Subaltern studies Italia

L’analisi e la classe - a cura di Ferdinando Dubla

Powered By Blogger

domenica 25 novembre 2018

PASSATISTI E FUTURISTI: ma il presente della scuola è preda di analfabetismo funzionale


e antipedagogia alimentata da formalismo metodologico e stalking iperburocratico/ (fe.d.)

articolo di Luca Malgioglio, admin. del gruppo FB Professione insegnante.it - - -
http://www.professioneinsegnante.it/index.php/news/457-passato-e-presente-una-proposta-per-la-scuola


Gli esaltatori della didattica per ‘competenze’, del ruolo salvifico delle nuove tecnologie in qualunque modo utilizzate, di metodi astratti e astrusi di (non) insegnamento, della scuola dell’autonomia che diventa una macchinosa scuola-azienda iper-burocratizzata, si scontrano con la cruda realtà di un tracollo verticale delle conoscenze degli studenti, con quello delle capacità linguistiche, lessicali, logico-sintattiche, della capacità di formulare ed esprimere pensieri sufficientemente articolati, della manualità e dell’autonomia. 



A chi, di fronte a tale disastro, fa notare che forse, tra moltissime chiacchiere, sono stati dimenticati troppo spesso gli scopi fondamentali della scuola - alfabetizzare, far crescere affettivamente, trasmettere conoscenze, educare le nuove generazioni alla scoperta di sé, della realtà e dell'immenso patrimonio culturale dell'umanità, abituare alla riflessione -; a chi dice tutto questo, si risponde con l’accusa di “passatismo”. I passatisti, si dice con aria di sufficienza, rifiutano il nuovo per paura o per incomprensione e si rifugiano in ciò che già conoscono, in una vecchia idea di scuola nostalgicamente idealizzata; nella cosiddetta “comfort zone”, che non li costringe a mettersi in discussione.  È colpa loro, dei recalcitranti, se il 'nuovo' non ha ancora potuto dispiegare tutte le sue potenzialità.
Ora, a parte le dure smentite che la realtà – per quanto denegata - sbatte in faccia alle “magnifiche sorti e progressive” dei cultori della metodofilia e del ‘nuovo’ (e, purtroppo, sbatte soprattutto in faccia ai loro studenti), vorrei fare qui una riflessione sul rapporto che esiste tra passato e presente. 
Guardare le cose da una prospettiva storica, riallacciando i legami tra ciò che accade oggi e ciò che abbiamo alle nostre spalle, non significa idealizzare il passato o averne nostalgia: significa invece relativizzare il presente ed evitarne l'idolatria e l'assolutizzazione (una tentazione ricorrente nella storia, oggi resa immensamente più forte dalla sua saldatura con le esigenze totalitarie del 'mercato', per il quale la permanenza di idee, oggetti e valori è il nemico che limita un continuo velocissimo 'consumo' di tutte le cose). Non è un caso che il passato sia stato sempre la bestia nera di tutte le dittature (comprese quelle culturali), che hanno sempre cercato di nasconderlo, alterarlo, contraffarlo, negarlo, schiacciarlo sulle esigenze del presente; far scomparire, insomma, la sua ingombrante presenza e la sua alterità, che dimostra che le cose possono essere diverse da come sono oggi, perché lo sono già state tante altre volte (per chi ha letto 1984 di Orwell non c'è bisogno di aggiungere altro). 
Questo, sia detto per inciso, è uno dei moltissimi motivi per cui sarebbe così importante la lettura dei libri: la ‘solidità’ dei loro contenuti, in confronto con la volatilità di quanto viene prodotto nella comunicazione social, ci mostra contemporaneamente come ci siano stati mentalità, vite, culture, storie, mondi diversi dal nostro, ma anche come alcune esigenze dell’umanità, al fondo, siano rimaste le stesse nel corso dei secoli. Questo è anche il motivo per cui, che so, un personaggio de I promessi sposi può apparirci lontanissimo e al tempo stesso rivelarci qualcosa della nostra umanità; è proprio nella feconda dialettica passato-presente che gli uomini hanno sempre faticosamente costruito il proprio futuro. 
Insomma, significa essere nostalgici e “passatisti” ipotizzare, ad esempio, un collegamento diretto (ovvio, per chi guardi la realtà senza pregiudizi ideologici) tra il nuovo analfabetismo e il crollo della lettura di libri - sostituita dall'ipnosi dell''iperconnessione – di quei libri che hanno offerto alle generazioni passate una preziosa occasione di coltivazione di uno spazio interiore ed ideativo, oltre che di un consistente arricchimento linguistico? E se il presente è fatto soprattutto di errori, quale idolatria dell'esistente ci impedisce di cambiare strada, facendo tesoro dell'esperienza del passato per proiettarci creativamente verso un futuro diverso?




