
venerdì 23 giugno 2017
Makarenko e la pedagogia del collettivo

sabato 17 giugno 2017
Per la lunga marcia della sinistra l’obiettivo oggi non è il governo
La sinistra come al solito è entrata in fibrillazione man mano prendeva corpo l’imminenza della scadenza elettorale. Se la speranza in una quota proporzionale offriva una occasione alle forze minori, lo sbarramento del 5% incuteva giustamente timore. Giustamente non perché non vi sia in Italia una sinistra ampiamente oltre tale quota. Ma perché come al solito si arriva alle scadenze elettorali senza avere alle spalle né un fermento sociale simile a quelli da cui sono nate le recenti esperienze greca e spagnola, né una comune radicalità di intenti paragonabile a quella di Melénchon o persino di Corbyn.
La sinistra italiana, un tempo guardata con invidia dalle sinistre di tutto il mondo, è ora il fanalino di coda, è «invertebrata», quasi non esiste. La preoccupazione diventava allora quella del superare il 5%. E così si parte dalla forma prima che dai contenuti. Dalle alleanze prima che dai programmi. Ed è quasi inevitabile, dopo aver dato a lungo prova di vocazione antiunitaria, dopo non aver saputo capitalizzare la vittoria del 4 dicembre, dopo aver praticato anni di politicismo senza presenza nei quartieri, nei luoghi di lavoro, nelle scuole e nelle lotte.
Mettersi tutti insieme per saltare l’ostacolo del 5% è sembrata allora l’unica risorsa. Ma davvero è così? Senza un fine unificante, senza un programma condiviso? C’è chi vuole tornare al centrosinistra, e lo dice apertamente. C’è chi dice che il centrosinistra è ormai un residuo del passato, una prospettiva perdente. Non è una pura questione nominalistica: dietro quel nome, centrosinistra, per limitarci a come è stato declinato negli anni della cosiddetta “seconda repubblica”, vi è una immagine ben chiara delle compatibilità di sistema, del cosa si può fare e non fare, del rapporto (di alterità o di convergenza) rispetto a ceti, classi sociali, raggruppamenti politici e di potere.
Come faranno questi due schieramenti – pro-centrosinistra e anti-centrosinistra, ovvero pro-alleanza col Pd e anti-alleanza col Pd – a presentarsi insieme? Come chiederanno voti, con quale credibilità? Per poi scindersi subito dopo le elezioni, sinistra di governo e sinistra di opposizione? Si è sicuri che questa armata Brancaleone attirerebbe suffragi? Certo dai gruppi più militanti, ma tra gli elettori? I “grandi numeri” spesso seguono logiche diverse. Eppure questa volta – senza maggioritario – non dovrebbe esservi il richiamo del voto utile, o almeno non dovrebbe esservi nella misura del passato.
A mio avviso il ragionamento va capovolto. Oggi l’obiettivo della Sinistra non può essere il governo, non può e non deve esserlo. Dobbiamo uscire dalle ubriacature dei fumi del maggioritario respirati per vent’anni. Che governino, lor signori. La ricostruzione della nostra cultura e la inversione del “senso comune” che pervade la società, la costruzione di un nuovo senso comune di massa è lavoro non breve. Inutile raccontarci il contrario. È una “lunga marcia”, nella società e anche nelle istituzioni. Il parlamento serve, non solo come tribuna. Ma è appena un momento, una delle tante “trincee” di una lotta più complessiva. Dall’opposizione si può e si deve costruire un percorso che riaggreghi veramente, che unifichi i militanti dispersi, non perché si deve andare al voto e superare uno sbarramento. Ma perché si vuole costruire una forza di alternativa sistemica che dia risposte nuove (spesso opposte a quelle del centrosinistra) su punti fondamentali: redistribuire lavoro e reddito, rilanciare l’intervento pubblico, una imposizione fiscale fortemente progressiva, l’investimento nella scuola, nell’università e nella ricerca, il rafforzamento del Sistema sanitario nazionale, la lotta ai Trattati europei, la rinuncia alla guerre e agli armamenti, insomma l’applicazione e il rilancio della Costituzione del 1948, nata dalla Resistenza e imperniata sul suo art. 3.
