Subaltern studies Italia

L’analisi e la classe - a cura di Ferdinando Dubla

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lunedì 8 maggio 2017

“ANTIPOLITICA” E SENSO COMUNE


 
 
La complementarietà della cosiddetta ‘antipolitica’ e della ‘demagogia populista’ con le idee delle classi dominanti nell’interpretazione di Gramsci del senso comune

[sintesi dell’intervento alla serata di studio “Gramsci nel lavoro politico della sinistra”, Taranto, 27 aprile 2017]

(ferdinando dubla)

Partire dall’assunto che le ‘idee dominanti sono le idee della classe dominante’ (Marx) e coniugarlo con la terza glossa a Feuerbach del 1845, secondo cui  “La dottrina materialistica che gli uomini sono prodotti dell'ambiente e dell'educazione, e che pertanto uomini mutati sono prodotti di un altro ambiente e di una mutata educazione, dimentica che sono proprio gli uomini che modificano l'ambiente e che l'educatore stesso deve essere educato. Essa perciò giunge necessariamente a scindere la società in due parti, una delle quali sta al di sopra della società (per esempio in Roberto Owen). La coincidenza nel variare dell'ambiente e dell'attività umana può solo essere concepita e compresa razionalmente come pratica rivoluzionaria.”, aiuta a comprendere sia il significato e il valore che Gramsci nei “Quaderni” applica alla categoria di ‘senso comune’, in relazione diretta con il consenso alle idee dominanti da parte delle masse popolari, sia la possibile attualizzazione della stessa per comprendere la dinamica sociale e politica del nostro paese.

E’ indubitabile, infatti, che il largo consenso che la cosiddetta ‘antipolitica’ ha nell’”opinione media” (espressione gramsciana) della società italiana, ma in genere nell’occidente capitalistico alle prese con la crisi strutturale delle formazioni economico-sociali e il declino imperialistico, impone, alle classi dirigenti politiche, un tentativo di ricostruzione del “senso comune” dominante, mediante gli strumenti del cosiddetto ‘populismo’ (tra le categorie utilizzate, la più lontana dalle sue origini storiche) e della relativa ‘demagogia’, che pur si afferma di voler contrastare e combattere.

In breve, la categoria gramsciana, può svelarci e proprio oggi, l’arcano fenomenologico da cui è stata generata la contraddizione che, semplificando,  potremmo sintetizzare nella elementare considerazione che il potere politico  rincorre i suoi competitori sul loro proprio terreno, per il banale motivo che è esso stesso, dialetticamente,  all’origine della propria crisi, della subalternità ai poteri economico-finanziari sovranazionali.

Nella polemica sviluppata nel Q.8 verso il Saggio Popolare di Bucharin, Gramsci riafferma la definizione (già presente nel Q.1), di senso comune deteriore: “Un lavoro come il Saggio popolare, destinato a una comunità di lettori che non sono intellettuali di professione, dovrebbe partire dalla analisi e dalla critica della filosofia del senso comune, che è la «filosofia dei non filosofi», cioè la concezione del mondo assorbita acriticamente dai vari ambienti sociali in cui si sviluppa l’individualità morale dell’uomo medio. Il senso comune non è una concezione unica, identica nel tempo e nello spazio: esso è il «folclore» della filosofia, e come il folclore si presenta in forme innumerevoli: il suo carattere fondamentale è di essere una concezione del mondo disgregata, incoerente, inconseguente, conforme al carattere delle moltitudini di cui esso è la filosofia (Q 8, 173, 1045).

Non è presente qui la valenza ricostruttiva del senso comune da parte di una filosofia-scienza quale il marxismo (la ‘filosofia della praxis’, il materialismo storico) e di quelle forze (principalmente il partito comunista) che devono costruire una nuova ‘egemonia’ (elaborazioni invece presenti nel Q.11), ma si stabilisce un legame importante: quello tra senso comune e folclore. E’ questo passaggio che rende implicito il problema (o la ‘quistione’) del consenso. Schematicamente: il senso comune è il prodotto delle idee dominanti delle classi dominanti, e non è invariante, ma si trasforma con le mutazioni morfologiche delle formazioni economico-sociali; il folclore è la visione del mondo delle classi subalterne e si presenta nelle forme disgregate e incoerenti proprie delle classi di cui è espressione. Senso comune e folclore non si identificano, ma l’uno attinge dall’altro per la conservazione e l’alimentazione del dominio sui subalterni, e siccome l’egemonia non è solo forza e coercizione, è demandato proprio al senso comune il compito della ricerca del consenso, per il tramite delle visioni “inconseguenti” del folclore.

