le lenti di Gramsci

sabato 1 febbraio 2020

IL PANTEISMO OLISTICO DI SPINOZA


Che cos'è la natura se non quella sub specie aeternitatis che rende gli uomini liberi? (fe.d.)

indice:
De rerum natura
La "geometrica potenza" del panteismo olistico di Spinoza
Etica e psicologia nelle passioni di Spinoza
Il fascino dell’Etica spinoziana in Labriola (e il "QUADERNO SPINOZA" del 1841 di Marx)

(a cura di Ferdinando Dubla)


DE RERUM NATURA
LA NATURA in SPINOZA e il naturalismo di Giovanni Scoto Eriugena e Bernardino Telesio

-Mentre per Cartesio Res Cogitans e Res Extensa sono due sostanze, per Spinoza rappresentano i due attributi dell’unica sostanza (dio).
Mentre Cartesio assume come punto di partenza la ragione umana, per Spinoza il concetto fondamentale da cui partire è quello di Sostanza.
La Sostanza, per Spinoza, rappresenta una realtà auto sussistente e autosufficiente (“ciò che è in sé e per sé”). La sostanza è ciò che è in sé e che si concepisce per sé, o in altri termini, ciò che non ha bisogno del concetto di un’altra cosa da cui debba essere formata (causa sui, dunque).
Proprietà della sostanza:
—Increata (per esistere non ha bisogno d’altro, essendo, per natura, causa di sè);
-Eterna (possiede l’esistenza che non riceve da altro);
-Infinita (se fosse finita dipenderebbe da qualcos’altro, contraddicendo se stessa);
-Unica (nella natura non possono esistere due o più sostanze della medesima natura).
Rispetto ai filosofi precedenti Spinoza introduce un elemento di novità in quanto ritiene che dio e mondo non costituiscano due enti separati ma uno stesso ente, poiché l’ente eterno costituisce con il mondo un’unica realtà globale che è la Natura (deus sive natura = dio ovvero la natura).
Infatti se la sostanza è unica essa ha tutto dentro di sé e nulla fuori di sé. Spinoza ha quindi una visione panteistica: l’ente divino è la natura stessa.
⇒Panteismo (il dio si identifica con il mondo). Spinoza fu considerato ateo, il suo panteismo fu chiamato ateismo. Egli venne espulso dalla sua congregazione religiosa, dalla Sinagoga e dalla comunità ebraica della sua città.
- - -
Nella sua più importante opera, il De Divisione naturae o, secondo il titolo più esatto, Periphyseon, Giovanni Scoto Eriugena, filosofo medievale di Schola Palatina (810/877), chiama l'insieme di tutte le cose "natura", e, poiché la natura si identifica con il concetto divino, egli in essa distingue le quattro divisioni dell'essere primo. Esse sono:
La natura increata e creante, La natura creata e creante, che è il Lógos, La natura creata e non creante, che è tutta la realtà materiale (o fisica) posta nello spazio e nel tempo, ossia il mondo, La natura non creata e non creante.
- - -
Nel Rinascimento filosofico italiano, il cosentino Bernardino Telesio (1509/1588), sostiene che «Per conoscere la natura l'uomo, in fondo, deve soltanto riuscire a fare parlare la natura stessa, servendosi di scoperte ed indagini nuove attraverso un mutato modo di procedere e un metodo che è basato solo sul senso» [Spartaco Pupo, L'anima immortale in Telesio: per una storia delle interpretazioni, Pellegrini Editore, 1999 pp.7-8].
La filosofia di Telesio si sviluppa dalla critica dei fondamenti della fisica aristotelica basata su un metodo dove principi universali astratti, come sostanza, forma, materia, pretendono di spiegare fatti concreti che rimandano piuttosto ad un intervento dei sensi che li percepiscono. In più, osserva Telesio, Aristotele introduce spiegazioni metafisiche come il "motore immobile" per spiegare fenomeni fisici. La "riduzione naturalistica" di Telesio si basa invece sul principio che «La natura è un mondo a sé, che si regge su principii intrinseci ed esclude ogni forza metafisica.» (Abbagnano). La natura quindi va studiata adoperando principi che abbiano la stessa consistenza materiale della natura che quindi possa da noi essere conosciuta tramite la nostra sensibilità materiale.
La natura, iuxta propria principia (1565).
- Natura interna, natura esterna, essere umano e natura e natura dell’essere umano: nel naturalismo è la chiave sia del razionalismo che dell’empirismo moderni. 

