le lenti di Gramsci

domenica 23 settembre 2012

Luciano Canfora: basta con l'Europa dei diktat e dei banchieri




Intervista a Luciano Canfora: «Basta con l'Europa dei diktat e dei banchieri»

di Paolo Valentini - Pubblico giornale


Ce lo chiede l'Europa. Quante volte abbiamo sentito questa frase rintronare le nostre orecchie? Quante volte i media ci hanno riportato alla cruda realtà immobile dei tempi moderni, al diktat incontrovertibile che da Bruxelles, scivolando astioso verso le Alpi e infrangendosi violento e impietoso su Roma e il suo palazzo, è entrato nelle case di tutti gli italiani. Ce lo chiede l'Europa e tutto smette di essere complesso. Tutto diventa unilaterale. Sul tema, purtroppo, la sinistra esprime posizioni subalterne.

Luciano Canfora ha un'idea precisa su questo. Ha da poco pubblicato un libro per Laterza (È l’Europa che ce lo chiede. Falso!) in cui analizza la condizione attuale, smascherando senza pietà le trappole e i luoghi comuni che buona parte della classe politica, anche quella di sinistra, continua a ripetere fino allo sfinimento.

Questo suo libro ha un titolo molto netto, che non lascia spazio a fraintendimenti. Lei sostiene che la costruzione dell'Europa è stata una forma di commissariamento progressivo? Parla di gangsterismo bancario?
Si potrebbe dire che la questione riguarda sia gli storici sia gli economisti. L'Europa non ha una storia unitaria, a parte l'impero romano. Storicamente, è un concetto astratto dei cui confini si discute ancora oggi. Essa dal Cinquecento in avanti è il continente che ha dato l'assalto al mondo creando gli imperi coloniali, come sostiene Toynbee, uno dei maggiori storici del novecento. L'Europa ha aggredito il mondo. Dopodiché la storia del novecento ha visto due volte l'Europa dividersi su fronti contrapposti che ci hanno portato alla catastrofe. Poi, di colpo, essa è diventata buona, ha professato la fratellanza universale e l'unione politica.

Una ricerca di redenzione?



Sì anche se tardiva, direi. Dal punto di vista economico, invece, è un agglomerato di Stati con la Germania al centro. Dopo poco più di sessanta anni la Germania può dirsi la vera vincitrice del secondo conflitto mondiale.

Come interagisce la sinistra in questo scenario?

Quando cominciarono i progetti di unificazione europea i confini erano piccolissimi, venivano dettati dalla guerra fredda. Questa è l'Europa di Carlomagno. Allora la sinistra rifiutò quel tipo di idea. La vera idea di Europa era quella di Mazzini. Ma questa non somiglia affatto a quella di Mazzini. Sono troppo piccoli i confini e le ambizioni. Si intuì subito che le economie più forti avrebbero avuto la meglio. Questa è un'Europa costruita per le ambizioni della germania, che impone agli altri delle condizioni proibitive.

Lei parla di europeicità come una forma di ideologia? La sinistra ha contribuito a questa costruzione?
Ciò che è sempre più manifesto a sinistra è il fatto che essa abbia perso ogni altro riferimento culturale. Ha svuotato la sua storia. Una volta si diceva Marx, Lenin, Stalin, Mao Tzetung. Oggi è rimasto solo Bobbio. E pure lui diceva che destra e sinistra sono diversi. Ma pure questo concetto è stato messo da parte in nome della coesione. L'europeismo è un'ideologia che non appartiene alla sinistra, che era internazionalista.

La critica che lei fa ci interroga su un’altra questione: che cos'è la democrazia oggi?
Lei parla di crisi drammatica dei sistemi rappresentativi. Come se ne esce? I poteri decisionali vengono delegati a delle istituzioni non elettive dislocate geograficamente lontane. Ai parlamenti nazionali rimane ben poco da decidere. Giocano a fare le leggi elettorali più lambiccate e più contorte possibili. C'è una forma surrettizia di parlamentarismo che però non produce quasi nulla.

L'Europa è usata per lo più per imporre scelte impopolari che nessun politico si prende la responsabilità di effettuare. Ma l'Europa, in passato, ci ha chiesto anche di adeguare i salari alla media europea, di avere leggi che riconoscano molti diritti civili ancora peregrini in Italia. Il salario minimo non esiste mentre in molti paesi si. Insomma usano solo quello che ci conviene?


Proponiamo a Marchionne di aumentare il salario come quello dei cittadini tedeschi. Io sottoscriverei e diventerei un europeista convinto. Il problema è che questa Europa per come è stata costruita è una gabbia d'acciaio. È disumano pensare che gli impiegati greci debbano essere licenziati per risanare un bilancio.


So che è un argomento doloroso per lei. Parlando di sinistra usa la parola “fusinistra ”. C'è un modo per costruire la sinistra del futuro senza essere nostalgici?
Se lo avessimo a portata di mano lo avremmo già sperimentato. Gli storici hanno sempre sbagliato nel prevedere lo sviluppo storico. Ci sono variabili imprevedibili che nel presente non vengono mai contemplate. Potrei fare tantissimi nomi di persone che ci hanno provato, ma sarebbe un cimitero. Il motore, il fuoco della sinistra, il globo incandescente presente nella persona umana è e continua a essere l'aspirazione all'uguaglianza. E la lotta prenderà forme che noi non immaginiamo nemmeno. Marchionne sta dando un contributo in questo senso. Sta esasperando a tal punto le condizioni degli operai che sta mettendo insieme un coagulo di persone unite dagli stessi obiettivi. Sta provocando una reazione collettiva forte.

Lei sostiene che il profitto non è l'approdo della storia umana. Quale è l'approdo secondo lei?
Lo disse una volta un pontefice di grande spessore come Wojtyla, in un dialogo intenso insieme a Fidel Castro. L'approdo è nella libertà; che non è affidato a misure empiriche ma a una storia di salvezza. La storia deve essere vissuta come un cammino di libertà.

Nonostante tutto, ha ancora dei sogni in mezzo alla catastrofe?

Uno fortissimo: nella società italiana, la scuola che ritorna al primo posto. Ora è una cenerentola bisfrattata da tutti. Il ritorno della scuola al centro della società è una mia grande speranza. La scuola è il luogo dove si apprende, è fondamentale.

C'è un personaggio o un'epoca dell'antichità che può riassumere le caratteristiche del tecnico o della tecnofinanza di oggi?
Sì. Ce n’è uno su tutti. Marco Licinio Crasso: l'uomo più ricco della Roma repubblicana. Quando gli schiavi, con Spartaco a capo della rivolta, si ribellarono furono dati poteri assoluti per soffocare la rivolta con ogni mezzo.







(20 settembre 2012) 

Pubblicato su Pubblico del 20 settembre 2012.


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