La base di lavoro per questa categoria era già presente, come già scritto, nel Q.1 e precisamente: “Ogni strato sociale ha il suo «senso comune» che è in fondo la concezione della vita e la morale più diffusa. Ogni corrente filosofica lascia una sedimentazione di «senso comune»: è questo il documento della sua effettualità storica. Il senso comune non è qualcosa di irrigidito e immobile, ma si trasforma continuamente, arricchendosi di nozioni scientifiche e opinioni filosofiche entrate nel costume. Il «senso comune» è il folklore della «filosofia» e sta di mezzo tra il «folklore» vero e proprio (cioè come è inteso) e la filosofia, la scienza, l’economia degli scienziati. Il «senso comune» crea il futuro folklore, cioè una fase più o meno irrigidita di un certo tempo e luogo(Q 1, 65, 76).

Si è già in grado di attualizzare questa categoria gramsciana, pur disponendo di molte e altre innumerevoli articolazioni della sua “ermeneutica sociale”.  Oggi, infatti, da quanto si può rilevare nel nostro paese, l’”antipolitica” è risultato di una cattiva e debole politica delle classi dirigenti rispetto  ai “poteri forti”, principalmente alle dinamiche e  assetti economico-finanziari che producono la crisi strutturale. Ma l’”antipolitica”, in quanto tale, non esiste: ogni azione è, strictu sensu, politica. La negazione, dunque, non è alla politica, cioè filologicamente all’”amministrazione dello Stato, della cosa pubblica”, ma è genericamente e qualunquisticamente rivolta ai partiti tutti, quali organizzazioni sulle quali la Costituzione repubblicana ha fondato la dialettica politica e la partecipazione popolare nel confronto democratico, e, spingendosi estensivamente nell’originario spirito costituente, la formazione di una coscienza civica per il bene comune (tradizione solidale cattolica) e formazione di una coscienza di classe per l’emancipazione di massa (tradizione marxista). I tre grandi partiti di massa che animarono l’Assemblea Costituente (la DC, il PCI, il PSI), pur avendo “concezioni del mondo” (nel linguaggio gramsciano palese è il significato di ‘filosofie sistematiche coerenti al loro interno’ ) profondamente diverse, concepivano il partito politico come vettore di formazione della coscienza, cioè animato da intenzionalità pedagogica, in un confronto-scontro di valori e ideali sui quali ricercare il consenso, limitando in questo modo il ricorrente pericolo di ciò che attualmente viene definito come demagogico-populista, in definitiva l’”assecondare” le primitive forme di pensiero proprie di quelle che Gramsci definisce ‘folclore’. In particolare, per il PCI, la perdita di una cosciente intenzionalità pedagogica per costruire l’egemonia delle classi subalterne e un’aderenza a logiche politiche deprivate di finalità strategiche, può portare alla disgregazione del tessuto connettivo della Repubblica, base della possibile trasformazione rivoluzionaria: la sua filosofia dell'organizzazione, legata indissolubilmente a una generale concezione pedagogica della politica, mirava soprattutto a realizzare concretamente l’intenzionalità pedagogica del partito dei comunisti, elaborando una vera e propria didattica funzionale non alla riproduzione autoreferente di un ceto politico staccato dalle masse, processo tipico delle formazioni politiche di rappresentanza delle classi dominanti, ma diretta al fine dell’emancipazione, tramite la lotta, della classe lavoratrice guidata da avanguardie coscienti che costruiscono l’egemonia da classe dirigente prima di diventare dominante.

