La rivoluzione non è un pranzo di gala, ma richiede
metodo
Dialettica del potere: Mao, Gramsci e il movimento
C-A-T
Nella storia
delle rivoluzioni, il passaggio dalla "distruzione del vecchio" alla
"costruzione del nuovo" è il momento più critico. Mao Zedong teorizzò
per il Partito Comunista Cinese il movimento C-A-T
(Critica-Autocritica-Trasformazione): un ciclo dialettico pensato per mantenere
lo slancio rivoluzionario e risolvere le contraddizioni "in seno al
popolo" attraverso il dialogo e la crescita collettiva.
Tuttavia,
tra la teoria e la pratica si inserì un momento di rottura drammatico: la legge
del 21 febbraio 1951 sulla "soppressione delle attività
controrivoluzionarie". In una fase di estrema fragilità (Guerra di Corea,
sabotaggi interni), il Partito scelse la
linea dura.
Ma fu una scelta corretta o un errore di prospettiva? Se guardiamo alla lezione di Antonio Gramsci, la risposta si fa complessa. La rivoluzione è un processo di "lunga durata" dove bisogna saper distinguere quando agire con la "guerra di movimento" (l'urto frontale) e quando con la "guerra di posizione" (l'egemonia culturale e il consenso).
in foto, Mao
nel suo studio nelle grotte di Yen’an: fu qui che scrisse nel 1937 le sue opere
filosofiche più importanti: “Sulla pratica” e “Sulla contraddizione”.
Opere che
contengono la distinzione tra “contraddizioni antagoniste” e “contraddizioni in
seno al popolo”, principali e secondarie. E, in nuce, le riflessioni più
specifiche degli anni ‘40 sulla “rieducazione” piuttosto che la “punizione” e i
necessari cicli di critica e autocritica (CAT) che rimandano alla necessità di
un’elaborazione collettiva dell’”intellettuale organico”, per utilizzare le categorie
gramsciane piuttosto che alla repressione violenta e sommaria, come fu
purtroppo nella attuazione della legge del febbraio 1951, i cui errori furono
riconosciuti dallo stesso Mao (posteriormente). / fe.d.
L’errore del 1951 e il corto circuito delle "contraddizioni"
Quando il nemico è ovunque: il limite della
coercizione
La legge del
febbraio 1951 rappresentò quello che possiamo definire un errore strategico. In
quel momento, la leadership maoista (supportata da figure come Kuo Mo-jo per la
legittimazione intellettuale) applicò il metodo della "soppressione"
– tipico delle contraddizioni antagonistiche (quelle con il nemico giurato) –
su una scala vastissima, basata persino su quote numeriche.
Il rischio
di questa impostazione è evidente: trattare ogni dissenso come un'attività
controrivoluzionaria finisce per soffocare il movimento dialettico C-A-T. Se la
critica diventa reato, l'autocritica diventa confessione forzata e la
trasformazione diventa pura sottomissione.
Mao stesso
sembrò rendersi conto di questo squilibrio. Nelle memorie di Bo Yibo
(pubblicate tra il 1991 e il 1993), emergono i dati reali di quella stagione:
oltre 700.000 esecuzioni. Un prezzo altissimo che pose il problema della
"coerenza" tra i principi del marxismo e la pratica concreta di
governo. Il Partito rischiava di trasformarsi in una macchina burocratica
distante dai bisogni del popolo.
Note biblio
Bo Yibo
(fonte primaria)
Le memorie
di Bo Yibo sono fondamentali perché rappresentano il primo grande sforzo di
sistematizzazione dei dati d'archivio del Partito nel periodo post-maoista.
• Autore: Bo
Yibo (薄一波).
• Titolo
Originale: Ruògān zhòngdà juécè yǔ shìjiàn de huígù (若干重大决策与事件的回顾).
•
Traduzione: Riflessioni su alcune
decisioni ed eventi importanti.