LA “GEOMETRICA POTENZA” DEL PANTEISMO OLISTICO di SPINOZA
Le declinazioni della sostanza ( attributi e modi) definiscono la concezione olistica di Spinoza rispetto al dualismo cartesiano. /

Dalla sostanza assolutamente infinita discendono infiniti attributi infiniti per genere. Questi attributi sono i modi immediati e infiniti dati dall’immediato svolgersi della sostanza assolutamente infinita. Questi modi sono già una forma-di-modalità in quanto sono determinati dalla natura stessa della sostanza così non si possono pensare se non ci fosse la sostanza a cui ineriscono. Di questi modi infiniti e immediati abbiamo conoscenza possibile solo di due: il pensiero e l’estensione. Ecco risolto il problema della dualità di Cartesio. Spinoza quindi concepisce un’unica sostanza che si esplica mediante estensione e pensiero simultaneamente.

http://www.scuolafilosofica.com/669/spinoza-b

3. Per sostanza intendo ciò che esiste in sé ed è concepito per sé: ovvero ciò, il cui concetto non ha bisogno del concetto di un’altra cosa, da quale debba essere formato.
4. Per attributo intendo ciò che l’intelletto percepisce di una sostanza come costituente la sua essenza.
5. Per modo intendo le affezioni di una sostanza, ossia ciò che è in altro, per mezzo del quale è anche concepito.

Riferimenti
Etica. Dimostrata con metodo geometrico. Definizioni, Assiomi, Proposizioni. Parte 1, 2, 3.
Definizioni.

Gli attributi della sostanza sono infiniti, ma noi ne conosciamo solo due: il pensiero e l’estensione. I modi sono invece gli esseri particolari, cioè le determinazioni (e quindi limitazioni) degli attributi. E’ come per il concetto di spazio: esso è infinito, ma, se riempito, è la limitazione del vuoto, una parziale negazione. Analogamente per il pensiero, modo della res cogitans tutta, sua determinazione. I modi non stanno “in se’”, ma in altro, gli attributi sono la sostanza stessa.
Spinoza non crede in un dio-creatore ne’ nel plotiniano uno-ineffabile che degradandosi spegne la sua luce; ed è contro tutte le concezioni antropomorfiche di esso: il dio-natura è simile al dio-infinito di Giordano Bruno, in quanto non c’è creazione, ma un universo razionalmente comprensibile dalla ragione (Spinoza) e infiniti universi intuiti da un furore eroico (Bruno). La base di questa “geometrica potenza” gli era stata fornita, oltre che dai principi cartesiani (il metodo, le idee “chiare e distinte” e la regola dell’evidenza, la res cogitans e la res extensa), dalle classificazioni della natura di Scoto Eriugena e dallo studio della natura “secondo i propri principi” di Bernardino Telesio. Per cui Spinoza distingue natura naturans e naturata, la prima causa libera (dio-causa sui) ed essenza infinita (l’essenza non può non implicare l’esistenza); la seconda è il mondo in quanto cosa che è e non può già essere nella sostanza infinita.
Il panteismo olistico, dunque, è proprio della concezione di Spinoza, secondo la quale, se dio è conoscibile in quanto perfettamente razionale e non crea ne’ emana la natura, ma si identifica con essa, la natura è conoscibile e razionale e non può emanare ne’ aver creato il dio, ma si identifica con esso in un’inscindibile unità’ sostanziale che è infinita e causa di se stessa, e gli esseri umani devono comprenderla nelle sue parti come parti di un tutto, con potenza geometrica, la stessa della natura (“Deus sive natura”) .