Dunque, l’”antipolitica” si connota come “antipartitismo”, cioè la possibilità organizzata secondo un progetto ideale di trasformazione strutturale dei rapporti sociali. Ed è qui che incontra le idee delle classi dominanti, e diventa senso comune deteriore. Un segno tangibile di questo fenomeno è dato dall’utilizzo da parte del potere politico stesso di continui tentativi che cercano di assecondare il demopopulismo ‘mediatico’, il ludibrio della ‘casta’ e del ‘ceto politico’ genericamente inteso ai quali pure si appartiene,  sostituendolo al primato delle classi e alle categorie analitiche della società civile, dei rapporti di produzione, delle concrete relazioni sociali e delle materiali condizioni di vita delle popolazioni.  E’ una rincorsa incessante che ha illuso di trasformare la Costituzione repubblicana in Statuto delle oligarchie al potere, secondo il classico ‘sovversivismo delle classi dirigenti’ oppure produce il ‘sovranismo’, la retorica patriottarda che sostituisce l’internazionalismo, cioè il profondo e assoluto rispetto delle patrie altrui, delle radici culturali e non delle guerre, militari ed economiche. Oppure, ancora, l’istinto securitario e repressivo, la costante ricerca di capri espiatori (ieri i meridionali, oggi i migranti); la devozione a un potere forte come la magistratura, che permette di trasformare i fenomeni sociali (come anche la corruzione) in problemi di ordine pubblico o reclusione dei rei senza incidere nelle lacerazioni e contraddizioni del sistema sociale, sostituendo alla parola ‘giustizia’ quella di ‘legalità’. L’attivismo delle masse che l’”antipolitica” permette è la stessa fenomenologia del potere che produce senso comune dal folclore, quella che portò Gramsci a concepire il fascismo come ‘rivoluzione passiva’ e a contrapporgli la necessità di una ‘riforma intellettuale e morale’, con la formazione permanente di quadri e militanti attivi per contrastare la tendenza alla delega, al verticismo, alla separazione, per favorire la partecipazione cosciente delle donne e degli uomini alla costruzione del loro stesso destino.

L’ambiente ineducato e rozzo ha dominato l’educatore, il senso comune volgare si è imposto alla scienza e non viceversa: se l’ambiente è l’educatore, esso deve essere educato a sua volta, ha scritto Marx, ma il Saggio popolare non capisce questa dialettica rivoluzionaria (Q 7, 29, 877, A)

L’intenzionalità pedagogica, nella dialettica della trasformazione, riecheggiando la terza glossa di Marx a Feuerbach, sviluppando coscienza e spirito critico, rende operativa la contesa egemonica:  la nozione di «senso comune» si fa operativa nella pratica. Gramsci prende spunto da una osservazione di Marx, in un luogo del Capitale (su cui aveva già richiamato l'attenzione il Croce), ove viene affacciata l'idea che un determinato progresso scientifico (nella fattispecie: della critica dell'economia politica, in ordine alla teoria del valore) è storicamente possibile allorché «il concetto di uguaglianza umana possegga già la solidità di un pregiudizio popolare». Gramsci generalizza questo modo di vedere proiettandolo nella sua rappresentazione dell'azione politica e rivoluzionaria. Una nuova concezione può aver risultati incisivi se riesce ad agire anche nella sfera del senso comune, «modificare l'opinione media di una certa società», addirittura produrre «nuovi luoghi comuni».” (Luporini, 1987)

Un nuovo senso comune per una nuova società. L’amnesia storica rimuove la critica serrata che Gramsci, compulsando in carcere testi e riviste di critica sociale che la censura permetteva, conduceva contro le sociologie di Robert Michels e Gaetano Mosca, le teorie delle elités e della ‘legge ferrea dell’oligarchia’, dei ‘capi carismatici’, cioè la teoria della casta e dell’antipolitica, giudicata "molto superficiale e sommaria, per caratteri esterni e generici" (Q.2).

 

“Il ciclo populista genera un politico sempre più fragile e aleatorio, in cui il carisma di carta pesta inventato dai media si mescola con la degenerazione trasformista e con un discorso pubblico sempre più svuotato di ogni contenuto reale.” (Paggi, 2016)

 

Il creativo marxismo di Gramsci permette invece, ancora oggi, di svelare l’arcano delle dinamiche politico-sociali moderne delle società capitaliste.

Riferimenti

Le citazioni dai Quaderni sono tratte da Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Edizione critica dell’Istituto Gramsci. A cura di Valentino Gerratana, Torino, Einaudi, 1977 (2ed.)

