte ispiratrice di un «ismo», e cioè di qualcosa che comporta inevitabilmente una
certa dogmatizzazione, aveva con la propria opera un rapporto decisamente molto critico
e problematico.
Molti dei suoi scritti, Marx li lasciò semplicemente inediti, per la gioia di coloro che li scoprirono o li
pubblicarono quaranta o cinquant’anni dopo la sua morte. E agli inediti appartengono, questo può
essere interessante da ricordare, la gran parte dei testi sui quali si è affaticato il dibattito marxista
a partire dagli anni Venti del Novecento: vivente, Marx non pubblicò né la Critica della filosofia
hegeliana del diritto pubblico (scritta nel 1843, a 25 anni), né i cosiddetti Manoscritti
economico-filosofici del 1844.
Non solo, abbandonò in soffitta, alla critica distruttiva dei topi, (seppure dopo alcuni tentativi di
pubblicazione non andati a buon fine) anche quello che era un vero e proprio libro scritto con la
collaborazione dell’amico Engels, L’ideologia tedesca; un testo non certo trascurabile, dato che vi si
trova la prima e la più ampia delineazione di quella «concezione materialistica della storia» che
costituisce uno degli apporti più significativi di Marx alla vicenda del pensiero moderno. Di una
enorme quantità di manoscritti concernenti la critica dell’economia politica Marx pubblicò
pochissimo; in sostanza, solo il primo libro del Capitale (1867, e successive edizioni rimaneggiate)
e quella anticipazione delle prime parti di esso che è Per la critica dell’economia politica (1859). I
Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica (noti anche come Grundrisse), così
importanti per la discussione marxista degli ultimi decenni del Novecento, furono conosciuti in
pratica solo dopo l’edizione che uscì in Germania orientale nel 1953.
Come Engels giustamente osservava commemorando l’amico, però, non si può parlare di Marx
tralasciando l’altro aspetto della sua personalità, quello di militante e dirigente politico. «Lo
scienziato non era neppure la metà di Marx. Per lui la scienza era una forza motrice della storia, una
forza rivoluzionaria. Perché Marx era prima di tutto un rivoluzionario. La lotta era il suo elemento.
E ha combattuto con una passione, con una tenacia e con un successo come pochi hanno
combattuto».
Una visione politica
In tutta la sua vita, anche se con alcune interruzioni, Marx è stato un militante e un dirigente politico
ma soprattutto, come scriveva Engels, un combattente, che ha lottato per affermare i suoi punti di
vista sia verso l’esterno sia all’interno delle organizzazioni di cui era parte. Come politico, dunque,
Marx ha sviluppato una ben precisa visione della lotta e della emancipazione della classe operaia,
che contrastava nettamente con quelle che venivano proposte dai molti leader con i quali egli si
confrontò in quarant’anni di lotta politica: da Proudhon a Lassalle, da Mazzini a Bakunin.
La più netta delle opzioni politiche di Marx è la tesi secondo la quale non vi è salvezza attraverso il
miglioramento del sistema sociale dato, ma solo attraverso il suo rovesciamento, cioè attraverso la
negazione dei pilastri su cui si basa la sua economia, la proprietà privata delle risorse produttive e la
mercificazione dei beni e del lavoro. Sull’opzione antiriformista e rivoluzionaria Marx non avrà mai
dubbi, e questo lo divide sia da altri socialisti del suo tempo, sia da quelli che, pur partendo dalle sue
acquisizioni, le curveranno in una direzione gradualista o migliorista.
Al testamento spirituale di Marx appartengono organicamente le polemiche che, negli ultimi anni
della sua vita, egli indirizza contro l’ala moderata della socialdemocrazia tedesca (vedi ad esempio
l’importante lettera ai leader Bebel, Liebknecht e altri, inviata da Londra nel settembre del 1879), il
grande partito che, fortemente influenzato dalla sua dottrina, si avviava però, in alcune sue
componenti, a darne una lettura riformista o «revisionista».
Ma torniamo al processo di formazione del «marxismo»: gli storici ci informano che l’aggettivo
«marxista» viene dapprima utilizzato con un significato dispregiativo: all’interno della Prima
Internazionale (fondata nel 1864) i nemici della corrente che fa capo a Marx, e primi fra tutti
i seguaci di Bakunin, indicano come «marxidi», «marxiani» (termine modellato forse su quello di
«mazziniani») e più tardi come «marxisti» coloro che si rifanno alle tesi del pensatore di Treviri.
 
Le accuse di settarismo
I «marxisti» sono visti dai loro nemici anarchici come una frazione settaria e autoritaria che cerca di
egemonizzare l’Associazione internazionale dei lavoratori. Quanto al sostantivo «marxismo», si può
affermare per certo che esso (sempre con un significato polemico) compare nel 1882 nel titolo di un
pamphlet di Paul Brousse (ex anarchico francese): Le marxisme dans l’Internationale. Il contesto in
cui si inserisce il libello è quello del confronto interno al socialismo francese tra un’ala riformista
e una rivoluzionaria ispirata a Marx e facente capo a Jules Guesde; e fu proprio in riferimento
a questa contesa che Marx ebbe occasione di osservare, conversando con Paul Lafargue: «Una cosa
è certa, che io non sono marxista». Ciò non vuol dire che Marx non fosse d’accordo con se stesso
o che fosse contrario al «marxismo». La questione è tutt’altra: se Jules Guesde veniva accusato, dai
suoi nemici, di obbedire agli ordini di un «prussiano» che viveva a Londra e che pretendeva di dare
indicazioni al socialismo francese, Marx invece non si sentiva così vicino al leader in questione,
e dunque ci teneva a sottolineare che non vi era una netta identificazione tra lui e la corrente
francese che al suo nome veniva accostata.
Sta di fatto, comunque, che il termine «marxista», dapprima usato in senso critico e polemico
soprattutto dagli anarchici, venne positivamente fatto proprio, negli anni Ottanta, dall’ala più
radicale dei socialisti francesi: «A poco a poco, i discepoli di Marx in Francia presero l’abitudine di
accettare una denominazione che non avevano creato loro e che, destinata fin dall’inizio
a distinguerli dalle altre frazioni socialiste, si trasformò alla fine in una etichetta politica e ideologica»
(Maximilien Rubel, Marx critico del marxismo, Cappelli).
Fu così che anche Engels, che dapprima non aveva visto con favore l’uso di un termine che, come
«marxismo», personalizzava eccessivamente la linea del movimento socialista rivoluzionario, finì per
accettarlo e legittimarne l’uso, ovvero per convertire in positivo una parola che era nata con un
senso tutto diverso. Come ha ricordato Maximilien Rubel, la cui attitudine nei confronti del
compagno di Marx è peraltro, va ricordato, duramente polemica, in una interessante lettera dell’11
giugno 1889 a Laura Lafargue, Engels osservava con soddisfazione che gli anarchici si sarebbero
mangiati le mani per avere creato questa denominazione destinata a divenire nel tempo la bandiera
di chi la pensava in modo opposto a loro. E, anche con l’imprimatur di Engels, il termine marxismo
cominciò ad affermarsi pure nella socialdemocrazia tedesca, della quale sarebbe divenuto il
riferimento costante e talvolta anche ossessivo.
 
