trascrizione intervento Ferdinando Dubla,
co-moderatore convegno
Scienza è episteme, cioè nel pensiero del filosofo greco Platone
(427-347 a.C.), il sapere certo, acquisito, che si contrappone all'opinione
(doxa) del singolo. Dunque ha carattere universale. La morale non ha carattere
universale mentre i fondamenti dell’etica sì. Vi sembra un discorso astratto?
Eppure è quello di cui si discute oggi in continuazione, dall’intelligenza
detta artificiale all’applicazione tecnologica della comunicazione digitale e
la dipendenza da questa in surroga delle umane relazioni. Per non parlare della
guerra e degli strumenti di morte e devastazione. Ma per questo bisognerebbe
limitare la libertà della ricerca? O ricercare con l’intelligenza sociale,
collettiva, il bene pubblico?
Scienza non ha significato univoco: molti la intendono come
“oggettivo”, “verità” conclamata, ciò che non può revocarsi in dubbio. “Le
scienze”, al plurale, sono anche le discipline di ricerca e studio, i vari
settori del sapere. L”oggettività” non è mai scissa dalla “soggettività”,
neanche quando è corroborata dalla verifica sperimentale. Questo perchè
l’apparenza fenomenica si manifesta come vera, reale, ma è apparenza. Lo
scienziato o, oggi, la ricerca scientifica collaborativa, deve andare sempre
oltre l’apparenza, cioè le forme con cui si presenta il fenomeno.
Filosoficamente, deve, con l’intelletto, “leggere dentro”, “inter-legere”,
“inter-lego”, leggere e associare, legare insieme, derivazione della stessa
parola intelligenza. Ecco perchè si può arrivare al paradosso che il
significato del senso comune della parola “scienza” sia, scientificamente,
sbagliato. La verità assoluta non esiste mai per la scienza, essa supera sempre
se stessa attraverso la ricerca costante. Possono essere discussi dunque i
risultati, i mezzi attraverso i quali si è giunti a quelli, i protocolli
utilizzati: ma non si può mettere in discussione la sua libertà, che, come si
vede, non è mai assoluta e ‘svincolata’ al suo interno dai limiti morali. La scienza ha un’etica sua propria. Deve perciò
parlarsi di “leggi di tendenza”, valide oggi, in base alle conoscenze
acquisite, tutte le possibili. Ma il tendenziale può darsi come acquisito ma
“superato” domani. Forse, quello che i molti chiamano ‘scienza’ è il sapere
accumulato nella tecnica e dunque nella tecnologia. E dunque è qui che deve
porsi il problema morale, come il problema della libertà di ricerca, come la
questione del bene pubblico e dell’utilità sociale. Ma va posta sui fondamenti
dell’etica, non sulla morale relativa.
+ una sintesi fra riflessione filosofica e indagine scientifica non
implica che si debba aspirare a una completa (e oltremodo ipotetica)
assolutizzazione del piano etico-normativo.
+ la tecnologia viene inserita
in un modello sociale che ne determina l’utilizzo. La ricerca scientifica che
permette la riproduzione tecnologica può essere stimolata o impedita dal
modello sociale, ma ne determina la conformazione. I parametri etici sono
interni alla ricerca scientifica che influenzano la morale sociale.
L’itinerario contrario, dunque, una morale che blocca o limita, sulla base di
valori relativi, la ricerca, è filosoficamente paradossale. Il vero nodo
tematico, allora, non è tra scienza e morale, ma tra scienza e modello sociale.
+ La scienza non ha confini, la
ricerca non conosce barriere, il pregiudizio non è scienza, Fleming come
Einstein sono di tutta l’umanità, lo fu Sabin che, memore delle sue nipotine
trucidate dalle SS, regalò le sue zollette di zucchero con il vaccino contro la
poliomielite a tutti i bambini del mondo.
La ricerca scientifica è risultato dell’intelligenza sociale, quella
che, riferita alla produzione, Marx chiamava ‘general intellect’, richiede
sforzo, impegno, formazione e studio assidui, perché non esistono i miracoli,
come credono coloro che sostituiscono la magia con la scienza, i dogmatici di
tutte le specie.
la proprietà privata della scienza e della tecnica, nei sistemi
capitalistici, si scontra con il benessere sociale.
Se il complessivo sapere dell’intelligenza sociale (non solo i mezzi
di produzione, ma la conoscenza ad essi connessi, la cultura, l’arte e la
scienza, capitale fisso dell’intera umanità) non viene condiviso,
l’appropriazione privata del “general intellect” colliderà con gli strumenti
stessi di quella intelligenza. (Marx, Grundrisse - FRAMMENTO sulle macchine degli
appunti per “Il Capitale”, composti tra il 1857 e il 1858).
