Subaltern studies Italia

L’analisi e la classe - a cura di Ferdinando Dubla

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mercoledì 27 settembre 2023

DECOLONIZZARE IL SAPERE - Subaltern Studies e studi postcoloniali in intersezione


 


di Gennaro Ascione

F.Cooper, Conflict and Connection: Rethinking Colonial African History, in «The American Historical Review», 99, 1994, pp. 1516-45.

Nello stesso anno (1994) Guha aderiva al programma di critica alla storiografia del colonialismo avviato da Bernard S. Cohn, * dando un ulteriore segnale di un impegno comune degli studiosi provenienti dalla periferia, in funzione anti-eurocentrica. L'«American Historical Review», a sua volta, apriva un luogo di confronto tra la prospettiva latinoamericana, quella indiana e la storiografia africana sul tema degli studi subalterni e della critica postcoloniale; operazione che non ha mancato di inserire nuovi elementi nel discorso di elaborazione di strumenti concettuali non-occidentali=°. In qualità di storico africano, Frederick Cooper ** non esitava a sottolineare, nel suo intervento, che quella oggetto del forum ospitato dalla prestigiosa rivista statunitense non costituiva la prima forma di interazione e di scambio epistemico sud-sud, eppure era un primo tentativo articolato di decolonizzare il sapere da parte di soggetti collocati in posizioni strutturalmente subalterne, piuttosto che l'ennesimo sforzo di importare versioni eterodosse, e in questo senso autocritiche, di prospettive prodotte all'interno del campo di riflessione occidentale. Cooper sottolineava infatti come la definizione stessa di subalternità nell'Africa postcoloniale risultasse molto più fluida di quanto non lo fosse in America Latina, o in India, poiché all'interno degli Stati africani postcoloniali, il continuo susseguirsi di mutamenti nelle relazioni di potere tra gruppi sociali in competizione o in aperto conflitto, in intervalli temporali notevolmente ristretti, indeboliva la solidità di quei dispositivi concettuali fondati su rappresentazioni della distribuzione di potere che riflettono piuttosto gli assetti sociali specificamente inerenti allo spazio dello Stato-nazione occidentale. Egli giungeva dunque a conclusioni simili a quelle di Spivak riguardo alla perenne mutevolezza della definizione di subalternità, estromettendo però qualsiasi riferimento alla prassi decostruzionista. Lo stesso Cooper tornava agli elementi condivisi dalle entità geostoriche una volta definite «terzo mondo», e, cioè, la comune condizione di subordinazione rispetto al colonialismo occidentale come esperienza storica di dominio materiale e di sterilizzazione preventiva di qualsiasi tentativo di autorappresentazione subalterna, attuato per mezzo dell'apparato logico-grammaticale delle scienze storico-sociali occidentali='

 

Gennaro Ascione, *** § 3. Postcolonial cross-genealogies, in Storica, Anno XII, 2006, nr.34, Viella cit. formato digitale

note a cura di #SubalternStudiesItalia

* Il suo lavoro di antropologo è stato studiato da vicino dagli studiosi dei Subaltern Studies, in particolare da Ranajit Guha. Nel 1987 aveva pubblicato An Anthropologist Among the Historians - (Un antropologo tra gli storici), Oxford University Press.

Nel 1996 sarà pubblicata un’opera che influenzerà notevolmente gli studi subalternisti, ma anche postcoloniali, Colonialism and its Forms of Knowledge - (Il colonialismo e le sue forme di conoscenza),   Princeton University Press. - nota redazionale

 ** Frederick Cooper (New York, 1947) è uno storico e africanista statunitense che ha dedicato la propria attività di ricerca allo studio della storia dell'Africa, in particolare con riferimento agli impatti del colonialismo e della decolonizzazione. È professore di storia alla New York University.

Cooper iniziò la propria carriera occupandosi dei movimenti sindacali nell'Africa orientale, e in seguito estese il proprio campo d'interesse a tutta la storia recente dell'Africa. È noto, fra l'altro, per la teorizzazione del concetto di "stato guardiano" (gatekeeper state) con riferimento alla particolare natura delle istituzioni statali africane. - nota redazionale

DECOLONIZZARE IL SAPERE - (2a) - LE TRACCE di UN AGIRE AUTONOMO

Ranajit Guha, le fonti di ispirazione e gli studiosi del Subaltern Studies Collective

- Guha riunì in un unico gruppo di ricerca alcuni giovani storici, + tra cui Partha Chatterjee, Gyanendra Pandey, Shahid Amin, David Arnold, David Hardiman e Dipesh Chakrabarty,  il cui lavoro venne pubblicato per la prima volta in due volumi a distanza di pochi mesi l'uno dall'altro. Secondo Guha, entrambe le tradizioni storiografiche, imperiale e marxista-nazionalista, erano elitarie. (..)