Il rischio del fideismo
Ma il punto più importante che deve essere sottolineato è che il ruolo di Engels andò ben oltre quello
di legittimare la parola «marxismo». Ciò che molti (tra cui Rubel) hanno sostenuto, infatti, è che
Engels fu il vero padre del marxismo nel senso che fu colui al quale si deve non tanto la parola ma
proprio la cosa; ovvero fu colui che trasformò il pensiero di Marx in un «ismo», cioè in un sistema di
pensiero catafratto e onnicomprensivo, da prendersi in blocco con rischi di dogmatismo e di fideismo.
Si annida qui un problema, o se volgiamo un paradosso, sul quale vale la pena di fermarsi per un
momento a riflettere. La storia degli effetti del pensiero di Marx è segnata allo stesso tempo,
verrebbe voglia di dire, da una vittoria e da una sconfitta: l’eccezionale risultato che il pensiero di
Marx conseguì, e che ne fa qualcosa di unico e di difficilmente paragonabile ad altri percorsi teorici,
fu quello di riuscire effettivamente a realizzare l’obiettivo che il giovane Marx si era posto fin dal
1845: superare la scissione tra la teoria e la prassi, ovvero dare vita a una teoria che potesse anche
diventare una operativa forza di trasformazione del mondo. Proprio questo accadde nel momento in
cui nacquero e si svilupparono partiti e organizzazioni politiche che assumevano questa teoria come
loro punto di riferimento ideale.
Questo processo comportò però una conseguenza non altrettanto positiva: divenendo il riferimento
«statutario» di partiti e organizzazioni il pensiero di Marx non poté più essere considerato come
l’approdo di una ricerca teorica per tanti aspetti anche problematica e incompiuta, da svolgersi
e magari da superarsi criticamente, ma fu esposto alla conseguenza di irrigidirsi in una «dottrina»,
di subire un processo di ossificazione poco compatibile con l’idea di una ininterrotta ricerca critica.
 © 2015 IL NUOVO MANIFESTO SOCIETÀ COOP. EDITRICE
 
 
 



Populismo penale


Le urne elettorali della società del controllo

 
- Patrizio Gonnella, su Il Manifesto 08.12.2015

 
Saggi. «Il populismo penale», un libro collettivo curato da Stefano Anastasia. Un fenomeno che

coinvolge l’insieme delle democrazie liberali

Il populismo penale è una malattia delle democrazie contemporanee. «Fino a qualche decennio fa
infatti si parlava di populismo in riferimento a realtà politiche marginali dell’America Latina o dell’Africa, in un modo che lasciasse intendere che fosse una prerogativa delle società premoderne o comunque poco evolute». Questo brano è tratto dal saggio di Manuel Anselmi, che si legge in apertura del bel libro scritto a sei mani da Stefano Anastasia, Manuel Anselmi e Daniela Falcinelli, Populismo penale: una prospettiva italiana (Cedam). Negli ultimi decenni del secolo scorso, su scala globale quasi tutti i Paesi, anche quelli meno sospettabili di derive autoritarie, sono stati attraversati da questo virus contagioso e mortale. Scrive Anastasia a conclusione del suo saggio e a chiusura dell’intero volume: «Nello sgretolamento del modello sociale protettivo, che era stato del welfare europeo della seconda metà del Novecento, il linguaggio della colpa e della pena, le istituzioni penitenziarie e quelle del controllo sociale coattivo sono tornate in auge a compensare il disorientamento della civiltà post-moderna e la fragilità delle sue istituzioni».
Il libro mette in ordine tutti i grandi campi semantici e tutte le complicazioni teoriche che il populismo porta con sé. Non da nulla per scontato e parte dalla questione politica complessa del
populismo, come viene giustamente definita, per giungere, attraverso una disamina concettuale
degli aspetti generali del populismo penale, a raccontare la deriva emozionale ed etica del diritto
penale, i rischi connessi in termini di riduzione degli spazi di welfare e la compressione dei diritti di
coloro che sfortunatamente incrociano la macchina infernale della giustizia criminale. Massimo
Pavarini, di recente scomparso, in modo plastico raffigurava quello che era il populismo penale: se
tutte le persone incarcerate in giro per il mondo si tenessero per mano riuscirebbero a circondare il
pianeta all’altezza dell’equatore. «Ogni pena che non derivi dall’assoluta necessità» scriveva
Montesquieu «è tirannica». Nel libro di Stefano Anastasia, Manuel Anselmi e Daniela Falcinelli, con attenzione profonda ai cambiamenti di piano, viene elaborata una mappa concettuale e storica del populismo, come teoria e strategia politica, all’interno della quale viene identificato lo spazio del populismo penale.

 

La legge della repressione

In questo percorso c’è il caso italiano la cui storia procede di pari passo alla fine dei partiti di massa e alla dismissione della loro funzione pedagogica. I partiti della seconda repubblica rincorrono l’opinione pubblica e non si preoccupano di orientare il loro corpo sociale, se ancora ne hanno uno.
È nella seconda repubblica che la deriva populista e giustizialista (termini che indicano processi
diversi ma che rimandano allo stesso campo semantico) trova terreno fertile. «Sotto la coltre del
conflitto politica-giustizia – scrive Anastasia nel saggio conclusivo del volume – messo in scena ai
piani alti del sistema istituzionale, si consumava quindi uno spostamento di fuoco delle politiche
penali e di sicurezza verso il controllo e la repressione della marginalità sociale». Si pensi alle leggi
su droga, immigrazione e recidiva che sono universalmente note con i nomi dei proponenti: Fini,
Giovanardi, Bossi, ancora Fini, Cirielli.

