le lenti di Gramsci

martedì 26 ottobre 2010

LA TARANTATA



La gogna mediatica per Sabrina da Avetrana


Il clamore mediatico che si è sviluppato intorno al caso di Sarah Scazzi ad Avetrana, si presta a più di qualche utile riflessione. Non è una semplice “arma di distrazione di massa” che i poteri forti utilizzano per distogliere da temi scomodi la popolazione e dettare quindi una diversa agenda di priorità rispetto alle reali emergenze del paese. C’è sicuramente questo aspetto, ma non è il solo e forse non è il prevalente. L’ossessione ripetuta nelle tante ricostruzioni televisive e articoli, saggi di esperti e non della stampa quotidiana e periodica, è invece, a mio avviso, un tentativo, non nuovo per i media tradizionali, di condizionare gli eventi stessi e dunque una prova che è possibile costruire quello che Gramsci chiamava senso comune (categoria più universale della generica pubblica opinione) interagendo in tempo reale, come solo la rete Internet può realizzare, con i fatti.
Un vero e proprio passaggio, dunque, dal talk-show, programma di approfondimento e riflessione, al reality show, una fiction non più costruita con personaggi comunque consapevoli, ma presi dalla vita vera.
E’ stata una progressione spettacolare: la confessione dello zio-orco costruiva un’immagine troppo stereotipata, in cui si sprofondava freudianamente nelle libidinose pulsioni dell’eros che si fa morte, fino al vilipendio del corpo di una innocente creatura appartenente alla propria famiglia. Un abisso che l’immaginario collettivo fa fatica finanche a scorgere, troppo grande per un’unica proiezione della propria coscienza e di torbidi istinti dell’inconscio. Allora, quando gli inquirenti hanno perseguito una pista parallela e convergente e ottenuto un’ennesima versione del delitto con chiamata in correità di Sabrina, cugina e amica della piccola Sarah, i mass-media hanno dato tutto quello che era in loro potere per costruire una gogna ben oltre l’ipotesi investigativa. Appesantendo la responsabilità di Sabrina, oltre la rinnovata spettacolarizzazione dell’evento che garantisce un altissimo “audience”, contribuiscono ad alleggerire il peso di quella pressione sulle coscienze di tutti noi.
Noi naturalmente non sappiamo se Sabrina sia colpevole o innocente: lo decideranno gli inquirenti e successivamente il processo. Ma abbiamo assistito a una sua fustigazione precoce, in un paese, come il nostro, in cui per i potenti la presunzione d’ innocenza è sacra fino al terzo grado di giudizio! La figura di Sabrina Misseri si prestava ottimamente: una strega moderna nella terra delle tarantate invasate da furori sublimati da un misticismo che nasconde invece uno sfrenato spirito dionisiaco (La Repubblica ha scomodato nei suoi titoli di prima pagina la celebre opera di Ernesto De Martino “La terra del rimorso”), una strega capace di liberarci dall’oppressione di quelle pulsioni inconfessabili che piegano la razionalità alle più torbide passioni.
Se ne sono sentite e se ne sentono di tutti i colori: dalla fisiognomica (le espressioni del volto, i pianti e i sorrisi) che molti criminologi e psichiatri hanno spacciato per studio moderno per la caratterizzazione psicologica e che invece risalgono alla pseudo-scienza razzista di Cesare Lombroso, fino alla trasformazione dell’unico, per ora, carnefice reo-confesso, in vittima di una sorta di matriarcato in salsa pugliese. Si dirà che c’è una bella differenza tra la caccia alle streghe del Medioevo e la moderna caccia al colpevole di un efferato delitto che la ricercata ma impossibile interattività del mezzo televisivo ha posto morbosamente sotto gli occhi di tutti. Ma attenzione, perché il metodo, pur nelle moderne modalità, rimane pur quello dello spostamento del capro espiatorio, da un fardello che chiama in causa peculiari tratti della nostra civiltà ad un restringimento verso una diatriba solo interpersonale, in cui le responsabilità collettive si diluiscono ed evaporano.
Se proprio dal nostro territorio vogliamo rendere gli onori a quella dolce vita spezzata, a quell’incantevole sorriso che ritroviamo ogni giorno tra gli adolescenti che frequentano le nostre scuole, che attraversano le nostre contrade, non è di un capro espiatorio che ci liberi dalle nostre responsabilità che abbiamo bisogno, ma di un intervento attivo, educativo e intenzionalmente pedagogico, che sappia ascoltare le giovani generazioni, i loro bisogni e aspettative, senza vergognarsi di mettere sotto accusa la falsità e l’ipocrisia di un solo retorico valore familistico, dando loro voce e coraggio nella denuncia di tanti piccoli e grandi soprusi che si consumano a loro danno, in una società che laicamente costruisca la liberazione di tutti dalle oppressioni materiali e della coscienza.

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