Subaltern studies Italia

L’analisi e la classe - a cura di Ferdinando Dubla

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sabato 12 settembre 2026

IL RIFIUTO DEL ‘DESTINO’ NEGLI STUDI SUBALTERNI

 

Teresa Mattei, Vincenza Castria e la liberazione di classe e di genere 



Mentre nel Mezzogiorno le braccianti spezzavano sui campi la morsa del latifondo e del secolare servaggio patriarcale, Teresa Mattei condusse la medesima battaglia nell'aula dell'Assemblea Costituente.

La Mattei comprese che l'uguaglianza puramente formale (primo comma dell'Articolo 3) sarebbe rimasta un'astrazione borghese se non si fosse imposto l'obbligo repubblicano di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale (secondo comma). L'ostacolo materiale che impediva alla donna lavoratrice e alla contadina di partecipare all'organizzazione politica, sociale ed economica del Paese era esattamente la struttura materiale del capitalismo patriarcale e del clericalismo reazionario.

 La rimozione degli "ostacoli di fatto" trova la sua incarnazione terrena nell'assalto al latifondo di Castria e Rago e nel rifiuto del destino subalterno.

In foto, in alto a sinistra:

Teresa Mattei (1921 – 2013), la "ragazza di Montecitorio", comandante partigiana "Chicchi", giovanissima madre costituente e mente politica del secondo comma dell'articolo 3 della Carta repubblicana.

In alto a destra e in basso: Vincenza Castria (1922 – 2000), dirigente dell'UDI e del PCI, prima donna eletta nel Consiglio comunale di Montescaglioso nel 1952. In basso, la Castria è ritratta durante il lavoro domestico di impagliatura delle sedie, testimonianza materiale della condizione di doppia subalternità delle donne, figlie, madri e mogli, braccianti e contadine.

 

EMANCIPAZIONE E LIBERAZIONE DI CLASSE E DI GENERE

Due volti, due origini, un'unica ed indissolubile prassi rivoluzionaria. La convergenza storica e teorica tra Teresa Mattei e Vincenza Castria incarna il punto più alto della saldatura tra l'emancipazione delle donne e il riscatto delle classi subalterne nell'Italia del dopoguerra.

Da un lato, l'elaborazione costituzionale della Mattei, che volle e impose la formula della rimozione degli "ostacoli di ordine economico e sociale" (art. 3, comma 2) per impedire che la parità rimanesse un'astrazione giuridica borghese; dall'altro, la prassi materiale della Castria che, all'indomani dell'eccidio del feudo San Giuliano e del sacrificio del compagno Giuseppe Novello (14 dicembre 1949) guidò le contadine di Montescaglioso alla conquista della terra e della parola pubblica contro la morsa del latifondo e del patriarcato clericale

Questa fotocomposizione ricompone la trama dialettica della nostra memoria storica: la legge fondamentale della Repubblica non nacque nel chiuso delle aule parlamentari, ma si nutrì del sangue, del lavoro e della lotta antagonista delle braccianti del Mezzogiorno. Teresa Mattei e Vincenza Castria ci ricordano che non vi è liberazione di genere senza rivoluzione sociale, né trasformazione di classe che non spezzi alla radice l'oppressione capitalista e l’intersezione delle tipologie di subalternità, nel solco dell’analisi gramsciana del Quaderno 25, strutturale e sovrastrutturale. 




Vincenza Castria: la rivelazione della politica. Lettere e interventi 1950-1989. Nuova ediz.

 

Noi saremmo l’angelo del focolare, la regina della casa, ma regina di che cosa? Della miseria, dell’ignoranza e dell’arretratezza in cui ci fanno vivere… Il nostro dovere è lottare per difendere per davvero le nostre case, le nostre famiglie, con una coscienza nuova, fare fronte unico con i nostri uomini e andare avanti per cancellare quelle condizioni di inferiorità che sono state da freno allo sviluppo e all’emancipazione femminile, Vincenza Castria (pag.29) 


Vincenza Castria, bracciante, è stata un’importante dirigente del PCI e una figura di rilievo del movimento operaio e contadino lucano e meridionale. Vedova di Giuseppe Novello, ucciso a Montescaglioso nel 1949 durante le proteste contadine legate all’occupazione delle terre, fece parte del Comitato Federale provinciale del PCI e dell’Assemblea nazionale dell’Unione donne italiane, collaborando alla redazione del periodico «Noi Donne». Ebbe rapporti molto stretti con i più importanti dirigenti del PCI. Nel 1952 si sposò in seconde nozze con Ciro Candido (sindaco di Montescaglioso e assessore provinciale del PCI) con cui ha scritto il libro autobiografico “Rossa terra mia”, uscito postumo nel 2009. È scomparsa a Montescaglioso nel 1999. Prefazione di Susanna Camusso. (IV. cop.).