Guido Liguori «Senso comune» e «buon senso» nei Quaderni del carcere, relazione per il seminario sul lessico dei Quaderni della IGS Italia, Roma, 13 maggio 2005, in http://www.gramscitalia.it/senso.htm

Cesare Luporini, Senso comune e filosofia, cfr. AA.VV., Gramsci -- le sue idee nel nostro tempo,  Editrice l'Unità, Roma 1987, in http://ferdinandodubla.blogspot.it/2017/05/senso-comune-e-consenso.html

C. Malandrino, Gramsci e la Sociologia del partito politico di Michels, in Gramsci: il partito politico nei

Quaderni, a cura di S. Mastellone e G. Sola, Firenze, CET, 2001, vedi anche http://polis.unipmn.it/pubbl/RePEc/uca/ucapdv/malandrino165.pdf

Leonardo Paggi, recensisce su Il Manifesto il lavoro di Michele Prospero "La scienza politica di Gramsci", Bordeaux ed.         http://ferdinandodubla.blogspot.it/2016/07/studi-gramsciani.html

sabato 6 maggio 2017

SENSO COMUNE E CONSENSO


per interpretare i moderni significati in uso di "antipolitica", populismo, demagogia, in relazione alla ricerca del consenso politico, è utile rileggere questa pagina del filosofo marxista Cesare Luporini, che analizza l'importante categoria gramsciana. (fe.d.)
 
                                

da 

Gramsci
le sue idee nel nostro tempo.                            

Editrice l'Unità, Roma 1987

Senso comune e filosofia

Quello del «senso comune» è uno dei grandi temi che Gramsci, fin dall'inizio dei Quaderni del carcere (febbraio 1929), si propose di scrutare e mettere a fuoco in tutte le sue attinenze e nella sua rilevanza politica. Non a caso esso attraversa gran parte della sua meditazione carceraria. L'odierno esteso uso del termine, almeno in Italia, nel linguaggio politico, si può dire che è stato largamente influenzato dalla diffusione postuma del pensiero di Gramsci.

L'espressione «senso comune» è di origine filosofica (come ognuno può riscontrare consultando un qualsiasi Dizionario di filosofia, o una storia della filosofia moderna). Il confronto con la tradizione filosofica rimane una costante essenziale delle osservazioni di Gramsci in proposito, ma non allo scopo di proseguirla, bensì di trasformarla profondamente immettendo la nozione di «senso comune» nel discorso politico, appunto; cioè costituendola in categoria della scienza politica, interpretativa della realtà sociale e in pari tempo operativa.

Gramsci osserva che famosi filosofi (per esempio Immanuel Kant o Benedetto Croce) si sforzano di far apparire le loro filosofie in accordo col cosiddetto «senso comune» (o anche «buon senso»), inteso come atteggiamento di opinione («opinione media») degli uomini, spontaneo e naturale. La prima mossa di Gramsci è di denaturalizzare quella nozione (che gli appare rozzamente naturalistica perfino in un idealista come Giovanni Gentile), cioè di storicizzarla radicalmente. La seconda mossa di Gramsci è di relativizzarla non solo diacronicamente, lungo il corso storico delle società umane (quel che ieri era «senso comune» oggi non lo è più e viceversa) ma anche sincronicamente, rispetto alle diverse stratificazioni (classi e gruppi sociali) di una medesima società: nella quale può coesistere e anche confliggere una pluralità di «sensi comuni».

La formulazione più matura di ciò si trova espressa nel Quaderno 24 (1934): «Ogni strato sociale ha il suo 'senso comune' e il suo 'buon senso', che sono in fondo la concezione della vita e dell'uomo più diffusa. Ogni corrente filosofica lascia una sedimentazione di 'senso comune': è questo il documento della sua effettualità storica. Il senso comune non è qualcosa di irrigidito e di immobile, ma si trasforma continuamente, arricchendosi di nozioni scientifiche e di opinioni filosofiche entrate nel costume. Il 'senso comune' è il folclore della filosofia e sta sempre di mezzo tra il folclore vero e proprio (cioè come è comunemente inteso) e la filosofia, la scienza, l'economia degli scienziati».

In tale concezione si innesta quella che possiamo chiamare la terza mossa di Gramsci, per la quale la nozione di «senso comune» si fa operativa nella pratica. Gramsci prende spunto da una osservazione di Marx, in un luogo del Capitale (su cui aveva già richiamato l'attenzione il Croce), ove viene affacciata l'idea che un determinato progresso scientifico (nella fattispecie: della critica dell'economia politica, in ordine alla teoria del valore) è storicamente possibile allorché «il concetto di uguaglianza umana possegga già la solidità di un pregiudizio popolare». Gramsci generalizza questo modo di vedere proiettandolo nella sua rappresentazione dell'azione politica e rivoluzionaria. Una nuova concezione può aver resultati incisivi se riesce ad agire anche nella sfera del senso comune, «modificare l'opinione media di una certa società», addirittura produrre «nuovi luoghi comuni».