Ferdinando Dubla, storico della filosofia e ricercatore
storico dei Subaltern Studies Italia, è condirettore della Scuola di Filosofia
"Giulio Cesare Vanini" di Manduria.
Intervento
La
prospettiva marxista sulla scienza
Di Francesco Morello
Le
conquiste della tecnica sembrano ottenute a prezzo della loro stessa natura.
Sembra che
l’uomo
nella misura in cui assoggetta la natura, si assoggetti ad altri uomini o alla
propria
abiezione.
Perfino la pura luce della scienza sembra poter risplendere solo sullo sfondo
tenebroso
dell’ignoranza. Tutte le nostre scoperte e i nostri progressi sembrano
infondere una
vita
spirituale alle forze materiali e al tempo stesso istupidire la vita umana,
riducendola a una
forza
materiale.
Karl Marx, Discorso per l’Anniversario del People’s paper, 1856
Possono citazioni come quella
posta in esergo giustificare la vulgata secondo cui il pensiero marxista porterebbe
con sé una prospettiva retriva di fronte alla scienza e alla tecnica? Bisogna
sgomberare innanzitutto il campo dal grave fraintendimento secondo cui il
marxismo adotti una posizione luddista nei confronti della scienza, che
contraddice la lettera di innumerevoli asserzioni dello stesso Marx che
procedono in senso contrario.
Il marxismo imposta il problema del rapporto tra uomo, scienza e tecnica all’interno di processi storici e sociali concreti. Non si tratta di porre limiti alla scienza o di abbatterli in nome di posizioni morali o ideali. Da un lato la scienza viene vista nei suoi aspetti liberatori e nelle sue possibilità emancipatrici, spirituali e materiali, dall’altro il marxismo si rifiuta di considerare la scienza come priva di presupposti ideologici, pienamente neutrale. La scienza, la tecnologia e le macchine non
rappresentano il nemico della classe operaia, ma è la loro sussunzione all’interno del sistema
capitalistico che le orienta tendenzialmente a vantaggio della classe dominante. Per la scienza vale
dunque la medesima prospettiva dialettica con cui Marx legge la società capitalistica nel suo
complesso: essa sviluppa forze produttive e umane emancipatrici con cui finisce per entrare in
contraddizione, imbrigliandole. Nella fattispecie, la scienza è un fattore insieme scatenante e
stimolato dal capitalismo, che finisce con il rimanerne imbrigliato, asservito all’accumulazione
privata del capitale e a un paradigma mercatistico. La prospettiva marxista dunque non ritiene alla
scienza e alla tecnica alcuna funzione oppressiva di per sé, a differenza della critica reazionaria alla
modernità; al contrario in essa sono riconosciute possibilità materiali e spirituali straordinarie: il
miglioramento delle condizioni di vita dell’uomo, la messa in discussione critica della tradizione,
l’intensificazione delle forze produttive, la possibilità di fare della natura un luogo più accogliente
per l’uomo. Ma nell’analizzare il posto occupato dalla scienza nei concreti rapporti di forza della
società capitalistica, il punto di vista marxista sottolinea che tutte queste possibilità restano
intrappolate nell’obiettivo essenziale dell’accumulazione privata di capitale.
E’ dunque l’asservimento alla logica del capitale che pone limiti alla scienza e alle sue possibilità emancipatrici, ovvero alle possibilità dell’uomo di servirsi della scienza a vantaggio dell’umanità stessa. Potremmo dire che la domanda etica sulla scienza (“si devono porre dei limiti alla ricerca e alle applicazioni scientifiche?”) viene riconfigurata come domanda sulle forze concrete che si impadroniscono della scienza e delle sue applicazioni (“al servizio di chi è posta la scienza?”).
Esemplare a questo riguardo è il noto frammento sulle macchine dei Grundrisse, in cui compare il concetto di
general intellect. A uno stadio avanzato
di sviluppo della grande industria e nelle odierne condizioni di produzioni
automatizzate e cognitivizzate ciò vale ancor di più, il macchinario
rappresenta“l’accumulazione della scienza e dell’abilità delle forz eproduttive
generali de lcervello sociale”. (1)
Il general intellect si presenta come la collaborazione di menti
lontane nello spazio e nel tempo, cooperanti in un progetto collettivo di
ricerca e uso del sapere; pratica collettiva in cui il pensiero si dà come immediatamente
sociale, come attività dell’individuo sociale.