Invece che da una unità last minute, ripartiamo da un programma radicale di cambiamento. Vediamo chi ci sta, iniziamo la nostra “lunga marcia” a partire dalle prossime elezioni, ma senza pensare che avere dieci o venti deputati sia dirimente. È più importante che una nuova “volontà collettiva” finalmente si manifesti e si organizzi, inizi a operare nei territori, dia vita a una organizzazione politica aperta e plurale, non identitaria ma che rispetti le diverse identità, che promuova gradatamente una sua nuova sintesi culturale unitaria, a partire dai nodi programmatici dirimenti, da una proposta chiara di alternativa sistemica. E che resti in campo in modo duraturo, senza cambiare nome, simbolo, alleanze e orientamenti di fondo ogni due anni o a ogni elezione. Solo così la Sinistra può diventare credibile.
lunedì 12 giugno 2017
Gli stenti del giovane GRAMSCI
mercoledì 7 giugno 2017
APPELLO ASSEMBLEA 18 GIUGNO
UNA SINISTRA DI POPOLO DAL POPOLO (in un'unica lista)
Una richiesta di unità perché la sinistra di classe libera dal PD abbia una sua rappresentanza politica alle prossime elezioni.
Il testo dell'appello è stato firmato da Anna Falcone e Tommaso Montanari e pubblicato da Il Manifesto del 6 giugno 2017. Annunciata la partecipazione, finora, del PCI, di Rifondazione Comunista, di Possibile, di Sinistra Italiana. (fe.d.)
di seguito il testo dell'appello:
<Siamo di fronte ad una decisione urgente. Che non è decidere quale combinazione di sigle potrà sostenere il prossimo governo fotocopia, ma come far sì che nel prossimo Parlamento sia rappresentata la parte più fragile di questo Paese e quanti, giovani e meno giovani, in seguito alla crisi, sono scivolati nella fascia del bisogno, della precarietà, della mancanza di futuro e di prospettive. La parte di tutti coloro che da anni non votano perché non credono che la politica possa avere risposte per la loro vita quotidiana: coloro che non sono garantiti perché senza lavoro, o con lavoro precario; coloro che non arrivano alla fine del mese, per stipendi insufficienti o pensioni da fame.
La grande questione del nostro tempo è questa: la diseguaglianza. L’infelicità collettiva generata dal fatto che pochi lucrano su risorse e beni comuni in modo da rendere infelici tutti gli altri.
La scandalosa realtà di questo mondo è un’economia che uccide: queste parole radicali – queste parole di verità – non sono parole pronunciate da un leader politico della sinistra, ma da Papa Francesco. La domanda è: «E’ pensabile trasporre questa verità in un programma politico coraggioso e innovativo»? Noi pensiamo che non ci sia altra scelta. E pensiamo che il primo passo di una vera lotta alla diseguaglianza sia portare al voto tutti coloro che vogliono rovesciare questa condizione e riconquistare diritti e dignità.
Per far questo è necessario aprire uno spazio politico nuovo, in cui il voto delle persone torni a contare.
Soprattutto ora che sta per essere approvata l’ennesima legge elettorale che riporterà in Parlamento una pletora di “nominati”. Soprattutto in un quadro politico in cui i tre poli attuali: la Destra e il Partito Democratico – purtroppo indistinguibili nelle politiche e nell’ispirazione neoliberista – e il Movimento 5 Stelle o demoliscono o almeno non mostrano alcun interesse per l’uguaglianza e la giustizia sociale.
Ci vuole, dunque, una Sinistra unita, in un progetto condiviso e in una sola lista. Una grande lista di cittadinanza e di sinistra, aperta a tutti: partiti, movimenti, associazioni, comitati, società civile. Un progetto capace di dare una risposta al popolo che il 4 dicembre scorso è andato in massa a votare “No” al referendum costituzionale, perché in quella Costituzione si riconosce e da lì vorrebbe ripartire per attuarla e non limitarsi più a difenderla.