In rapporto a ciò è da vedere anche l'ardita problematica svolta da Gramsci intorno alla nozione di «conformismo». «Esistono molti 'conformismi', molte lotte per nuovi conformismi [...]». (Quaderno 15, 1933), nel quadro strategico complesso «del rinnovamento intellettuale e morale» (che non può essere «simultaneo in tutti gli strati sociali»). Tutte questioni da riportarsi ai grandi parametri gramsciani relativi al tema «spontaneità e direzione», all'interno del discorso sulla «egemonia».

Cesare Luporini

filosofo

fonte:
http://www.nilalienum.com/Gramsci/0_Glossario/GSensocomune.html

Cesare Luporini (1909-1993)



mercoledì 26 aprile 2017

80 anni dalla morte di Antonio Gramsci -- serata di riflessione aTaranto


GRAMSCI A TARANTO --
80^ della morte (+27 aprile 1937)
GIOVEDÌ 27 APRILE 2017
la sinistra marxista tarantina ricorderà la figura di ANTONIO GRAMSCI, l'attualità delle sue categorie interpretative per comprendere la contemporaneità, l'analisi della fabbrica e della città 
presso il circolo di SINISTRA ITALIANA in via Crispi, nr.10, dalle h.18,00
organizzato dall'Ass. MARX XXI, dal circolo "Nino D'Ippolito" del PCI, da Sinistra Italiana di Taranto
la serata di studio e di riflessione collettiva
GRAMCI NEL LAVORO POLITICO DELLA SINISTRA
coordinatore del dibattito GIUSEPPE MICELI, interverranno
MINO BORRACCINO, FERDINANDO DUBLA, GIANCARLO GIRARDI, ANDREA CATONE
                                        

lunedì 24 aprile 2017

STELLE PARTIGIANE: la "pasta nera" dei bimbi durante e dopo la Resistenza antifascista


  

                                             


 "(..)importantissimo il ruolo delle cosiddette staffette che, durante quegli anni, riuscirono spesso a scampare ai controlli tedeschi, e a portare lo stretto necessario ai partigiani. In genere erano per lo più bambine, come la signora Ferraro, che, a modo suo, visse in una famiglia sviscerata dalla guerra, e che tentava in ogni modo di aiutare chi stava combattendo per la vera causa comune: la liberazione." (da LA VOCE DEI BAMBINI E LA RESISTENZA, caratteriliberi.eu).
Ma la storia dei bambini nella Resistenza e' indisgiungibile dalla storia dei bambini che nel dopoguerra, grazie all'iniziativa di Teresa Noce, dell'UDI e del PCI, raggiunsero, per la loro cura e il loro sostentamento, famiglie emiliane. Come racconta Miriam Mafai, che partecipò ad organizzare questa attività di accoglienza, «La risposta fu al di là di ogni legittima speranza. Tanto generosa che si decise di estenderla e radicarla nel Mezzogiorno (…) Furono trasferiti così, nei due inverni immediatamente successivi alla fine del conflitto, alcune decine di migliaia di bambini che lasciarono le loro famiglie per essere ospitati da altrettante famiglie contadine, nei paesi del reggiano, del modenese, del bolognese. Lì vennero rivestiti, mandati a scuola, curati». Dal 1945 al 1952, anni duri per tutto il Paese, furono ospitati nel centro-nord ben 70.000 bambini, grazie anche all’appoggio del PCI, dei CLN locali, delle sezioni ANPI, delle amministrazioni e della popolazione in genere.
Da qui il docu-film di Alessandro Piva del 2011, "Pasta nera", presentato in diversi festival e con la consulenza di Giovanni Rinaldi, autore de "I treni della felicità - storie di bambini in viaggio tra due Italie", del 2009, con la prefazione della Mafai, cit. Ediesse ed.

https://youtu.be/8LysqpaXscI

                                     
                                   
          

giovedì 13 aprile 2017

Siamo in guerra...inziativa Marx XXI Bari

 
In violazione dell’art 11 della Costituzione
Siamo in guerra…
 
 
Non possiamo essere semplici spettatori mentre la guerra divampa, mentre aumenta il rischio di una catastrofica guerra nucleare. Dobbiamo esercitare i nostri diritti costituzionali, ripudiando la guerra nell’unico modo concreto che abbiamo: pretendere che l’Italia esca dall’alleanza aggressiva della Nato, non abbia più sul proprio territorio basi militari straniere né armi nucleari. Dobbiamo lottare per un’Italia neutrale, in grado di svolgere la funzione di ponte di pace sia verso Sud che verso Est.
 