La «nomizzazione» delle leggi penali è una delle manifestazioni più evidenti del populismo penale
che vive di ricerca spasmodica e permanente di consenso elettorale. Dare il proprio nome a una
legge significa volerne capitalizzare i frutti. «Il diritto penale è diritto simbolico per eccellenza»
(sempre Anastasia), anche quando decide di non intervenire e lasciare impunite talune pratiche.
L’assenza del crimine di tortura nel codice penale italiano, nonostante gli obblighi di natura
costituzionale (articolo 13), è da leggersi come una lacuna evidentemente voluta e simbolica. Tale
assenza è il simbolo dei limiti imposti al potere punitivo dello Stato che non deve dirigersi contro
i custodi della sovranità e della sicurezza. Lo Stato sovrano moribondo ha bisogno di quel residuo di sovranità che il diritto penale gli concede.

© 2015 IL NUOVO MANIFESTO SOCIETÀ COOP. EDITRICE

martedì 8 dicembre 2015

Dialoghi sui minimi sistemi (2)


[2G scienze umane "Vittorino da Feltre" - Taranto - allieva: Alessia Moschetti]

Dublicius:
"Come atteggiare lo sguardo perché la comunicazione risulti persuasiva?"
Moschettibus :
"Guardando negli occhi la persona con cui si parla,perché gli occhi sono capaci di sguardi infiniti come le nostre emozioni."






domenica 22 novembre 2015

I "nostri" amici sauditi.....quelli che piacciono a Renzi

 
 

Sentenza scandalosa in Arabia Saudita. Stavolta il caso riguarda Ashraf Fayadh, poeta e artista di origine palestinese condannato a morte dal tribunale di Abha martedì scorso con l’accusa di «apostasia», ovvero di «abbandono o rifiuto dell’Islam». In pratica ha detto che dio non esiste.
La decisione, ancora appellabile poiché emessa da un tribunale minore, inasprisce la sentenza emessa in precedenza lo scorso anno, che condannava Fayadh a quattro anni e 800 frustate per il suo comportamento «deviato».
Secondo Adam Coogle, ricercatore di Human Rights Watch, l’episodio scatenante sarebbe stato una discussione culturale in un caffè di Abha, durante il quale Fayadh avrebbe detto «cose contro Dio» denunciate da un testimone. A rincarare la dose, uno studioso di Islam avrebbe bollato come «blasfeme» alcune poesie pubblicate nel 2008.
In aula Fayadh si è detto pentito e ha chiesto scusa alla comunità. Non è bastato al giudice che lo ha condannato a morte: «Il pentimento è per dio».
La pena capitale, prevista nel regno wahhabita nella sua forma “più umana” di decapitazione con la spada, è attribuita per reati che vanno dalla rapina a mano armata, all’omicidio, al traffico di stupefacenti e allo stupro.
Anche l’apostasia figura nella lista, sebbene secondo Human Rights Watch la relativa condanna venga emessa in casi molto rari: quest’anno se ne conterebbe “solo” un’altra, a fronte di centinaia di sentenze per reati di spaccio di droghe leggere e omicidio. Numeri che fanno paura, secondo le organizzazioni internazionali: secondo Human Rights Watch Riyadh quest’anno avrebbe giustiziato oltre 150 persone, cifre da primato rispetto alle ultime due decadi. Tra le mani del boia, oltre ai sopracitati “criminali”, finiranno anche i dissidenti come gli al-Nimr, accusati di terrorismo per le proteste a cui avevano preso parte nel 2011–2012.
La letteratura, poi, è particolarmente osteggiata dalle autorità saudite, che temono il potere che ha la parola scritta di svegliare le coscienze e generare dissenso: proprio per questo lo scorso anno, durante l’annuale fiera internazionale del libro nella capitale, il governo aveva fatto sequestrare migliaia di libri di oltre 400 autori considerati portatori di “messaggi blasfemi” e per questo banditi.
Tra questi, oltre ai volumi sulla condizione femminile e sulle primavere arabe, figuravano gli scritti di Mahmoud Darwish, il poeta palestinese che ha fatto della sua penna la sua arma per la lotta per la libertà.

(fonte: Nena News)

sabato 7 novembre 2015

Mario Lodi: rieditato Cipì


Cipì, l’intraprendente


Per Einaudi Ragazzi, torna in edizione deluxe la storia del celebre passerotto che Mario Lodi, più di cinquant'anni fa, scrisse con l'aiuto dei suoi bambini

A ren­dere spe­ciale un libro nato dallo sguardo diver­tito di un mae­stro e i suoi alunni, pun­tato fuori dalla fine­stra della loro classe, è il suo mes­sag­gio di libertà. Cipì, un clas­sico nato nel 1972 e che oggi ha più di 50, è un magni­fico mani­fe­sto dell’intraprendenza infan­tile, una guida asso­lu­ta­mente crea­tiva — e a tratti cao­tica — alla cre­scita sana, ossia priva di regole costrit­tive. È un rac­conto leg­gero come il cielo che più volte fa attra­ver­sare dai suoi per­so­naggi — pas­seri — che si potrebbe cata­lo­gare fra i romanzi di for­ma­zione, ma ha una fre­schezza di scrit­tura e di svol­gi­mento che lo fa esu­lare dal genere.

Mario Lodi, che è scom­parso all’età di 92 anni l’anno scorso, lo scrisse insieme ai suoi bam­bini, di prima e poi seconda ele­men­tare, della scuola di cam­pa­gna dove inse­gnava, in mezzo alla pia­nura padana, per rispon­dere a un input dei ragazzi: un giorno, uno dopo l’altro si erano alzati, forse anno­iati di tro­varsi chiusi fra quat­tro vec­chie mura, per spr­gersi verso lo spic­chio di cielo azzurro incor­ni­ciato dalla fine­stra della loro classe.
In quella man­ciata di minuti, Lodi dovette deci­dere se repri­mere quel gesto libe­ra­to­rio e un poco sfron­tato, oppure asse­con­darlo, inven­tando un’altra peda­go­gia. Optò per la seconda solu­zione, ponen­dosi all’ascolto del corpo e del pen­siero di ogni bam­bino, ribal­tando i ruoli gerar­chici di un inse­gna­mento auto­ri­ta­rio che vedeva nella cat­te­dra l’apice di una «posta­zione» stra­te­gica per domare intere gene­ra­zioni di gio­vani. Lui invece fece volare subito fuori dalla fine­stra, in giro per il mondo Cipì, il pas­se­rotto ansioso di cono­scenza, gran viag­gia­tore e scien­ziato in maniera empi­rica, come lo può essere un uccel­lino desti­nato a per­dersi, a rischiare le penne, a inna­mo­rarsi e a met­ter su fami­glia men­tre fuori gli ele­menti della natura — acqua, aria, fuoco e terra — imper­ver­sano e det­tano legge, scom­pi­gliando il pae­sag­gio e le emozioni.