• Anno di 1ª
Edizione: * Volume 1: 1991 (Copre il periodo 1949-1956, fondamentale per la
legge del 1951).
• Volume 2:
1993 (Copre il periodo 1957-1966).
Casa
Editrice della Scuola Centrale del Partito Comunista Cinese (中共中央党校出版社 - Zhōnggòng Zhōngyāng Dǎngxiào Chūbǎnshè), Pechino. /
la
"Risoluzione del 1981" associata all'era di Deng Xiaoping (Xi Jinping
ha redatto la terza risoluzione storica nel 2021). Quella del 1981 è la seconda
ed è quella che definisce il "70% meriti, 30% errori" l’attuazione
della legge del febbraio 1951.
•
“Risoluzione su alcune questioni della storia del nostro Partito dalla fondazione
della Repubblica Popolare Cinese”, 27 giugno 1981 (durante la 6ª sessione
plenaria dell'11° Comitato Centrale del PCC). Si tratta della valutazione
critica della Rivoluzione Culturale e “bilanciamento” dei contributi di Mao
Zedong.
Gramsci, Mao e l’autodisciplina collettiva cosciente
L'idea di
rivoluzione come "galateo" (attraverso l'autodisciplina cosciente) è
la risposta al rischio del ribellismo fine a se stesso.
Se il
subalterno prende il potere senza autodisciplina, rischia di riprodurre i comportamenti
del vecchio oppressore.
Gramsci nel
Quaderno 25 chiarisce che la storia dei subalterni è, per definizione,
frammentata e episodica. I subalterni non hanno coscienza di sé perché
subiscono l'egemonia culturale della classe dominante, che li vede come
"natura" o "massa amorfa", mai come soggetti storici.
• Il
parallelo con Mao: nella fase di Yan'an
[vedi LE
GROTTE DI YAN'AN (a cura di Ferdinando Dubla, L'analisi e la classe, 28.09.2025)]
Mao si trovò
di fronte a una massa di contadini "subalterni" che vivevano in una
condizione pre-politica. Il suo lavoro non fu solo militare, ma fu quello di
trasformare la "frammentazione" dei subalterni in una volontà
collettiva.
• La
formazione della coscienza: come suggerisce Ranajit Guha, la coscienza del
subalterno nasce inizialmente per "negazione" (rivolta contro il
padrone), ma deve elevarsi alla fase "positiva" (progetto di Stato).
Lo strumento che permette al subalterno di criticare la propria subalternità e
trasformarsi in dirigente è l’autodisciplina collettiva cosciente.
La
disciplina cosciente gramsciana è ciò che permette al "Moderno
Principe" (il partito/l'organizzazione) di non essere una gerarchia di
comando, ma una scuola di autogoverno. È il momento in cui il subalterno impara
a governare se stesso per poter governare la società.
Oltre il "pranzo di gala":
disciplina e coscienza rivoluzionaria
Affinchè la critica e l'autocritica (C-A-T) non
degenerino in estremismo, occorre tornare alla lezione di Antonio Gramsci. Nel
'Moderno Principe', la disciplina non è un ordine ricevuto, ma un traguardo
raggiunto: è la disciplina cosciente.
L'autodisciplina
collettiva è l'unico antidoto alla burocratizzazione e agli eccessi del potere.
Mentre l'occidente imperialista accusa di 'autoritarismo', la vera forza risiede nella capacità di ogni militante di essere giudice
di se stesso e servitore del collettivo. La rivoluzione è un atto di forza
contro il nemico (guerra di movimento), ma è soprattutto un atto di suprema
coscienza in seno al popolo (guerra di posizione). Trasformare se stessi per
trasformare il mondo: questa è la dialettica che lega Gramsci a Mao.
(a cura di Ferdinando Dubla)
Maoismo critico è
la pagina di supporto della rivista storica on line Lavoro Politico e
di Subaltern studies Italia
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