Da un lato il sapere scientifico appare come qualcosa di estraneo al
lavoratore, in quanto scienza oggettivata in capitale fisso, nell’apparato
tecnico che appartiene al capitale, come un sapere che non agisce nella sua
coscienza. Ma dall’altro lo sviluppo tecnico raggiunto dimostra che il capitale
si appropria e non può fare a meno di accumulare un sapere sociale per riprodursi,
tanto che la produzione tecnologicamente avanzata, la produzione generalmente
sociale non si esprime più nel lavoro dei singoli, ma nell’intelletto generale,
nel sapere sociale. La produzione della ricchezza non dipende più tanto dal
comando del capitale sul lavoro del singolo operaio, ma “dipende invece dallo
stato generale della scienza e dal progresso della tecnologia, o
dall'applicazione di questa scienza alla produzione”. (2)
Ad agire attraverso comune sociale.Il
lavoro in senso tradizionale lascia il posto a un’opera collettiva
dell’intelletto e della prassi umana. “L’appropriazione del lavoro vivo adopera
della macchina avviene attraverso analisi e applicazione tratta direttamente dalla
scienza di leggi meccaniche e chimiche che abilita la macchina a compiere lo
stesso lavoro che era prima eseguito dall’operaio”. Il lavoro muta quindi la
sua natura, e il lavoratore diventa il guardiano e il regolatore del processo
produttivo, inserendo il processo naturale e non più lo strumento tra sé e
l’oggetto (oggi diremmo, diventa“lavoratore cognitivo”).
Nell’applicazione tecnologica delle scienze naturali, il capitale mina
così le sue stesse basi, costituite dallo sfruttamento del lavoro per produrre
lavoro eccedente e plusvalore, diminuendo il lavoro sociale necessario della società,
liberando tempo per la formazione, la cultura, lo sviluppo scientifico e
artistico degli individui nella loro dimensione propriamente umana. La scienza
in questo modo si rivela essere non solo attività teoretica, ma un organo pratico
dell’intelletto umano in vista della sua emancipazione dalla natura e dagli stessi rapporti sociali capitalistici.
Queste analisi sono esemplari dal punto di vista della trattazione dialettica
del rapporto tra scienza, tecnica e società nello specchio marxiano.
La prospettiva storico-materialistica sul rapporto tra scienza e umanità è
stata raccolta in tempi recenti da numerosi intellettuali, scienziati, ricercatori.
Particolarmente significativo appare il rinnovamento critico di questa
tradizione compiuto dal biologo e matematico Richard Levins, professore ad
Harvard, scomparso nel 2016. Oltre a rinnovare le classiche considerazioni
critiche sulla funzione della scienza nella società capitalistica, lo sguardo di
Levins è particolarmente acuto nei confronti dei presupposti storico-sociali
dell’epistemologia e delle categorie scientifiche, di cui rifiuta nettamente la
neutralità. Da questo punto di vista, egli sottopone a critica la concezione
meccanicistico- riduzionista dominante della scienza, mettendone a nudo i
presupposti storico-sociali.
Il meccanicismo riduzionistico è concepito come razionalizzazione e insieme
orientamento di una prassi sociale che tende a isolare i fenomeni, siano essi
sociali o naturali. Il presupposto interiorizzato è “quello per cui le cose
tenderebbero ad uno stato naturale di equilibrio a meno che non siano
perturbate dall’esterno. Il dialettico invece nella singola“cosa”vede una sintesi
temporanea di forze opposte, nei processi l’intima realtà delle cose” (3).
Non è un caso, potremmo aggiungere, che il meccanicismo sorga tra ‘600 e ‘700,
proprio in quella fase proto-capitalistica, ragione filosofica (rivolta
all’intero) e quella strumentale tecno-scientifica vanno incontro a un lento ma
inesorabile processo di separazione dalla ragione filosofico-critica. Levins ha
lavorato un’intera vita pe runa loro reintegrazione, attraverso uno sguardo
dialettico in cui i fenomeni sono concepiti come campi di intersezioni
dialettiche tra differenti forze.
La prassi scientifica assume più o meno consapevolmente presupposti che orientano
il suo lavoro e il suo stesso modo di concepire un fenomeno in un determinato
campo scientifico. E’ davvero significativo a questo proposito il rovesciamento
di prospettiva offerto da Levins, che illustra in maniera nitida le
implicazioni di un diverso sguardo sulla scienza e sul suo ruolo nella società.
