il resoconto di Antonio Floridia del Convegno dedicato allo studioso Valentino Gerratana, della generazione degli intellettuali "organici" del PCI e autore dell'edizione critica dei "Quaderni dal carcere" di Antonio Gramsci pubblicata da Einaudi nel 1975, tenutosi a Modica il 15 e 16 giugno u.s.
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“L’uomo che ci ha ridato Gramsci”, così Guido Liguori, presidente della International Gramsci Society,
nell’intervento conclusivo del convegno che ha ricordato, nel
centenario della nascita, la figura di Valentino Gerratana, e che si è
tenuto a Modica, città di origine dello studioso, il 15 e il 16 giugno.
Il convegno modicano, organizzato da una “scuola di formazione
politica” intitolata alla memoria di Virgilio Failla (storico leader e a
lungo deputato del Pci nel ragusano, in quella che a lungo è stata la
“provincia rossa” della Sicilia), in collaborazione con l’
Istituto Gramsci
siciliano e quello nazionale, nonché con la Gramsci International
Society, ha avuto il merito di collocare la figura di Gerratana nel
contesto della sue radici (a partire dalla relazione di
Giancarlo Poidomani,
storico dell’università di Catania, su “la costruzione del Partito
nuovo nella provincia iblea”) e di illuminare passaggi della biografia
di Gerratana che sono rimasti a lungo poco conosciuti, quasi oscurati
dall’imponente lavoro per l’edizione critica dei Quaderni di Gramsci, a
cui il nome di Gerratana rimarrà indubbiamente legato.
Un momento culminante, e anche molto toccante, del convegno si è avuto con una lunga video-intervista di
Emanuele Macaluso.
Lo storico leader del PCI ha ricordato i suoi rapporti con Valentino
Gerratana, conosciuto in Sicilia nei primi anni del Dopoguerra, quando
Macaluso era segretario della Cgil siciliana e Valentino – inviato in
Sicilia dal partito per affiancare Calogero Li Causi – era il direttore,
di fatto, de “
La voce della Sicilia”, il quotidiano voluto dal
Pci per sostenere la battaglia politica durissima di quegli anni per la
democrazia e la “terra ai contadini”. La testimonianza di Macaluso ha
sottolineato, tra l’altro, la grande stima che Togliatti aveva maturato
nei confronti del giovane intellettuale siciliano.
L’amicizia con Giaime Pintor
La relazione generale introduttiva del sen.
Concetto Scivoletto
ha ricostruito l’intero percorso biografico di Gerratana. Nato il 14
febbraio del 1919, da una famiglia di piccola borghesia impiegatizia (il
padre era un agente delle imposte, la madre viene ricordata negli atti
anagrafici come “possidente”), secondo di quattro figli, Gerratana perde
il padre ad appena 13 anni, e si impegna fortemente nello studio,
conseguendo la maturità classica a 17 anni nel liceo classico di Modica.
Segue poi il trasferimento a Roma, iscrivendosi a Giurisprudenza e
laureandosi poi nel 1941. Risalgono a quegli anni, le prime
testimonianze del suo impegno critico sul terreno filosofico,
pubblicando Gerratana, sul Bollettino dell’Istituto di Studi Filosofici
dell’Università di Roma, tre saggi di polemica con Benedetto Croce. Ma
la “grande storia” incombe: e Gerratana, frequentando la scuola allievi
ufficiali di Salerno, incontra nel 1939 due figure che segneranno la sua
vita: Giaime Pintor e Carlo Salinari.
L’amicizia con Giaime, e la sua tragica morte, non possono che dargli
una forte motivazione politica e morale e spingerlo all’impegno
politico: Carlo Salinari diviene il tramite per l’ingresso nel Pci
clandestino e nella Resistenza romana: Gerratana sarà uno dei capi
militari dei Gruppi di Azione Patriottica romani (con il nome di
battaglia “Santo”). Anni di duro impegno e di dolore, che imponevano
rigorose scelte morali, come lo stesso Gerratana ricorderà poi nella sua
introduzione al testo di Giaime Pintor, “
Sangue d’Europa”,
pubblicato da Einaudi. E anni che segnano dolorosamente anche la sua
vita familiare: nel 1941 muore in Grecia il fratello maggiore di
Gerratana, ufficiale medico.
A Gerratana sarà poi conferita una medaglia d’argento al valor
militare; ma, come è stato ricordato da molti nel corso del convegno
modicano, egli rifuggirà sempre da ogni enfasi celebrativa su questi sui
trascorsi: un costume di riservatezza che sarà uno dei tratti
costitutivi della sua personalità, e ricordati anche dalla testimonianza
dell’avv.
Carmelo Ruta, già sindaco di Modica, che conferì negli anni Novanta a Gerratana un riconoscimento a nome della città.
