
lunedì 30 giugno 2014
venerdì 27 giugno 2014
Enrico Berlinguer: contro le abiure. Ricordate anche questo
Chi ci chiede di emettere condanne o di compiere abiure – afferma – [...] chiede una cosa [...] impossibile e sciocca. [...]
I passi avanti nell’adeguamento e aggiornamento della nostra linea [...] li abbiamo compiuti non rompendo con il nostro
peculiare passato [...] non recidendo le nostre radici [...] bensì sviluppando il grande, irrinunciabile patrimonio teorico e
ideale accumulato in centotrent’anni di lotte dei movimenti rivoluzionari nati col Manifesto del Partito comunista
ENRICO BERLINGUER, intervista a Eugenio Scalfari, 2 agosto 1978
ENRICO BERLINGUER, intervista a Eugenio Scalfari, 2 agosto 1978
domenica 15 giugno 2014
Athena Orchard e l'Io riflesso
Un bellissimo articolo di Sarantis Thanopoulos su Il Manifesto del 14 giugno c.a., lega la vicenda della piccola Athena ad una riflessione congruente alle teorie di G.H.Mead e C.H.Cooley
Athena Orchard, una tredicenne inglese, è morta di tumore qualche mese fa. Recentemente i genitori hanno scoperto una sua lettera d’addio scritta sul retro del suo specchio. La lettera resa pubblica ha avuto una grande risonanza. All’inizio della lettera Athena invita a vivere ogni giorno come se fosse speciale perché «domattina potrebbe capitarvi una malattia mortale, come è accaduto a me». Il suo testo a «memoria futura» è ingenuo ma la sua intensità lo rende commovente e alcune annotazioni sulla felicità sono sorprendentemente acute. La felicità, scrive Athena echeggiando inconsapevolmente Kavafis, «forse non è il lieto fine, forse è la storia». E in un altro punto ribadisce: «la felicità è una direzione, non una destinazione». Non è facile scrivere queste parole quando il triste fine è alle porte, interrompendo anzitempo la storia, e la direzione porta dritto alla morte come sua unica destinazione. Tuttavia si può comprendere meglio la fiducia nella vita di questa fanciulla destinata a non fiorire se si assume che una storia è nella sua essenza sempre incompiuta, senza fine, aperta alla buona e alla cattiva sorte. E la direzione non ha mai destinazione, la elude. Per Athena la felicità è l’intenso vivere, non esattamente quello dell’«attimo fuggente» ma l’eternità del semplice gesto spontaneo che crea il nostro legame con il mondo senza altra aspirazione che il fluire della nostra esperienza. Questo gesto che ignora la morte e non ha una meta definita, è la materia prima da cui prende forma il senso della vita.
Essere psichicamente vivi quando moriamo è la migliore sorte che ci può capitare ma ciò che la ostacola non è l’incombente morte fisica bensì la morte che ci abita interiormente fin dal momento che il nostro legame con lo specchio (reale o metaforico) ci insedia nelle condizioni oggettive della nostra esistenza. L’esistenza spontanea, libera di un ordine predefinito, del bambino che costituisce il nucleo originario della nostra soggettività, si struttura riflettendosi in un ordine sociale (simbolico) che le preesiste, in maniera meno ortopedica di quanto supponeva Lacan (che è stato il primo a intuire questo dramma iniziale della vita) ma comunque traumatica, (auto)alienante. La strutturazione se ci predispone alla socialità, limita, al tempo stesso, la nostra libertà di vivere un disordine creativo e di goderne. La nostra nascita sociale fa «morire» una parte della nostra spontaneità, una parte della capacità di godimento puro, privo di altre finalità, che determina l’intima sensazione di essere vivi. Questa perdita (la radice più profonda della dimensione melanconica della vita) è riparata con l’investimento narcisistico della nostra immagine riflessa: il Narciso che alberga in noi si aggrappa al suo specchio per non sprofondare nella fascinazione della propria immagine che lo cattura dall’esterno. In «Attraverso lo specchio» di Lewis Carroll, Alice scopre in un diario un poemetto (Jabberwocky) fatto di parole senza senso e leggibile solo se riflesso nello specchio. Ogni notte è necessario attraversare lo specchio con Alice per entrare nel mondo del sogno, riscoprire un nostro personale disordine e ritrovare l’incomprensibile (nel mondo ordinato in senso logico) poema del nostro idioma soggettivo libero da una sua lettura allo specchio che lo raddrizza pregiudicando il suo dispiegamento creativo. In vicinanza della morte lo specchio può riattivare l’interruzione del flusso spontaneo della vita che si oppone allo sgomento. Scrivendo sul retro del suo specchio Athena lo ha attraversato metaforicamente. Ha guardato la vita dal lato del sogno.