Ad esempio, quando si definisce causa di una data malattia infettiva il rispettivo bacillo, magari complicando il quadro imputando alla malnutrizione e alla povertà la causa della sua letalità e morbilità. In tal modo si fa certo qualcosa di necessario e si dice qualcosa di vero, ma la prospettiva andrebbe ribaltata: il bacillo è l’agente, il tramite attraverso cui le condizioni individuali (stress immunitario, ecc.) e collettive (scarsa igiene, ecc.) dettate dalla malnutrizione e dalla povertà esercitano i loro effetti. Pensare le cose in modo inverso per mette sicuramente lo sviluppo di antibiotici commercializzabili,ma aiuta poco affinché estinta una malattia,non se ne presenti subito un’altra – per la gioia delle case farmaceutiche che avranno un nuovo mercato su cui investire. (4)
Reintegrando la considerazione della scienza all’interno di un quadro più
ampio, nell’Intero del movimento sociale complessivo, la prospettiva marxista
sulla scienza si rivela inoltre come uno strumento molto efficace per evitare
tentazioni opposte e complementari che albergano nel senso comune odierno. Da
un lato, il rifiuto di una scienza percepita come estranea e lontana, che
spesso sfocia nell’irrazionalismo; dall’altro, l’adesione fideistica e la
reificazione di una pratica che si presenta come priva di presupposti (sociali,
politici, etici). La possibilità di tornare a ricollocare la appropriatamente
la discussione sulla scienza nello spazio pubblico oggi apparentemente egemonizzato
da questi due estremi, si impone con tanta più urgenza quanto più viviamo in un’epoca
che offre sfide inedite e decisive all’umanità, le quali possono essere
affrontate soltanto con un adeguata riappropriazione della scienza da parte della
dimensione collettiva: l’intelligenzaartificiale, il cambiamento climatico, l’ingegneria
genetica, le biotecnologie. Questioni che implicano decisioni su cosa vuole e può
continuare ad essere l’umano, e che concernono la sua stessa sopravvivenza, per
le quali sta divenendo sempre più chiaro che le possibili soluzioni non possono
più evitare un approccio che tenga in considerazione la stretta connessione tra
il lavoro dell’intelletto collettivo, le relazioni politiche concrete tra le
forze in gioco e la giustizia sociale.
Tra le fosche nubi di guerra che sembrano minacciare l’esistenza stessa
dell’umanità, le considerazioni di Walter Benjamin sugli sbocchi mortiferi
della tecnica, qualora le sue energie non vengano poste al servizio della vita
e del bene comune, conservano intatto il loro valore di monito a riflettere e
agire in direzione di una riappropriazione sociale integrale della scienza. Per
l’emancipazione e la salvezza di tutti, e non del vantaggio e il dominio di
pochi.
[…] se l’utilizzazione naturale
delle forze produttive viene frenata dall’ordinamento attuale dei rapporti di
proprietà, l’espansione dei mezzi tecnici, dei ritmi di lavoro, delle fonti di
energia spinge verso un’utilizzazione innaturale. Questa utilizzazione avviene
nella guerra, la quale, con le sue distruzioni, fornisce la dimostrazione che
la società non era sufficientemente matura per fare della tecnica un proprio
organo, e che la tecnica non era sufficientemente elaborata per dominare le
energie elementari della società. La guerra imperialistica è determinata in
tutta la sua spaventosa fisionomia dalla discrepanza tra l’esistenza di
poderosi mezzi di produzione e la insufficienza della loro utilizzazione nel
processo di produzione (in altre parole, dalla disoccupazione e dalla mancanza
di mercati di sbocco). La guerra imperialistica è una ribellione della tecnica,
la quale ricupera dal materiale umano le esigenze alle quali la società ha
sottratto il loro materiale naturale. Invece che incanalare fiumi, essa devia
la fiumana umana nel letto delle trincee, invece che utilizzare gli aeroplani
per spargere le sementi, essa li usa per seminare le bombe incendiarie sopra le
città; nell’uso bellico dei gas ha trovato un mezzo per distruggere l’aura in
modo nuovo. (5)
1) K.Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica, La Nuova Italia1968-70,
IIvol. pp.389-411
2) ivi
3) Citato in
https://clashcityworkers.org/documenti/articoli/2217-richard-levins-una-scienza-per-il-popolo.html
4) ivi
Francesco
Morello, laureato nel 2011 all'Università di Roma "La Sapienza" con una tesi sulla "figura di Gesù nell'Anticristo
di Nietzsche", nel 2018 consegue un dottorato di ricerca in Studi
Umanistici all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con una tesi sul
rapporto tra le destre di Weimar e la teologia tedesca contemporanea. Docente
nei Licei di Milano e poi di Laterza (TA) dal 2015. Tra le sue pubblicazioni Bonhoeffer lettore di Gogarten per
Morcelliana (2016), testi sul rapporto tra politica e teologia nella Germania
di Weimar, teologia-politica e il significato politico dell'escatologia e
dell'apocalittica. Dirige attualmente il laboratorio informale di filosofia e
politica all’Arci di Sava (TA).
da sx Roberta
Galati, Ferdinando Dubla, Francesco Morello, Enzo Caprino
a
cura della Scuola di Filosofia "Giulio Cesare Vanini", Manduria (TA)
Laboratorio
di riflessione collettiva - Incontri e seminari di studio
https://t.me/scuolafilosofiaVanini