Per troppi anni ci siamo sentiti dire che la partita si vinceva al centro, che era indispensabile una vocazione maggioritaria e che il punto era andare al governo. Da anni contempliamo i risultati: una classe politica che si diceva di sinistra è andata al governo per realizzare politiche di destra. Ne portiamo sulla pelle le conseguenze, e non vogliamo che torni al potere per completare il lavoro.
Serve dunque una rottura e, con essa, un nuovo inizio: un progetto politico che aspiri a dare rappresentanza agli italiani e soluzioni innovative alla crisi in atto, un percorso unitario aperto a tutti e non controllato da nessuno, che non tradisca lo spirito del 4 dicembre, ma ne sia, anzi, la continuazione.
Un progetto che parta dai programmi, non dalle leadership e metta al centro il diritto al lavoro, il diritto a una remunerazione equa o a un reddito di dignità, il diritto alla salute, alla casa, all’istruzione.
Un progetto che costruisca il futuro sull’economia della conoscenza e su un modello di economia sostenibile, non sul profitto, non sull’egemonia dei mercati sui diritti e sulla vita delle persone.
Un progetto che dia priorità all’ambiente, al patrimonio culturale, a scuola, università e ricerca: non alla finanza; che affronti i problemi di bilancio contrastando evasione ed elusione fiscale, e promuovendo equità e progressività fiscale: non austerità e politiche recessive.
Un simile progetto, e una lista unitaria, non si costruiscono dall’alto, ma dal basso. Con un processo di partecipazione aperto, che parta dalle liste civiche già presenti su tutto il territorio nazionale, e che si apra ai cittadini, per decidere insieme, con metodo democratico, programmi e candidati.
Crediamo, del resto, che il cuore di questo programma sia già scritto nei principi fondamentali della Costituzione, e specialmente nel più importante: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale, e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese» (art. 3).
È su questa piattaforma politica, civica e di sinistra, che vogliamo costruire una nuova rappresentanza. È con questo programma che vogliamo chiamare le italiane e gli italiani a votare.
Vogliamo che sia chiaro fin da ora: noi non ci stiamo candidando a guidarla. Anzi, non ci stiamo candidando a nulla: anche perché le candidature devono essere scelte dagli elettori. Ma in un momento in cui gli schemi della politica italiana sembrano sul punto di ripetersi immutabili, e immutabilmente incapaci di generare giustizia ed eguaglianza, sentiamo – a titolo personale, e senza coinvolgere nessuna delle associazioni o dei comitati di cui facciamo parte – la responsabilità di fare questa proposta. L’unica adeguata a questo momento cruciale.
Perché una sinistra di popolo non può che rinascere dal popolo.
Invitiamo a riunirsi a Roma il prossimo 18 giugno tutti coloro che si riconoscono in questi valori, e vogliono avviare insieme questo processo.>
lunedì 5 giugno 2017
LA POLITICA SCOLASTICA SOVIETICA DELL’EDIFICAZIONE SOCIALISTA
La scuola sovietica, sotto la spinta della “pedagogia della prassi” di carattere rivoluzionario, fu considerata, quasi universalmente, una delle conquiste più significative ed efficaci per la formazione delle giovani generazioni nello stato socialista. Attraverso dibattiti e sperimentazioni, l’estensione di massa della cultura e del sapere e la natura gratuita e obbligatoria della frequenza, il legame con il mondo del lavoro, della produzione, della scienza e della tecnica, si edificò una delle realizzazioni strutturali tra le più importanti della storia dell’educazione di tutti i tempi. (fe.d.)
Nel marzo 1919 l'VIII congresso definì il nuovo programma del partito che, in forma concisa, fissò i principi essenziali e il piano per l'edificazione della scuola socialista. Essi erano: istruzione generale e politecnica gratuita per i ragazzi di entrambi i sessi fino ai 17 anni; scuola unica mista, laica e di lavoro tesa a formare i membri della società comunista; diffusione dell'istruzione professionale tra le persone che avessero compiuto il 17°anno di età; possibilità di accedere agli istituti superiori per tutti e in particolare per i lavoratori.[2]
Il discorso, tenuto da Lenin il 2 ottobre 1920 al III Congresso del komsomòl, ribadì autorevolmente tale programma.