Questa corrispondenza è uno dei passaggi storici costitutivi dell’emancipazione femminile in Italia e specificatamente nel Mezzogiorno, la “desolata landa della rassegnazione” che caratterizzava il Sud di Eboli, dove si era fermato il Cristo di Carlo Levi. +

 

Contemporaneamente, l’impegno della giovane costituente Teresa Mattei saldava nell’articolo 3 della Carta, il cuore della liberazione, di genere e di classe. La politica diventava arte della democrazia con l’affacciarsi ad essa delle donne e non arte del potere clerico-patriarcale capitalista.

 

+ Le donne del bracciantato meridionale (come Vincenza Castria e Rocchina Rago a Montescaglioso) non svolsero una funzione puramente subalterna o di supporto logistico nelle occupazioni dei latifondi del 1949: esse occuparono fisicamente la testa dei cortei, affrontarono la repressione poliziesca dello Stato e trasformarono la condizione di opacità domestica di doppia subalternità, in aperta presa di parola e direzione politica.


L'eccidio di Montescaglioso del dicembre 1949 segna un punto di non ritorno nella storia del Mezzogiorno contemporaneo. La risposta repressiva e sanguinaria dello Stato borghese e della proprietà latifondista contro i braccianti che chiedevano l'applicazione dei decreti sulle terre incolte, trovò nel sacrificio di Giuseppe Novello il suo simbolo più drammatico.

Lontana dal rifugiarsi nel lutto privato, la giovane vedova Vincenza Castria assurse a protagonista politica del movimento contadino: guidò le agitazioni femminili nell'Unione Donne Italiane, diede voce alla presa di parola delle plebi rurali e mantenne viva la memoria del compagno Novello, integrando la battaglia agraria con la prospettiva di emancipazione di genere e la difesa dei diritti sanciti dalla Carta costituzionale, nel solco tracciato dalla madre Costituente Teresa Mattei.

 

 Siamo convinte che gli spazi di una città, oltre ad essere dei luoghi fisici, contengano una dimensione simbolica e immaginaria che definisce il nostro essere abitatori di quei luoghi [..] Non sono neutri i luoghi, non sono neutre le vicende della storia, meno che mai sono neutre le parole.

Adriana Salvia-Emilia Simonetti, Libera Università delle Donne di Basilicata, ivi, pag.23-24

 

In questo blog:

 

"È caduto Novello sulla strada all’alba"

 Giuseppe Novello, Vincenza Castria, Rocco Scotellaro e la "foglia perenne" del riscatto del Sud a Montescaglioso (1949)

 

Scheda a cura di Ferdinando Dubla, Subaltern studies Italia




 

venerdì 4 settembre 2026

"È caduto Novello sulla strada all’alba"

 


Giuseppe Novello, Vincenza Castria, Rocco Scotellaro e la "foglia perenne" del riscatto del Sud a Montescaglioso (1949)



A sinistra: Vincenza Castria (1922 – 2000), militante dell'UDI, del PCI e tra le prime donne elette nel Consiglio comunale di Montescaglioso nel 1952. Figura centrale della lotta per la terra nel dopoguerra lucano, trasformò il dolore personale per la perdita del compagno in prassi politica organizzata e coscienza di classe per la liberazione delle donne e dei subalterni meridionali.

A destra: Giuseppe Novello (1917 – 1949), bracciante agricolo e veterano di guerra, caduto il 14 dicembre 1949 (all'età di soli 32 anni) a seguito delle ferite d'arma da fuoco riportate durante la violenta carica delle forze dell'ordine a Montescaglioso nel corso delle occupazioni simboliche del feudo San Giuliano; al suo fianco, il piccolo figlio Filippo Novello (nato alla fine degli anni '40), testimone involontario dell'eccidio padronale e del riscatto storico della classe lavoratrice lucana.

 Montescaglioso

Alla vedova di Giuseppe Novello
Mai perso bene questo sole e l’acqua,
ma quando la tempesta vendemmia le vigne
i cani si fanno irosi, addentano,
impazziscono le donne distese nei letti
allora l’ultimo cerchio che fa l’acqua è nostro,
c’è sempre chi getta la pietra nel pozzo.
Tutte queste foglie ch’ erano verdi:
si fa sentire il vento delle foglie che si perdono
fondando i solchi a nuovo nella terra macinata.
Ogni solco ha un nome, vi è una foglia perenne
che rimonta sui rami di notte a primavera
a fare il giorno nuovo.
E’ caduto Novello sulla strada all’ alba,
a quel punto si domina la campagna,
a quell’ ora si è padroni del tempo che viene,
il mondo è vicino da Chicago a qui
sulla montagna scagliosa che pare una prua,
una vecchia prua emersa
che ha lungamente sfaldato le onde.
Cammina il paese tra le nubi, cammina
sulla strada dove un uomo si è piantato al timone,
all’alba quando rimonta sui rami
la foglia perenne in primavera.

