le lenti di Gramsci

martedì 15 marzo 2016

Il compagno Luca Cafiero. Il ricordo di Luciana Castellina

Un «principe» per la sinistra

  
L'addio a Luca Cafiero. Il servizio d'ordine nel movimento studentesco, la rivista pensata (e mai nata) dieci anni prima de "il manifesto". Gli anni del distacco dalla militanza per l'impegno accademico. Il ritratto di un amico che ci ha lasciato


L'addio a Luca Cafiero.
Il servizio d'ordine nel movimento studentesco, la rivista pensata (e mai nata) dieci anni prima de "il manifesto". Gli anni del distacco dalla militanza per l'impegno accademico. Il ritratto di un amico che ci ha lasciato.
Per tanti, dopo il ’68 e nei primi anni ’70, Luca Cafiero è stato il duro ma autorevolissimo responsabile del servizio d’ordine del fortissimo Movimento Studentesco milanese , i famosi
«katanga», come venne allora ironicamente definito il «corpo» incaricato di difendere i militanti
dalle aggressioni, in quegli anni continue, dei fascisti, e di sorvegliare i cortei per evitare provocazioni.
Comincio ricordando proprio questo «pezzo» della biografia di Luca perché mi è sempre sembrato
un paradosso. Perché quella funzione gli aveva cucito addosso un personaggio che non poteva essere
più lontano dalla sua reale personalità: perché pochi compagni ho incontrato altrettanto gentili,
sensibili, generosi e anche raffinati come era Luca. (Del resto il suo vice nella direzione dei famosi
Katanga era un altro che risulta difficile pensare addetto a quella funzione: Gino Strada, fondatore di Emegency).
Luca, noi del primo gruppetto che poi ha fatto Il Manifesto, lo abbiamo conosciuto e frequentato già
molto prima del ’68, quando, a Milano, nei primissimi anni ’60, cominciò a svilupparsi una riflessione critica sulla politica del Pci cui tutti allora eravamo iscritti. Non una corrente, per carità, non avremmo neppure osato pensare ad una simile ipotesi, ma certo un comune orientamento, in parte influenzato da quello che sarebbe poi diventato l’ingraismo, molto dal profiquo approfondimento di Gramsci che avevamo intrapreso. Tanto è vero che dieci anni prima dell’uscita de Il Manifesto si era immaginata una rivista che avrebbe dovuto avere come titolo «Il Principe».
Quella rivista non si fece mai, ma a Milano il gruppo che ne discuteva era formato da Rossana
Rossanda, Lucio Magri, Michelangelo Notarianni, Aniello Coppola (poi direttore di Paese sera, allora
distaccato alla redazione milanese dell’Unità) e, per l’appunto Luca Cafiero, in quel tempo all’inizio
della sua carriera accademica, studioso di Hume e dei filosofi libertini del ’700 inglese. Noi,
interloquivamo da Roma. Luca non fu con noi nell’avventura de Il Manifesto, che inizialmente fu molto romano, anche fra i più giovani studenti sessantottini che alla nostra impresa si avvicinarono subito. A Milano il movimento prese un’altra strada, a lungo protagonista il Movimento Studentesco che poi, più tardi, quando cominciarono a prendere il sopravvento vere e proprie formazioni politiche, confluì in parte in Avanguardia Operaia (con Mario Capanna), in parte in quella che fu una diretta filiazione dei gruppi studenteschi, l’Mls (il Movimento dei lavoratori per il socialismo). È questa organizzazione che a fine anni ’70 decise di confluire nel Pdup, di cui Luca divenne vicesegretario.
Nei travagliatissimi tentativi di unificazione che conobbe negli anni ’70 la nuova sinistra, e le
tantissime separazioni che in molti casi ne seguirono, l’incontro con l’Mls fu un’eccezione: fu davvero un grande successo, subito ci mischiammo senza attriti, nella redazione del giornale e
nell’organizzazione del partito, grazie anche al rapporto di stima e amicizia che si stabilì, senza
alcuna incrinatura, con Lucio Magri.
Fu merito di tutti, certo. Ma il ruolo che ebbe Luca fu decisivo, per via della sua intelligenza e lealtà.
Noi «manifestini» del Pdup l’abbiamo tutti molto amato , ne siamo diventati, in tanti di noi, amici stretti.
Allo scioglimento del Pci, in cui eravamo tutti confluiti nel 1984, Luca non ha seguito quelli di noi
che sono passati per l’esperienza di Rifondazione comunista. Né di alcun altro tentativo politico. Si
era chiuso nella sua attività accademica, erede, alla Statale di Milano, della cattedra di storia di
filosofia del suo maestro Mario Dal Pra.
Ironico come sempre, e però ormai maledettamente scettico. È stato nuovamente con noi, qui a
Roma, nonostante la malattia lo facesse soffrire non poco, quando, l’anno scorso, furono presentati
alla Camera dei Deputati i due volumi con i discorsi parlamentari di Lucio.
Per via del suo distacco degli ultimi tempi per molti dei compagni più giovani il suo nome dice poco.
Per noi dice molto e ora che è mancato proviamo un grande rimpianto.
Grazie Luca.
 
- Luciana Castellina, 15.03.2016, pubblicato su Il Manifesto

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