Guha si proponeva invece di rinvenire e testimoniare le tracce di un agire autonomo, non riducibile completamente alla volontà di un ceto dirigente in formazione, indipendentemente dalla natura del rapporto di quest'ultimo con il dominio coloniale. (..)

Diverse furono le fonti di ispirazione di Guha e dei suoi collaboratori. Tre fondamentali ed esplicite: le riflessioni sulla storia e la società italiana di Antonio Gramsci, l'inglese History from below, il post-strutturalismo francese. Una quarta, il maoismo come teoria sociale, attraversa come un fiume carsico la vicenda che stiamo narrando. /

 

Gennaro Ascione, *** § 3. Postcolonial cross-genealogies, in Storica, Anno XII, 2006, nr.34, Viella cit. formato digitale

 

note redazionali a cura di #SubalternStudiesItalia

+ nel 1982 diede avvio alla serie di volumi "Subaltern Studies", tradotti in parte anche in lingua italiana a cura di Sandro Mezzadra.

- vedi anche Shahid Amin, Gautam Bhadra e Gautam Bhadra, Ranajit Guha's Biography, with complete bibliography, in David Arnold e David Hardiman (a cura di), Subaltern Studies, VIII, Oxford, Oxford University Press, 1994.

 


Subaltern studies Italia http://lavoropolitico.it/subaltern_studies_italia.htm

IL GRAMSCI DI GUHA: Dominance Without Hegemony (2b)

- Guha adoperò il concetto di «subalterno» in modo tale da individuare un campo semantico quanto più inclusivo possibile, collocandovi «tutti i gruppi subordinati per ragioni storiche, classe, genere, cultura, lingua e religione», oppure, in maniera ancor più provocatoria, definendolo come «la differenza demografica tra la popolazione indiana totale e l'élite dominante indigena e straniera» + Ma, nel cantiere di idee aperto da Gramsci negli anni della sua prigionia, ciò che allo storico indiano apparve particolarmente adatto a interpretare la morfologia del potere postcoloniale nel subcontinente fu la teoria del rapporto tra dominatori e dominati. ++ Secondo Gramsci, in estrema sintesi, i gruppi subalterni interagiscono con le formazioni politiche dominanti in modo da influenzarne le decisioni e tale processo genera delle trasformazioni in entrambe le soggettività, subalterna e dominante. Ma è proprio nella dialettica con il potere che la stessa identità subalterna, altrimenti «frammentaria per definizione» si costituisce come soggetto collettivo. +++

Per Guha, nell'India coloniale e postcoloniale, non solo i gruppi subalterni intervenivano indirettamente nelle scelte delle élites e sviluppavano le proprie strategie di collaborazione e resistenza, ma operavano simultaneamente in uno spazio politico autonomo rispetto allo spazio politico delle formazioni dominanti, anzi, era proprio nell’atto del sottrarsi all’interazione con il potere che i gruppi subalterni salvaguardavano la propria indipendenza d’azione e di pensiero, la loro “essenziale alterità”. Guha rielaborò lo strumento euristico dell’egemonia, privato della componente del consenso, per sostenere che come era avvenuto per l’élite nazionalista italiana nella seconda metà dell’Ottocento, così l’élite nazionalista indiana del XX secolo godeva sì del dominio sui gruppi subalterni, ma non era egemone rispetto ad essi e tale differenza era intrinseca, o meglio, così come il processo di formazione dello Stato-nazione italiano era differente da quello della Francia per non essere stato caratterizzato dalla presenza di un partito giacobino, così la stratificazione sociale esperita dall'India differiva da quella inglese, per non aver prodotto un analogo proletariato industriale e di conseguenza le organizzazioni politiche tese a canalizzarne le attività nella vita istituzionale della macchina statale. Pertanto, la configurazione assunta dal potere nel subcontinente non tendeva necessariamente verso il consolidamento di una egemonia, ma poteva funzionare, e di fatto aveva funzionato e continuava a funzionare, indipendentemente da essa: un “dominio senza egemonia”. ++++

 

Gennaro Ascione, *** § 3. Postcolonial cross-genealogies, in Storica, Anno XII, 2006, nr.34, Viella cit. formato digitale

+++ Guha, A proposito di alcuni aspetti della storiografia dell'India coloniale, in "Subaltern Studies. Modernità e (post)colonialismo", a cura di Id. e G.C. Spivak, Verona 2002, p. 42 e passim

++++ A. Gramsci, Quaderni del carcere, Einaudi, Torino 1976, vol. V, p. 123.

*** https://fondazionefeltrinelli.it/autori/gennaro-ascione/

 

vedi anche IL DOMINIO SENZA EGEMONIA. GRAMSCI e GUHA

 link http://ferdinandodubla.blogspot.com/2022/02/il-dominio-senza-egemonia-gramsci-e-guha.html






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