ETICA e PSICOLOGIA nelle PASSIONI di Spinoza
Baruch Spinoza, Etica, IV

Prop. 67.

L’Uomo che sia libero pensa alla morte meno che a qualsiasi altra cosa, e la sua sapienza risulta dal meditare non sulla morte, ma sulla vita.

Dimostrazione: L’Uomo libero, cioè l’Uomo che vive secondo il solo dettame della Ragione, non è guidato nel suo agire dal Timore della morte, cioè né fa il bene per evitare il male, né fugge direttamente il male: desidera invece e vuole direttamente ciò che è bene, cioè procura di agire, di vivere, di conservare il suo essere sulla base della ricerca del proprio utile (P. IV, Prop. 24): e quindi di nulla egli si preoccupa meno di quanto si preoccupi della morte, e la sua sapienza è una meditazione della vita.

Etica, parte V, Dottrina

Prop. 42.

La Beatitudine non è il premio della Virtù: ma la Virtù medesima è premio a se stessa e beatitudine; e noi non ne godiamo perché reprimiamo le nostre inclinazioni irrazionali, ma, al contrario, siamo in grado di reprimere le nostre inclinazioni irrazionali perché godiamo della Beatitudine.

La conoscenza della natura è vera beatitudine, l’unica che permette di passare dalla necessità alla libertà. L’uomo erra, perché è un modo finito, ed erra con l’immaginazione: erra, ad es., quando vuole fare del dio qualcuno/qualcosa di simile a noi, provvisto di volontà personale e di passioni umane, in senso antropoformico.

Centrale, nella psicologia spinoziana, è il concetto di affectus, affezione, affetto: tre sono le sue matrici emozionali: letizia (più perfezione), tristezza (meno perfezione) e cupidita’ (desiderio). Compito della ragione è frenare e moderare le passioni, che rispetto alle “azioni” di cui siamo diretta causa, subiamo e ne percepiamo l’aggressione e di cui dunque va conquistata piena consapevolezza; è proprio questa coscienza che può rendere l’uomo libero, è l’”adeguata conoscenza” che rende liberi, sebbene sempre determinati dalla necessità e l’”adeguata conoscenza” è appunto beatitudine, pace interiore. L’uomo libero, avendo compreso la vera natura delle cose e perciò anche delle passioni, saprà, proprio per questo, agire indipendentemente da esse. Afferrata la necessità dell’universo, egli godrà la pace perfetta. La sua conoscenza di tutte le cose è sub specie aeternitatis, sottoposta e necessitata, dunque, ma non dal tempo e la sua effimera durata, per lui, sebbene con l’aspetto dell’eternità, della natura infinita.

Baruch Spinoza, Proposizione 44, in Ethica, II


Il fascino dell’Etica spinoziana in Labriola (e il "QUADERNO SPINOZA" del 1841 di Marx)

- Smontando e rimontando il testo dell’Etica così come il giovane Marx – anch’egli poco più che ventenne – fece a suo tempo con il Trattato teologico-politico quando era studente a Berlino (si veda il “Quaderno Spinoza” del 1841), Labriola condivise con l’ ‘ateo virtuoso’ l’istanza di intendere l’uomo “come potenza naturale senza il presupposto metafisico del bene come qualcosa di sostanziale e senza la pretenzione di predicar morale là dove parla la legge della natura” (p. 107). Per concludere, una presenza profonda quella del filosofo di Amsterdam, anche se a tratti problematica come testimoniano i riferimenti, talora anche critici, che figurano negli scritti della maturità. Così come in Marx Labriola non andò cercando “l’abicì’ del sapere”, ma di certo gli elementi peculiari e fondanti del materialismo storico (lettera a Turati del 5 giugno 1897), allo stesso modo egli da Spinoza non pretese la risposta certa e definitiva agli interrogativi che andava ponendosi negli anni della sua formazione. E’ indubbio, tuttavia, che la lettura dell’Etica gli fornì gli elementi per avviare quella “rottura” che - non senza crisi e conflitto - prese avvio proprio dal confronto serrato con le pagine cristalline della III Parte che ci insegnano a trattare delle passioni come se fosse questione di linee, di superfici e di corpi.
Dunque per Labriola Spinoza non divenne un “cane morto”, come ai tempi di Jacobi e Lessing lo dipingeva Moses Meldelsshon e come taluni mediocri epigoni consideravano Hegel ai tempi del Capitale di Marx; egli rimase, al contrario, un interlocutore vivo e presente anche al confronto teorico degli anni a venire.

