le lenti di Gramsci

lunedì 24 agosto 2020

Riplasmazione, reintegrazione e riscatto in Ernesto de Martino: Marx, Gramsci e “la fine del mondo” (appunti e citazioni)


il nesso tra
RIPLASMAZIONE e REINTEGRAZIONE come presupposto e possibilità del RISCATTO è esemplare in tutte le opere di de Martino, in particolare in Morte e pianto rituale e, ne La fine del mondo, si struttura come escaton di un abisso apocalittico allargato alla comparazione tra civiltà occidentale e civiltà “altre”, “nell’interno della stessa cultura occidentale il feticismo tecnicistico, complicato dalle contraddizioni interne della società borghese tradizionale, ha alimentato a sua volta rischi di alienazione e di disintegrazione dell’umano dai quali l’apocalisse senza escaton è stata se non proprio un mezzo di difesa certamente l’espressione culturale piú disperata e drammatica. Le due apocalissi, quella escatologica del terzo mondo e quella senza escaton dell’occidente in crisi, per quanto diverse possano essere nella loro qualità, nel loro condizionamento e nella loro funzione, affondano dunque la loro radice ultima in una situazione comune, cioè nella stessa minaccia di disumanizzazione dell’umano che caratterizza l’ora che volge“, [2019, pp.94/95. Il testo è la comunicazione ad un convegno del luglio/agosto 1964 su «La presenza dell’Africa nel mondo di domani»] 
Una pagina in cui risulta chiaramente l’impostazione dialettica marxiana (“le contraddizioni interne della società borghese”) in cui “feticismo” e “alienazione” divengono cause di una completa dissoluzione dell’umano, in una universalizzazione di condizione dove l’orizzonte possibile appare “senza escaton”, dunque privato del riscatto/reintegrazione nella sua apparenza fenomenologica. Lo sguardo di de Martino allora si volge, antropologicamente, non a una potenziale resurrezione politico-sociale operativa nella trasformazione rivoluzionaria strutturale e delle coscienze, ma alla coscienza dell’umano in quanto tale, agli sviluppi psicologici che muovono sia la costituzione dell’io che l’altro-da-se’ e alle dinamiche psicopatologiche che ne derivano o ne possono derivare.  Non è il “rinvio della rivoluzione”, ma lo sguardo allargato alla possibilità stessa rivoluzionaria insita nelle plurime dimensioni “onnilaterali” dell’umano, svelato l’arcano delle apparenze fenomeniche. Non più solo nello “storicamente determinato” (la società capitalistica e i suoi dis/valori), ma nella permanente, e perciò antropologica, relazione tra natura esterna e natura interna umana connotata qualitativamente da questa stessa relazione. 
La stessa alienazione viene allargata a una sfera non cognitiva, non ridotta allo spossessamento dei prodotti del lavoro dell’homo faber, ma allo spossessamento dell’identità che si configura come “crisi della presenza”, al perdersi nella ‘natura esterna’ in cui non il nulla contrapposto all’esser-ci, ma il gorgo dell’infinito perdersi inghiotte la singolarità esistenziale in un’apocalisse culturale, in quanto è la cultura che permette la ‘destorificazione’ del negativo. E’ il continuo trapasso dialettico tra la cultura/storia e natura interna ed esterna. 
Il robusto filo che riconnette gli appunti de La fine del mondo alla ricerca antropologica sul campo, tra i contadini lucani e le ritualità catartiche delle tarantate, è il costante tentativo di una fondazione filosofica del cammino umano per l’evitamento di questo ‘infinito perdersi’ e dei percorsi/processi di liberazione possibili, fondamenti che riplasmino (per usare un’espressione cara a de Martino) una comprensione integrale, olistica, della psiche umana, individuale, e collettiva in termini di ‘civiltà’. 
La critica al marxismo è ai suoi “limiti”, non al suo impianto, all’assenza di una fondazione presupposta alle condizioni materiali di vita che determinano l’essere sociale e la sua coscienza collettiva, è un tentativo di “oltrepassamento”, di allargarne lo sguardo.