venerdì 23 novembre 2018

Per una storia del marxismo-leninismo italiano (2)

La nebulosa marxista-leninista.(2)
Movimentata storia delle organizzazioni filocinesi
di Pierluigi Onorati- - dal fascicolo 1968 suppl. a Il Manifesto - - ottobre 2018

Il partito comunista d’Italia

Più rilevante la vicenda del Partito comunista d’Italia, fondato nel ’66 dal gruppo di Nuova unità (Geymonat, Dinucci, Misefari, Dini, Pesce). Nello stesso teatro di Livorno in cui era nato nel ’21 il PCI, il nuovo partito si candida alla guida del proletariato italiano,senza lesinare in materia di trionfalismo. Segretario è nominato Fosco Dinucci. Nel ’67 il partito vede aumentare notevolmente il numero dei militanti e si aggiudica la leadership del marxismo-leninismo italiano. Il gruppo riunito intorno alla rivista Lavoro politico aderisce al PCd’I alla fine dell’anno e porta in dote un patrimonio di riflessione teorica ben più approfondita di quella sbandierata settimanalmente da Nuova unità. Per il PCd’I, il ’68 potrebbe essere l’occasione di spiccare il volo. Il movimento studentesco, con la sua robustissima componente filocinese e terzomondista, rappresenta quasi per forza di cose una riserva se non di militanti quanto meno di simpatizzanti. In agosto Pesce e Dini sono ricevuti a Pechino dai massimi dirigenti del Partito comunista cinese e possono così vantare una sorta di investitura ufficiale. A ottobre entra nel partito una parte del gruppo milanese Falcemartello, già trotziksta,convertitosi all’emmellismo nel corso della rivoluzione culturale cinese. 
La fase ascendente del PCd’I si esaurisce però rapidamente. A dicembre, nel corso di una grottesca riunione notturna convocata all’improvviso, Dini e Misefari accusa Dinucci e Pesce dei più efferati delitti contro il proletariato e spaccano il partito. La definizione “linea nera”, pittorescamente adoperata dagli scissionisti per designare gli avversari, resterà attaccata al PCd’I di Dinucci (in contrasto ovviamente con il PCd’I “linea rossa”). La linea nera mantiene però l’appoggio di Pechino e Tirana e conquista in tribunale il diritto di usare la testata Nuova unità. Per entrambe le linee la divisione è fatale, e nel ’69-70 un’inarrestabile emorragia di scissioni e frazionamenti le cancella dal panorama della sinistra extraparlamentare. 

