le lenti di Gramsci

domenica 11 settembre 2016

CI PIACEVA LA CINA. QUARANT'ANNI SENZA MAO-TSE-TUNG


CI PIACEVA LA CINA. QUARANT'ANNI SENZA MAO TSE TUNG. 
Il memorabile libro-reportage di Edgar Snow. Ne ha scritto Simone Pieranni (fe.d.)
[integrale]



Il 9 settembre 1976 moriva Mao Zedong. Oggi in Cina la data di morte del Grande Timoniere, così come quella di nascita, il 23 dicembre 1893, passa in sordina o viene per lo più celebrata in quei luoghi ancora agganciati alla sua eredità per questioni puramente nostalgiche (poche ormai) o turistiche (sempre di più). È il caso, ad esempio, di Yan’an divenuta nel tempo una sorta di «Disneyland rossa» o di Shaoshan, il luogo di nascita.
Questo ricordo ondivago di Mao da parte della Cina contemporanea riflette una discussione storica per la letteratura che affronta il Celeste Impero; in molte pubblicazioni che provano a fare luce sul gigante asiatico si presenta spesso la seguente domanda: quanto è rimasto dell’esperienza politica comunista, con Mao a capo, in questa «nuovissima Cina»? Quanto c’è ancora oggi di quel paese protagonista della rivoluzione? E quanto rimane dell’origine antica di alcuni fardelli sociali con cui dovette confrontarsi anche il «contadino» Mao? Le risposte a queste domande riservano il consueto senso di vertigine che si ha nel momento in cui si affrontano questi passaggi nella storiografia cinese. Mao è presente e completamente assente nella Cina di oggi, allo stesso modo. Resistono alcune caratteristiche, interne, sociali, politiche e internazionali, «segnate» dal passaggio del grande leader della rivoluzione, così come tutto è cambiato.

Cospiratori in caverna
La Cina è completamente diversa da allora e nel corso di questi quarant’anni dalla sua morte il feticcio di Mao è stato saccheggiato e svuotato, mentre il mondo circostante è diventato completamente diverso. E uno dei testi con i quali ancora oggi si fanno i conti è il capolavoro di Edgar Snow, Stella Rossa sulla Cina (euro 29) che nel 2016 il Saggiatore ha deciso di ristampare, con l’introduzione della prima edizione del 1965 di Enrica Collotti Pischel e arricchita da una prefazione di Marco Del Corona, già corrispondente del Corriere della Sera a Pechino e grande conoscitore del paese e della storia della Cina.
Il testo di Edgar Snow ha due grandi pregi: è un documento storico incredibile, perché Snow ha potuto vedere da vicino quanto nessuno in quel momento poteva vedere, ovvero l’organizzazione e l’afflato rivoluzionario e nazionalista di Mao e compagni. Una vicinanza non solo fisica che segna nettamente il libro, come ben si sa. La voce di Snow, la sua condivisione dei tempi, delle condizioni di vita e delle parole dei comunisti, rimane un dato emozionante che emerge anche in alcuni passaggi della lettura, come quello relativo all’infanzia e alla «formazione» di Mao, quando Snow scrive che «per molte notti nella caverna di Mao davanti alla tavola coperta dal tappeto rosso, scrissi alla luce delle candele tremolanti, sino a crollare per la stanchezza; sembravamo proprio dei cospiratori».
In secondo luogo, Snow ha partorito un testo di giornalismo narrativo che rappresenta ancora oggi un utilissimo esempio di scrittura reportistica di grande impatto stilistico oltre che di documentazione storica. In alcune passaggi, come ad esempio nel capitolo dedicato alle parti più «private» di Mao, Snow lascia la parola direttamente al protagonista, suggellando un ritmo narrativo a una vicenda la cui rilevanza storica ha finito per schiacciare l’importanza «editoriale» del volume.
Da un punto di vista storico, infatti, il libro restituisce completamente l’idea della complessità del processo messo in atto da Mao e dal partito comunista cinese, rendendo chiare le caratteristiche salienti e «proprie» della rivoluzione comunista. Compresi i miti e lo sciacallaggio che già all’epoca si faceva su Mao (dalle dicerie sul suo carattere, a immaginarie malattie, fino a dati più marginali e di colore, come la presunta perfetta conoscenza del francese, un rumor assurdo per un leader che all’epoca sostanzialmente non era mai uscito dalla Cina, e che, anche in seguito, andrà solo una volta fuori dai confini cinesi per un viaggio in Russia).

Tra campagna e città
Stella Rossa sulla Cina rappresenta ancora oggi uno snodo capace di rappresentare quale sarebbe potuto essere il destino della Cina senza la vittoria dei comunisti. Marco Del Corona nella sua prefazione coglie alcuni punti essenziali dell’opera di Snow. Innanzitutto, la sua strategia nel raccontare quell’ampio materiale raccolto durante la permanenza nelle «caverne» dove i comunisti hanno vissuto il biennio del 1936 e 1937; quello di Snow è un racconto in presa diretta, tra i membri della «banda di tisici» di Mao, come li chiama il giornalista americano.
Ci sono fonti, materiale storico, discussioni, interviste. Snow decide di presentare tutto questo al lettore con uno stile non dissimile da quello delle opere epiche e mitologiche. Non a caso Del Corona cita Il signore degli Anelli e il Flauto Magico e quella parte di letteratura cinese capace di muoversi tra «storia sociale» e la favola ribelle, che esalta proprio il concetto di «ricerca» e «iniziazione». Il giornalista del Corriere ricorda infatti il titolo in cinese del libro: Note a caso di un viaggio in Occidente, molto evocativo rispetto a Viaggio in Occidente, un classico della letteratura cinese.
Tornando alla rilevanza storica dell’opera e alla sua attualità: Snow a un certo punto scrive che «solo per la terra qualsiasi contadino in Cina sarebbe pronto a lottare sino alla morte». Per lui questa è la base della rivoluzione comunista, l’attacco alle città da parte dei contadini, così fomentato da Mao. Ma questa frase di Snow racconta molto anche della Cina di oggi: un paese che è diventato ormai urbano e che vede nella questione della terra uno dei meccanismi capaci di agitare lo spettro di uno scontro di classe e sociale. Il recente censimento in Cina ha suggellato la verità storica attuale: la Cina è un paese urbano.
L’urbanizzazione è proceduta prima a tappe forzate, con le grandi città, poi a tappe intermedie.
Il risultato è stato un’urbanizzazione letale che ha lasciato in campagna solo anziani (vittime di alti tassi di suicidio per solitudine e cattive condizioni economiche) e i cosiddetti «left behind», bambini abbandonati alle cure dei vecchi da parte dei genitori andati in città a cercare lavoro. E ha creato, anzi ha spezzato il sogno di Mao, creando due classi sociali molto ben definite: i cittadini con tutti i diritti, i migranti senza alcun diritto.
Analogamente il partito comunista per portare a compimento l’urbanizzazione ha dovuto affrontare l’amore e l’attaccamento alla terra dell’anima contadina dei cinesi. Degli oltre 180mila incidenti di massa che avvengono ogni anno, molti sono ancora oggi relativi a dinamiche legate all’espropriazione delle terre. Contraddizioni e scontri che neanche Mao fu in grado di redimere completamente.

[Simone Pieranni, Il Manifesto, 10/09/2016, con il titolo: "Alle sorgenti del comunismo"]



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