le lenti di Gramsci

lunedì 19 marzo 2012

FRANCO DUBLA, artista



Omaggio a mio padre -- 19 marzo 2012
FRANCO DUBLA, QUANDO IL COLORE SI FA STORIA

La creatività di un artista è segnata indelebilmente dall’esperienza della sua vita; per Franco Dubla, grottagliese di nascita (1925) che si trasferisce a Firenze nel 1973 e muore nella sua terra, a Taranto, nel 2008, l’esperienza più forte è la sua infanzia povera, di quando l’esistenza delle popolazioni della cittadina delle ceramiche era costituita di stenti e privazioni: come in tutte le contrade del Mezzogiorno d’Italia più profonde.
La pittura di Dubla non poteva dunque privilegiare le forme; la riproduzione del vero sarebbe stata oleografia di una realtà che i cafoni del Sud non avrebbero mai riconosciuta come propria. Privilegiare il colore, allora: ma i colori vividi e impazziti di una realtà liquida, di un fiore in dissolvimento, di un paesaggio rarefatto. I paesaggi meridionali, i paesi della pianura pugliese con sullo sfondo le dolci marine e il tepore del clima. I paesaggi meridionali, come i borghi della Basilicata arroccati su pendici collinari, dai piedi d’argilla, pronti a franare e destinati a scomparire, come l’Aliano visitata da Carlo Levi, come Craco, il paese-fantasma che non ha più la sua gente, ma le rovine di un passato, anch’esso segnato dalla solitudine e dalla sofferenza.
Franco Dubla ha cercato sempre, nella sua produzione artistica, di trasformare il colore in storia e, in una coazione a ripetere, la sua storia personale dentro la storia del popolo meridionale.
Fino al tentativo, negli anni ’70, di radicare quella storia nella città internazionale dell’arte, la Firenze del genio creativo rinascimentale, a cui si chiedeva di accogliere l’espressione pittorica dell’identità meridionale. L’esperienza a cui Franco Dubla giungeva a Firenze nel 1973, era la Taranto degli anni ’60, città mediterranea che guardava con curiosità a tutte le novità delle avanguardie creative cercando di riprodurle nella periferia che stava abbandonando le sue originarie vocazioni, per accogliere e farsi sussumere sempre più dalla grande industria dell’acciaio e dall’inquinamento soffocante, dalle morti bianche in nome e per conto del “progresso”. Era quel “progresso” che cancellava sempre più le orme e le tracce di un’altra storia, modesta, umile, sofferta, ma fortemente connotata dall’identità.
Un’identità di cui non era possibile accettare supinamente la sparizione.
La pittura di Dubla è stata, da questo punto di vista, un’opera di resistenza.
Resistenza all’omologazione non solo sociale, destinata ad avere finanche modificazioni antropologiche, ma all’annullamento delle radici, alla sottomissione di un imperialismo prima culturale, poi economico, politico, militare. Dubla ha definito così, dal primigenio astrattismo avanguardistico degli anni ’60, un compromesso sulla forma, anzi, sulle forme: e ha sempre dipinto fiori e paesaggi, e anche nature morte, in colori avvolgenti che tendevano alla frantumazione della sostanza che racchiudevano. Per poi tornare, nei tardi anni ’90 e i primi del nuovo secolo, quasi ad anticipare il dissolvimento progressivo della sua mente (la malattia), a unire la sua esperienza esistenziale con i destini del solo colore nella più assoluta libertà di situarsi sulla tela.
Il rapporto con la propria caratterizzazione culturale è vissuto da Franco Dubla come appartenenza alla terra; riviene alla mente il mito di Anteo. Gli antichi greci, nel sistema della loro mitologia, avevano un eroe famoso, Anteo, il quale era, come racconta la mitologia, figlio di Posidone, dio del mare, e di Gea, dea della terra. Egli aveva uno speciale attaccamento per sua madre che lo aveva messo al mondo, nutrito e educato. Non c'era nessun eroe che non avesse vinto, questo Anteo. Era considerato come un eroe invincibile. In che cosa consisteva la sua forza? Consisteva nel fatto che ogni volta che, nella lotta contro l'avversario, si trovava a mal partito, egli toccava la terra, la madre sua che l'aveva messo al mondo e l'aveva nutrito, e ne riceveva nuove forze. Ma tuttavia, egli aveva un punto debole: correva il rischio di essere staccato in un modo o nell'altro dalla terra. I nemici tenevano conto di questa sua debolezza e stavano all'agguato. Ed ecco che si trovò un nemico, che utilizzò questa sua debolezza e lo vinse. Questi fu Ercole. Ma come lo vinse? Lo staccò dalla terra, lo elevò in aria, gli tolse la possibilità di toccare la terra e lo strozzò.
Il legame alla terra è dunque l’invincibile: una terra da liberare non piccola, ma grande come il mondo, una terra da salvare per costruire il mondo nuovo, come nei versi del poeta Rocco Scotellaro, per “fare il giorno nuovo”.
Dubla ha avuto, inconsapevolmente, il segno pittorico della poesia del giovane Rocco Scotellaro di Tricarico.
In Scotellaro la descrizione fenomenica è già una ricerca continua di riscatto: nella descrizione tipologica del mondo contadino delle terre del Sud, interpreta la volontà di una trasformazione che sia liberazione ma non cancellazione delle radici. Perché quelle radici costituiscono lo stesso humus di un’identità finalmente liberata dalla soggezione.
In Dubla il colore che si fa storia è insieme un grido di disperazione e un afflato resistente, per il riscatto, per la proposizione delle radici culturali di un meridionalismo di tipo nuovo.
Come il canto dolente di Scotellaro, anche per Franco Dubla l’alba sempre nuova ha una notte antica e il dolore non è il dolore sempiterno tracciato dal secolare destino, ma sofferenza di travaglio per un nuovo mondo.


Ferdinando Dubla,
L’arte, come la vita, non è forma, ma è sostanza

le foto in apertura: il dipinto "Oriente" del 1998, copertina del mio libro "A fare il giorno nuovo" del 2003
Franco Dubla all'inaugurazione della galleria Contemporarte di Taranto nell'aprile 1970

1 commento:

  1. Durante il primo biennio del liceo a Firenze negli anni '80 ho avuto Franco Dubla come professore di disegno. Lo ricordo ancora con molta simpatia: che differenza con gli altri barbogi della stessa scuola..

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