 
Venerdì 21 aprile. Ore 18.00
Camera Del Lavoro Metropolitana e Provinciale di Bari
 
Via Natale Loiacono, 20, 70126 Bari
(c/o IPERCOOP di Japigia)
 
 
 
Saluti al convegno di
Gigia Bucci
segretaria provinciale CGIL
 
I Sessione.
Scenari di guerra
 
Ugo Villani
Professore ordinario di Diritto internazionale, università di Bari e Roma
Il bombardamento “umanitario” USA sulla Siria e la legalità internazionale.
 
Nico Perrone
già docente di Storia dell’America, Università di Bari
Da Obama a Trump. Muta il ruolo mondiale degli Usa?
 
Manlio Dinucci
Comitato “No Guerra No NATO”, curatore della rubrica settimanale del manifesto “L’arte della guerra”
La guerra di Siria. Origine, sviluppi, mandanti e sicari. Breve excursus.
 
Augusto Ponzio
Professore emerito di Filosofia del linguaggio,Università di Bari
Menzogne di guerra e la costruzione del nemico
 
 
 
II sessione.
Rilanciare la mobilitazione contro la guerra e il braccio militare della NATO.
Costruire coordinamenti permanenti nei territori.
 
Introducono
Rosa Siciliano
direttrice di Mosaico di Pace, rivista promossa da “Pax Christi”
 
Oronzo Stoppa
già segretario FIOM-Bari, direttivo del Comitato per il NO al referendum costituzionale
 
Sono invitati
Associazioni, comitati, movimenti, sindacati, partiti
Inviare le adesioni a: noguerra.bari@gmail.com
 
L’elenco degli interventi è in continuo aggiornamento. Quello definitivo sarà pubblicato martedì 18 aprile.
 
Coordina
Andrea Catone
direttore della rivista MarxVentuno
 
Organizza
logo marx xxi  LOGO CASA ED. ROSSO E GRIGIO.jpg
Marx XXI – II strada priv. Borrelli 32, Bari. Tel. 345 4114728

 

PER LA LOTTA IDEOLOGICA ATTIVA


di Sergio Manes, 09/09/2016

Lavoro teorico e pratica sociale dei comunisti secondo l'editore napoletano recentemente scomparso. Il ruolo degli intellettuali marxisti e il bisogno di formazione per l'organizzazione della moderna lotta di classe, senza settarismi e autoreferenzialità

I comunisti non si autocriticheranno mai abbastanza per aver disatteso - del tutto o quasi - l'esigenza di sottoporre ad analisi rigorosa i cambiamenti epocali della seconda metà del '900. Questa omissione ha impedito che l'esperienza ancora in corso del comunismo novecentesco - a partire da quella centrale dell'URSS - interpretasse pienamente e correttamente le trasformazioni in atto e individuasse linee capaci di resistere alle difficoltà insorgenti, ma anche di conquistare nelle condizioni in via di cambiamento nuovi traguardi all'altezza di quelli conseguiti fino a quel momento. Le conseguenze furono il crescente degrado teorico e il logorio politico di quelle esperienze fino al loro collasso.

Ma ce ne sono state altre che sono andate ben oltre il tempo della sconfitta e che ancora oggi pesano come macigni sulla speranza e sui volenterosi - ma confusi - tentativi di ripresa e di ripartenza. La inadeguata percezione dei cambiamenti in atto e il sostanziale vuoto di analisi innescarono una deriva - la cui responsabilità grava pesantemente sui gruppi politici dirigenti e ancor più sugli intellettuali comunisti - che lasciò e ancora lascia campo libero alla borghesia transnazionale sul piano strutturale e uno spazio immenso ad elaborazioni sia esterne alla tradizione marxista, sia vicine o perfino interne ad essa ma che fanno un utilizzo non rigoroso e coerente delle categorie e del metodo e che, nelle loro evoluzioni più mature, hanno portato infine a concezioni del tutto estranee alla concezione materialistica e dialettica del mondo e della storia.

