le lenti di Gramsci

domenica 18 ottobre 2020

LA FUNZIONE RIVOLUZIONARIA ed ERNESTO GUEVARA

 

Massimo Giusto

ERNESTO GUEVARA - LA FUNZIONE RIVOLUZIONARIA

con presentazione di Ferdinando Dubla

in allegato, traduzione italiana de «El socialismo y el hombre a Cuba» (1965) 

ed. Paprint, 2010 

ora disponibile su Academia.edu 

- Prodotto dall'autore, il sociologo Massimo Giusto, per le ed.Paprint nel 2010, "Ernesto Guevara la funzione rivoluzionaria" è una lettura de Il socialismo e l’uomo a Cuba, «El socialismo y el hombre a Cuba», pubblicato in Marcha (Montevideo) 12 marzo 1965, e in Verde Olivo, aprile 1965, debitamente in necessario allegato al testo. Uno spunto sociologico funzionalista applicato ai processi rivoluzionari: se gli intellettuali, oltre a comprendere, come asseriva in una memorabile nota dei ‘Quaderni’ Antonio Gramsci, devono anche sentire, ebbene, questo contributo, si iscrive pienamente in una nuova metodologia per lo studio e l’analisi delle funzioni che le personalità della storia hanno svolto nel proprio tempo storico e oltre se stessi. Oltre il mito dell’utopia, ma con una forte dialettica tra scienza e sogno, tra la poesia di una vita spesa per la rivoluzione e la rigorosa analisi sociale. Il mito, che si nutre di simboli e codificazioni di matrice religiosa, stavolta corre sul filo dell'utopia rivoluzionaria, che, proprio perchè tale, muove all'azione trasformatrice della storia.

il link all'opuscolo completo 

https://www.academia.edu/44311278/Massimo_Giusto_Ernesto_Guevara_la_funzione_rivoluzionaria_con_presentazione_di_Ferdinando_Dubla_in_allegato_Che_Guevara_Il_socialismo_e_luomo_a_Cuba_1965_




lunedì 12 ottobre 2020

NO a TARANTO avamposto dell’imperialismo USA-NATO

 Sì ad una diversificata progettualità per il futuro della città dei due mari, con al centro il rilancio del porto, commerciale e turistico. No alla monocultura dell’acciaio, sì alla Via della seta. 

CARO CONTE, CARO GOVERNO, il nostro futuro non è essere schiavi, né dell’acciaio dei veleni né dell’imperialismo USA-NATO.


Comunicato di Peacelink, 12 ottobre 2020
Taranto è minacciata dal cancro non da potenze straniere

Comunicato di PeaceLink in occasione della visita a Taranto del Presidente del consiglio e dei ministri.

In questi anni abbiamo ascoltato i cittadini di Taranto, il loro grido di dolore per l’emergenza sanitaria e ambientale. Durante tutta la nostra lunga esperienza mai un solo cittadino ci ha chiesto che si ampliasse la base Nato. Non era una necessità avvertita da nessuno. Eppure a questa cosa non necessaria il governo ha deciso di destinare 200 milioni. E’ un l’ampliamento che renderà Taranto una città chiave delle SNF (Standing Naval Forces) che costituiscono il nucleo marittimo della Very High Readiness Joint Task Force del Fianco sud della Nato.

Questo ingente investimento militare è una spesa inutile che sottrae risorse ad altri settori civili. Ed è in linea con una strategia controproducente per le potenzialità di riconversione. Limiterà gli attori che si possono candidare ad investire a Taranto. Infatti un dossier del Copasir, l’organo parlamentare che si occupa dei servizi segreti e di intelligence, ha posto sotto sorveglianza la base Nato di Taranto (Standing Nato Maritime Group 2 – SNMG2); nel dossier vengono avanzate preoccupazioni per eventuali investimenti della Cina nel porto di Taranto. La questione è ampiamente nota e dibattuta per chi si occupa di intelligence. E così il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (COPASIR) rischia di porre un freno agli investimenti cinesi a Taranto per ragioni di “sicurezza nazionale”. Taranto è sorvegliata speciale. I cittadini di Taranto non lo sanno ma il COPASIR sì. A Taranto si gioca una delicata partita geostrategica e il governo italiano, che oggi si presenta a Taranto in grande stile, ha subito forti pressioni dal governo americano perché la Cina resti fuori dai piani di investimenti del porto jonico.

Oggi, di tutti i piani di investimento che i ministri verranno a presentare, il più sostanzioso e strategico è quello militare ed è quello che meno di tutti serve alla riconversione di Taranto da città dell’inquinamento a città green.