La “Voce della Sicilia” e l’Unità
Nel dopoguerra, Gerratana si ritrova a vivere pienamente l’esperienza
straordinaria di quel “nucleo romano” del Pci che tanta parte avrà
nella storia del partito e nella costruzione del rapporto tra Pci e
intellettuali: e si ritrova a gravitare e lavorare nell’ambito della
commissione “stampa e propaganda” della direzione del partito. Una prima
svolta matura già nel 1946: Togliatti “invia” in Sicilia, a costruire
il Pci, Girolamo Li Causi e gli affianca Gerratana, per dirigere la
“La Voce della Sicilia”, il quotidiano del comitato regionale del Pci:
Michele Figurelli,
nella sua relazione, ha ricostruito la linea politica e editoriale del
giornale, e il contributo che vi diede Gerratana. E anche da queste
pagine emerge la forza con cui il Pci affrontò la drammatica condizione
sociale dell’isola, le lotte contadine, il movimento separatista, la
costruzione di un partito che aveva radici deboli e che pure, in pochi
mesi, ottenne risultati elettorali straordinari, fino al successo delle
elezioni regionali del ’47, con la successiva, violenta reazione degli
apparati statali, degli agrari e della mafia.
Gerratana rimane nella sua Sicilia fino al ’48: da qui passa all’altro
capo della penisola, va a lavorare a Torino, presso la casa editrice
Einaudi e nella redazione torinese de “
L’Unità” dove conosce – restandogli legato da una lunga amicizia – Paolo Spriano e Italo Calvino. Le relazioni di
Delia Miceli e
Gregorio Sorgonà,
archivisti e ricercatori della Fondazione Gramsci, hanno dato conto dei
“fondi” documentari che sono oggi conservati dalla Fondazione e che
testimoniano della lunga attività di Gerratana come protagonista della
politica culturale del Pci.
Dai primi anni Cinquanta inizia la collaborazione con le Edizioni
Rinascita; partecipa poi alla fondazione degli Editori Riuniti di cui
dirige la collana “Classici del Marxismo”; collabora con l’Istituto
Gramsci, divenendo prima membro del consiglio direttivo e dal 1957
direttore della sezione Filosofia. E svolge anche un’intensa attività
pubblicistica su tutta la stampa di partito, anche quella “collaterale”
dalle più dirette finalità pedagogiche (ad esempio, “
Il calendario del popolo”: una comunicazione del giornalista
Pinuccio Calabrese ha analizzato la collaborazione di Gerratana sul tema “religione e politica”).
L’edizione critica dei Quaderni dal carcere di Gramsci

Nel 1972 Gerratana ottiene la cattedra di Storia della filosofia
all’Università di Salerno, dove rimarrà fino al 1994 (con una breve
parentesi a Siena): un riconoscimento per la sua ricchissima produzione
scientifica, che ha visto Gerratana curare e introdurre opere di
Rousseau, Antonio Labriola, Marx ed Engels, Lenin. Nel 1966, su proposta
dell’allora segretario generale dell’Istituto Gramsci, Franco Ferri, e
su decisione della segreteria del Pci, a Gerratana viene affidato
l’incarico di lavorare all’edizione critica dei Quaderni dal carcere, conclusa nel 1975.
In un’intervista rilasciata nel 1987 al giornalista dell’Unità Eugenio Manca, Valentino Gerratana, a proposito della prima edizione dei “Quaderni”,
affermava che in quel caso “di Gramsci si offrì una rappresentazione
vera ma parziale, non priva di forzature o di omissioni”. In effetti,
Gerratana, come ha ricordato Guido Liguori, riconosceva
questi limiti, ma anche i meriti, della vera e propria “operazione
egemonica”, con cui Togliatti introdusse Gramsci nella cultura italiana,
organizzando – com’è noto – i Quaderni su base tematica: il
merito di aver fatto conoscere il pensiero gramsciano forse nel solo
modo, e nel modo più rapido, con cui allora era possibile; ma il limite
di averlo fatto con qualche forzatura e censura nei testi, facendo
perdere il legame critico che Gramsci continuava a intessere – sebbene
chiuso nelle carceri fasciste – con le vicende del movimento comunista
internazionale, e trasformando la stessa immagine di Gramsci: non un
politico e un teorico rivoluzionario, che rifletteva sulle ragioni della
sconfitta del movimento operaio in Occidente, ma un grande
intellettuale che lavorava sulla base delle tradizioni partizioni
disciplinari: la filosofia, la critica letteraria, la storiografia…
Un’immagine parziale, che tuttavia permise al pensiero gramsciano di
entrare prepotentemente nella cultura italiana e che permise anche,
almeno in parte, di stemperare – nella cultura del Pci – gli effetti
della grigia stagione staliniana.
Quello straordinario rapporto tra intellettuali e Pci
Valentino Gerratana, con il suo lavoro e quello di tutto il gruppo
dei suoi collaboratori – tra cui va ricordato Antonio Santucci,
prematuramente scomparso – ci ha restituito un Gramsci che si arrovella,
pensa, riflette, scrive e riscrive i suoi appunti: un pensiero vivente
che costituisce uno straordinario patrimonio, come testimonia la
crescita esponenziale dell’interesse critico verso la sua opera, specie
negli Stati Uniti e in America Latina (la stessa nascita della
International Gramsci Society, di cui Gerratana sarà primo presidente,
si deve – lo ha ricordato Liguori – all’iniziativa di alcuni
intellettuali nordamericani).
