le lenti di Gramsci

giovedì 7 giugno 2012

La scuola del "merito" e la società dei saperi condivisi



Nella seduta parlamentare del 13 aprile 1861, l’allora benemerito ministro dell’Istruzione pubblica Francesco Saverio De Sanctis, nonché noto critico letterario, così affermò rispondendo al deputato Alfieri che aveva criticato vivacemente la Legge Casati che stabiliva la volontà dello Stato di farsi carico del diritto-dovere di intervenire in materia scolastica a fianco e in sostituzione della Chiesa cattolica che da secoli deteneva il monopolio dell'istruzione: “Noi abbiamo decretato la libertà in carta. Sapete, o signori, quando questa libertà cesserà di essere una menzogna? Quando noi avremo effettivamente uomini liberi; quando dalla plebe avremo fatto un popolo libero”. (da Scritti politici, Morano, Napoli, 1889).
C’è una filosofia sottesa alle intenzioni del ministro dell’Istruzione Profumo di “riformare” la scuola e le Università in base al merito e alle eccellenze degli studenti: è una concezione antica, obsoleta, oltre che falsa e sbagliata, e ci fa tornare indietro anche rispetto alla rivoluzione pedagogica di Comenius (1592-1670), nome latinizzato di Johan Amos Komenskẏ. Dubito che il ministro, docente universitario, rettore, conosca la pansofìa e il suo ideale antidiscriminatorio ed egualitario, ma se pur lo conosce, sicuramente non lo condivide. La filosofia del “tecnico” del governo Monti è anche fuori tempo massimo rispetto alla rivoluzione digitale con cui lui e i suoi sodali sogliono ormai per consuetudine ammantare i loro discorsi sulla scuola e complessivamente sul mondo della formazione in relazione al cosiddetto mercato del lavoro. Ricercano disperatamente il ‘talento’ individuale, la genialità dell’intelligenza delle straordinarie intuizioni, come neanche ai tempi degli aristoi, filosofi-reggitori della repubblica di Platone. E gli insegnanti dovrebbero coltivare queste menti come si fa in una serra con i fiori pregiati, cogliendo nelle classi superaffollate la scintilla del soffio vitale. Poco importerà che il premio previsto è poca cosa, sicuramente insufficiente per garantire che quello splendido studente non prenda la mesta strada dell’emigrazione. Questi progetti sono una vera pena per chi nella scuola lavora concretamente, ogni giorno, cercando di essere all’altezza della sfida di tempi difficili. Tempi che sono stretti tra l’obsolescenza di angusti rapporti sociali, quelli del mondo capitalista che mercifica e rende dominante la finanziarizzazione dell’economia con l’egemonia di una nuova metafisica, laida e mercantile, quella dei ‘mercati’; e la necessità, potenziata enormemente dai nuovi media, di una società dei saperi condivisi, della conoscenza diffusa, delle innovazioni e scoperte realizzate con il certosino e sistematico lavoro di squadra, la società delle intelligenze multiple e collaborative (Howard Gardner), una società prospettata già dalle categorie di analisi dei Grundrisse di Marx (che spiega come in realtà l'individuo isolato, così come dagli economisti è stato descritto, non era affatto un "uomo di natura", ma semplicemente il prototipo d'individuo di cui la classe borghese aveva bisogno per affermarsi come tale) e dal concetto di ‘intellettuale collettivo’ di Gramsci. Anche chi marxista non è, però, si accorge dello stato comatoso in cui versa la nostra scuola pubblica, depauperata dei minimi mezzi di sostentamento e riempita a dismisura, invece, di retorica a costo zero, in una continua ricerca demagogica di raccattare consenso dal senso comune di massa: da una parte vengono confermati tutti i famigerati tagli della altrettanto famigerata Gelmini (alla faccia degli investimenti sul nostro futuro!), con gli edifici rattoppati le cui strutture tremano anche senza terremoto, con le classi-pollaio che fanno il paio con il sovraffollamento delle carceri, con meno ore di lezione, meno discipline e dunque meno professori (circa 100.000 posti di lavoro persi in tre anni), compresi i docenti di sostegno che lasciano alla solitudine ed (evidentemente) al “merito” gli alunni disabili o con deficit di apprendimento; con meno mense, meno tempo pieno, meno tutto, tranne l’aumento delle tasse. E dall’altra dobbiamo sorbirci questi discorsi sull’eccellenza da premiare, da consegnare alla bonomia dei bravi imprenditori che vogliono profitto profitto profitto da quei cervelli. La scuola classista di Giovanni Gentile voleva formare le élites dei gruppi dirigenti del fascismo-stato etico, l’ultraclassista Profumo e prima di lui tutta la variegata cricca berlusconiana, vorrebbero formare le élites nella teofanìa dei mercati, quando essi, da nuove divinità, si trasformano in dati in forma sensibile. Bisogna avere il coraggio e l’ostinazione di crederci, nonostante tutto; e in quanto comunisti, eredi di pedagogie popolari, teorizzate e praticate dalle personalità più prestigiose dell’intellettualità educativa italiana (Dina Bertoni Jovine, Bruno Ciari, Gianni Rodari, solo per citarne alcune), organizzare battaglie per un destino meno gramo dell’istituzione formativa pubblica: solo essa, al meglio delle sue forze ed energie, può progettare e realizzare la società dei saperi condivisi, il nostro vero futuro di uomini liberi.

ferdinando dubla, docente di filosofia e scienze dell'educazione

« (..)perché l’opera della scuola divenga veramente quella di indirizzare il popolo a conquistare l’indipendenza, la dignità, la posizione morale e sociale che compete ad ogni cittadino; a liberarsi da pregiudizi e conformismi, a muoversi in modo da avviare a soluzione quegli annosi problemi: analfabetismo, emigrazione, disoccupazione, ecc. che impediscono a tutto il corpo sociale di raggiungere un livello di civiltà veramente dignitoso».

Dina Bertoni Jovine, in Riforma della scuola, 1957, n.6/7, pag.19-20



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