- Rocco Scotellaro, 1949

«È caduto Novello sulla strada all’alba, a quel punto si domina la campagna, a quell’ora si è padroni del tempo che viene» cantò Rocco Scotellaro nella sua Montescaglioso per ricordare Giuseppe Novello caduto durante le occupazioni delle terre nel dicembre del 1949.

Furono moti contadini che reclamavano terreni lasciati incolti, sui quali poterci vivere, per spezzare quel giogo di miseria e sottomissione che si era protratto per secoli. Ce n’erano state già al tempo della spedizione dei Mille, come a Bronte, in Sicilia, sedate nel sangue. Ce ne furono in tutto il Paese, dopo l’Unità, soprattutto in Meridione, dove diffusi erano i latifondi di proprietà di pochi possidenti, residenti nelle città, e braccianti e fittavoli addensati nei grandi borghi rurali da cui muovevano per il lavoro nelle campagne. In Sicilia i Fasci siciliani di fine Ottocento furono repressi nel sangue, come gli scioperi e le occupazioni della «Lega dei Contadini» in Basilicata nel 1902, in cui morì il bracciante Giuseppe Rondinone. E anche nel primo dopoguerra vi furono occupazioni della terra da parte di quei contadini cui i generali l’avevano promessa per chiamarli alla guerra. Nulla era cambiato, però, e l’immobilità dell’economia rurale meridionale si era protratta.

Così, i movimenti contadini erano ripresi nel secondo dopoguerra con altre occupazioni in Sicilia, Calabria, Basilicata e Puglia. I contadini chiedevano «pane e lavoro», e volevano in concessione terreni per poterli lavorare anziché essere costretti al lavoro controllato dal caporalato, in virtù del decreto del 1944 che portava la firma del comunista Fausto Gullo.

Varie rivolte si ebbero già tra il 1943 e il 1945, scatenando la reazione violenta degli «agrari», e poi nel 1949, quando si susseguono agitazioni ed occupazioni di feudi, terre incolte e demani. La reazione delle forze dell’ordine guidate da Scelba fu però sempre dura, ed eccidi di contadini e braccianti si ebbero il 29 ottobre a Melissa (Crotone), con tre morti, e poi il 29 novembre a Torremaggiore (Foggia), con due morti. Moti per lo più spontanei, ma sostenuti dalle organizzazioni sindacali.

In Basilicata, il centro del movimento è Montescaglioso, ove la Camera del Lavoro organizza l’occupazione dei terreni demaniali nella valle del Bradano. Le occupazioni per tutto il mese di dicembre 1949, in 19 comuni, vedono in prima fila soprattutto le donne. Nella notte del 13 dicembre, a Montescaglioso, i Carabinieri mitragliano un corteo di contadini che cercano di impedire che i dirigenti del movimento siano tradotti nelle carceri. Giuseppe Novello cade tra le braccia della moglie Vincenza Castria (morirà il 17 dicembre). «Vollero colpire i contadini, ma anche i comunisti che li sostenevano», racconta Filippo Novello, figlio di Giuseppe e Vincenza. «Questa terra mia è rossa, scrive Vincenza nel suo libro, ma lo è del sangue dei suoi figli», dice Francesco Candido, il figlio che Vincenza poi ebbe da Ciro Candido, anche lui un protagonista di quelle lotte.

Erano le prime proteste per la terra del Meridione nell’Italia Repubblicana che mettevano in luce il rapporto feudale che ancora vigeva tra il proprietario terriero – il barone, l’agrario – e il contadino, condizione che era stata perpetrata e favorita dal fascismo. Rocco Scotellaro ben conosceva quel dramma, dopo aver vissuto l’infanzia e la sua giovane età adulta nel suo paese, Tricarico, ed era conscio della situazione disumana in cui sopravviveva la «civiltà contadina»: le carenze alimentari e igienico-sanitarie, un caporalato spietato e intransigente, l’estrema e costante povertà. Rocco scrive poesie e racconti, studia, si unisce ai sindacati e ai contadini che protestano, si iscrive al Partito Socialista e ne apre una sezione in paese. Nel 1946, all’età di ventitré anni, viene eletto sindaco di Tricarico e sarà rieletto quattro anni dopo.