da Recensione a
Antonio Labriola, Origine e natura delle passioni secondo l’Etica di Spinoza, a cura di M.
Zanantoni , Ghibli, 2004
di Bostrenghi Daniela
In: Giornale di filosofia - filosofia italiana
http://www.filosofiaitaliana.net/…/Antonio-Labriola-Origine…

IL “QUADERNO SPINOZA” DI MARX del 1941

Nel marzo-aprile 1841 il giovane dottorando K. Marx raccoglieva tre quaderni di estratti dal "Trattato teologico-politico" di Spinoza. L'edizione italiana condotta sulla nuova Mega (Berlino 1976) riporta in appendice un saggio di A. Matheron che raffronta puntualmente il Trattato con la ricostruzione fatta da Marx (..). La prima parte del montaggio ruota intorno alla tesi dell'ordine immutabile della natura che esclude interventi miracolosi. Fede e conoscenza, religione e filosofia non hanno rapporti tra loro. Ne conseguono due ordini di problemi ricostruiti da Marx nella seconda e nella terza parte del montaggio. Se le credenze religiose hanno un risvolto politico in quanto inducono o distolgono dall'obbedienza quale deve essere l'atteggiamento dello Stato? Marx trascrive dal testo tutto ciò che rafforza la proposizione: "il vero fine dello Stato è la libertà"; (..) Vengono cosi contrapposti due tipi di Stato: quello confessionale e oppressivo e quello autentico che garantisce la libertà e la democrazia ("l'unione di tutti gli uomini che ha collegialmente pieno diritto a tutto ciò che è in suo potere"). I passi successivi sono tratti dalla parte esegetica del "Trattato". Marx è interessato solo ad alcuni risultati della critica ai testi sacri come racconti mitici o storici che, insieme a culti e riti nulla hanno a che fare con l'"amor Dei intellectualis". L'informatissima introduzione di Bongiovanni [ed. Bollati Boringhieri, 1987, ndr (..)] propone una chiave interpretativa forte degli estratti spinoziani di Marx che legge come premessa alla critica dello Stato hegeliano.
da Google books
- La fondazione filosofica del marxismo passa anche dalla lettura e scelta dei brani che il giovane Marx opera del “Trattato teologico-politico” di Spinoza, in cui si intravede il suo interesse per il rapporto tra Stato e libertà di coscienza, fra Stato ed etica e il rapporto tra conoscenza filosofica e religione. Le origini del marxismo vanno rintracciate nella stessa formazione di Marx e il panteismo olistico di Spinoza (razionalistico, ma critico del dualismo cartesiano), considerato un’alta espressione del liberalismo filosofico e base contraddittoria del liberalismo storico, gli affina le armi della critica della concezione dello Stato e della filosofia del diritto di Hegel, nonché, posteriormente, gli fa rilevare le insufficienze dell’analisi della religione di Feuerbach e la insussistenza critica-critica della sinistra hegeliana. In Spinoza Marx intravede l’insopprimibile passione degli esseri umani per ciò che la natura rivela solo a se stessa, la libertà e quella vertigine emozionale che di fronte agli attributi infiniti, dal piccolo nostro mondo, compreso con l’intelletto, ambisce a farsi storia. Lo stesso sguardo che muoverà Antonio Labriola, critico dell’hegelismo, per l’Etica (more geometrico demonstrata) dello stesso Spinoza.

Baruch Spinoza (1632/1677)


Karl Marx (1818/1883)

Antonio Labriola (1843/1904)


Nessun commento:

Posta un commento