le lenti di Gramsci

giovedì 2 aprile 2020

il “Sud e magia” di Ernesto De Martino


 Sud e magia, Feltrinelli, Milano, 1959; n. ed. 2002 (con introduzione di Umberto Galimberti)[seconda lezione] 

Nella lezione precedente abbiamo analizzato l’opera Morte e pianto rituale nel mondo antico del 1958, secondo cui “ La forma più elementare di risplamazione del planctus irrelativo in ritornelli emotivi periodici è data dalle sillabe emotive stereotipe con le quali ha inizio talora il singolo verso della lamentazione cantata.” cfr. E. De Martino, Morte e pianto rituale nel mondo antico, Bollati Boringhieri, 1958. Il passaggio dall’ebetudine stuporosa del planctus irrelativo e alla riplasmazione e ritualizzazione del planctus con l’ethos del trascendimento, significa che il dolore che inebetisce nel tragico stupore della lamentazione spontanea, viene ricreato in un rito del pianto cantato che vuol ripristinare l’identità umana e la “presenza” di sè nella situazione collettiva in cui ci si trova.

Abbiamo rintracciato due importanti categorie filosofico-antropologiche di De Martino: la crisi della presenza (sentimento del vuoto) e la crisi del cordoglio e presenza rituale del pianto funebre. L’altra categoria da rintracciare è la destorificazione del negativo. Per questo, bisogna analizzare il testo “Sud e magia”.


in collaborazione con Rebecca Volpe

In “Sud e magia”, edito nel 1959, Ernesto De Martino, impegnato gia’ nella programmata ricerca in Salento del “rito della taranta”, redige un consuntivo-diario delle sue spedizioni in Lucania dal 1952 ed esamina a fondo credenze cultura e folclore di un territorio significativo del Mezzogiorno d’Italia.

«In quanto orizzonte stabile della crisi, la magia offre il quadro mitico di forze magiche, di fascinazioni e possessioni, di fatture e di esorcismi, e istituzionalizza la figura di operatori magici specializzati. In quanto operazione di riassorbimento del negativo nell’ordine metastorico, la magia è più propriamente rito, potenza del gesto e della parola: sul piano metastorico della magia, tutte le gravidanze sono condotte felicemente a termine, tutti i neonati sono vivi e vitali, il latte fluisce sempre abbondante nel seno delle madri, e così via, proprio all’opposto di ciò che accade nella storia».
È venuto il momento di riappropriarsi di Sud e magia di Ernesto de Martino. A cinquant’anni dalla morte dell’autore, questo grande classico dell’indagine etnografica sul nostro Mezzogiorno può essere oggi riletto per quello che effettivamente rappresenta: un contributo – modernissimo, addirittura precorritore – alla comprensione profonda dei modi e dei riti della cultura popolare che portano al riscatto dalla «crisi della presenza» in contesti di forte e perturbata criticità. La «bassa magia cerimoniale» praticata dai contadini lucani è interpretata come un ricco istituto culturale in grado di offrire protezione esistenziale ai ceti popolari, in un regime di vita dominato dalla miseria materiale e dall’oppressione politica. Nella lettura di de Martino, riti e simboli magici non contrassegnano una mentalità primitiva collocata fuori dalla storia (com’era stato per il Carlo Levi di Cristo si è fermato a Eboli): al contrario, il libro si sforza di considerarli all’interno di una più ampia «storia religiosa del Mezzogiorno» e delle relazioni tra classi egemoniche e subalterne che in essa si istituiscono. Coraggiosamente pubblicato per la prima volta nel 1959 da Giangiacomo Feltrinelli, il libro dà conto delle ricerche condotte dall’autore sulla cultura popolare in Lucania lungo il corso di una serie di «spedizioni etnografiche», la più significativa delle quali fu compiuta nel 1952. Attraverso una intensissima osservazione sul campo, operata con l’aiuto di tecniche e strumenti di grande rigore, l’indagine analizza quelle pratiche di possessione, fascinazione e magia che «proprio per la loro rozzezza ed elementarità rivelano più prontamente i caratteri strutturali e funzionali di quel momento magico che – sia pur affinato e sublimato – si ritrova anche nel cattolicesimo», vale a dire nelle forme più complesse della religiosità meridionale. Questa nuova edizione, introdotta da un denso saggio storico-critico dei curatori, ripropone tutti i testi e le immagini fotografiche dell’edizione del 1959, corredati e arricchiti da materiali rimasti per lo più inediti, raccolti qui per la prima volta in un percorso organico che introduce il lettore nello straordinario «cantiere» etnologico lucano da cui ha preso corpo il testo di Sud e magia.
la scheda del libro è ripresa da https://www.donzelli.it/libro/9788868433512
scritta dai curatori Fabio Dei e Antonio Fanelli

In definitiva, la destorificazione del negativo si lega alla crisi della “presenza”: antropologicamente, le popolazioni contadine lucane, cercano di affermare nelle credenze, nei rituali, nella cultura sia misterica che materiale (il malocchio, la fattura, l’esorcismo, i simboli apotropaici, i feticci-simulacri, le cantilene, gli scongiuri, il pianto rituale, ecc..) la loro soggettività nella storia, in crisi, ma “destorificando”, cioè rendendolo “fato naturale”, il negativo delle umane vicende. Di qui, la rassegnazione necessitata dal destino, una concezione impedimento ad una trasformazione in chiave storica, contro cui avevano auspicato la costruzione di un “riscatto” sociale e politico, facendo leva sulla stessa cultura popolare, Antonio Gramsci, Rocco Scotellaro e Carlo Levi, alle cui analisi, testi e suggestioni De Martino si lega.

introduzione vocale schede introduttive: Rebecca Volpe

- passi antologici da “Sud e magia” letti dal prof. Ferdinando Dubla (registrazione audio)
autoverifica: al termine dello studio delle due lezioni su Ernesto De Martino, devi aver chiaro:

il significato delle categorie filosofiche e antropologiche:

crisi della presenza / riplasmazione del planctus e crisi del cordoglio / ethos del trascendimento / destorificazione del negativo.

Seguirà l’analisi dell’opera “La terra del rimorso” del 1961.







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