Rocco Scotellaro crede nella lotta politica per migliorare le condizioni di vita dei contadini e si dedica allo sradicamento di quelle fonti di malessere secolare, partecipando anche all’occupazione delle terre, come quella dei feudi di Policoro del barone Berlingieri nel 1949. «È fatto giorno», scriverà, «siamo entrati in giuoco anche noi con i panni e le scarpe e le facce che avevamo». Nei suoi canti, riverbera l’enfasi del riscatto politico e sociale della «civiltà contadina», nei suoi versi d’incitamento i protagonisti sono i contadini stessi, pronti a rivendicare i propri diritti, in una lirica incalzante, quasi epica, a celebrare l’ingresso nella modernità della civiltà rurale meridionale.

La Riforma agraria, promulgata nel 1950 con le leggi «stralcio» di Antonio Segni, portò all’assegnazione di una quota di fondi ai contadini, in appezzamenti spesso troppo piccoli, non sempre serviti di acqua. E in meno di un decennio quei terreni vennero gradualmente abbandonati. Fallirono le cooperative, i contadini senza mezzi e un vero programma furono costretti ad emigrare. Fallì la riforma, ché all’Italia che ripartiva, lanciata verso il boom, ben serviva quell’esercito di manodopera disponibile per l’industrializzazione del Nord.

Ma fallì anche il mito dell’industrializzazione del Sud, fondato sulla grande impresa industriale motore dello «sviluppo», quella «ideologia» a cui si sacrificò nei decenni successivi ogni criterio di equilibrio, secondo cui per le regioni arretrate sviluppo è convergere verso un modello tutto esterno, senza tener conto delle risorse endogene e dei legami storici, geografici e biologici che sussistono con il territorio. Disperdendo così alla radice quella «cultura contadina» autonoma di cui Rocco aveva colto il potenziale aggregativo e progressivo, anche oltre Carlo Levi.

Sotto la luce della poesia e dell’inchiesta sul campo, Rocco ne vide la vitalità, nella volontà di riscatto, al di là della sola valorizzazione, cristallizzata nel Cristo, espressa in quei nuclei che avrebbero potuto fare la differenza. «Noi siamo degli acini maturi, ma piccoli in un grappolo di uva puttanella».

Pier Giorgio Ardeni, Il Manifesto, 14 gennaio 2023



Il movimento per la terra a Montescaglioso (1948-49) , curato da Rosa Maria Salvia, costituisce una delle fonti documentarie più preziose e dirette per la ricostruzione storiografica delle lotte bracciantili in Basilicata.

 Pubblicato dal CSD - Centro Studi e Documentazione di Basilicata.

Curatela: Rosa Maria Salvia, storica e ricercatrice attenta ai processi di politicizzazione del proletariato rurale lucano e co-curatrice delle fonti originali legate all'esperienza di Vincenza Castria.

 Arco cronologico d'indagine: 1948-1949, ovvero gli anni cruciali di gestazione e scoppio della grande vertenza agraria nel Materano.

- Il testo raccoglie e analizza materiali d'archivio, testimonianze dirette e documenti d'epoca relativi al biennio in cui la pressione delle masse contadine contro la proprietà latifondista raggiunse il suo acme:

1. La preparazione delle occupazioni (1948-1949)

Il volume ricostruisce la capillare opera di organizzazione politica condotta dalle Camere del Lavoro, dal PCI e dall'UDI nelle campagne di Montescaglioso, evidenziando come la spinta alla riappropriazione delle terre incolte non fu un moto spontaneo e incontrollato, ma una prassi di lotta consapevole e strutturata.

2. I fatti del feudo San Giuliano e il sacrificio di Giuseppe Novello

Viene documentata nel dettaglio la giornata del 13 dicembre 1949 e la spietata risposta repressiva degli apparati statali a difesa dell'ordine proprietario, culminata nel ferimento mortale del bracciante ventottenne Giuseppe Novello.

3. Il ruolo delle donne e delle soggettività subalterne

Il lavoro di Rosa Maria Salvia pone un accento fondamentale sul protagonismo femminile — da Vincenza Castria a Rocchina Rago — nell'organizzazione dei presidi, nella tenuta morale delle famiglie bracciantili e nella trasformazione della protesta sociale in vera e propria coscienza di classe.

Questo opuscolo documentario rappresenta una tessera indispensabile per la storiografia della questione meridionale e per lo studio delle radici materiali della democrazia costituzionale nel Mezzogiorno. 


