Subaltern studies Italia

L’analisi e la classe - a cura di Ferdinando Dubla

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mercoledì 6 ottobre 2021

Carla Pasquinelli e lo sguardo dell'Occidente

 

#Carla #Pasquinelli #antropologa, si confronta con la critica alle forme della modernità e del dominio coloniale nell’interiorizzazione che l’Occidente ne fa per riprodurre narrazioni di violenza senza giustizia. All’incrocio tra Subaltern studies (con la lezione demartiniana) e postcolonial studies (richiamandosi al rapporto potere/sapere in Foucault e alle dinamiche dell’egemonia di Gramsci, così come alla violenza discorsiva della narrazione dell’Altro per l’autorappresentazione occidentale dell’orientalismo nella critica di Edward Said, ma con molte implicite suggestioni decostruzioniste proprie della filosofia di J.Derrida e della G. Spivak) nell’introduzione alla raccolta di saggi da lei curata, Occidentalismi, cerca di legare i nessi che possono condurre a un nuovo itinerario culturale, quello della critica postcoloniale alla subalternità, in nome non solo di una necessaria rivoluzione di sistema (capitalistico, imperialistico, occidentale) ma di un intero paradigma di civiltà, a partire dalla logica discorsiva che ne rivela l’essenza: in questa va inquadrata l’accusa di ‘disciplinamento’ imputata alla costruzione degli Stati-nazione e allo stesso statuto epistemologico delle scienze sociali.

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LO SGUARDO DELL’OCCIDENTE

(..) lo sguardo che l’Occidente ha rivolto per secoli sulle altre culture, per rispecchiarsi nell’ immagine deformata del proprio dominio. Ma pochi si sono soffermati su questo sguardo che é passato inosservato come le persone su cui si era un tempo posato. A richiamare la nostra attenzione su di esso sono stati i postcolonial studies - quell’insieme composito di testi e autori impegnati a decostruire quei paradigmi della Modernitá che hanno fornito le strutture di accoglienza e di sostegno al dominio coloniale.

Per loro quello sguardo é diventato il simbolo stesso della violenza dell’Occidente, una “violenza epistemologica” , su cui il colonialismo ha fondato parte del suo dominio. É stato il filtro, che ha selezionato le persone, negando ai più dignità e riconoscimento, ed elargendo ad alcuni, non so quanto fortunati, condiscendenza e complicità. Ma é stato anche il tramite dei rapporti quotidiani tra colonizzatori e colonizzati, così come si venivano dispiegando secondo le logiche di una ordinaria violenza.

Uno sguardo panottico - per riprendere la metafora foucaultiana - a cui era stata affidata non tanto la sorveglianza di moltitudini diseredate, che per rendere docili sembravano bastare la miseria e l’esclusione, quanto il compito di mantenere le distanze, di dosarle, e soprattutto di fare capire ai colonizzati che erano fatti di una pasta differente da quella dei loro padroni.

La sua cabina di regia era situata al punto di incontro tra due paradigmi forti della modernità: lo Stato-Nazione e le scienze sociali, due istituzioni disciplinanti il cui effetto combinato ha configurato un nuovo spazio discorsivo all’interno del quale si é consumata l’appropriazione unilaterale del mondo circostante da parte dell’Occidente sotto il segno della violenza. Una violenza che non é però riconducibile a una mera logica di potere, spoliazione e assoggettamento delle popolazioni colonizzate, ma rimanda a una rete piú ampia di riferimenti, enunciati e rappresentazioni discorsive che contribuivano a rafforzare e riprodurre le strutture politiche ed economiche del dominio coloniale.


 Said, l’orientalismo e la costruzione discorsiva dell’Altro 

 - È così che sono state costruite le rappresentazioni delle altre culture: a partire dalla centralità del nostro sguardo, che ha conferito loro sostanza e identità ritagliate su misura di tutto ciò che noi rifiutavamo di essere. Quelle Afriche fantasma, quegli Orienti misteriosi, quei Paradisi dei mari del sud che, sedotti dalla fascinazione esotica di un altrove immaginario, abbiamo sovrapposto alla concretezza del dominio che gli imperi coloniali esercitavano su di essi sommando così violenza a violenza, secondo un sistema di classificazione che contrapponeva il mondo del colonizzatore a quello del colonizzato come due essenze irriducibili l’una all’altra. Attribuendo agli altri tutto quello che non volevamo essere ma di cui avevamo bisogno per poter essere.

La costruzione discorsiva dell’Altro colonizzato è stata parte intrinseca della comprensione del Noi, che ha potuto rappresentarsi come moderno, civilizzato, superiore, sviluppato e progressivo solo in rapporto a un Altro - secondo una convenzione consolidata per indicare quanti vivono al di fuori dei confini storici, politici, culturali dell’Occidente - che è stato raffigurato come la negazione di tutto quello che l’Europa immaginava o desiderava essere. Siamo debitori a Edward Said di questa folgorante intuizione, che traspare dalle pagine del suo Orientalismo, anzi ne costituisce il supporto, poiché senza la rifrazione deformante del nostro sguardo sull’Oriente la cultura europea non avrebbe né quella forza né quella identità che le viene da una contrapposizione ad esso frontale e senza remissione.

L’Orientalismo così come ce lo presenta Said non è altro che la metafora di quella violenza che ha nutrito il nostro sapere dell’Altro. Solo facendo dell’Oriente “una sorta di sé complementare e, per così dire, sotterraneo”, l’Occidente si è potuto garantire una porta di accesso al sapere di sé. Perché la violenza che ha alimentato le discipline - e che le discipline hanno a loro volta alimentato - non ha plasmato solo la rappresentazione degli altri ma anche la propria. Fuori dalle nostre teste e dai nostri libri l’Oriente non esiste, non più dell’Occidente.

Sono entrambi un’invenzione dell’Occidente. Ovvero non sono “qualcosa che semplicemente c’è”, bensì l’espressione di <<uno stile di pensiero fondato su una distinzione sia “ontologica” sia “epistemologica” tra l’Oriente da un lato e l’Occidente dall’altro>>. Una distinzione, anzi una contrapposizione che ha costituito il vertice ottico adottato stabilmente da quanti - scrittori, filosofi, economisti, funzionari e amministratori coloniali- si sono occupati di quella nebulosa di saperi, significati, stereotipi, strategie di dominio che ha preso il nome di Orientalismo. Ma attenzione, non si tratta di una astrazione e nemmeno di una fantasia degli europei, << quanto piuttosto di un corpus teorico e pratico nel quale, nel corso di varie generazioni, è stato effettuato un imponente investimento materiale>>. Un investimento che - tiene a precisare Said- <<ha fatto dell’orientalismo, come sistema di conoscenza dell’oriente, un filtro attraverso il quale l’Oriente è entrato nella coscienza e nella cultura occidentale >>.

da Occidentalismi, Carocci ed., 2005, pp.8/9


il testo citato da Carla Pasquinelli è Edward Said, “Orientalismo”, (ed.originale in lingua inglese, Pantheon books, 1978, 1ed. it. Bollati Boringhieri, 1991, 2ed. it. Feltrinelli, 2002, entrambe le ed.it. tradotte da Stefano Galli)


Carla Pasquinelli (Firenze,1939 - antropologa)

cop. ed.2005

Edward Said (1935/2003) 


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