L’Unione dei comunisti

L’ultimo nato tra i gruppi m-l è anche l’unico a poter disporre,almeno in un primo periodo, di un seguito di massa. L’Uci, Unione dei comunisti italiani marxisti-leninisti, raccoglie al posto del PCd’I i frutti delle tendenze maoiste presenti nel movimento studentesco. Fondata nell’ottobre ’68, l’Unione accusa il PCd’I di dogmatismo, di “agitare i principi come cristalli senza vita”, di mancanza di “senso materialistico e dialettico”. L’Uci respinge ogni ipotesi federativa anche con altri gruppi m-l e costruisce rapidamente un apparato organizzativo meticoloso e rigidissimo. Anche nei confronti del movimento studentesco, l’Unione sceglie un isolamento completo e settario. 
Il decollo dell’Uci è immediato. Tra la fine del ’68 e l’inizio del ’69 può contare su un notevole numero di militanti e in molte città condiziona pesantemente le scelte del movimento. Un’ascesa bruciante a cui segue altrettanto un rapido declino. Nei primi mesi del ’69 la rottura tra il leader Brandirali e il gruppo proveniente dal movimento romano (Luca Meldolesi, Nicoletta Stame) priva l’Uci della sua componente più originale e intelligente. Il gruppo si isola sempre di più e nonostante il trionfalismo e la sempre più accurata organizzazione interna perde vertiginosamente capacità di richiamo. La durissima disciplina di partito allontana in pochi mesi molti militanti, e la scelta di non partecipare alle lotte taglia completamente fuori il gruppo di sollevazione operaia che domina il quadro sociale dalla primavera del ’69 in poi. 
L’esperienza dei gruppi marxisti-leninisti non esaurisce ovviamente l’incidenza del maoismo nella sinistra extraparlamentare italiana. Altri gruppi e altri studiosi cercano di raccogliere la lezione del comunismo cinese nei suoi aspetti meno pittoreschi e più determinanti, tralasciando lo sforzo imitativo in cui si è spesso risolta l’attività degli m-l. 
L’intera nuova sinistra degli anni ’70 è, in diversa misura e a diversi livelli di approfondimento, influenzata dall’esperienza cinese. Con la rilevante eccezione dell’operaismo, l’altro asse di dissenso a sinistra del Pci negli anni ’60.




mercoledì 14 novembre 2018

Dimenticare il «capitale umano»


«Aprire le porte. Per una scuola democratica e cooperativa», a cura di Piero Bevilacqua, per Castelvecchi


Devono essere valorizzati i nuclei di resistenza al processo di trasformazione neoliberista della scuola e dell’università, i luoghi dove il processo di trasformazione antropologica dell’essere umano in imprenditore di se stesso è stato – ed è tutt’ora – più feroce. Si tratta di un’intellettualità diffusa e critica, costituita principalmente da docenti di scuola e universitari, forgiata dalla lettura delle critiche crociane di Gramsci con le più avanzate decostruzioni di quella peculiare pedagogia del capitalismo oggi conosciuta sotto il nome di «governamentalità».

La nozione coniata da Michel Foucault è stata approfondita, e straordinariamente sviluppata, anche nell’ambito di una spietata critica alla società della valutazione e della certificazione che domina tutti i processi che hanno travolto, e trasformato, la scuola e l’università nell’ultima generazione, in Italia a partire perlomeno dal 1989, l’anno della riforma Ruberti continuata con quella Berlinguer-Zecchino del Duemila e proseguita con le «riforme» Moratti, Gelmini e, in ultimo, quella «Buona Scuola» con la quale Renzi e il Pd hanno chiuso il cerchio.

È QUESTO IL CASO di un libro, politicamente decisivo, curato da Piero Bevilacqua: Aprire le porte. Per una scuola democratica e cooperativa(Castelvecchi, pp. 187, euro 17,50) che raccoglie brevi e taglienti saggi di alcune delle figure che, in questi anni, hanno proseguito una critica inflessibile, e non solitaria, della scuola trasfigurata dall’ideologia del «capitale umano»: tra gli altri Rossella Latempa, Tiziana Drago, Laura Marchetti, Anna Angelucci, Gianluca Carmosino, Massimo Baldacci, Enzo Scandurra e molti altri.

Questo nucleo della resistenza non è l’unico. Va anche qui ricordato il ruolo che ha avuto, e ha tutt’ora, il sito Roars dove negli anni sono apparsi contributi fondamentali alla critica della «nuova ragione del mondo», il capitalismo in regime neoliberista che non è soltanto un fenomeno economico, ma un progetto che aspira a modificare l’essere umano, oltre che il governo e le sue istituzioni, sin dalla prima entrata in un’aula scolastica, accompagnando il soggetto fino alla tomba, in tutte le evoluzioni a cui obbliga la precarietà a tempo indeterminato, in quella che è stata definita la società che apprende: la learning society.L’imperativo è: apprendere ad apprendere come gestire un precariato concepito come realtà irreversibile. A questo corrisponde la trasformazione dell’istruzione in trasmissione di pacchetti di «competenze», la costruzione della vita in un’esistenza subalterna all’imperativo della perfomatività assoluta raccontata da Anna Angelucci.