Scheda curata da Ferdinando Dubla 


 


In questo blog

70 anni che Rocco Scotellaro se n'è andato - A fare il giorno nuovo





domenica 26 luglio 2026

Genere e città: percorsi femministi per lo spazio urbano (1) Dai spazio alla tua libertà, dai il tempo alla tua vita

 



Il lavoro di ricerca di Viviana Tortorici che presentiamo come primo volume della collana Koinonìa è uno squarcio moderno della Città del Sole di Tommaso Campanella. Moderno nel senso della modernità dell' utopia concreta, quella spinta del presente all'avvenire di un paradigma di civiltà che necessariamente ma non in modo deterministico superi le antinomie della società capitalista dell'esclusione e dell'emarginazione. La necessità è quella di una riscrittura dello spazio urbano come spazio di riappropriazione dei margini della storia.

 Dai spazio alla tua libertà, dai il tempo alla tua vita, ci dice l'autrice con questo libro. Coniugato collettivamente, diventa coscienza stessa della libertà, coscienza stessa della vita sociale.

E infatti, la potente declinazione collettiva del diritto alla città, sintetizzata nel "dare spazio alla propria libertà e tempo alla propria vita”, rappresenta il nucleo trasformativo del pensiero di Viviana Tortorici. Quando questa istanza individuale viene coniugata al plurale, essa cessa di essere un desiderio atomizzato per farsi coscienza stessa della vita sociale, un processo che richiama profondamente l'opera di bell hooks, in particolare la sua riflessione sulla pedagogia della speranza e sulla creazione di comunità. Come scrive hooks in Elogio del margine, il margine non è solo un luogo di privazione ma un sito di resistenza e di possibilità radicale: rivendicare lo spazio per la propria libertà significa dunque abitare quel margine non come una condizione subìta, ma come una scelta politica per guardare il mondo da una prospettiva differente e antagonista rispetto a quella delle classi dominanti. In questa cornice, il tempo della vita si oppone radicalmente alla temporalità del patriarcato capitalista suprematista bianco, che hooks individua come la struttura di dominio che frammenta l'esistenza in funzione del profitto. Sostituire la frenesia del capitale con la coscienza sociale del tempo e della cura significa attuare quel passaggio fondamentale verso la beloved community, la comunità amata, dove lo spazio pubblico non è più un teatro di sorveglianza foucaultiana o un campo di battaglia tra estranei, ma il luogo dell' utopia concreta in cui ogni corpo, nelle sue intersezioni di genere e di classe, trova finalmente il diritto di esistere e di partecipare. La libertà collettiva diventa allora una pratica quotidiana che, intrecciando i desideri delle soggettività escluse, trasforma la struttura stessa della città in una testimonianza vivente della coscienza sociale.

Il testo di Viviana Tortorici si inserisce dunque in quella necessaria cartografia del quotidiano che smaschera la neutralità apparente dell’urbanistica tradizionale ed è  dunque non solo un saggio di sociologia critica applicata all’urbanistica, ma una mappatura politica dei desideri e delle esclusioni. Partendo dal presupposto che lo spazio non è un contenitore vuoto ma un prodotto sociale, l'autrice analizza come le città contemporanee siano state progettate da e per un soggetto falsamente universale, ma in realtà di classe e separatista di genere e razza e “produttività capitalista” (homo faber- homo abilis), relegando ai margini tutto ciò che non rientra in questi stereotipi, che, come si sa, appartengono alla grammatica del colonialismo occidentalista, colonialismo esterno (l’imperialismo militare del "dominio senza egemonia" di Ranajit Guha diventa imperialismo culturale) e colonialismo interno (la stratificazione di classe). 

 

da Presentazione di Ferdinando Dubla a Viviana TortoriciLa città non è neutra. Pratiche di resistenza e nuove cartografie urbane, Barbieri Editore, Manduria-Taranto, 2026, collana Koinonìa (vol. 1).

pagina FB https://www.facebook.com/profile.php?id=61591170396267 



Viviana Tortorici "La città non è neutra" 25 luglio 2026





giovedì 25 giugno 2026

Koinonìa: un patto per il presente

 

di Viviana Tortorici il primo volume della collana editoriale di Barbieri editore diretta da Ferdinando Dubla




Presentare una nuova collana editoriale significa, prima di tutto, dichiarare una visione del mondo. Scegliendo come titolo Koinonìa, non abbiamo voluto semplicemente rispolverare un termine dell’antica Grecia, ma abbiamo inteso recuperare una missione. In greco, "Koinonìa" (1) (κοινωνία) è la parola che definisce la comunanza, la partecipazione, il legame profondo che trasforma un insieme di individui in una comunità. È lo spirito che sottende allo scambio, non solo di merci, ma di idee, diritti e dignità.