I cittadini di Taranto, dopo la visita di oggi dei ministri, sapranno che avranno un grande futuro militare. Ma quando andranno a prenotare una risonanza magnetica sapranno che non è disponibile nessun posto da qui ai prossimi mesi. In piena emergenza Covid il sistema che a Taranto serve alla sorveglianza sanitaria è congestionato. A Taranto ogni anno più di mille persone scoprono di avere un tumore e il peso dell’emergenza ambientale richiederebbe un piano straordinario di sorveglianza sanitaria. Di tutti i piani per Taranto il più sbagliato e inopportuno è l’ampliamento della base navale Nato, un investimento che nasce non per venire incontro alle esigenze della città ma per ragioni che riguardano le esigenze militari strategiche della Nato. E’ un investimento poco comprensibile in un’epoca in cui l’Italia non è minacciata da alcuna potenza straniera, ragion per cui vengono meno le stesse esigenze della Nato come alleanza militare difensiva. Taranto è minacciata dal cancro, non da potenze straniere. Si spendono soldi per ampliare qualcosa che non serve alle stesse finalità militari difensive della Nato, sancite solennemente dal suo statuto costitutivo del 1949, questa è la verità. Questi duecento milioni per la base navale sono un insensato spreco di denaro pubblico in un momento difficilissimo per l’economia delle piccole e medie imprese durante l’emergenza Covid. Sono uno spreco di denaro pubblico quando i cittadini sono in fila per prenotare esami sanitari essenziali per la salute e la vita. Tutto ciò avviene senza una sufficiente capacità di comprensione strategica e di discernimento delle priorità, con gli applausi dei parlamentari pentastellati e sotto la vigile sorveglianza di tutta la lobby politico-militare che vuole fare di Taranto qualcosa di funzionale al futuro della Nato, a tutto discapito del futuro della città, della sua vera sicurezza, delle sue vere vocazioni e della sua libertà di scelta economica. Ogni investimento futuro sarà monitorato e autorizzato, e – nel caso – ostacolato se l’investimento sarà effettuato con capitali cinesi. Questo è il futuro che viene preparato per la città di Taranto.

E’ auspicabile che Taranto sia invece “città operatrice di pace”, come recita l’articolo 1 dello Statuto Comunale, e che al più presto la città martire della guerra contro l’inquinamento industriale venga risarcita di tutti i danni subiti e realmente bonificata.

Alessandro Marescotti

Presidente di PeaceLink





giovedì 8 ottobre 2020

Intenzionalità pedagogica e alternativa: la riflessione educativa di Gramsci (video)

 

L’INTENZIONALITA’ PEDAGOGICA 

è l’intenzionalita’ della coscienza e per la trasformazione rivoluzionaria del mondo c’è dunque la necessità della formazione di questa coscienza. Non è l’indottrinamento, tipico delle religioni e del senso comune veicolato dalle classi dominanti (dogmatismo) ma l’obiettivo educativo primario è la consapevolezza critica. La riforma intellettuale e morale passa dalla scuola, come istituzione sovrastrutturale dell’egemonia. (fe.d.)

Link Gramsci video alternativa pedagogica 

Luca Cangemi/Ferdinando Dubla -- dipartimento Scuola e Università PCI 

https://www.facebook.com/watch/?v=802345253911840




mercoledì 7 ottobre 2020

LA FONDAZIONE DI “SOCIETÀ" (1945-1961)


Nell'estate 1945 è nato a Firenze questo periodico che non è in origine diretta emanazione del PCI quanto piuttosto pubblicazione che vuole esprimere le idee degli intellettuali che hanno inteso "assumere le posizioni del proletariato". Animatore dell'operazione è Ranuccio Bianchi Bandinelli che nel suo scritto "Il Diario di un borghese" ha ricostruito il suo travagliato passaggio dal crocianesimo al marxismo. Il diario apparirà pubblicato, a puntate, su "Società" ed essenzialmente rappresenta una separazione, dolorosa e progressiva, da una cultura intesa, fino ad allora, con spirito di "casta". Sta nascendo una nuova cultura ma è necessario, per Bianchi Bandinelli, che ciò non accada recidendo tutto il patrimonio che abbiamo alle spalle. È anzi indispensabile che trasmigri, nella nuova cultura, tutto il meglio della vecchia cultura. A ciò dovranno tendere, con le loro azioni e le loro opere, gli intellettuali che hanno deciso di fare la scelta in direzione del rinnovamento democratico. Nessuna rivista, se si eccettua "Il Politecnico" mostrerà, almeno per tutta la prima fase della sua vita, tanta e tale attenzione al problema, dirimente, degli intellettuali. Croce stesso si esprimerà in termini lusinghieri su "Società", prima serie, definendola "Una rivista di cultura, la quale per più riguardi si leva sulle altre comunistiche che vengono comparendo in Italia" [1].

Il fascismo comincia ad essere esaminato non nell'accezione crociana dell"accidente della storia" quanto piuttosto come un fenomeno che ha potuto attecchire e svilupparsi nel nostro paese proprio in quanto già da tempo preesistevano tutte le precondizioni perché ciò avvenisse "In questo lavoro che è ricchezza comune si inserisce come elemento...vitale l'attività degli intellettuali. Essi sono il sale della terra: tuttavia non costituiscono una classe a sé. E guai a loro, per la loro vocazione, se tendono a costituire casta o categoria. Un cielo di metafisica quiete o di metafisica purezza...non è aperto e non sarà mai aperto .ad alcun intellettuale"[2].