Einaudi Ragazzi pro­pone una edi­zione deluxe di que­sto ever­green, facendo luc­ci­care nell’argento lunare la coper­tina car­to­nata (pp. 128, euro 15). E lui, Mario Lodi, il mae­stro che fondò in una cascina a Driz­zona, vicino a Pia­dena, la Casa delle Arti e del Gioco — il più bel labo­ra­to­rio dei lin­guaggi di tutti — torna a par­lare sotto forma di un pas­sero avven­tu­roso che, un po’ come Pinoc­chio perde il filo, si arrab­batta per tor­nare a galla, attra­versa indenne una serie di riti di pas­sag­gio, resi­ste alle ten­ta­zioni, fa gruppo e, alla fine, diviene a sua volta genitore.

Nella sua lunga car­riera di docente, è stato il sapere dei bam­bini a gui­darlo lungo i sen­tieri dell’educazione. Era con­tro le idee astratte della scuola Lodi, pro­prio per­ché su quelle sedie, ad altezza di pic­coli alunni, si sedeva con assi­duità, senza biso­gno di reci­tare pro­clami. Altro che la ren­ziana «Buona Scuola».

Arianna Di Genova, su Il Manifesto del 7 ottobre 2015

giovedì 15 ottobre 2015

L'insegnamento della filosofia--il pericolo è la "società ignorante"


un articolo di Mario De Pasquale sulla Gazzetta del Mezzogiorno del 13 ottobre 2015


SE L’OCCIDENTE LIQUIDA LA FILOSOFIA

DI  MARIO DE PASQUALE

L’Occidente mette in liquidazione la filosofia? Nel mondo anglosassone non c’è posto per l’insegnamento della filosofia nelle scuole secondarie. Rimane ancora in Grecia, Francia e Spagna, dove il governo Rajoi intende ridurre le ore di insegnamento della filosofia e rendere obbligatorio l’insegnamento della religione. Nel nostro paese si insegna filosofia per tre ore settimanali solo nei licei classici e nei licei delle scienze umane, per due ore in tutti gli altri indirizzi liceali. Nelle Università gli insegnamenti filosofici tendono verso la marginalizzazione. Come mai? L’ethos neo-liberale economicistico negli ultimi decenni ha alimentato una visione pragmatica e produttivistica del sapere e della formazione, ritenuti come elementi di un processo di razionalizzazione e di innovazione del modello sociale vigente di sviluppo, di per sé dato per scontato.


In questa prospettiva si può fare a meno della filosofia? La risposta è ovvia: sì. L’insegnamento della filosofia contribuisce, alla pari di altre discipline, alla formazione, alla promozione di competenze utili allo studio, al lavoro, alla comunicazione, alla ricerca, all’esercizio della cittadinanza. Non è indispensabile per implementare l’innalzamento del Pil. Tuttavia, bisogna avere il coraggio di farsi un’altra domanda. Nei nostri tempi difficili quale contributo possono dare la ricerca filosofica e l’insegnamento della filosofia all’ampliamento della dignità umana, alla valutazione critica delle attuali forme di vita e alla progettazione di altre migliori e più giuste, alla formazione di persone e cittadini responsabili capaci di contribuire alla loro costruzione?

Socrate, a chi gli diceva di giustificare il suo impegno di filosofo, rispondeva: la vita gli sembrava degna di essere vissuta solo facendo ricerca. Ricerca su cosa? Su chi siamo, sul senso delle cose e su come vivere, su cosa è giusto

Siamo liberi se possiamo usare i sensi, immaginare e ragionare in modo informato  e coltivato dall’istruzione

e cosa è buono, su qual è la forma migliore di vita. Qual è la strada per la felicità? Aristotele rispondeva: quella di conoscere e realizzare al meglio, nelle situazioni date, quello che si è, quello che si ha dentro e quello che si desidera. La filosofa Martha Nussbaum riprende la strada di Socrate e di Aristotele e cerca di individuare una funzione altamente civile per l’impegno filosofico: tradurre concretamente in diritti universali i contenuti di un’idea di dignità della vita umana. La vita è degna di essere vissuta quando è consapevolmente interrogata, autenticamente progettata e agita, quando consente alle donne e agli uomini uno sviluppo di capacità fondamentali per la realizzazione di sé all’interno di una comunità e per la ricerca della giustizia. Le donne e gli uomini sono liberi e vivono degnamente se possono usare i propri sensi, immaginare, pensare e ragionare in modo informato e coltivato da un’istruzione adeguata, comprendendo le cose per come stanno, individuando o attribuendo loro un senso e un valore. La vita è degna di essere vissuta quando ognuno è in grado di provare consapevolmente sentimenti per persone e cose, è capace di esercitare la ragion pratica, di formarsi un’idea di ciò che è bene e di ciò che è male, secondo cui progettare il proprio modo di vita insieme con gli altri, le proprie scelte umane e professionali, etiche e politiche.

In questa prospettiva, anche se può sembrare superficialmente inattuale, bisogna avere il coraggio di dire che la pratica di ricerca chiamata “filosofia” può essere per tutti una forma di chiarificazione consapevole, di riappropriazione del personale sforzo di esistere secondo un senso (Ricoeur), e un mezzo per realizzare una vita degna, a livello individuale e sociale. E non appare chiaro che una disciplina così debba far parte del processo formativo dei nostri giovani? Gli appelli in difesa della filosofia nel nostro Paese hanno assunto di solito una veste difensiva; i filosofi prendono voce quando le battaglie sono quasi perdute e spesso si distinguono per un’astratta difesa dell’umanesimo, come sacrosanta reazione contro ogni riduzione tecnocratica della  complessità dell’esistere e contro una “razionalità degli egoisti” che governa il presente (cfr. l’appello, del tutto condivisibile, uscito sul sito “La Scuola” il 19 febbraio 2015, firmato da Roberto Esposito, Adriano Fabris e Giovanni Reale, sottoscritto da moltissimi filosofi e associazioni professionali dei filosofi e dei docenti di filosofia).

Ma il problema è più generale e non è solo dei filosofi. La filosofia e il suo insegnamento seguono i destini tracciati dall’impotenza della cultura  nel progettare e nel costruire per il presente e per il futuro le forme di vita e i modelli di società più degni e più giusti.