Esse hanno, però - proprio per la loro sostanziale affinità con visioni interne al pensiero idealistico dominante e per la loro più semplice accessibilità - una capacità di suggestione e di convincimento che devia le analisi e le proposizioni di carattere politico di chi continua tuttavia a porsi soggettivamente - ma volontaristicamente - su un terreno alternativo e antagonista. Si pensi, ad esempio, alla deriva originariamente "operaista" la cui elaborazione del concetto di "operaio-massa" non poteva – nella sua forma matura e in presenza delle trasformazioni avvenute nella realtà produttiva e sociale - non sfociare che in quella della "moltitudine" che segna il definitivo abbandono - concettuale e politico, ancor prima che lessicale - della categoria di classe. Un approdo che sfugge al ben più arduo compito di ridefinirla nelle nuove condizioni, ma che porta a esiti aberranti.

Al suo seguito trovano spazio suggestioni soggettivistiche, che sembrano aderire più semplicemente al nuovo, ma che portano in sé l'eco dell'antica contrapposizione tra idealismo e materialismo, tra gradualismo e dialettica. Si riaffacciano in realtà vecchie ipotesi – per esempio, ma non solo, di impronta proudhoniana – che reintroducono opzioni strategiche, proposizioni e percorsi tattici, metodi e forme di lotta e di organizzazione che ben poco hanno più in comune con il pensiero e il metodo marxisti.

Le conseguenze sono devastanti: sfuma e finisce per sparire la contraddizione principale del rapporto tra chi produce la ricchezza e chi se ne appropria e, dunque, scompaiono le radici stesse dell'ineguaglianza e dell'ingiustizia, della loro riproduzione verso l'alto, del loro possibile rovesciamento dialettico: la necessità di una radicale trasformazione dei rapporti di produzione a seguito dello sviluppo incontenibile delle forze produttive.

Ne discende che cambiano inevitabilmente il terreno, i soggetti e le modalità dello scontro e del necessario salto di qualità: il luogo non è più quello della produzione; i soggetti non sono più i "borghesi" e i "proletari", i "capitalisti" e i "lavoratori", ma l'"imperialismo" e le "banche" da un lato e il "popolo" dall'altro, i "ricchi" e i "poveri"; lotta e obiettivi del cambiamento non sono fondati sull'unità organizzata e sull'internazionalismo militante degli sfruttati e degli oppressi del mondo in ragione delle radici comuni e delle cause materiali del loro sfruttamento e della loro oppressione, ma su una conflittualità diffusa, generalizzata e dispersa tra le strutture del privilegio e la massa indifferenziata delle moltitudini subordinate; alle forme organizzate - politiche ed economiche – della lotta per la trasformazione vengono preferiti strumenti "leggeri" - cangianti e variegati - di autorganizzazione "partecipata" e "democratica". Non si tratta affatto, dunque – come si favoleggia con irresponsabile leggerezza codina o con opportunistico feticismo per un "nuovo" sgrammaticato – di differenze meramente formali o lessicali.

I comunisti hanno avuto e hanno grandi difficoltà a contrastare questa deriva che ormai connota una parte maggioritaria delle esperienze di lotta di questo tempo e suggestiona anche organismi che continuano a schierarsi in campo comunista. Sfilacciata la dimestichezza con il metodo e le categorie interpretative, sacralizzata per superficialità o per opportunismo l'esperienza novecentesca, trascurate l'insorgenza e la crescita di queste diverse concezioni e metodi di lotta, assediati o minati al loro stesso interno da pulsioni democraticiste, compresi soltanto di sé e occupati piuttosto a dividersi settariamente e a riprodursi replicando all'infinito esperienze già dimostratesi inadeguate, hanno essi stessi dismesso o appannato i propri riferimenti teorici e smarrito qualsiasi legame con la classe di riferimento - di cui però pretendono astrattamente di continuare a rappresentare gli interessi - e arrancano ai margini dei cosiddetti "movimenti".

Tuttavia, in una situazione così difficile e di così lungo periodo ci sono ancora una speranza e una ragionevole possibilità di ripresa. Già il testardo e pur sterile arroccamento di questi anni testimonia nelle diverse realtà residuali - anche e non solo di provenienza Pci-Prc - se non altro una tenacia che deve però scrollarsi di dosso i vecchi e i nuovi schemi settari e autoreferenziali per liberare le potenzialità tuttavia esistenti. In questa prospettiva il dato positivo che bisogna cogliere e valorizzare è che intanto cominciano a far breccia gli sforzi dei pochi che ostinatamente continuano a indicare e percorrere concretamente - nei limiti del possibile - l'unica strada praticabile: riappropriarsi dei propri strumenti teorici; farne un uso ad un tempo rigoroso e dialettico nel nostro tempo, formando una nuova generazione di quadri e di militanti; affrontare finalmente, con coraggio e sistematicità, una rilettura autocritica di tutta la propria esperienza novecentesca; provare ad articolare un "programma minimo" per questa fase dello scontro di classe con proposte, obiettivi e percorsi ragionevoli e praticabili.