Oggi, tuttavia, questo legame appare logoro. Viviamo in un tempo dove l’economia sembra aver smarrito la sua funzione originaria di "legge della casa comune" (2) per trasformarsi in un meccanismo di esclusione e di onnipotenza. È in questo scenario che nasce il nostro progetto editoriale: un laboratorio dedicato ai temi sociali ed economici che attanagliano il nostro mondo contemporaneo.

La collana Koinonìa si propone di essere una piccola bussola per orientarsi tra le complessità di un presente frammentato. Il nostro punto di partenza è una convinzione ferma: non può esserci analisi economica che prescinda dalla "giustizia sociale" (3). Per troppo tempo, la crescita è stata misurata esclusivamente attraverso indicatori astratti, ignorando le cicatrici che tali processi lasciavano sul "tessuto umano". Questa collana nasce per invertire la rotta, mettendo sotto la lente d’ingrandimento le disuguaglianze sociali, non come dati statistici, ma come ostacoli reali alla piena realizzazione dell'individuo e della collettività.

Un’attenzione particolare sarà dedicata alla difesa delle minoranze culturali. In un mondo che tende all’omologazione dei consumi e, paradossalmente, alla polarizzazione delle identità, crediamo che la ricchezza di una società si misuri dalla sua capacità di proteggere e valorizzare le "voci fuori dal coro". Le minoranze non sono "parti separate" della società, ma nodi essenziali di quella rete di partecipazione che è, appunto, la nostra Koinonìa. Difenderne i diritti e la specificità culturale significa difendere la democrazia stessa e la tenuta dei sistemi economici moderni.

Indagheremo le "nuove povertà" (4), l’impatto della digitalizzazione sul lavoro, le barriere d’accesso al sapere e le dinamiche di emarginazione che colpiscono "chi non ha voce" (5). Lo faremo attraverso saggi che uniscono il rigore della ricerca scientifica a una narrazione civile capace di parlare a tutti.

Questo è solo l'inizio di un percorso. Con Koinonìa, ci impegniamo a offrire ai lettori strumenti critici per comprendere che l'economia non è un destino ineluttabile, ma una "scelta politica e sociale". Invitiamo i giovani studiosi a partecipare a questa indagine, perché solo attraverso la conoscenza condivisa possiamo sperare di ricucire quel tessuto di "comunanza" che crediamo sia il fondamento di ogni futuro possibile.

Benvenuti in Koinonìa. Benvenuti in una comunità che pensa.

  1. Cfr. Aristotele, Politica, Libro I. Il termine indica la forma più alta di associazione umana volta al bene comune. Per un'analisi contemporanea del concetto, si veda anche L. Bruni, L’economia, la felicità e gli altri, Città Nuova, 2004.
  2. Espressione derivata dall'etimo di oikonomia (oikos, casa; nomos, legge). Si veda M. Rutigliano, Economia come legge della casa, Mimesis, 2020. Il concetto è centrale anche nel pensiero ecologista contemporaneo, come in Papa Francesco, Lettera Enciclica Laudatosi’, 2015.
  3. Per la definizione moderna del termine, si rimanda a J. Rawls, Una teoria della giustizia, Feltrinelli, 2008, e all'opera di A. Sen, L'idea di giustizia, Mondadori, 2010.
  4. Concetto analizzato ampiamente da Z. Bauman, Le nuove povertà, Castelvecchi, 2018. Si veda anche E. Morlicchio, Sociologia della povertà, Il Mulino, 2020.
  5. Riferimento alla sociologia dell'emarginazione e alla ricerca qualitativa che mira a dare voce ai gruppi marginalizzati. Cfr. F. Ciucci, Parole di chi non ha voce, Franco Angeli, 2012.

Pasquale Barbieri, editore Manduria-Taranto



Viviana Tortorici, La città non è neutra. Pratiche di resistenza e nuove cartografie urbane, presentazione di Ferdinando Dubla, Barbieri Editore, Manduria-Taranto, 2024, collana Koinonìa (vol. 1).

pagina FB 


L'intersezione teoretica e politica tra i gender studies e i subaltern studies trova la sua declinazione materiale
 e il suo spazio di discussione digitale nella pagina ufficiale del progetto editoriale

https://www.facebook.com/profile.php?id=61591170396267...

Questo spazio si configura come il laboratorio di analisi e di con-ricerca in cui la critica della produzione spaziale neoliberista si salda alla decostruzione delle asimmetrie di genere, offrendo gli strumenti militanti per l'elaborazione di nuove cartografie del riscatto sociale.