 
 Articolo pubblicato da La Gazzetta del Mezzogiorno, 13 ottobre 2015

mercoledì 14 ottobre 2015

Oskar Lafontaine scrive alla sinistra italiana


COME DIMOSTRA IL CASO-SYRIZA, NON C'E' POSSIBILITA' SE....




Care com­pa­gne, cari compagni,

la scon­fitta del governo greco gui­dato da Syriza davanti all’Eurogruppo ha por­tato la sini­stra euro­pea a doman­darsi quali pos­si­bi­lità abbia un governo gui­dato da un par­tito di sini­stra, o un governo in cui un par­tito di sini­stra sia coin­volto come part­ner di mino­ranza, di por­tare avanti una poli­tica di miglio­ra­mento della con­di­zione sociale di lavo­ra­trici e lavo­ra­tori, pen­sio­nate e pen­sio­nati, e delle pic­cole e medie imprese, nel qua­dro dell’Unione euro­pea e dei trat­tati europei.
La rispo­sta è chiara e bru­tale: non esi­stono pos­si­bi­lità per una poli­tica tesa al miglio­ra­mento della con­di­zione sociale della popo­la­zione, fin­tanto che la Bce, al di fuori di ogni con­trollo demo­cra­tico, è in grado di para­liz­zare il sistema ban­ca­rio di un paese sog­getto ai trat­tati europei.
Non esi­stono pos­si­bi­lità di met­tere in atto poli­ti­che di sini­stra se un governo cui la sini­stra par­te­cipi non dispone degli stru­menti tra­di­zio­nali di con­trollo macroe­co­no­mico, come la poli­tica dei tassi di inte­resse, la poli­tica dei cambi e una poli­tica di bilan­cio indipendenti.
Per miglio­rare la com­pe­ti­ti­vità rela­tiva del pro­prio paese sotto l’ombrello dell’euro, restano al sin­golo paese sot­to­po­sto alle con­di­zioni dei trat­tati euro­pei solo la poli­tica sala­riale, la poli­tica sociale e le poli­ti­che del mer­cato del lavoro. Se l’economia più forte, quella tede­sca, pra­tica il dum­ping sala­riale den­tro un’unione mone­ta­ria, gli altri paesi mem­bri non hanno altra scelta che appli­care tagli sala­riali, tagli sociali e sman­tel­lare i diritti dei lavo­ra­tori, così come vuole l’ideologia neo­li­be­ri­sta. Se poi l’economia domi­nante gode di tassi di inte­resse reali più bassi e dei van­taggi di una moneta sot­to­va­lu­tata, i suoi vicini euro­pei non hanno pra­ti­ca­mente alcuna pos­si­bi­lità. L’industria degli altri paesi per­derà sem­pre più quote sul mer­cato euro­peo e non europeo.
Men­tre l’industria tede­sca pro­duce oggi tanto quanto pro­du­ceva prima della crisi finan­zia­ria, secondo i dati Euro­stat, la Fran­cia ha perso circa il 15% della sua pro­du­zione indu­striale, l’Italia il 30%, la Spa­gna il 35% e la Gre­cia il 40%.
La destra euro­pea si è raf­for­zata anche per­ché mette in discus­sione l’Euro e i trat­tati euro­pei, e per­ché nei paesi mem­bri cre­sce la con­sa­pe­vo­lezza che i trat­tati euro­pei e il sistema mone­ta­rio euro­peo sof­frano di alcuni difetti costitutivi.
Come dimo­stra l’esempio tede­sco, la destra euro­pea non si pre­oc­cupa della com­pres­sione dei salari, dello sman­tel­la­mento dei diritti dei lavo­ra­tori e delle poli­ti­che di auste­rità più severe. La destra vuole tor­nare allo Stato nazio­nale, offrendo però solu­zioni eco­no­mi­che che rap­pre­sen­tano una variante nazio­na­li­stica delle poli­ti­che neo­li­be­ri­ste e che por­te­reb­bero agli stessi risul­tati: aumento della disoc­cu­pa­zione, aumento del lavoro pre­ca­rio e declino della classe media.
La sini­stra euro­pea non ha tro­vato alcuna rispo­sta a que­sta sfida, come dimo­stra soprat­tutto l’esempio greco.
Atten­dere la for­ma­zione di una mag­gio­ranza di sini­stra in tutti i 19 Stati mem­bri è un po’ come aspet­tare Godot, un autoin­ganno poli­tico, soprat­tutto per­ché i par­titi social­de­mo­cra­tici e socia­li­sti d’Europa hanno preso a modello la poli­tica neoliberista.
Un partito di sinistra deve porre come condizione alla sua partecipazione al governo la fine delle politiche di austerità.
Tut­ta­via ciò è pos­si­bile solo se in Europa prende forma una costi­tu­zione mone­ta­ria che con­servi la coe­sione euro­pea, ma che ria­pra ai sin­goli paesi la pos­si­bi­lità di ricor­rere a poli­ti­che capaci di aumen­tare la cre­scita e i posti di lavoro; anche se la più grande eco­no­mia opera in con­di­zioni di dum­ping salariale.
Pre­sup­po­sto impre­scin­di­bile a que­sto scopo è il ritorno a un sistema mone­ta­rio euro­peo (Sme) miglio­rato, che con­senta nuo­va­mente di ricor­rere alla riva­lu­ta­zione e alla sva­lu­ta­zione. Tale sistema resti­tui­rebbe ai sin­goli paesi un ampio con­trollo sulle rispet­tive ban­che cen­trali e offri­rebbe loro i mar­gini di mano­vra neces­sari per con­se­guire una cre­scita costante e l’aumento dell’occupazione attra­verso mag­giori inve­sti­menti pub­blici, così come per con­tra­stare, tra­mite la sva­lu­ta­zione, l’ingiusto dum­ping sala­riale ope­rato dalla Ger­ma­nia o da un altro Stato membro.
Que­sto sistema ha fun­zio­nato per molti anni e ha impe­dito l’emergere di gravi squi­li­bri eco­no­mici, come ne esi­stono attual­mente nell’Unione europea.
Rivol­gen­domi ai sin­da­cati ita­liani, tengo a sot­to­li­neare che lo Sme non è mai stato per­fetto, domi­nato come era dalla Bun­de­sbank. Ma nel sistema Euro la per­dita del potere d’acquisto delle lavo­ra­trici e dei lavo­ra­tori attra­verso salari più bassi (sva­lu­ta­zione interna) è maggiore.
A me, osser­va­tore tede­sco, risulta molto dif­fi­cile capire per­ché l’Italia uffi­ciale assi­sta più o meno pas­si­va­mente alla per­dita del 30% delle quote di mer­cato delle sue industrie.
Sil­vio Ber­lu­sconi e Beppe Grillo hanno messo sì in discus­sione il sistema Euro, ma ciò non ha impe­dito all’Eurogruppo di imporre il modello delle poli­ti­che neo­li­be­ri­ste alla poli­tica italiana.
Oggi la sinistra italiana è necessaria come non mai.
La per­dita di quote di mer­cato, l’aumento della disoc­cu­pa­zione e del lavoro pre­ca­rio, con la con­se­guente com­pres­sione dei salari, pos­sono rien­trare nei miopi inte­ressi delle imprese ita­liane, ma la sini­stra ita­liana non può più stare a guar­dare que­sto pro­cesso di de-industrializzazione.
Lo svi­luppo in Gre­cia e in Spa­gna, in Ger­ma­nia e in Fran­cia, dimo­stra come la fram­men­ta­zione della sini­stra possa essere supe­rata non solo con un pro­cesso di uni­fi­ca­zione tra i par­titi di sini­stra esi­stenti ma soprat­tutto con l’incontro di tante ener­gie inno­va­tive fuori dal cir­cuito poli­tico tradizionale.
Solo una sini­stra suf­fi­cien­te­mente forte nei rispet­tivi Stati nazio­nali potrà cam­biare la poli­tica euro­pea. La sini­stra euro­pea ha biso­gno ora di una sini­stra forte in Italia.
Vi saluto calo­ro­sa­mente dalla Ger­ma­nia e vi auguro ogni suc­cesso per il pro­cesso di costru­zione di una nuova sini­stra italiana.