Tutto questo, però, rischia di restare puro e inutile esercizio intellettuale se non viene coniugato e verificato nella realtà viva dello scontro di classe che si sviluppa - pur se percepita in modo distorto e realizzata in maniera frammentata, dispersa e spesso incoerente - sulle condizioni materiali delle masse sfruttate e oppresse, sulle drammatiche contraddizioni reali derivanti dalle scelte imposte dal capitalismo transnazionale, sui retroterra ideologici di chi - comunque meritoriamente -suscita e orienta queste lotte a cui occorre portare il massimo contributo e il sostegno. Ma esserci non basta. Questo vuol dire che formazione, ricerca, analisi e proposizioni non possono essere studio avulso dal contesto reale, ma debbono essere impostati e sviluppati in funzione di esso.

E allora formazione, ricerca, analisi e proposizioni debbono essere centrate e finalizzate a riportare il terreno principale di scontro nei luoghi e sui modi della produzione;  a riguadagnare la fiducia della classe lavoratrice nella prospettiva comunista e in chi opera a partire dai loro bisogni collettivi piuttosto che dai loro presunti diritti individuali; a ricostruire nelle nuove condizioni e con la lotta l'unità degli sfruttati e degli oppressi a livello nazionale e internazionale; a individuare e realizzare forme di lotta capaci di unificare questo esercito sterminato, in mille modi frazionato ma unito dalla comune condizione; a costruire forme stabili di organizzazione, al passo con la realtà materiale di oggi.

A questo scopo è anche utile e necessario aggredire criticamente analisi, posizioni e iniziative che vengono agitate sulla scena politica, che captano il consenso e indirizzano la conflittualità dei militanti: polemiche non demonizzanti ma intese, fornendo gli opportuni spunti critici, a problematizzare, a far discutere, a fare chiarezza, a formare maieuticamente i militanti. È giunto il tempo di scatenare tra gli stessi comunisti, ma anche tra coloro che si ispirano ancora ad orizzonti anticapitalisti, una seria lotta ideologica attiva e dedicare ad essa energie e risorse.
 

sabato 8 aprile 2017

CENTO ANNI FA: LE TESI DI APRILE (1917) DI LENIN

                                                   

di Guido Liguori


Senza le Tesi di aprile non vi sarebbe stata Rivoluzione d'Ottobre. Le Tesi sono il documento con cui Lenin, appena tornato dall'esilio svizzero (grazie a un difficile accordo segreto con la Germania), mutò la tattica del partito bolscevico rilanciando la possibilità/necessità di una rivoluzione proletaria. Fu preso per pazzo da diversi dei suoi compagni, ma alla fine impose il suo punto di vista (un po' come Togliatti con la Svolta di Salerno). Le Tesi enunciavano il seguente programma:
- lotta per l'immediata fine della "guerra imperialistica", lotta da portare anche nell'esercito e al fronte
- lotta al governo borghese uscito dalla rivoluzione di febbraio
- preparazione della seconda fase della rivoluzione, quella proletaria e socialista
- propugnare il trasferimento del potere ai Soviet, lottando duramente in essi per divenirne maggioranza. La Russia doveva divenire una Repubblica dei Soviet dei deputati operai e contadini. Il nuovo Stato dei soviet sarebbe stato organizzato sul modello della Comune di Parigi
- Il programma del Partito doveva prevedere la nazionalizzazione delle terre, la creazione di un'unica banca nazionale
- il nome del partito doveva essere mutato da socialdemocratico a comunista e occorreva fondare una nuova Internazionale, dopo che i capi socialdem avevano tradito i loro ideali accettando la guerra imperialista
Così le Tesi di aprile. Lenin con le Tesi trasformò la tattica del partito. Iniziava la fase che avrebbe condotto all'Ottobre. Un pensiero nuovo, capace di interpretare la realtà e di vederne i possibili sviluppi, l'avrebbe mutata radicalmente.

Guido Liguori, FB, 7 aprile 2017