 

 

E se le nostre città fossero progettate con gli occhi del femminismo?

​Spesso pensiamo che le strade, le piazze e i quartieri in cui viviamo siano "neutrali". Ma la verità è un'altra: lo spazio pubblico è stato storicamente plasmato su misura per un soggetto maschile e abile, trasformandosi spesso in un luogo di controllo e confinamento.

È necessario ridisegnare l'urbanistica partendo dai margini, per dare vita a una città finalmente inclusiva.

 

​ I punti chiave del libro:

​- Decostruire la neutralità: Capire come i corpi vengono regolati da norme invisibili nello spazio urbano.

-​Dall'oppressione alla cura: Sostituire la logica del controllo con l'etica della cura e della vulnerabilità.

-​Giustizia spaziale: Creare città dove la sicurezza non significa controllo, ma libertà assoluta di attraversamento.

​Non un'utopia astratta, ma una vera e propria "cartografia del possibile" per trasformare la città in un organismo vivo, collettivo e accogliente.

Il volume si arricchisce dell'importante presentazione a cura di Ferdinando Dubla, che introduce e approfondisce i temi del saggio, offrendo una preziosa chiave di lettura critica per comprendere ancora meglio la necessità di una vera giustizia spaziale.

Un saggio necessario per ripensare il nostro modo di abitare il mondo.

 

Viviana Tortorici 




Viviana Tortorici (a sx) e Francesca Romana Recchia Luciani, convegno femminismo, Taranto - 23 giugno 2026 


sabato 6 giugno 2026

I CHIERICI DEL SUD DEI SUBALTERNI

 

De Martino, De Palma, bell hooks e il ruolo degli intellettuali ‘organici’ alla classe

d.ssa Viviana Tortorici  prof. Ferdinando Dubla 




lunedì 25 maggio 2026 - ore 16,00 - 17,00 - Università della Libera Età - p.zza Nunzio Sulprizio, Taranto

Lezione 15 (conclusiva)  - corso di Antropologia filosofica 2025-2026

 

La lezione conclusiva del corso di Antropologia Filosofica si propone di analizzare la funzione dell'intellettuale non come "specialista dell'eloquenza", ma come forza motrice inserita nei processi di emancipazione delle classi subalterne.

- La rimodulazione del ruolo dell’intellettuale [il ‘chierico’ di Julien Benda, “Il tradimento dei chierici” (1927)] parte compiutamente da Gramsci:

L'errore dell'intellettuale consiste nel credere che si possa sapere senza comprendere e specialmente senza sentire ed essere appassionati (non solo del sapere in sé, ma dell'oggetto del sapere), cioè che l'intellettuale possa essere tale (e non un puro pedante) se distinto e staccato dal popolo-nazione, cioè senza sentire le passioni elementari del popolo, comprendendole e quindi spiegandole e giustificandole in quella determinata situazione storica, e collegandole dialetticamente alle leggi della storia, a una superiore concezione del mondo, scientificamente e coerentemente elaborata, il "sapere"; non si fa politica-storia senza questa passione, cioè senza questo nesso sentimentale tra intellettuali e popolo-nazione.

Antonio Gramsci, Quaderno 12, par.1

 

Non oggetti, ma soggetti 




Partendo dal saggio demartiniano del 1949, si analizza la necessità per il ricercatore di operare una profonda auto-critica. L’intellettuale deve spogliarsi della propria corazza piccolo-borghese per poter incontrare il "mondo magico" dei subalterni senza ridurlo a mero oggetto di studio. Questa "ascesi" è il presupposto per trasformare la conoscenza in strumento di lotta contro la crisi della presenza.

 

Il discorso si amplia alla categoria gramsciana dell'intellettuale organico. In opposizione ai "chierici" tradizionali, custodi dell'ordine costituito, l'intellettuale organico alla classe opera all'interno del "Moderno Principe" (l'organizzazione politica), traducendo le tracce di iniziativa autonoma  (cfr. Gramsci, Q.25)  del popolo in una volontà collettiva capace di egemonia.

 

La soggettività femminile e il margine (Vittoria De Palma e bell hooks)

Il ruolo delle intellettuali donne emerge come momento di rottura fondamentale:

• Vittoria De Palma: la "connessione sentimentale" che ha permesso a De Martino di accedere al travaglio delle donne meridionali, dimostrando che non può esserci scienza dei subalterni senza una mediazione che sia, al tempo stesso, di classe e di genere.

