Subaltern studies Italia

L’analisi e la classe - a cura di Ferdinando Dubla

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martedì 4 gennaio 2022

PER una STORIA del COLLETTIVO SUBALTERN STUDIES (2)

 

precedente in blog 22 agosto 2021

di Paolo Capuzzo

extract.

Contadini e subalterni in Ranajit Guha

 

- Ranajit Guha, il fondatore dei Subaltern Studies, appartiene a una generazione precedente rispetto a quella della maggior parte degli esponenti del gruppo, come Chakrabarty, Chatterjee, Spivak. I suoi riferimenti culturali erano ben lontani da quelli dei teorici degli studi postcoloniali nell'ambito dei quali sarebbe stata poi recepita la sua opera. Nei suoi lavori sulla storia delle ribellioni contadine, infatti, Guha faceva riferimento alle opere di Mao degli anni Venti sulla centralità e l'autonomia delle rivolte contadine nello Hunan, allo strutturalismo, sia sul versante antropologico di Lévi-Strauss, sia su quello linguistico di Roman Jakobson, e infine a Gramsci, dal quale egli mutuava una serie di concetti, in particolare quelli di subalternita’ ed egemonia. Tra queste varie influenze, quella di Gramsci sembra avere una posizione speciale nell'elaborazione di Guha. Gramsci è l'unico autore che viene citato nella breve prefazione al primo volume dei Subaltern Studies intesa a spiegare le finalità di questo nuovo progetto scientifico. Qui Guha mostra di accogliere la nozione relazionale di subalterno che è stata elaborata da Gramsci, vale a dire che la subalternità sta sempre in relazione con un'egemonia e che questa condiziona evidentemente le modalità attraverso le quali si esprime l'insubordinazione sociale: «I gruppi subalterni subiscono sempre l'iniziativa dei gruppi dominanti, anche quando si ribellano e insorgono: solo la vittoria "permanente" spezza, e non immediatamente, la subordinazione». Ma non è tanto in questa molto citata presentazione che va cercata l'influenza di Gramsci in Guha, quanto piuttosto nelle sue voluminose ricerche. Accanto all'opera di animatore del collettivo Subaltern Studies, infatti, Guha ha scritto libri importanti che mostrano una straordinaria capacità di coniugare l'innovazione tematica e teorica con un'ampia ricerca archivistica e, soprattutto, con un grande acume nell'interpretazione delle fonti, quanto mai necessario per chi si arrischia nel difficile compito di scrivere la storia dei subalterni sulla base degli archivi prodotti dai dominatori. I subalterni, infatti, per definizione, non producono le proprie fonti; di essi parlano le fonti di chi cerca di mantenerli in uno stato di soggezione. Eppure Guha è riuscito a riconoscere la soggettività dei subalterni negli archivi e nei racconti dei dominatori. Queste tracce sono state lasciate dai subalterni proprio nel momento in cui hanno scelto di rovesciare l'ordine che li condannava alla miseria e alla sottomissione. Il libro del 1983, con il quale Guha ha avviato una nuova stagione della storiografia sull'India coloniale, si intitola Aspetti elementari della rivolta contadina nell'India coloniale, e rinvia fin dal titolo al testo di Durkheim sulle forme elementari della vita religiosa. Dall'analisi di un gran numero di rivolte che hanno avuto come protagonisti i contadini indiani tra la fine del Settecento e l'inizio del Novecento, e dal loro confronto con analoghe sollevazioni avvenute altrove, soprattutto in Europa e in Cina, Guha ha cercato di costruire la grammatica elementare che ne definisce i caratteri. Alcuni elementi di base, infatti, ritornano in tutte le rivolte e sono in grado di definire un linguaggio politico e delle modalità di azione che rappresentano la specificità della politica dei contadini-subalterni. In quest'opera uscita quasi contemporaneamente all'avvio delle prime pubblicazioni dei volumi dei Subaltern Studies, l'ispirazione gramsciana mi sembra permeare l'intero testo. Guha rende esplicito, fin dall'avvio del suo testo, il dissenso da Hobsbawm e da tutte le letture che negano valore politico alle rivolte contadine: quale che sia la sua validità per altri paesi, la nozione di rivolta contadina prepolitica poco aiuta a comprendere l'esperienza dell'India coloniale perché non c'era nulla nei movimenti militanti delle sue masse rurali che non fosse politico. E sarebbe stato difficile accadesse altrimenti, date le condizioni nelle quali si trovarono a lavorare, vivere e concepire il mondo. Guha sostiene infatti che queste letture presuppongono il linguaggio della politica occidentale, vale a dire l'idea che la coscienza politica implichi necessariamente una leadership chiara e coerente e un'organizzazione, mentre il linguaggio politico dei contadini indiani si era elaborato sulla base di una propria specificità culturale, esprimendosi attraverso modalità d'azione coerenti con quell'elaborazione." Guha prendeva perciò in seria analisi le espressioni della cultura contadina, così come Gramsci aveva preso sul serio il folclore, come espressione della concezione del mondo delle classi subalterne.

+ la citazione di Gramsci è dal Quaderno 25 § 2, ed. Einaudi, 1975, p. 2283.

 

 

Gramsci in India e i Subaltern Studies

Il richiamo a Gramsci nei Subaltern Studies non ha nulla di rituale o di meramente simbolico, ma investe invece il cuore dell'elaborazione delle categorie e degli strumenti analitici di questa corrente storiografica. E utile sottolineare gli scarti tra la visione gramsciana dei subalterni e quella dei Subaltern Studies per capire come il pensiero di Gramsci sia stato assunto produttivamente in contesti di ricerca e da posizioni teoriche molto lontane da quelle della tradizione interpretativa che ci è più consueta; riflettere cioè sulle peculiarità di questa nuova appropriazione del pensiero gramsciano, sul perché certe sue idee siano state utilizzate e altre no. Riflettere sul carattere selettivo dell'appropriazione del pensiero gramsciano può insegnare molto perché ci permette di comprendere nuovi punti di vista, che contribuiscono all'elaborazione di un pensiero critico all'altezza delle sfide poste da un mondo globalizzato. Gramsci è stato forse il primo marxista occidentale a manifestare un interesse autentico per la cultura popolare. E non si trattava certo di un interesse accademico perché nulla nel pensiero di Gramsci poteva avere un tratto semplicemente accademico. L'interesse per la cultura popolare era eminentemente politico perché in essa si manifestava una produzione di significati e interpretazioni del mondo che provenivano dalle classi subalterne. Se la strategia politica comunista voleva avere a che fare con delle masse concrete, insomma, doveva ascoltare questi significati e riferirsi a essi. È un passaggio importante perché significa riconoscere l'eterogeneità del mondo popolare, rispettarne le ragioni, farne il perno di un'azione politica.

(..) “ Gramsci ricostruisce l’evoluzione politica dei subalterni verso il superamento della propria condizione, che diventa compiuta quando i subalterni si fanno Stato. E questo è il risultato di un percorso che ha nel partito un proprio perno, e nel rovesciamento dell’egemonia nella società civile e dei rapporti di forza nella società politica la via che conduce ad un nuovo Stato.”,

Paolo Capuzzo, da Gramsci, le culture e il mondo, Viella 2009, paragrafo titolo corrispondente

Paolo Capuzzo è docente di Storia contemporanea all'università di Bologna





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