* Oskar Lafon­taine è stato mini­stro delle Finanze della Ger­ma­nia ed è l’ex pre­si­dente del Par­tito social­de­mo­cra­tico tede­sco (Spd e del Par­tito della Sini­stra (die Linke)

pubblicato da Il Manifesto, 14 ottobre 2015

venerdì 9 ottobre 2015

Antonio Gramsci: relazione pedagogica ed egemonia


nel nuovo nr. di Lavoro Politico di ottobre, dedicato al nuovo umanesimo marxista, un articolo di Gramsci (dai Quaderni) su relazione pedagogica ed egemonia



Nota
La costruzione egemonica richiede, per Gramsci, una relazione pedagogica. Si tratta di formare le coscienze ed egli utilizza, nei Quaderni,

- il rapporto scolaro-maestro inteso in maniera contrapposta all’"atto" gentiliano che aveva informato tutta la riforma scolastica del fascismo; Gramsci si dimostra attento alle eco delle teorizzazioni pedagogiche attivistiche originate dal pensiero di J.Dewey (non sappiamo esattamente quanto conoscesse di quelle pratiche), ma soprattutto alla sua concezione dialettica dell’educazione e della formazione scolastica e intellettuale, che avrebbe dovuto avere come obiettivo l’"uomo onnilaterale" di Marx, sostanziato con un’emancipazione culturale delle classi subalterne.

- La concezione del partito come "intellettuale collettivo". Il moderno Principe forgia i suoi militanti, quadri e dirigenti nella lotta comune e nella discussione partecipata, nell’elaborazione che nasce dal continuo confronto con la finalità di ri-orientare il senso comune. Il partito che emancipa culturalmente è il partito comunista, che cura la formazione interna perché i ‘nuovi intellettuali’ possano svolgere il loro ruolo come ‘organici’ alla classe nelle fitte trame della società civile, dove, appunto, si costruisce l’egemonia. I diretti diventano dirigenti, prima della presa del potere, nello stesso processo rivoluzionario.

- (ferdinando dubla, LP ottobre 2015)
Antonio Gramsci, quaderno 10 (XXXIII) – 1932-1935 stralcio dal par.44

RELAZIONE PEDAGOGICA ED EGEMONIA
"(..) ogni atto storico non può non essere compiuto dall’"uomo collettivo", cioè presuppone il raggiungimento di una unità "culturale-sociale" per cui una molteplicità di poteri disgregati, con eterogeneità di fini, si saldano insieme per uno stesso fine, sulla base di una (uguale) e comune concezione del mondo (generale e particolare, transitoriamente operante – per via emozionale – o permanente, per cui la base intellettuale è così radicata, assimilata, vissuta, che può diventare passione). Poiché così avviene, appare l’importanza della quistione linguistica generale, cioè del raggiungimento collettivo di uno stesso "clima" culturale. Questo problema può e deve essere avvicinato all’impostazione moderna della dottrina e della pratica pedagogica, secondo cui il rapporto tra maestro e scolaro è un rapporto attivo, di relazioni reciproche e pertanto ogni maestro è sempre scolaro e ogni scolaro maestro. Ma il rapporto pedagogico non può essere limitato ai rapporti specificatamente "scolastici", per i quali le nuove generazioni entrano in contatto con le anziane e ne assorbono le esperienze e i valori storicamente necessari "maturando" e sviluppando una propria personalità storicamente e culturalmente superiore. Questo rapporto esiste in tutta la società nel suo complesso e per ogni individuo rispetto ad altri individui, tra ceti intellettuali e non intellettuali, tra governanti e governati, tra élites e seguaci, tra dirigenti e diretti, tra avanguardie e corpi di esercito. Ogni rapporto di "egemonia" è necessariamente un rapporto pedagogico e si verifica non solo nell’interno di una nazione, tra le diverse forze che la compongono, ma nell’intero campo internazionale e mondiale, tra complessi di civiltà nazionali e continentali." (..)