Pur attraverso alle difficoltà della guerra civile che si svolse dal 1918 al 1920 e ad ostacoli di ogni genere, fu avviato il cambiamento dei metodi di istruzione e di educazione, vennero riformati i piani e i programmi didattici, riveduti i testi. Fu introdotto l'autogoverno, si istituirono scuole per la preparazione dei lavoratori agli studi superiori, come le celebri facoltà operaie o Rabfak (право рабочих).
Infatti nei confronti del corpo insegnante il nuovo regime operò da un lato una politica di recupero e dall'altro una riforma della preparazione professionale.
Con la fine della guerra civile (1920), comincia il secondo periodo (1921-30) della scuola sovietica in cui si va affermando la scuola socialista e la pedagogia marxista-leninista, in opposizione a correnti correnti pseudo-socialiste, e si combatte la grande battaglia contro l'analfabetismo gettando le premesse per ottenere l'istruzione elementare generale obbligatoria.
Dal sistema d'istruzione generale va distinto il sistema di istruzione tecnico-professionale, nel cui ambito sorsero numerosi téchnikumy, scuole professionali e scuole di tirocinio di fabbrica-officina. Le quali ultime risultarono divise in due gruppi: scuole professionali vere e proprie a cui potevano accedere i licenziati della scuola primaria, e scuole tecniche (téchnikumy) destinate ai licenziati della scuola settennale, corrispondente alla scuola media inferiore. Nella Repubblica russa, a cominciare dal 1924, nelle classi VIII-IX fu introdotta la specializzazione professionale, nel senso che erano distinti indirizzi diversi (tecnico, economico-amministrativo, ecc.) che nel complesso conservarono però la fisionomia di scuole medie superiori generali. In Ucraina e Bielorussia, invece, alla scuola settennale seguiva immediatamente una scuola professionale dalla quale i licenziati potevano entrare nei téchnikumy; in altri termini non esisteva una scuola media generale superiore.
Queste trasformazioni della struttura del sistema scolastico sono connesse con le grandi discussioni che si fecero dal 1921 al 1930 sull'educazione al lavoro e sull'istruzione politecnica nella scuola. [..] Anche nell’istruzione politecnica non si ottennero risultati particolarmente brillanti per la mancanza delle necessarie attrezzature e perchè non furono chiariti a fondo i problemi riguardanti la politecnicizzazione. Significativi di questo convulso periodo della scuola sovietica furono i programmi preparati dal Narkompròs e diventati obbligatori nel 1923-24. Erano stati elaborati dal Consiglio scientifico di Stato (GUS) e si distinguevano per il fatto che in essi gli argomenti di studio non erano divisi per materia. Tutte le nozioni da insegnare erano viste in riferimento alla natura, al lavoro e alla società, per cui gli argomenti non erano divisi nei programmi in tre sezioni verticali, che formavano i cosiddetti complessi di studio. [...]
[..]
E’ di quest’epoca la diffusione della teoria della morte della scuola (теория школьной смерти). Mentre sopravvivevano i difensori del vecchio sistema d’insegnamento, nel 1928-29, una corrente, che subiva particolarmente l’influenza americana, tentò di introdurre il “metodo dei progetti” come fondamento della scuola, appoggiata dall’ Istituto per le ricerche sui metodi dell’attività scolastica, che ne era anzi la roccaforte. Questa corrente pedagogica partiva dal presupposto che nella società comunista la scuola come istituto didattico-educativo sarebbe scomparsa, e la formazione dei ragazzi sarebbe dovuta avvenire nello stesso svolgimento della vita, della pratica. All’insegnamento tradizionale si sarebbe sostituita così l’esecuzione da parte dei ragazzi di una serie di progetti, cioè di esercitazioni pratiche: si diffuse inoltre in metodo delle brigate-laborotorio e invalse la tendenza a sostituire i testi di tipo normale con pubblicazioni di carattere occasionale: “I libri per l’operaio”, “Testi minimi”, “Testi giornali”, ecc.
