le lenti di Gramsci

lunedì 8 febbraio 2016

LETTERE E QUADERNI

 

LETTERE E QUADERNI
“[Per Gramsci] La prospettiva personale, specie dopo la condanna a vent’anni di reclusione inflittagli dal Tribunale speciale il 4 giugno del ’28, era molto oscura; le testimonianze confermano che Gramsci non si illudeva  né sulla propria salute né sulle probabilità di un crollo a breve scadenza del fascismo.
In queste condizioni per Gramsci il problema “primordiale” è quello di sopravvivere, non solo fisicamente ma moralmente ed intellettualmente. Come egli sia riuscito a non “essere soverchiato dalla routine carceraria…macchina mostruosa che schiaccia e livella secondo una certa serie”; come abbia saputo salvaguardare la propria personalità e ricchezza umana dal processo di distruzione “molecolare” che egli osservava rabbrividendo negli altri; e come abbia saputo trasformare lo stesso penosissimo isolamento in una intensificazione estrema delle energie spirituali che, raccogliendosi attorno ai “motivi essenziali e permanenti della vita”, lo mantennero moralmente “libero”, anche nei momenti di più avvilente dipendenza e di più angosciosa impotenza fisica e ne esaltarono in maniera prodigiosa la capacità di produzione intellettuale – tutto ciò costituisce la vicenda carceraria di questo eroe moderno, di cui la testimonianza patetica e altamente drammatica sono le Lettere, il frutto più ricco e maturo i Quaderni.
Se si guarda al valore esemplare di questa vicenda, le Lettere rimangono indubbiamente l’opera più significativa di Gramsci, quella che, attraverso pagine destinate a mantenere intatto nel tempo il loro potere, ci danno la viva immagine di Gramsci “maestro di vita”. Non a caso le Lettere illuminano molte pagine dei Quaderni che pur restano il risultato più ricco e fecondo del carcere; nelle Lettere riviviamo infatti passo passo il tragico concentrarsi del suo spirito in un impegno supremo della volontà e dell’intelligenza, per un’opera di produzione intellettuale che resta l’unico scopo della vita; grazie ad essa Gramsci riprende in altre forme la lotta dalla quale, per lo sfavore della sorte, era stato eliminato; continua, nell’unico modo concesso dal carcere, l’opera di educazione e di direzione politica a cui aveva legata l’esistenza; lascia un’eredità morale e ideale per il futuro che è il frutto della sua energia creativa, stimolata e mobilitata fino allo spasimo dalla coscienza dell’inarrestabile declino. “

Giovanni Urbani, dall’Introduzione a A.Gramsci, La formazione dell’uomo, Ed. Riuniti, 1967, (II ed. 1972, pp.28/29)

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