Cit. da Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, II, ed.critica a cura di Valentino Gerratana, Einaudi, 1975, pag. 1331

domenica 4 ottobre 2015

Alberto Burgio: così fu travolta la sinistra comunista


da Il Manifesto edizione del 4 ottobre 2015

Ha fatto bene il mani­fe­sto a pub­bli­care il discorso in memo­ria di Pie­tro Ingrao — un testo breve ma denso di impli­ca­zioni — pro­nun­ciato da Alfredo Rei­chlin in piazza Montecitorio.
Col­pi­sce in primo luogo il rife­ri­mento all’attenzione che il gruppo diri­gente comu­ni­sta e Ingrao in par­ti­co­lare sem­pre riser­va­rono alla costru­zione di strut­ture sin­da­cali, poli­ti­che e cul­tu­rali ade­guate alle forme di vita che via via veni­vano affer­man­dosi nell’esperienza della classe ope­raia e dei ceti subal­terni. Si trat­tava dell’idea gram­sciana del radi­ca­mento del par­tito nella vita reale del «sog­getto». Ed era, forse più sem­pli­ce­mente, il riflesso della con­sa­pe­vo­lezza della neces­sità di trarre dal con­tatto diretto col mondo del lavoro gli ele­menti essen­ziali della let­tura cri­tica della società e, di qui, le diret­trici della bat­ta­glia per l’emancipazione e la trasformazione.
Non è un pas­sag­gio tra­scu­ra­bile. Spesso e non senza uni­la­te­ra­lità si parla di Ingrao come del diri­gente comu­ni­sta più attento alla fecon­dità dei movi­menti e più inte­res­sato al dia­logo con le forme emer­genti della sog­get­ti­vità. E altret­tanto spesso lo si ricorda come l’uomo del dub­bio, insof­fe­rente al con­for­mi­smo e alla disci­plina impo­sta — non sem­pre per buoni motivi — nei par­titi comu­ni­sti pla­smati dall’esperienza della Terza Inter­na­zio­nale e della guerra anti­fa­sci­sta. Una disci­plina che Ingrao con­tra­stava non in linea di prin­ci­pio, per assunti pre­co­sti­tuiti. Ma per­ché vi rav­vi­sava un peri­colo di ripie­ga­mento su ste­rili cer­tezze, una clau­sola avversa alla ricerca fuori dagli schemi, all’ascolto spre­giu­di­cato della realtà. Non­ché una moda­lità incom­pa­ti­bile con la libertà dei sog­getti: al punto di scor­gere pro­prio in quella rigi­dità ideo­lo­gica e nella cifra auto­ri­ta­ria delle orga­niz­za­zioni due tra le prin­ci­pali cause della scon­fitta sto­rica del movi­mento comu­ni­sta nel secondo dopoguerra.
Quel che spesso tut­ta­via si dimen­tica è che quell’apertura e quella curio­sità si coniu­ga­vano con la cura per la comu­nità del par­tito e con la coscienza della sua fun­zione indi­spen­sa­bile nell’elaborazione del sog­getto e nella costru­zione del con­flitto di classe. Un’attitudine che si pone let­te­ral­mente agli anti­podi dell’ideologia del par­tito leg­gero nel cui nome, dalla seconda metà degli anni Ottanta, si prov­vide a sman­tel­lare la strut­tura arti­co­lata del Pci, a sra­di­carlo dai ter­ri­tori e dalle maglie della rela­zione sociale, ad avviarne la tra­sfor­ma­zione in par­tito d’opinione prima, in campo di con­cor­renza tra lea­der a fini elet­to­rali poi e, final­mente, in uno stru­mento di comando poli­tico sca­la­bile dai più agguer­riti por­ta­voce dei poteri forti. Sta­vano a cuore a Ingrao l’apertura al con­fronto come la pra­tica del dub­bio e la ric­chezza della ricerca con­creta. Ma non gli pre­me­vano di meno la sal­dezza dell’organizzazione come trama viva di rela­zioni umane, la sua com­pat­tezza e per­sino la sal­va­guar­dia delle sue ritua­lità tra­man­date e con­di­vise nel corso del tempo.
Que­sto abito fu una delle ragioni della sua radi­cale estra­neità alla meta­mor­fosi impo­sta al Pci e poi alla sua liqui­da­zione. Sulla scelta di Ingrao di «restare comun­que nel gorgo» non si smet­terà di discu­tere. Si trattò di una deci­sione pesante che molto influenzò le sorti del nascente movi­mento della rifon­da­zione comu­ni­sta e della sini­stra di alter­na­tiva tutta nel lungo periodo. Ma quel dato di fatto, l’appartenenza cul­tu­rale e antro­po­lo­gica alla sto­ria delle grandi orga­niz­za­zioni di massa del movi­mento comu­ni­sta, resta. E getta sulla sua figura una luce forse, in qual­che misura, tra­gica, se è vero che la deci­sione di stare nel Pds ne ali­mentò un non risolto travaglio.
C’è un secondo pas­sag­gio nell’orazione di Rei­chlin che merita un breve com­mento. A pro­po­sito della mon­dia­liz­za­zione neo­li­be­ri­sta egli ricorda come la sini­stra ita­liana ne sia stata «tra­volta». Si trattò di una cesura epo­cale, che forse per que­sto Rei­chlin defi­ni­sce «mate­ria ormai degli sto­rici». In effetti, così sulla pro­fon­dità del muta­mento, come su quel tra­vol­gi­mento non sus­si­stono dubbi. Epperò ciò non può voler dire che il giu­di­zio su quei pro­cessi e appunto su quel venirne tra­volti — quale che sia la let­tura che si ritenga di darne — non sia anche squi­si­ta­mente poli­tico. Quindi urgente, qui e ora, per le respon­sa­bi­lità che coin­volge, rivela e pone in evidenza.
Ad ogni buon conto pro­prio su quel pas­sag­gio sto­rico Ingrao insi­stette con forza a più riprese, invo­cando una revi­sione pro­fonda dei qua­dri ana­li­tici ma al tempo stesso riba­dendo l’esigenza di rilan­ciare la lotta per l’alternativa. La con­sa­pe­vo­lezza della por­tata della svolta con­ser­va­trice e della neces­sità di ria­prire una ricerca lo indusse a respin­gere la pro­po­sta di restare alla pre­si­denza della Camera alla fine degli anni Set­tanta, men­tre già si avviava lo sfon­da­mento neo­li­be­ri­sta. E mai egli ebbe ten­ten­na­menti — que­sto oggi va ricor­dato, senza rifu­giarsi in for­mule elu­sive o ecu­me­ni­che — nel valu­tare dove stes­sero le ragioni della moder­nità e del pro­gresso, dove quelle della rea­zione e della violenza.
Que­sto è un nodo al quale a nes­suno è con­cesso di sfug­gire. Che va discusso senza reti­cenze. La vicenda dei gruppi diri­genti post-comunisti dagli anni Ottanta a oggi non si com­prende senza rico­no­scere lim­pi­da­mente che il giu­di­zio da essi for­mu­lato sulla mon­dia­liz­za­zione neo­li­be­ri­sta fu cla­mo­ro­sa­mente sba­gliato. E che esso non ha sol­tanto por­tato alla muta­zione gene­tica delle mag­giori orga­niz­za­zioni poli­ti­che nate dallo sman­tel­la­mento del Pci — al loro sra­di­ca­mento dal ter­reno delle lotte del lavoro — ma ha anche, per ciò stesso, con­tri­buito a sta­bi­liz­zare l’egemonia della destra e a segnare, nella sto­ria del paese, gravi regressi sul ter­reno delle con­qui­ste sociali e delle garan­zie demo­cra­ti­che. E del resto lo stesso Rei­chlin pare rico­no­scerlo là dove pen­so­sa­mente ammette che chi ha diretto le forze mag­giori della sini­stra ita­liana non ha saputo custo­dire la sto­ria del movi­mento ope­raio e di quella sini­stra comu­ni­sta di cui Ingrao è stato una delle guide più auto­re­voli e amate.

