Subaltern studies Italia

L’analisi e la classe - a cura di Ferdinando Dubla

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domenica 7 aprile 2024

La Barbagia di Savasta (6.2) : così "Emilio" e "Martina" sfuggirono alla caccia all'uomo

 


Antonio Savasta e il suo identikit diffuso dalla polizia nei giorni successivi al 15 febbraio 1980 (sparatoria stazione di Cagliari)


Dalla penna di Pierluigi Vito, la fuga romanzata di Antonio Savasta ed Emilia Libéra, brigatisti in missione in Sardegna nella giornata del 15 febbraio 1980 (per lo studio del piano di evasione dall'Asinara di militanti delle BR prigionieri, un assalto al famigerato carcere di Nuoro, del "Circuito dei camosci", la costituzione della colonna sarda in relazione con "Barbagia Rossa" e l'occultamento di armi). La ricostruzione, pur con la licenza dello scrittore, è basata sulla testimonianza dello stesso Savasta nelle sue deposizioni da pentito dopo la cattura del gennaio 1982. Sembra la sceneggiatura di un film, ma anche questo furono realmente i cosiddetti "anni di piombo". Dopo questo episodio, Antonio Savasta simboleggiò il giovane brigatista irriducibile e imprendibile, avvolto in un alone quasi di leggenda ed entrò nel comitato esecutivo delle BR_per il Partito Comunista Combattente. Appena due anni dopo venne anche il momento del suo pentimento "eccellente" che sgominò praticamente tutta la struttura dell'organizzazione, costringendo alla cosiddetta "ritirata strategica". Un irriducibile come "Emilio" che si pente, con maggiori conseguenze dopo le confessioni di Patrizio Peci, è la fine vera  dell'avventura politico-militare delle BR in Italia.

da Pierlugi Vito, I prigionieri, Augh, 2021

"Eravamo arrivati in Sardegna per organizzare una rappresaglia al carcere di Badu 'e Carros dove alcuni dei nostri erano detenuti in condizioni peggio che bestiali: gli toglievano il cibo, gli negavano il sonno, li massacravano di botte. Ci eravamo accordati, qualche mese prima, coi compagni di Barbagia rossa, che avevano ricevuto un grosso carico di armi da trafficanti palestinesi. Arrivammo in nave da Civitavecchia: allo sbarco la polizia perquisiva e identificava i passeggeri pescandoli a casaccio. Noi fortunatamente passammo lisci. I compagni sardi che ci aspettavano all'uscita del terminal ci portarono a un bar per mangiare qualcosa. E le cose cominciarono ad andare storte. Il barista ci serviva con una lentezza ingiustificabile e pareva tenerci d'occhio. Finito di mangiare ci alzammo per pagare ma quel tizio continuava a perdere tempo. Mi incazzai e gli urlai qualche cosa. Allora lui si sbrigò e potemmo uscire. Una volta fuori, da una 128 amaranto scesero due uomini: "Polizia, documenti per favore". Io rimasi tranquillo, la mia carta d'identità era ben falsificata sul calco di quella di un ingegnere romano. Martina aveva la sua, autentica, non era ancora ricercata. Gli sbirri ce l'avevano coi tre compagni sardi, se li portarono via lasciandoci in mezzo alla strada. Allora ci incamminammo verso la stazione ferroviaria. Martina cominciava ad agitarsi e anch'io non ero tranquillo. Doveva essere arrivata una soffiata. Non ci volle molto che la 128 si rifacesse viva. Gli agenti parvero studiarci per un pò, poi ci fermarono di nuovo. "Dovreste seguirci in Questura per accertamenti. Entrate in macchina". Salimmo sul sedile posteriore senza fare storie. Una volta a bordo sussurai a Martina: "Te la senti?". Lei mi fece segno di sì. In macchina c'era solo il poliziotto al posto di guida, l'altro non era ancora montato. Tirai fuori la pistola e puntai alla testa dello sbirro al volante: un tipo in gamba, percepì il pericolo e si abbassò appena in tempo. Il proiettile centrò il parabrezza. Sparai ancora e dovetti beccarlo perchè urlò. Sgusciammo via dalla macchina e cominciarono a volare pallottole, le mie, quelle dell'altro agente e quelle di una volante che era sopraggiunta. Martina venne colpita di striscio alla testa. Una ferita superficiale, ma il sangue che colava sulla faccia la rendeva più impressionante del dovuto. Ci buttammo nelle stradine della città vecchia, aggirandoci come topi in trappola, fino a che trovammo un palazzo fatiscente in cui rifugiarci. Ci fiondammo dentro e chiudemmo il portone. Salimmo le scale sentendo i passi dei poliziotti che correvano per la via. Ci rintanammo in un locale polveroso al secondo piano, con una finestra per tenere d'occhio la strada. Tamponai la ferita di Martina con un fazzoletto, ci accucciammo in un angolo e restammo lì ad aspettare che i nostri cuori tornassero a battere a un ritmo meno forsennato. Fino a che ci addormentammo sfiniti".

Emilio si versò ancora da bere e ricominciò.

"La polizia prese a battere la zona dandoci la caccia. Noi restammo al freddo e senza cibo per tre giorni. Poi mi avventurai a comprare qualcosa da mangiare, per non morire di fame e avere energie per combattere. Feci una spesa veloce in un minimarket e rientrai, studiando il quartiere. Decidemmo di lasciare quel posto fetido per cercare un'altra sistemazione. Camminavo impugnando la pistola nascosta nel giaccone. C'erano diversi caseggiati in decadenza, deserti: ne adocchiavamo uno, forzavamo l'ingresso e ci fermavamo una notte, due al massimo, specie se c'era un gabinetto utilizzabile, cercando di allontanarci con prudenza dalla zona dove gli sbirri ci avevano segnalato. Per una settimana ci arrangiammo nella cabina di uno stabilimento balneare. Finchè decidemmo di telefonare ai compagni di Barbagia Rossa. Non mi fidavo del tutto dei nostri contatti, dopo la trappola in cui eravamo finiti, ma non potevamo tirare avanti a lungo in quello strazio. Andò tutto bene. Ci aiutarono come meglio poterono e alla fine riuscirono a farci imbarcare per Civitavecchia. Tornammo a Roma un mese dopo la nostra partenza. Sani e salvi. Fine della storia". Emilo uscì dalla stanza , senza dare a Lucia il tempo di un fiato. (..) Si fece violenza per non pensare a Martina, al perchè i loro destini avessero preso binari diversi. Non divergenti, capaci di allontanarli per sempre, ma paralleli, costringendoli a procedere affiancati nella stessa direzione, senza più potersi toccare, abbracciare, stringersi così forte da mischiare i propri respiri e i propri pensieri."

pp.164-165



L’auto crivellata di colpi il 15 febbraio 1980 in cui Antonio Savasta ed Emilia Libéra ingaggiarono conflitto a fuoco con due agenti della polizia, il brigadiere Fausto Goddi e la guardia Stefano Peralta




ritaglio l'Unità 8 aprile 1980



ritaglio l'Unità 15 aprile 1980





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