 + Marx e Gramsci ne “La fine del mondo” 

    • [ed. 2019, pag.483, all’interno del cap.VI “Antropologia e marxismo” par. “Marxismo e religione”, mentre nell’ed.1977 e’ cap.IV, “Il dramma dell’apocalissi marxiana”, organizzato nel modo seguente: 4.1 Apocalisse e rivoluzione; 4.2 L’umanesimo marxiano; 4.3 Marxismo e religione. I passi citati fanno parte di 4.2, pag.434)  
Vi è dunque un principio trascendentale che rende intellegibile l’utilizzazione e le altre valorizzazioni, e questo principio è l’ethos trascendentale del trascendimento della vita nel valore: attività dunque, ma ethos, dover-essere-nel-mondo per il valore, per la valorizzante attività che fa mondo il mondo, e lo fonda e lo sostiene. La riduzione dell’attività essenziale dell’uomo alla soggettività economica costituisce il limite del materialismo storico, mentre è da dire che la stessa dottrina marxiana non sarebbe stata possibile senza l’ethos che l’attraversa e la sostiene, anche se si tratta di un ethos vergognoso di sé, e che non si riconosce come fondamento trascendentale della stessa presa di coscienza rivoluzionaria e della stessa praxis che trasforma il mondo «borghese» in mondo «migliore». (..) 
Per la trasformazione attuale del mondo ciò significa che ogni trasformazione rivoluzionaria deve cominciare col testimoniare di sé attraverso la trasformazione della base economico-sociale, e che tale trasformazione non è possibile se non sono venute maturando le forze produttive reali per promuoverla.
[ed.2019, pag. 486, ed.1977, pag. 438/441]
De Martino cita Gramsci da “Il materialismo storico e la filosofia di B. Croce”, Torino, Einaudi, 1948
p. 56: «Anche nella scienza, cercare la realtà fuori degli uomini, inteso ciò nel senso religioso e metafisico, appare nient’altro che un paradosso. Senza l’uomo, cosa significherebbe la realtà dell’universo? Tutta la scienza è legata ai bisogni, alla vita, all’attività dell’uomo. Senza l’attività dell’uomo, creatrice di tutti i valori, anche scientifici, cosa sarebbe l’oggettività? Un caos, cioè niente, il vuoto, se pure cosí si può dire, perché realmente, se si immagina che non esiste l’uomo, non si può immaginare la lingua e il pensiero. Per la filosofia della prassi l’essere non può essere disgiunto dal pensare, l’uomo dalla natura, l’attività dalla materia, il soggetto dall’oggetto: se si fa questo distacco si cade in una delle tante forme di religione o nell’astrazione senza senso». 
p. 142: «C’è quindi una lotta per l’oggettività (per liberarsi dalle ideologie parziali e fallaci) e questa lotta è la stessa lotta per l’unificazione del genere umano. Ciò che gli idealisti chiamano Spirito non è un punto di partenza ma d’arrivo, l’insieme delle soprastrutture in divenire verso l’unificazione concreta e non già un presupposto unitario, ecc.».
extract commento di de Martino: ( pag.487/489 ed.2019, pag.439/441 ed.1977)
Gramsci inizia effettivamente l’ulteriore approfondimento e sviluppo del marxismo e la sua «attualità» è destinata a crescere sempre di piú anche se per il momento la sua influenza nella cultura italiana (e ancor piú in quella mondiale) è relativamente modesta o non quale meriterebbe di essere. (..) [la] «prassi» di Gramsci (come del resto l’attività sensibile del giovane Marx) è un semplice presupposto (che è cosí perché è cosí), senza raggiungere il principio interno intellegibile del suo movimento dialettico oltre la natura nell’economico e «oltre» l’economico nelle altre valorizzazioni: questo principio che è l’ethos trascendentale del trascendimento della vita nelle attività intersoggettive (sociali) valorizzatrici, non trova posto in Gramsci. (..) che la «società borghese» racchiude delle contraddizioni, che queste contraddizioni si vengano maturando in condizioni per l’avvento della società socialista, che fra queste condizioni vi sono le nuove forze storiche che possono operare tale avvento, che ogni uomo deve oggi lavorare, come meglio sa e può, per sopprimere le contraddizioni della società borghese, tutto ciò non significa che la società socialista (e comunista) sopprimerà una volta per sempre «tutte» le possibili contraddizioni sociali, e che non se ne genereranno di nuove mai esperite nella storia umana, e che non si dovrà prendere coscienza di esser e lottare per la loro soppressione.

Ernesto de Martino, La fine del mondo-Contributo all’analisi delle apocalissi culturali, a cura di Giordana Charuty, Daniel Fabre, Marcello Massenzio, Einaudi, 2019
Ernesto de Martino, La fine del mondo-Contributo all’analisi delle apocalissi culturali, a cura di Clara Gallini, Einaudi, 1977 







Nessun commento:

Posta un commento