In tutta la prima parte della vita della rivista notevole è l'attenzione rivolta alla letteratura italiana (Montale, Luzi) e straniera (Eluard, Aragon, Majakovskij, Essenin etc.). Luporini, con Romano Bilenchi e Bianchi Bandinelli, saranno i primi, principali animatori della rivista. Quando la rivista dimostrerà di voler dare attenzione particolare a quanto avviene anche all'interno delle pieghe del movimento operaio americano, proponendo osservazioni e suggerimenti provenienti da quella sponda, si registrerà un primo ed esplicito richiamo di Togliatti a ritornare organicamente nei tracciati della storia nazionale e della diffusione esclusiva del marxismo. Ne deriverà un cambiamento, ed anzi un parziale snaturamento, nel passaggio della rivista dalla prima alla seconda serie, caratterizzata, più chiaramente, da un'impostazione più sintonica alle impostazioni di partito. La seconda serie di "Società" durerà fino al 1952. "Società", dopo il 1952, subisce comunque un'evoluzione. Cambia lo stesso comitato di redazione e, dal primo numero del 1953. la rivista sarà firmata, come curatori, da Carlo Muscetta e Gastone Manacorda, introducendo, con queste nuove presenze redazionali, un nuovo e diverso stile nel senso di un maggiore affrancamento dalla diretta dipendenza dal PCI ed acquisendo una fisionomia ed un'identità più caratterizzata da elementi di autonomia progettuale ed operativa. Va segnalato il fatto che sulle pagine di "Società" Renato Zangheri aveva curato[3], una rassegna di Storia del Movimento Operaio italiano dal 1944 al 1950. Sarà questo (1945-1960) essenzialmente il quindicennio nel quale si snoderà l'azione di "Società" ed in particolare il tentativo di definire identità e ruolo dell'impegno degli intellettuali di netta estrazione marxista nella cultura e nella società italiana.

"Società" nasce per diretta iniziativa di un gruppo di intellettuali fiorentini come Ranuccio Bianchi Bandinelli, Romano Bilenchi, Maria Bianca Gallinaro, Cesare Luporini etc. Verranno sistematicamente discussi in essa esperienza i temi in relazione alla scelta di alcuni principali settori di intervento come la Storia, la Letteratura, la Filosofia. La rivista tenderà ad aggiornare e rendere di volta in volta più organico ed attuale il proprio impegno mantenendo, fino alla fine, anche coi contributi della direzione di uomini come Cesare Luporini, Carlo Muscetta, Gastone Manacorda, nei suoi diversi periodi di vita e di lavoro, un tratto di costante ricerca e convergenza con le scelte e le opzioni principali della politica del PCI. Progressiva confluenza ed infine quasi identità tra fondatori della rivista e dirigenti del PCI. La loro comune esigenza appare quella della ricostruzione intellettuale, oltre che materiale e politica, la scelta di agire all'interno della linea del "rinnovare conservando". È da questi uomini che, non casualmente, partirà l'azione di contrasto e di polemica – anche aspra ed acuta - "contro la nuova cultura, intesa come una sorta di metanoia evangelica". È questo uno dei tratti distintivi della fisionomia di "Società" e della non casuale affinità di vedute e convergenze tra Luporini e Togliatti. È stato il Convegno di Firenze del 9-10 Gennaio 1981[4] ad avere più efficacemente riflettuto su un'esperienza singolare ed importante, non sempre proceduta all'interno di rapporti di continua linearità.

Il costante ancoraggio alla situazione politica, economica, sociale non consentiva d'altronde rassicuranti rifugi nell'indistinto campo di una presunta ed estranea impermeabilità dell'arte e della letteratura. Il carattere militante delle scelte degli ispiratori e dei fondatori della rivista, la loro indubbia acutezza analitica e versatilità produrranno momenti di forte ed indiscutibile vivacità nella produzione culturale specifica.

È Manacorda a scandire un distinto periodare dei caratteri della rivista. È lui che, ricostruendo la storia di questa esperienza, proporrà una distinzione temporale tra un primo periodo fiorentino (1945-1946), un secondo periodo fiorentino (1947-1949), il primo periodo romano (1950-1952), il secondo periodo romano (1953- 1956), il periodo milanese (1957-1961).


NOTE

1. BENEDETTO CROCE, Aspetti di Storia recente, in Nuove pagine sparse, Ed. Laterza, Bari 1966, pp. 265-266.

2. In: "Situazione", "Società", a. I, gennaio-giugno 1945: art. redatto, probabilmente, da Cesare Luporini.

3. Giugno 1951 pp. 308-347

4. Con le belle relazioni di Badaloni: "Cultura e Socialismo nelle pagine di "Società", di Romagnoli: "Società" nella cultura contemporanea", di Ciliberto: Tradizioni culturali e ideale filosofico in "Società", di Mari "Temi e forme del marxismo teorico", di Maggi "L'etica dell'intellettuale e i campi di ricerca in "Società" e di Mangoni "Storia e Storiografia in 'Società".

 

da Piero Lucia, Intellettuali italiani del secondo dopoguerra - Impegno, crisi, speranza, ed. Guida, 2003, pp.93-95