Sul piano teorico si tentò di sostituire la pedagogia con la “pedologia”, cioè con una considerazione scientifico-meccanicistica del ragazzo, imperniata sulla supposta legge per cui la personalità del ragazzo è determinata da fattori biologici e sociali: l’eredità biologica e l’azione di un ambiente sociale. Su questa base i “pedologi” ritenevano di poter determinare in modo scientifico le attitudini dei ragazzi. Mentre la scuola sovietica in netta espansione era dominata da queste contraddittorie tendenze, che la rendevano viva, ma ne riducevano l’efficienza didattica, era cominciata col primo piano quinquennale l’industrializzazione ed era stata realizzata la collettivizzazione dell’agricoltura. La necessità di preparare i quadri per la nuova economia, oltre che i difetti rivelatisi nei vari tentativi ed esperimenti scolastici condotti sino ad allora, imposero col 1931 un ritorno alla scuola di tipo tradizionale, volta cioè ad assicurare ai ragazzi una solida preparazione generale.
Dal 1931 al 1940 il CC del partito emanò una serie di Risoluzioni che trasformarono completamente l’attività della scuola e che rimasero i caposaldi del sistema scolastico sovietico fino alla riforma del 1958. Queste Risoluzioni, oltre a definire la struttura e l’attività della nuova scuola, dettarono le norme per i programmi, l’ordinamento interno, i manuali, ecc. Notevole la Risoluzione del 4 luglio 1936 “Sui travisamenti ‘pedologici’ nel sistema dei Narkomprosy*,” nella quale la “pedologia” venne dichiarata una pseudoscienza e si proponeva di metter fine alla sua dannosa esperienza col chiudere la facoltà e i gabinetti “pedologici”, reintegrando nei propri diritti la pedagogia e gli insegnanti.
Le Risoluzioni del CC degli anni Trenta resero la scuola sovietica molto più efficiente di prima ma al tempo stesso determinarono anche l’allentarsi dei legami fra scuola e vita: i problemi dell’istruzione politecnica furono accantonati, le ore di lavoro escluse dal piano didattico della scuola, chiuse le masterskie scolastiche (1937).
Questa era la situazione chiaramente avvertita dal XVII Congresso del partito quando, nel 1941, scoppiò la guerra. Con essa si aprì l’ultimo periodo della scuola sovietica. A tale periodo risalgono talune iniziative, che precorrevano certi aspetti della riforma(..), pur rivestendo carattere occasionale e restando per anni prive di sviluppi.
Con il gran numero di ragazzi dispersi ed evacuati, in conseguenza della guerra,portò all’istituzione di scuole-internato. […]
*Commissariati per l’istruzione popolare
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[…] Negli anni che precedettero la rivoluzione l’arretratezza e l’ignoranza erano estreme. La popolazione, analfabeta per il 75% circa; quasi i 4/5 dei ragazzi e degli adolescenti non frequentavano la scuola. In otto lustri questa situazione è stata rovesciata: il numero degli allievi nelle classi superiori della scuola media è aumentato di quasi 40 volte. La scuola sovietica ha promosso l’elevazione culturale delle decine di popoli dell’URSS, a ciascuno dei quali è stata assicurata la scuola nella lingua nazionale e l’accesso all’istruzione superiore. Nel periodo sovietico il numero degli allievi è aumentato di 50 volte in Kirghisia, di 84 volte nell’Uzbekistan, di 98 volte nel Tagikistan. Prima della Rivoluzione la popolazione del Kazachstan era analfabeta per il 98%; ogni 5 ragazzi kazachi di età scolare uno solo frequentava la scuola; le ragazze, poi, erano generalmente del tutto prive di istruzione. Oggi (1963, ndr) nel Kazachstan esistono 9915 scuole con 1.425.280 allievi, di cui 670.000 ragazze.
Si può aggiungere che la scuola sovietica ha preparato un’enorme armata (огромная армия) di quasi 7 milioni di specialisti (36 volte più di quanti ne esistevano prima della Rivoluzione) di qualifica media o superiore.