Insomma, la figura di Gerratana è emersa dal convegno modicano in tutta
la sua ricchezza: “filosofo militante”, si dice, nel titolo stesso del
convegno. Chi scrive ha voluto offrire, nel suo intervento, qualche
riflessione su una stagione straordinaria del rapporto tra la cultura e
la politica, tra gli intellettuali e un partito come il Pci; e sui
termini con cui oggi sia possibile ripensare il nesso tra ricerca
teorica e intellettuale, cultura politica, partiti. Oggi, forse, non si
riesce nemmeno più a capire bene il senso di un’espressione che,
giustamente, può essere evocata anche a proposito di una figura come
quella di Gerratana, l’essere egli un “intellettuale organico”. Anzi,
questa definizione viene oramai spesso usata in modo dispregiativo, o
abbandonata perché foriera di equivoci. Si stenta persino a comprendere,
oggi, come una generazione di intellettuali comunisti, di cui Gerratana
è stato una delle più alte espressioni, concepisse il proprio rapporto
con la politica e – quel che conta – con un organismo collettivo quale
era un partito di massa.
Il partito come intellettuale collettivo
Non erano intellettuali “prestati” alla politica, come si dice oggi:
al contrario, erano intellettuali che sentivano profondamente
l’intrinseca “politicità” del loro specifico lavoro teorico e
scientifico, che proprio per questo – anzi, tanto più per questo –
doveva essere svolto con il massimo del rigore intellettuale. Erano
intellettuali che erano e si sentivano profondamente parte di un “gruppo
dirigente”, anche senza avere specifici incarichi politici: e potevano
farlo perché il Pci era un partito che agiva come un luogo collettivo in
cui questo incontro tra ricerca, cultura politica diffusa e “senso
comune”, poteva esprimere al meglio le sue potenzialità.
Uno straordinario testo di Gramsci ci ricorda come ogni uomo “è un
filosofo”, portatore di una “filosofia spontanea”, di una concezione del
mondo spesso assunta passivamente dall’esterno e non rielaborata
criticamente. Compito degli intellettuali è appunto quello di elaborare
questa “filosofia spontanea”, costruire una consapevolezza critica di
quanto spesso rimane implicito o confuso. E il partito, ricorda Gramsci
in un altro passaggio, può essere uno “sperimentatore” di queste
concezioni del mondo: il luogo collettivo in cui si cerca di “tenere
insieme” la “filosofia spontanea” e la riflessione critica. Per questo,
gli “intellettuali organici” di quella stagione politica non vedevano il
“partito” come un’entità a cui sacrificare la propria libertà
intellettuale: anzi, il partito era lo strumento collettivo attraverso
cui soltanto il pensiero di un singolo poteva trovare il modo migliore
per esprimersi ed essere valorizzato: attraverso cui il lavoro
intellettuale diveniva esso stesso prassi. Si superava così una visione
astratta, individualistica, della propria libertà intellettuale. Se la
propria riflessione teorica doveva essere parte della costruzione di una
coscienza collettiva, livelli e forme di mediazione erano inevitabili. E
servivano a poco fughe in avanti che magari potevano e gratificare una
dimensione “narcisistica” individuale, ma che non entravano nella
costruzione di una più ricca e matura cultura politica diffusa.
La costruzione mancata di una cultura comune
Si comprende bene, così, come anche Valentino Gerratana, al pari di altri intellettuali comunisti della sua generazione, abbia vissuto molto male la “svolta” della Bolognina e la fine del Pci: quel che soprattutto colpiva negativamente era lo scarso rigore intellettuale, la notevole dose di superficialità, con cui si affrontò il nodo storico della fine del “comunismo reale”: qualcosa che strideva fortemente con un’eredità critica che aveva segnato un’intera esistenza.
Oggi, i termini del rapporto tra cultura e politica si pongono in modo
certamente diverso dal passato; ma ci dovrebbe essere (e spesso non c’è)
una drammatica consapevolezza di quanto urgente sia – per il destino
della sinistra e della stessa democrazia – ricostruire questo rapporto.
Non mancano oggi, nella cultura contemporanea, contributi intellettuali
di alto valore che offrono uno sguardo critico sul presente e si
interrogano sulle potenzialità di liberazione ed emancipazione che
possono essere aperte o anche solo intravviste. Quel che manca,
drammaticamente, e specie in Italia, sono le sedi, i luoghi, i canali,
attraverso cui riconnettere la ricerca teorica e la produzione
scientifica, da un lato, e – dall’altro – la costruzione di una cultura
politica diffusa, di una coscienza collettiva che possa rappresentare il
“bagaglio culturale” con cui chi “fa politica” guarda alla realtà. Una
sconnessione letale, a cui bisognerà pur tentare di reagire.
Antonio Floridia, 18 giugno 2019
Valentino Gerratana (1919-2000)