CONNESSIONE SENTIMENTALE - Lo sguardo di Vittoria - Cuore e soggettività femminile nell’antropologia di Ernesto De Martino e Vittoria De Palma

 

• bell hooks: la rivendicazione del margine come luogo di apertura radicale. La sua opera ci insegna che la lotta contro il "patriarcato capitalista suprematista bianco" richiede una soggettività capace di intersezionare ogni forma di oppressione.

IL MARGINE E I SUBALTERNI

Etnocentrismo critico e umanesimo etnografico in Ernesto de Martino e bell hooks

 

Dall’Articolo 3 alla prassi politica

Il percorso culmina nel dettato dell’Articolo 3 della Costituzione Italiana. La "rimozione degli ostacoli di ordine economico e sociale" non è una concessione dello Stato, ma il compito storico di una classe intellettuale che si riconosce organica ai subalterni. Qui la lotta di classe, di genere e di razza trova la sua sintesi giuridica e il suo mandato d’azione permanente.

 

Nelle spedizioni etnografiche in Lucania, l'intellettuale uomo, borghese e accademico si trovava di fronte a un limite invalicabile: non avrebbe mai potuto accedere da solo al mondo intimo, protetto e doloroso delle donne del Sud — fatto di lamenti funebri, fascinazioni e magia lucana. Di fronte al professore, le donne subalterne si sarebbero chiuse in un silenzio difensivo.

È qui che si rivela il ruolo decisivo di Vittoria De Palma, che non fa da semplice assistente, ma da vera e propria mediatrice antropologica.

È lei a stabilire sul campo quel "nesso sentimentale" teorizzato da Antonio Gramsci nel Quaderno 12 e ripreso da Ernesto de Martino: ne sente la passione e il dolore, lo comprende dall'interno e permette a de Martino stesso di comprenderlo. De Palma ci dimostra così che la conoscenza del subalterno non è mai neutra: richiede, al contrario, un'alleanza di genere e di classe. Senza la sua mediazione, le donne meridionali sarebbero rimaste semplici "oggetti" di folklore; grazie a lei, emergono finalmente come "soggetti" che vivono un dramma storico e psicologico profondo — quella "crisi della presenza" a cui la magia tenta di dare una risposta culturale e di riscatto.

Questo intreccio tra genere, classe e condizione sociale ci porta direttamente alla lezione della teorica femminista bell hooks sull'intersezionalità. hooks ci mostra che la subalternità non è una linea retta: una donna nera e povera, ad esempio, vive all'incrocio di tre oppressioni simultanee — razza, classe e genere — all'interno di quello che lei definisce il "patriarcato capitalista suprematista bianco".

Da questa consapevolezza deriva una ridefinizione radicale dell'"intellettuale organico". L'intellettuale non deve "andare verso il margine" con l'idea paternalistica di salvare i subalterni per portarli al centro, compiendo un atto di assimilazione. Al contrario, l'intellettuale deve abitare il margine insieme a loro. È solo a partire dal margine, infatti, che si può produrre una cultura contro-egemonica capace di scardinare il centro del potere.

L' articolo 3 non è altro che il grande progetto giuridico e politico della nostra Repubblica: far sì che ogni subalterno cessi di essere un oggetto della storia e ne diventi, finalmente, il soggetto.





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mercoledì 6 maggio 2026

Incantesimo meridionale - La magia del Sud in Ernesto de Martino

 




La magia del Sud in Ernesto de Martino 


Ferdinando Dubla - Viviana Tortorici 



Antropologia lezione 9

Lunedì 23 febbraio 2026 Università della Libera Età

p.zza Nunzio Sulprizio - Taranto

corso di Antropologia filosofica

relatori: prof. Ferdinando Dubla

d.ssa Viviana Tortorici

“I temi della forza magica, della fascinazione, della possessione, della fattura e dell'esorcismo, sono senza dubbio in connessione con l'immensa potenza del negativo quotidiano che incombe sugli individui dalla nascita alla morte."

Ernesto de Martino, Sud e magia, 1959, ed.2015, pag.89

Nota “a margine”: se leggiamo Sud e magia attraverso la lente di bell hooks [Gloria Jean Watkins - Elogio del margine / Scrivere al buio (Tamu Edizioni 2020)] e del "femminismo terrone", la soggettività femminile emerge proprio dal "margine". La marginalità come spazio di resistenza, come luogo di ‘costruzione’ di potere nella ‘decostruzione’ dei linguaggi dominanti, cuore del pensiero decoloniale e della critica postcoloniale. Se il "centro" impone una logica di dominio e competizione, il margine può immaginare mondi basati sulla cura, l'interdipendenza e la solidarietà. 


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