le lenti di Gramsci

lunedì 5 novembre 2012

La sinistra italiana a un bivio. I due partiti comunisti scelgono opzioni diverse.

dal Partito Comunista del Canton Ticino
Subito dopo la disfatta elettorale del 2008 i due principali partiti comunisti italiani, il Partito della Rifondazione Comunista (PRC, con circa 30mila iscritti) e il Partito dei Comunisti Italiani (PdCI, con circa 20mila iscritti), avevano dato avvio a un processo unitario: il rifiuto del primo partito di procedere a una fusione per costituire un nuovo e unificato partito marxista, come proposto dal PdCI, aveva reso possibile solo federare le due sigle, le quali mantenevano però la loro indipendenza e identità. Nasceva così la Federazione della Sinistra (FdS).
TRE SOGGETTI IN UNO
Il PdCI di Oliviero Diliberto ha continuato a seguire una via più identitaria, compatibile con la tradizione del comunismo italiano di Palmiro Togliatti ed Enrico Berlinguer, mente il PRC di Paolo Ferrero ha mantenuto una struttura più eclettica, portando ai vertici gli ex-militanti di “Democrazia Proletaria”, un partito della sinistra estrema scioltosi a inizio degli anni ’90, e accettando al suo interno correnti di ispirazione trozkista e in generale massimalista. La corrente ideologicamente più “ortodossa” e leninista del PRC, riunita intorno alla ex-rivista “L’Ernesto” guidata dall’ex-senatore Fosco Gianini e da Fausto Sorini, è confluita nel PdCI l’anno scorso. Ai due partiti comunisti si sono poi uniti all’interno della FdS anche due associazioni di ispirazione laburista, “Socialismo2000″ e “Lavoro-Solidarietà”, che sono in procinto di fondersi in un nuovo “Partito del Lavoro” guidato da Cesare Salvi e Gian Paolo Patta, una piccola organizzazione socialdemocratica di sinistra con una vocazione prioritariamente sindacale.
DUE STRATEGIE COMPLETAMENTE DIVERSE
Ieri, 3 novembre 2012, si è tenuto uno dei più difficili incontri di vertice della Federazione della Sinistra: la sua stessa esperienza unitaria potrebbe essere al capolinea. Tra PRC e PdCI, infatti si è di fatto consumato un nuovo divorzio. La strategia è infatti diversa e un compromesso non è in nessun modo fattibile: da un lato Paolo Ferrero, il valdese proveniente da “Democrazia Proletaria” eletto segretario di Rifondazione vuole costruire un polo della sinistra anticapitalista contro tutto e tutti, dall’altro Oliviero Diliberto, il pragmatico leader dei Comunisti Italiani, professore di diritto romano e grande amico della Cina, vuole costruire una grande alleanza con tutte le forze del centro-sinistra. A sua volta ha deciso di lavorare per un accordo con il centro-sinistra anche il gruppo promotore del Partito del Lavoro. Il suo leader Gian Paolo Patta ha giustificato tale linea politica in questi termini: “L’implosione del sistema dei partiti della seconda Repubblica può essere accompagnato da una crisi della idea stessa di politica e quindi della democrazia. Occorre costruire un argine con la più ampia coalizione di centro-sinistra”. La Federazione della Sinistra ha così preso atto che non esiste unità d’intenti fra le sue componenti. Fuori dal politichese questo significa che essa è ormai defunta e pare quindi definitivamente affossata l’ipotesi di una riunificazione dei due partiti comunisti, come in molti politologi, al di là dell’idealismo degli elettori, davano per assodato, viste le storie, i metodi e gli obiettivi diversi fra PdCI e PRC. Se la FdS è morta politicamente, essa formalmente continua ad esistere come cappello elettorale per le elezioni regionali (dove Rifondazione è in quel caso spesso disposta ad allearsi con il tanto odiato PD) e per continuare a raccogliere le firme per il referendum contro lo smantellamento dei diritti sindacali.
IL PROBLEMA DEL VOTO UTILE
Se da un lato appare difficile trovare compromessi con un Partito Democratico (PD) sempre meno di sinistra, non si può dare facilmente torto al PdCI e ai laburisti: tutti i risultati elettorali degli ultimi anni dicono, infatti, che il popolo della sinistra italiana penalizza sempre le divisioni: nel 2008 il progetto di “Sinistra Arcobaleno” in alternativa al PD ha rappresentato il “de profundis” della sinistra di classe in parlamento con la mancata rielezione di tutti i deputati e i senatori comunisti e socialisti di sinistra. Ancora di recente lo si è visto nelle elezioni amministrative in Sicilia: “Divisi sia la sinistra radicale che il PD vengono puniti dall’elettorato” ha affermato Gian Paolo Patta.
PURISMO O PRAGMATISMO?