-- Alberto Burgio -- [Il Manifesto, 4 ottobre 2015]

lunedì 28 settembre 2015

M.Landini: Pietro Ingrao e i suoi operai costituenti


IL SOGNO E LA REALTA'
Cosa mi ha insegnato Pietro Ingrao?
...Che senza immaginare il futuro, anche l'analisi della realtà concreta e' impossibile.....
addio Pietro, cent'anni di solitudine..... (fe.d.)

Arti­colo uscito nel sup­ple­mento spe­ciale al mani­fe­sto per i cento anni di Pie­tro Ingrao il 31 marzo scorso.

Quando, nel feb­braio scorso, il pre­si­dente del con­si­glio si è recato a Mira­fiori per ren­dere omag­gio all’amministratore dele­gato della Fiat (par­don, Fca…), e indi­carlo al paese quale rife­ri­mento per le stra­te­gie da adot­tare anche nel rap­porto con i lavo­ra­tori, ho pen­sato imme­dia­ta­mente a Pie­tro Ingrao.
In par­ti­co­lare, al suo discorso di tren­ta­sette anni prima alle accia­ie­rie di Terni.
Ricor­reva il tren­ten­nale dell’entrata in vigore della nostra Costi­tu­zione e Ingrao, all’epoca Pre­si­dente della Camera, che si recò in quello sta­bi­li­mento su invito del Con­si­glio di Fab­brica per par­lare della nostra Carta fon­da­men­tale, si rivolse agli ope­rai pre­senti defi­nen­doli «costi­tuenti». Li col­locò solen­ne­mente e for­mal­mente tra i padri costituenti.
Si dirà: ma in que­sti tren­ta­sette anni è cam­biato il mondo! Ed è senz’altro vero. Ma da qui ad assu­mere, per quanta acqua sia pas­sata sotto i ponti, come una natu­rale evo­lu­zione del senso civico il rove­scia­mento della fun­zione sociale del lavoro, così come defi­nita e posta a fon­da­mento della nostra Repub­blica, ce ne passa.
E’ stata uti­liz­zata la lunga crisi di que­sti anni per por­tare a com­pi­mento una gigan­te­sca ope­ra­zione di regres­sione del lavoro, nel ten­ta­tivo di ripor­tarlo a mero rap­porto di scam­bio, alla ori­gi­na­ria dimen­sione di merce.
Un’intera gene­ra­zione di gio­vani lavo­ra­tori è schiac­ciata da una pre­ca­rietà diven­tata con­di­zione strut­tu­rale. La corsa alla moder­niz­za­zione del lavoro nell’epoca dell’economia glo­bale si sta con­clu­dendo al tra­guardo del ritorno all’antico. Una lunga sta­gione segnata dall’affermazione dei diritti del lavoro e nel lavoro si sta rove­sciando nel suo con­tra­rio. Quando si passa, come con il Jobs Act ren­ziano, dalla tutela dei lavo­ra­tori alla tutela dai lavo­ra­tori non si è sem­pli­ce­mente di fronte ad una discu­ti­bile riforma del mer­cato del lavoro, ma al com­pi­mento di una stra­te­gia che vuole riscri­vere un intero modello sociale e chiu­dere a dop­pia man­data un intero ciclo di con­qui­ste che hanno avuto i lavo­ra­tori come protagonisti.
Soli­tu­dine poli­tica delle per­sone che lavo­rano e fran­tu­ma­zione dei legami sociali non pos­sono essere l’epilogo di que­sta fase. La Fiom ad esso non si ras­se­gna. Ecco per­ché pen­siamo sia giunta l’ora di non limi­tarsi solo ad un’azione di resi­stenza per ritar­dare il com­pi­mento di un destino scritto nei pro­cessi reali, che per quanto ci riguarda si tra­dur­rebbe nel rin­chiu­dere una sto­ria nel recinto dell’aziendalismo e del cor­po­ra­ti­vi­smo. Ecco per­ché pen­siamo come neces­sa­rio rites­sere la trama di legami sociali soli­dali che, per effetto dei pro­cessi eco­no­mici e delle scelte poli­ti­che, è stata sfilacciata.
Ecco per­ché lavo­riamo al pro­getto di coa­li­zione sociale.
Diven­tano cen­trali, in que­sta situa­zione, i temi e le domande sul senso del lavoro, e sul rap­porto tra lavoro e vita, che Pie­tro Ingrao da anni va ponendo all’attenzione del dibat­tito poli­tico, spesso ina­scol­tato o non com­preso. La sua capa­cità di leg­gere con largo anti­cipo i pro­cessi di fondo, il dub­bio assunto come metodo, hanno costi­tuito gli ele­menti fon­danti di una rela­zione feconda e stret­tis­sima intrec­ciata nelle lotte dei metal­mec­ca­nici con il loro sin­da­cato, la Fiom, e con chi l’ha diretta in anni dif­fi­ci­lis­simi ma ric­chi di suc­cessi, come Bruno Trentin.
Per me scri­vere di Ingrao nel momento in cui la sua vita rag­giunge un’età straor­di­na­ria è motivo di par­ti­co­lare gioia e orgo­glio. Per ciò che Ingrao rap­pre­senta per la Fiom (di cui è il primo iscritto ono­ra­rio!); per ciò che rap­pre­senta per intere gene­ra­zioni che hanno in lui un rife­ri­mento poli­tico, etico e morale.
E per dir­gli pub­bli­ca­mente ciò che non ho avuto modo di fare pri­va­ta­mente: che la sua ine­sau­ri­bile curio­sità per le cose grandi e pic­cole del mondo e della vita rap­pre­senta uno sti­molo for­mi­da­bile per tutti noi ad andare avanti.
[Buon com­pleanno, Pietro.] [Pietro Ingrao è morto a Roma il 27 settembre 2015, ndr]

* L’autore è il segre­ta­rio gene­rale della Fiom Cgil