le lenti di Gramsci

giovedì 24 settembre 2020

Mutazione antropologica e paradigma produttivistico: il caso-Taranto e l'analisi marxista

 

su Cumpanis, diretto da Fosco Giannini -sez. Editoriali nr. settembre 2020   

https://www.cumpanis.net/mutazione-antropologica-e-paradigma-produttivistico-il-caso-taranto-e-l-analisi-marxista.html



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Chi parlerà di voi uomini rossi
senza età senza bestemmie?
Chi parlerà dei vostri Natali
accanto alla ghisa lontano dai canneti
ove vivono gli ultimi gabbiani?
Pasquale Pinto è solo un uomo
costantemente denunciato
dai rivoli delle vostre fronti

Pasquale Pinto, Il capo sull’agave, Edizioni Centro sociale Magna Grecia Taranto, 1979

Pasquale Pinto, poeta-operaio, (1940/2004)

Il caso-Taranto e la produzione di acciaio dell'industria "pesante" a ridosso del centro abitato di una città con tutt'altra vocazione produttiva, e che deve subire l'aggressione all'ambiente e alla salute di lavoratori e cittadini, chiama in causa diversi piani di analisi intrecciati tra di loro: il piano politico e sociologico, come quello economico e finanche antropologico. E', cioè, la crisi di un vero e proprio paradigma legato indissolubilmente al modello di civiltà industrialista e al sistema capitalistico e ai suoi dis/valori. Da un altro versante, chi quel modello di civiltà e quel sistema mette in discussione, la cultura politica marxista in primis, per molto, troppo tempo, ha preferito una lettura positivista del paradigma (modello di civiltà e sistema) consistente in una visione quantitativa piuttosto che qualitativa: laddove si forma una classe operaia consistente e numerosa, lì si sviluppa l'antagonismo conflittuale necessario alla trasformazione rivoluzionaria. Il caso-Taranto dimostra, per di più e ancora una volta, che non è così.

La distruzione del retroterra socio-culturale non è specifico di Taranto, ma dell’intero sistema del profitto capitalista della in-civiltà industriale su cui basa l’intera sua impalcatura finanziaria e speculativa. Non bisogna replicare con una nostalgia passatista fuori tempo, come alcune venature della sensibilità ambientalista dell'ecologia radicale, ma la constatazione che questa in-civiltà, così ben analizzata da Marx, ha come conseguenza una mutazione antropologica degli esseri umani. E’ necessario un doppio sguardo per svelarne la natura: la critica al "sistema" e al "modello di civiltà industrialista" di matrice positivistica, deterministica e quantitativa. L’espressione “mutazione antropologica” è di Pier Paolo Pasolini (Sollazzo,2016) e, come categoria interpretativa, appartiene al piano filosofico, esistenziale e antropologico. Ciò che può cogliersi dall’officina poetica e politica pasoliniana, è che la critica alla società borghese deve cogliere l’onnipervasita’ dei suoi dis/valori in crisi di legittimità, non solo in termini di classe, perché concernono una modificazione della natura umana permanente, sebbene questa trasformazione avvenga in senso culturale. Il nodo è però marxiano: reificazione e alienazione, “arcano” della merce, estraneazione come spossessamento non solo del prodotto, ma della stessa relazione intersoggettiva, sono tratti distintivi del sistema capitalista, e, se si analizzano come “modello di civiltà“ , costituiscono un “paradigma” (modello+sistema) [1] che deve essere trasformato strutturalmente e sovrastrutturalmente, in senso rivoluzionario; rimandano anche al necessario nuovo umanesimo che de Martino tracciava come escatòn (riscatto) di fronte alla possibile apocalissi.

- Il capitalismo modifica incessantemente l’essere umano, ne determina una mutazione antropologica: nella sua forma industrialista, che connota una fase della “formazione economico-sociale” (Luporini,1977) tende alla mercificazione, che si allarga alle relazioni umane. Il feticismo delle merci diventa simbolo (feticcio) dell’alienazione stessa, conseguenza di una reificazione globale. Il solo sguardo economico e “”scientifico”, non basta, e un materialismo ‘volgare’ degrada nell’economicismo e nel positivismo, feticismo ‘rovesciato’. E’ necessario, appunto, un doppio sguardo per svelarne la natura. E' la lezione del Marx del 'general intellect', è il Gramsci della "riforma intellettuale e morale" per la società "autoregolata". (note Marx, Gramsci, ad nomen). 

[...]

Se un Sud esiste, è perchè è il Sud del capitale. Diversamente, l'unica legittimità viene dalla sfera sovrastrutturale: le differenze sono culturali, di tradizione etnica, ecc.., ma ciò non differenzia, semmai unisce i popoli, quando non interviene la secessione cancerosa dei processi capitalistici. Nel gioco dei centri concentrici, come tentò di avvertire il migliore Andrè Gunder Frank degli anni '70 a proposito del 'lumpenproletariat' dell'America Latina (A.G.Frank,1971),  il capitale ha sempre bisogno di un Sud. Il 'Sud del mondo' non lo troverete in alcuna cartina geografica, ma semmai inscritto nel codice genetico di un capitalismo che può cambiare le sue 'forme' (monopolistico/trans-nazionale, ecc..), mai i fondamenti della sua struttura e questo perchè ha la capacità, in quanto egemone, di piegare ogni innovazione alla funzionalità del suo sistema, non solo convivendo, ma addirittura alimentandosi con la crisi quando le forze soggettive antagoniste non riescono a organizzare una lotta di classe che ponga all'ordine del giorno la questione del potere e dei poteri e di un nuovo paradigma, non genericamente 'ambientale' e 'compatibile', ma risultato di un umanesimo nuovo, quello della qualità dei rapporti umani e degli esseri umani con la natura esterna ad essi.

Ci spetta d'indagare con la stessa metodologia con cui Gramsci indagava l'americanismo e il fordismo (A.Gramsci, note ad nomen): la caduta del saggio di profitto costringe il capitale ad un profondo rivolgimento dell'ordinamento sociale, ordinamento su cui aveva realizzato la precedente forma di egemonia; tutt'uno con la 'rivoluzione passiva', la modernizzazione neocapitalista è la stessa barbarie del protoindustrialismo. Il presupposto su cui si basa è la mercificazione, l'omologazione. Queste ancelle del capitalismo, proto e neo, entrano comunque nelle basi del nuovo modello, basi che si ritrovano non nell'empireo della teoresi del paradigma, ma nel fuoco delle officine. Certo anche Gramsci, anzi, soprattutto Gramsci, era consapevole della difficoltà a cogliere il nesso articolato di economia e politica in occidente per le forze del movimento operaio, se non si dialettizza correttamente l'analisi della struttura e lo spessore funzionale della sovrastruttura.

[1] Il dibattito sul "paradigma" industrialista all'interno del "pensiero della complessità" per un diverso modello di civiltà ecologico, è stato rilanciato di recente da Edgar Morin, Il paradigma perduto. Che cos'è la natura umana?, Mimesis, 2020. Nell'ottica di un confronto con il marxismo, in questa traccia di ricerca non deve esserci però la costante pretesa di un "superamento" dello stesso, piuttosto  un fecondo incontro sulla base dei fondamenti  teorici e delle conseguenti prassi politiche da condividere. Sul rapporto "paradigma" e "mutazione antropologica" (in un significato ancora più estensivo rispetto all'utilizzo pasoliniano del termine) si veda anche la raccolta di saggi  Paradigma antropologico di Arnold Gehlen , a cura di M.T.Pansera, Mimesis, 2005. 


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