Insomma, due visioni completamente diverse: da un lato chi ritiene che la Federazione della Sinistra debba essere del tutto alternativa al centro-sinistra, costruendo un progetto anti-capitalista, correndo però il rischio di risultare ancor più marginali e non riuscire a eleggere nessun deputato; e dall’altro chi ritiene che la fase storica imponga soluzioni forse più moderate, ma in cui i comunisti possano esercitare una pressione per spostare a sinistra gli equilibri politici. Paolo Ferrero e il suo PRC quasi compatto propendono per la prima ipotesi, anche se al suo interno Claudio Grassi, membro della segreteria di Ferrero, avverte chiaramente: “chi sottovaluta altri 5 anni fuori dal Parlamento è politicamente irresponsabile”! A dimostrazione che l’incertezza di questa via si fa strada anche in una parte di Rifondazione.
COL PD CI SI PUÒ ALLEARE?
Il PdCI contesta la scelta dei compagni di Rifondazione: l’isolamento della FdS non porterebbe politicamente, infatti, a nulla e rifiuterebbe di riconoscere che all’interno del PD, un partito comunque di massa e a base popolare, esistono ancora tendenze sensibili al movimento operaio che andrebbero agganciate per costruire delle maggioranze e risultare quindi “utili” alla classe lavoratrice. Il riferimento qui è alla seconda versione della carta di intenti del segretario democratico Pier Luigi Bersani che vuole mettersi alle spalle l’esperienza del governo tecnico di Mario Monti (un banchiere neo-liberista, non eletto dal popolo e responsabile delle macelleria sociale in Italia) e pare abbia intenzione di riposizionare il PD su un percorso più tradizionalmente laburista e socialdemocratico.
I COMUNISTI NON SI DEVONO ISOLARE
Il segretario dei Comunisti Italiani Oliviero Diliberto non ha mancato di bacchettare il suo omologo Paolo Ferrero: “non è con lo splendido isolamento che i comunisti e le sinistre risorgeranno in Italia”. E ha continuato: “Intendiamo provare a riportare i comunisti in Parlamento, per provare a ricostruire percorsi unitari a sinistra, per cercare di impedire alle destre di vincere, per tentare di archiviare il berlusconismo e il montismo”. Il politico sardo ha concluso: “la sfida in campo è tra la tecnocrazia che abbiamo conosciuto in quest’anno e che ha demolito tante conquiste del mondo del lavoro del secolo scorso e un nuovo centro-sinistra, che possa riaprire una stagione progressista. Da una parte c’è la fine della democrazia rappresentativa e del welfare, dall’altra la possibilità, tutta da verificare, di un cambio di rotta per il Paese e per il continente. I poteri forti hanno scelto da che parte stare. Noi intendiamo fare altrettanto. Con umiltà, con il senso dei nostri limiti, e con spirito unitario. Non sappiamo se ci riusciremo. Non sappiamo se le altre forze del centro-sinistra vorranno provarci. Non sappiamo ancora quali saranno le regole (leggi elettorali). Ma sappiamo una cosa: abbiamo il dovere di provarci, di non isolarci, di stare in campo costruendo alleanze per vincere, non solo per partecipare. In fondo, è il dovere di essere comunisti”.
STARE NELLE CONTRADDIZIONI…
L’obbiettivo, in questa fase storica e nell’anomalia politica dell’Italia, per i comunisti è quindi, secondo il PdCI, quello di spostare i rapporti di forza il più possibile a favore di un lavoro sempre più attaccato da manovre recessive, dalla crescita dei grandi monopoli capitalisti e dal ritorno al più becero sfruttamento, risolvendo i problemi immediati della classe operaia e nel contempo rappresentando per essa il futuro di una società libera dallo sfruttamento. Per fare questo c’è bisogno, per sconfiggere il populismo di Beppe Grillo e le trame neo-liberiste della Banca Centrale Europea (BCE) e dei grandi gruppi capitalisti, di un ampio spiegamento di forze di sinistra che possa concretamente appoggiare con forza e guidare le giuste rivendicazioni della FIOM, il combattivo sindacato metalmeccanico. Per questo l’arroccamento su posizioni massimaliste non farebbe altro che condannare i comunisti all’isolamento nei confronti delle grandi fasce popolari. E oggi, nel 55° anniversario della morte del grande dirigente comunista italiano Giuseppe Di Vittorio, che in gioventù fu anarco-sindacalista, si potrebbe dire con lui che: “la purezza dei principi non vale al mondo quanto vale la forza”, Rifondazione Comunista ha preferito la purezza dei principi, i Comunisti Italiani hanno scelto la forza. Staremo a vedere come il tutto si evolverà, quello che è sicuro è che qui si gioca il futuro stesso dei comunisti in Italia.

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