Bellissimo, vero e commovente (fe.d.)
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mercoledì 4 giugno 2014
COMUNISMO ZEN
Comunista, ma zen
Andrea Guermandi
(Forlì)
In quattro parole racconta il suo presente, ripescando la fotografia istantanea di un suo caro amico antico, giovane come un ragazzo che sente la primavera.
Comunista ma zen. E lo dice con una sorta di orgoglio, frutto di un lungo percorso verso una serenità “politica”, partito dalla ribellione e dal radicalismo naif che appartiene a tutti quelli che hanno un sogno rivoluzionario.L’antico amico è Tonino Guerra che, al traguardo dei novant’anni e di tanti ancora da mettere a frutto, se ne è uscito con il suo “Sono un comunista zen” alla vigilia del conferimento del titolo di “tutore” del paesaggio e della bellezza. Un riconoscimento per la sua propensione a dare suggerimenti ai fini del bene comune, una vera rarità in questo medioevo umanoide.
Un suono prima che un’idea che gli è piaciuta moltissimo per raccontarsi, una specie di “pin” da applicare sulla propria giacca. Come a dire: “Mi sento come Tonino e come lui sono consapevole e felice di essere arrivato a questa visione dell’altro mondo”.
Certo, in questo, di mondo, non ci sarebbe tanto spazio per la ricerca, per la stupefazione, per l’attitudine fanciullesca di considerare una esistenza, anche la propria, per quello che è: un’occasione. Un’occasione per ascoltare, prima di tutto chi non la pensa come te, cercando di convincere senza strumentalità e offrendo punti di possibile incontro. Senza volgarità.
Un’occasione per meravigliarsi dell’altrui intelligenza. Un’occasione per mettersi a disposizione di un pensiero lungo che possa porre le basi per una famiglia, un quartiere, un paese ed un intorno migliori, costruendo giorno per giorno mattoni di tolleranza, inclusione, apertura ad altre storie.
Comunismo zen, appunto. Che significa rispettare le regole di base e le grandi aspirazioni, garantendo l’accesso al sapere e il bene comune, sostenendo chi ha poco o niente, praticando le desuete aspirazioni alla libertà ed alla laicità. Aggiungendo ad esse quel colore così caldo che ha l’utopia.
Il comunismo zen si costruisce giorno per giorno. In casa, nei luoghi di lavoro, alle riunioni, col senso civico, con l’amore per i propri simili, con le idee. Senza aver troppa fretta di vedere i risultati. Utòpia ha tempi lunghi, gambe un po’ traballanti come quelle dei vecchi che, però, non rinunciano ad uscire di casa a sfolgorar saggezza.
Il comunismo zen si costruisce soprattutto con i pensieri, mutuando i vissuti speciali, la storia, la propria provenienza specifica, la tradizione individuale, il contesto personale. Ammorbidendo la rabbia, quando si riesce. Analizzando le critiche. Ripercorrendo gli errori, rimodulando gli obiettivi e cercando quell’isola che c’è e che si è solamente spostata un po’ più in là, verso Occidente.
Ed è l’esatto opposto della rassegnazione. Della stagnazione e dell’assuefazione.
Anch’io vorrei godere di questo status invidiabile che genera saggezza e prepara la dialettica.
E che è sempre speranza, nonostante la forza del buio.
http://www.andreaguermandi.com/news/comunista-ma-zen/
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