Aprire le porte va letto come una breve, e esaustiva, guida al dibattito sulle premesse e le conseguenze dell’alternanza scuola-lavoro, ad esempio, il pilastro di quella riforma capitalista con la quale la scuola è stata trasformata definitivamente in uno snodo fondamentale delle politiche attive del lavoro. In questa cornice si spiega il furore ideologico con il quale si vogliono imporre i test Invalsi sin dagli anni della scuola elementare.

LA RICERCA che su questo tema sta conducendo Rossella Latempa è formidabile. Questo libro, come esorta Tiziana Drago, non è l’esercizio di un lutto, la pratica della rassegnazione, la celebrazione di una sconfitta dei moltissimi che si sono opposti nell’ultimo trentennio. Invita, fortinianamente, al buon uso «delle rovine», alla spietata clinica di ciò che siamo, aprendoci contemporaneamente alla ricerca di un possibile, senza sottoporci alle nuove autorità che dicono di agire per il nostro bene, mentre in realtà collaborano al nostro autosfruttamento.

L’ALTERNATIVA al soggetto imprenditore passa dalla riscoperta delle pratiche della cooperazione, concetto centrale presente già in copertina e sviluppato nel corso del libro. Cooperazione dei saperi, cooperazione della forza lavoro, cooperazione degli incontri – senza finalità imperative, economiche, idealistiche o gerarchiche – che possono nascere, qui e ora, già nelle classi. E affermarsi nella vita. Non è utopia, è prassi di una vita sognata e vissuta, in ogni momento.

pubblicato su Il Manifesto del 13 novembre 2018


domenica 11 novembre 2018

MARIO CAPANNA FERDINANDO DUBLA et alii a confronto sul ‘68


a partire dall’ultimo libro di Capanna “Noi tutti”, (Garzanti, 2018) 
l’INVITO

- L'associazione "Le belle città" ha il piacere di incontrare Mario Capanna in occasione della presentazione del suo ultimo libro "Noi Tutti", edito da Garzanti.
Interverranno:
Marcello Cotogni - Associazione "Le belle Città"
Pino Suriano - Giornalista
Lidia Martino - Docente di lettere
Ferdinando Dubla - Storico del movimento operaio
La presentazione del libro è aperta a tutti.
Seguirà un apertitivo con l'autore per il quale è necessaria la prenotazione.
Per prenotazioni contattare:
345 7994138
329 3166571



LAVORO POLITICO link






sabato 10 novembre 2018

Per una storia del marxismo-leninismo italiano (1)


La nebulosa marxista-leninista.(1)
Movimentata storia delle organizzazioni filocinesi
di Pierluigi Onorati- - dal fascicolo 1968 suppl. a Il Manifesto - - ottobre 2018


Negli anni che precedono il ’68 si forma in Italia un’intera galassia di gruppi marxisti-leninisti, filocinesi e molto spesso apertamente stalinisti. È un universo in continua fluttuazione,perennemente in fase di scissione sulla basa di identiche accuse reciproche. L’insistenza dogmatica sulla purezza ideologica è anche una reazione all’imborghesimento del PCI, al pragmatismo delle sue scelte politiche a cui si contrappone la fedeltà ai “testi sacri” e alla rivoluzione come unica via. Di fatto, dogmatismo e settarismo spinto fino al grottesco impediranno alle formazioni marxiste-leniniste di cogliere sia la portata innovativa di quanto avviene in Italia, sia glie elementi più fertili e rigenerati del maoismo.
Il primo giornale marxista-leninista italiano nasce a Padova nel ’62 e viene intitolato VIVA IL LENINISMO, come un importante opuscolo cinese in cui per la prima volta era messo sotto accusa il revisionismo dell’Unione sovietica. Fondano e dirigono il periodico Vincenzo Calò e Ugo Duse, che resteranno figure centrali nel serial degli incontri e scontri fra gruppi marxisti-leninisti per tutto il decennio. In diverse città italiane si sono già formati circoli filocinesi, in aperta dissidenza con il PCI, privi di ogni forma di collegamento. Il giornale di Duse e Calò non riesce a catalizzare le forze sparse dei vari circoli ed è costretto a interrompere le pubblicazioni dopo appena tre numeri.

