le lenti di Gramsci

martedì 20 settembre 2016

LA SCUOLA DE "IL MANIFESTO"


la scuola come processo collettivo, contesto relazionale di esperienze formative, di saperi ed emozioni apprenditive, non organizzazione burocratica di algoritmi, griglie valutative e protocolli, funzionali alla potenziale forza-lavoro a basso costo (fe.d.)

presentazione dello speciale sulla scuola de Il Manifesto, 20 settembre 2016

All’inizio del nuovo anno scolastico serpeggia tra gli insegnanti un grande malcontento. Per i molti opinionisti anti-insegnanti sui social, i docenti – specialmente quelli meridionali – dovrebbero essere grati, non scontenti. Ai professori si rimprovera di essere pigri e anche ingrati, a tal punto da non apprezzare abbastanza l’opportunità di un lavoro tutto sommato comodo e sicuro. 

Organizzazione algoritmica
L’anno che si è appena inaugurato è anche quello in cui gli effetti della radicale riforma neoliberista della scuola del governo Renzi («la Buona Scuola») entra in vigore più o meno a pieno regime. La riforma implementa una forte centralizzazione del comando, sia locale (potere ai presidi) che ministeriale (piattaforme, protocolli, agenzie di valutazione, test Invalsi, formazione obbligatoria) insieme a una estrema individualizzazione degli insegnanti (il portfolio individuale, il rapporto uno-a-uno con il preside). 

Se l’insegnante porta al processo lavorativo la sua forza lavoro, cioè i suoi saperi e i suoi studi, la sua passione, la sua capacità di relazionarsi, la governance della scuola si fa carico dell’organizzazione, cioè gli algoritmi, i protocolli, le leggi e i regolamenti. In questo senso si può parlare di una «logistica dell’efficienza» (spesso più proclamata che reale) e di una «organizzazione algoritmica» del lavoro di insegnamento che, come Fred Moten e Stefano Harney nell’articolo contenuto in questo speciale sostengono per l’università, preclude, svilisce e rende impossibile lo studio.

Antagonismo generale
Lo studio, nel senso che Stefano Harney e Fred Moten danno al termine, è una pratica speculativa che si fa con gli altri, quindi sociale, che attraversa tutte le forme della forza lavoro e che si trova tanto tra gli infermieri quanto nell’università. Lo studio comporta anche giocare, camminare, parlare, ascoltare, l’attività di gruppo, la lettura approfondita, e costituisca la pratica di quell’«antagonismo generale» che è per loro sperimentazione con l’undercommons, il comune che si fa dal basso.

Eppure, dicono Harney e Moten, tutti si lamentano e tutti stanno male, ma raramente ci si pone collettivamente una domanda: perché insegnare la letteratura, la matematica, la fisica, la storia, la poesia, l’informatica e quant’altro non ci fa sentire bene? Perché il docente dovrebbe rassegnarsi a stare male e a lavorare male come se questo fosse la dimostrazione dell’aver fatto il proprio dovere? Perché l’insegnante deve soffrire?

Nell’intervista al docente e attivista newyorkese Mark Naison, contenuta nello speciale, ci parla del vero proprio attacco alla forza lavoro insegnante negli Stati Uniti che dura ormai da vent’anni. La campagna di umiliazione mediatica, ci racconta, è stata finanziata da lobby, dagli ultra-ricchi e dagli hedge fund (fondi finanziari). Negli ultimi anni, gli operatori nel mercato dei dati e del software di apprendimento a distanza sono diventati particolarmente interessati alla lucrativa gestione del processo di valutazione della performance di studenti e insegnanti.

Forza lavoro a basso costo
Le lobby vogliono non solo lucrare sulla scuola, ma anche trasformarla in una fabbrica che produce non più dei cittadini, ma forza lavoro da terminale, cioè forza lavoro individualizzata e a basso costo che opera fondamentalmente di fronte a un computer. 

Questa trasformazione dello studente in forza lavoro da terminale informatico passa anche attraverso quella dell’insegnante in operatore informatico. A questa metamorfosi in atto, molti docenti statunitensi si stanno ribellando grazie alla formazione di associazioni, coalizioni e reti. Come in Italia, il movimento di boicottaggio dei test che ha costruito delle alleanze importanti tra professori, genitori e studenti ha forse costituito il mezzo di opposizione più efficace.

L’economista della Sorbona di Parigi, Carlo Vercellone ha sottolineato come l’acquisizione dei vecchi servizi pubblici da parte del privato è guidata dalla realizzazione che solo questi settori dell’economia veramente crescono. Se il mercato delle merci è saturo, la domandi di servizi materiali e immateriali, cognitivi e affettivi, psicologici e sociali, è in crescita. Il motivo, per Vercellone, è che quando la forza lavoro produce cognitivamente, cooperativamente e relazionalmente essa produce sempre qualcosa di nuovo. La scuola, come la sanità, non è un costo che la società può o meno permettersi di pagare a seconda di quanto l’economia reale produca, ma la base dell’economia, quella che produce le condizioni del valore a monte e non a valle.

L’apprendimento felice
La privatizzazione e i modelli di gestione aziendale pubblica tendono a distruggere proprio il prodotto principale di queste istituzioni: la soggettività umana e la sua potenza che si manifesta soprattutto nella sua capacità di cooperazione – non tanto nella distinzione tra chi eroga il servizio e chi ne usufruisce (medico/paziente, insegnante/studente, impiegato/cittadino), ma di soggettività che tutte hanno qualcosa in gioco nella situazione di apprendimento o studio.
Rivendicare il diritto allo studio contro la sua prevenzione o addirittura il suo divieto, significa dunque rivendicare non solo sostegno finanziario, ma anche il piacere dello studio in quanto attività sociale che si fa insieme, che ci fa stare bene e che costruisce il comune come modo di produzione dal basso.

                                             Tiziana Terranova, Il Manifesto, 20/09/2016

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