le lenti di Gramsci

martedì 14 aprile 2020

la maestra CAMILLA, la segretaria del PCI


In occasione dell’anniversario della sua morte, avvenuta il 14 aprile 1988, ripubblichiamo uno scritto di Leonardo Pisani, sul giornale "Roma" del 18 giugno 2018, intorno alla figura di Camilla Ravera, la segretaria del PCI dopo l’arresto di Gramsci (1926), che l’aveva fortemente voluta all’”Ordine Nuovo”. L'autore sottolinea tra l'altro, citando lo storico Michele Strazza, la permanenza al confino in Lucania della dirigente comunista. (fe.d.)

Camilla Ravera, (1889-1988) 

Nata il 18 giugno 1889 a Aqui Terme, in provincia di Alessandria, Camilla Ravera era figlia di un funzionario del ministero delle finanze, una famiglia numerosa con 7 sette fratelli. La giovane Camilla iniziò a lavorare come maestra a Torino e si iscrisse al PSI nel 1918. Tra il 1919 e il 1920 entrò a far parte della redazione della rivista L'Ordine Nuovo con Antonio Gramsci Nel 1921 fu tra i fondatori del Partito Comunista d'Italia; incaricata dell'organizzazione femminile, diede vita al periodico La Compagna.
Dopo le leggi fascistissime del 1926 e l'arresto di Gramsci, si impegnò per tenere insieme ed in costante contatto i comunisti italiani, cercando di rafforzare l'organizzazione clandestina del PCI; dopo il segretario Palmiro Togliatti che sostituì Gramsci alla guida del partito nel 1927, la Ravera sarà, fino al suo arresto nel 1930, la seconda personalità del PCI in Italia per importanza.
Ravera sarà anche delegata a vari congressi del Comintern, dove conobbe Lenin e Stalin. Fu arrestata nel 1930 ad Arona (Novara) e condannata a 15 anni di carcere. Ne scontò 5 in cella, gli altri al confino a Ponza e Ventotene (Roma) dove conoscerà il socialista Sandro Pertini. La Ravera nel 1936 fu inviata al in Lucania. (..). Condannata a 15 anni e 6 mesi di carcere, aveva scontato i primi 5 anni nelle sezioni femminili dei carceri di Turi e Perugia, posta in regime di isolamento in quanto “detenuta pericolosa”. Nel 1935 per breve tempo era stata rilasciata per problemi di salute e, poi, con l’amnistia del 1936, definitivamente scarcerata e posta agli arresti domiciliari.
Scrive Michele Strazza: «Riportata in carcere per una visita di “controllo” il 12 ottobre 1936, dopo due settimane fu inviata al confino in Lucania che raggiunse con un lungo viaggio di 4 giorni e 3 notti, passando dagli istituti penitenziari di Piacenza, Ancona e Potenza per poi approdare a Montalbano e, infine, trascorrere altri 5 mesi nella vicina S. Giorgio.
La prima destinazione di Montalbano gli venne comunicata dipingendola come “luogo di ottimo clima, saluberrimo”. In realtà, come presto si rese conto, il centro lucano era un paese malarico ed il mare si vedeva solo “in lontananza, da un lato del panorama” che si stendeva all’intorno del paese; dagli altri lati era“tutto un susseguirsi di monti o alti colli”. Montalbano – annotava la donna - era solo un gruppo di case raccolte intorno a un piccolo colle, case “tutte bianche, calcinate, con molti balconcini e qualche terrazzo”.»
Così la confinata politica osservava il ritorno dei contadini dai campi:
«Nell’ora del tramonto si vedono, qua e là per questi dirupi e scondiscendimenti, le genti tornar dal lavoro: uomini montati su piccoli asini, asinelli carichi di sacchi o di fascine, e minuscoli carrettini con alte ruote; e capre appaiono e spariscono su è giù per la rigosità di questa terra rossiccia e contratta».
Dopo vari giorni in cui aveva trovato alloggio nella soffitta della locanda “Roma”, gestita dalla famiglia Carlucci, il podestà locale le propose di fare “un po’di scuola ai giovani analfabeti prossimi alla chiamata di leva”, per evitare che, una volta partiti, non sapendo scrivere, non mandassero proprie notizie alle famiglie, costringendo le madri a chiederle al municipio.
«Ma l’iniziativa, puntualmente annunciata dal banditore comunale, durò solo pochi giorni perché la polizia, informata del fatto, intervenne e la confinata fu trasferita a S. Giorgio Lucano, un paese all’interno e ancora più isolato, mentre il podestà, prima diffidato, venne rimosso dall’incarico – precisa lo storico Michele Strazza - Nella nuova destinazione Camilla Ravera prese prima alloggio nella locanda e, poi, nella casa della famiglia Gerardi, al piano di sopra.
Pur essendo sottoposta ad una vigilanza più incisiva rispetto a quella di Montalbano, non mancò il contatto con la gente del posto che gli manifestava “una prudente ma vigilante e commovente solidarietà”. Anche con la padrona di casa, una contadina con due figlie piccole, si instaurarono i primi rapporti e la confinata la sera scendeva al piano di sotto per trattenersi davanti al camino o per bere del latte. A volte parlava anche con altri paesani che, intorno al fuoco, discutevano delle proprie condizioni di vita e di lavoro. Ma il tutto fu fatto con grande cautela perché spesso, come ricorderà poi la Ravera, arrivavano i carabinieri per un’ispezione.
Restò a S. Giorgio per circa 6 mesi prima di essere rimandata, il 28 maggio 1937, nell’isola di Ponza. Trasferita a Ventotene, fu, con Umberto Terracini, l’ultima a lasciare il confino. Ambedue erano stati espulsi dal Partito Comunista per aver condannato il patto Ribbentrop-Molotov sulla spartizione della Polonia. Dopo la liberazione la dirigente comunista venne riammessa nel partito e nel 1948 fu eletta deputato».
Ritiratasi a vita privata, nel 1982 venne nominata da Sandro Pertini senatrice a vita: è stata la prima donna a ricevere questa nomina. Morì il 14 aprile 1988. Due giorni dopo fu ricordata dalla presidente della Camera Nilde Iotti e dal segretario del Partito Comunista Italiano Alessandro Natta. È sepolta nel Cimitero del Verano di Roma. A San Giorgio Lucano, una delle località in cui fu confinata, nel 2007 è stata apposta una lapide sulla facciata della casa in cui abitò nel periodo 1936-1937.


la lapide apposta a S.Giorgio Lucano 

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