Le Edizioni Oriente

L’anno seguente Maria Regis fonda a Milano le Edizioni Oriente che, al contrario, avranno un’importanza notevole, non limitata alla sola area m-l, nel formarsi di una cultura d’opposizione a sinistra del PCI. Le Edizioni Oriente, oltre alla rivista Vento dell’est, pubblicano gli scritti dei dirigenti cinesi e vietnamiti, i “Quaderni” e il “libretto rosso” con le citazioni di Mao.
Nel marzo ’64 i principali circoli m-l fondano il mensile NUOVA UNITÀ, con Duse direttore e Geymonat vicedirettore. Stavolta il colpo sembra andare a segno e il mensile a raccogliere intorno a sé l’intera nebulosa m-l. I nuclei principali sono concentrati a Milano,Roma,Padova e Pisa, ma fanno capo a Nuova Unita’ anche una quindicina di centri minori, tra cui alcune città del sud. Ma in meno di un anno la situazione degenera fino a determinare la chiusura del giornale. Il problema che divide in due fronti contrapposti l’intera area m-l è la diversa valutazione a proposito del PCI.
“Un corpo sano con una testa malata”, questo lo slogan che per molti militanti e dirigenti descrive sinteticamente la situazione del Partito Comunista. Giocano fattori sentimentali (si tratta per lo più di ex iscritti al partito), e dall’altra parte l’intera parabola della dissidenza m-l era iniziata nei primissimi ’60 con la circolazione all’interno del partito delle famose “lettere anonime”, redatte da dirigenti per promuovere una critica da sinistra alle scelte del vertice. Per un’altra ala del movimento, di cui si fa portavoce Giuseppe Mai, la radiografia è troppo ottimista e il PCI, per quanti possano esseri i “veri rivoluzionari” al suo interno, non può comunque rappresentare il proletariato rivoluzionario ma solo gli interessi corporativi dell’aristocrazia operaia qualificata.
Lo scontro porta, nel gennaio ’65, alla chiusura del giornale e alla scissione del gruppo redazionale. Duse guida gli intransigenti e fonda la rivista IL COMUNISTA. Da qui apre il fuoco sugli ex compagni, che intanto hanno dato vita a una seconda serie di Nuova Unità e che rispondono per le rime. Si afferma la pratica suicida della diffamazione reciproca, degli insulti e delle accuse più assurde, dei tentativi di linciaggio morale. Fortunatamente è solo una parodia dei metodi staliniani, che però impedirà sul nascere ogni sviluppo reale dell’area m-l.
Nel ’66 Il comunista e altri circoli m-l si fondono nella Federazione m-l d’Italia e iniziano le pubblicazioni di Rivoluzione proletaria. Duse però non aderisce e con un pugno di seguaci fonda la LEGA DEI COMUNISTI M-L, che dopo un fuggevole passaggio nel Manifesto rientrerà nel PCI alla vigilia  delle elezioni del ’72. La Federazione, a sua volta, esploderà letteralmente nel giro di due anni e intorno ai suoi frammenti si costituiranno non meno di dieci formazioni, ognuna fornita di un proprio organo di stampa. 


venerdì 9 novembre 2018

Il marxismo come filosofia olistica



,

Il marxismo come filosofia olistica

La concezione materialistica della storia è unitaria/totale non totalizzante e/o totalitaria. Si basa sull’unita’ di teoria e prassi e sulla comprensione globale della storia e della società. (fe.d.)

- E’ più realistico accontentarsi di ravvisare nel corpo generale delle opere di Marx ed Engels l’espressione della sua totalità, apprezzando il fatto che in esse mano a mano i singoli elementi della totalità stessa –economia, politica, ideologia, teoria scientifica e prassi sociale –vanno progressivamente distaccandosi l’uno dall'altro; la critica dell’economia politica –ovvero la struttura –svolge appieno la funzione di elemento unificante del sistema, facendo in modo che esso non si dissolva mai in una sterile somma di scienze singole e garantendogli l’unità dei risultati. Una delle caratteristiche essenziali del metodo materialista dialettico consiste proprio nell’impossibilità di trarne conclusioni specialistiche, che possano sottrarsi alla comprensione globale dello sviluppo storico, e anche il nesso indissolubile tra teoria e prassi è formulato con tanta forza e chiarezza da far intendere la volontà di tutelarne la sussistenza anche negli eventuali sviluppi successivi del sistema.
Bisogna purtroppo constatare che quest’ultima preoccupazione fu in parte vana, perché –come d’altra parte c’era da aspettarsi –lo sviluppo del marxismo del secondo periodo nei suoi vari rami condusse necessariamente a varie forme di slegamento del sistema. Mentre secondo la concezione materialistica della storia non possono esistere singole scienze indipendenti –come non può esistere una ricerca pienamente teorica –molti marxisti dell’ultima parte del diciannovesimo secolo finirono per concepire il socialismo scientifico come una somma di conoscenze prive di nessi immediati con la prassi ; la concezione materialistica della storia, che in Marx ed Engels era stata essenzialmente dialettico-materialista, nei loro epigoni divenne qualcosa di essenzialmente adialettico. Il risultato fu il trasformare la teoria globale unitaria della rivoluzione in una critica scientifica dell’ordinamento economico borghese, dello Stato, dell’istruzione pubblica, delle religioni, dell’arte, della scienza e così via ; una critica destinata a sfociare in ogni sorta di ambizioni riformiste cui è estranea la critica radicale della società borghese e del suo Stato. Gli stessi Marx ed Engels biasimarono questa tendenza nelle evoluzioni del programma politico del partito socialdemocratico tedesco. In termini materialistico-dialettici, occorre dare atto agli sviluppi del secondo periodo di aver espresso le trasformazioni prodottesi nella prassi della lotta di classe. Non mancavano infatti i cosiddetti marxisti ortodossi, che tendevano a conservare l’impostazione teorica del primo periodo nel tentativo di frenare la deriva revisionista ; a conti fatti, però, furono proprio questi ultimi a rivelarsi più disarmati nei confronti dei grandi mutamenti storici che si stavano preparando. Per esempio, a fronte della maggior parte delle teorie revisioniste -le quali difficilmente si sarebbero potute definire marxiste, in quanto fondate su riforme destinate a cambiare lo Stato dall’interno -gli ortodossi si limitavano a respingere tali posizioni come un oltraggio, ma non offrivano risposte, e mentre l’azione rivoluzionaria veniva da loro collocata in un futuro sempre più trascendente, nell’immediato l’assuefazione alla politica revisionista si estendeva sempre più. Il crollo del marxismo ortodosso si sarebbe verificato con la guerra, nel momento in cui la questione della rivoluzione proletaria si impose all’ordine del giorno come questione reale e terrena di enorme portata ; allora fu chiara a tutti l’insensatezza di un’ortodossia teorica non sostenuta dalla prassi, e le nuove condizioni determinarono l’avvento di quel terzo periodo che dai suoi massimi protagonisti è definito di ripristinamento del marxismo. In realtà, più che un mero ritorno alle origini, ciò che teorici come Lenin e Rosa Luxemburg hanno effettivamente compiuto è lo svincolamento dal marxismo del secondo periodo, e si spiega con il fatto che in una nuova epoca storica rivoluzionaria non solo il movimento proletario di classe ma anche le posizioni teoriche dei comunisti dovevano riassumere la forma di una teoria rivoluzionaria.

- da “Comunismo e filosofia “ di Daniele Mansuino, eBook- - riassunto e adattamento di “Marxismo e filosofia” di Karl Korsch