Subaltern studies Italia

L’analisi e la classe - a cura di Ferdinando Dubla

Powered By Blogger

venerdì 3 novembre 2023

SUBALTERN STUDIES TRA TENDENZE "POST", ALTHUSSER E MAO-TSE-TUNG

 


di Gennaro Ascione

Titoli redazionali Subaltern Studies Italia

I SUBALTERN STUDIES hanno avuto come saldo punto di riferimento il lavoro dello storico bengalese Ranajit Guha, scomparso il 28 aprile 2023

(cfr. SUBALTERN STUDIES ITALIA SALUTA RANAJIT GUHA

http://ferdinandodubla.blogspot.com/2023/05/subaltern-studies-italia-saluta-ranajit.html )

dal 1982, anno della pubblicazione di “Writings on South Asian History and Society”. Ma la prevalenza dell‘impostazione di Guha, adattivo del pensiero di Gramsci del Quaderno 25 scritto a Formia negli ultimi anni della sua vita, alle condizioni dell’India postcoloniale; e di Althusser, nel sottolineare il ruolo autonomo della cultura come elemento non meramente riflessivo della sovrastruttura; e di Mao e delle esperienze del maoismo militante tra i ceti contadini e le insorgenze dei subalterni dell’Asia meridionale, nel corso degli anni ‘80 si diluiranno, contamineranno e confluiranno nelle tendenze “post”, dal post/strutturalismo al post/colonialismo, appunto, passando per il decostruzionismo di Derrida e la microfisica di Foucault, principalmente. La figura della Gayatry Spivak è stata dunque decisiva in questo ‘passaggio’, ma ha, paradossalmente, silenziato i subalterni. (fe.d.)


La ricostruzione di Gennaro Ascione ˩


SUBALTERNITÀ E POSTSTRUTTURALISMO

Come sostiene David Ludden (1) l'irrompere sulla scena accademica internazionale del Subaltern Studies Group è caratterizzato da un atto di negazione, da parte degli studiosi indiani coinvolti, di tutte le precedenti «storie dal basso» sull'Asia meridionale: la subalternità dunque divenne una novità, inventata de novo dai Subaltern Studies, che attribuirono nuovi significati a vecchie parole e segnarono un nuovo inizio per gli studi storici. Dominazione, subordinazione, egemonia, resistenza, rivolta e altri concetti già in uso, ora potevano essere subalternizzati. Per definizione, la subalternità era stata ignorata da tutti gli studiosi del passato: dunque, tutta la ricerca fino ad allora compiuta divenne elitaria (2). L'analisi di queste forme di mobilitazione politica si avvalse in maniera crescente dell'apporto delle teorie poststrutturaliste. In virtù dell'influenza di Foucault, Lacan e Derrida, le questioni di ordine metodologico/interpretativo vennero riarticolate in funzione di due obiettivi: decostruire la logica delle distorsioni operate dalla storiografia nazionale e decodificare la semiotica dell’agire sociale dei gruppi subalterni.

1) La trattazione più approfondita della prima fase della storia del gruppo (Subaltern studies, ndr), dalla nascita fino alla fine degli anni ottanta, è, a nostro avviso, quella redatta da D.Ludden, Reading Subaltern studies. Critical History, Contested Meaning and the Globalization of South Asia, London 2002

2) Ivi, pag.16

Ascione, pos.527 continua

[Con] l’ingresso di Gayatri Chakravorty Spivak nel gruppo nel 1986, il tema del rapporto tra cultura e potere guadagnò maggiore spazio, tant'è che nello stesso anno, a Calcutta, durante il secondo congresso del Subaltern Studies Group, emerse una tensione interna fondamentale. (3)

3) B. Aschcroft, Postcolonialism, in Id., G. Griffiths, H. Tiffin, Post-Colonial Studies. The Key Concepts, London-New York 2002

A metà degli anni ottanta, dunque, il Subaltern Studies Group si riposizionò, nel contesto accademico mondiale, avvicinandosi al decostruzionismo come prassi e agli studi culturali come prospettiva d'analisi. A partire dal quinto volume dei Subaltern Studies Series (1987), infatti, i saggi raccolti affrontano quasi tutti il tema del rapporto tra cultura e potere in relazione ai gruppi subalterni nel processo di costituzione della nazione indiana, postulando la sfera della cultura come dimensione relativamente autonoma dell'agire sociale. Tale svolta in senso culturalista, come diversi studiosi del gruppo sottolineano in momenti diversi della loro produzione intellettuale (4) “affonda le radici, dal punto di vista teorico, nel marxismo althusseriano” (5).

4) Cfr. D. Chakrabarty, Post-coloniality and the Artifice of History: Who Speaks for 'Indian' Pasts?, in "Representations", 37, 1992, pp.1-26

5) E' interessante notare, a tal proposito, che Derrida, le cui opere costituiscono un punto di riferimento cruciale per la svolta culturalista dell'Indian Subaltern Studies Group, a metà degli anni ottanta, fosse stato allievo di Althusser all'Ecole des hautes études.

ALTHUSSER E MAO-TSE TUNG NEI SUBALTERN STUDIES

L'eredità di Althusser nei confronti del collettivo indiano risiederebbe nella ridefinizione, da parte del filosofo francese, della questione del rapporto tra struttura e sovrastruttura, che, in estrema sintesi, assegna alla cultura una capacità trasformativa sul modo di produzione, piuttosto che considerarla come un mero epifenomeno dei rapporti di produzione. Ma, a sua volta, l'opera di Althusser, specialmente negli anni sessanta, fu fortemente influenzata dalla teoria delle contraddizioni di Mao Zedong (6) e dalla Rivoluzione culturale in Cina (7). Nel fermento politico e culturale degli anni sessanta in Europa, il maoismo come prassi politica alimentava le spinte alla mobilitazione nei movimenti di estrema sinistra in tutta Europa, mentre, come ermeneutica marxiana sofisticata, esso entrava nel dibattito accademico occidentale; sullo sfondo, il processo di istituzionalizzazione e d'integrazione nelle compagini governative dei partiti comunisti nei Paesi europei occidentali e il relativo dibattito teorico sulle ortodossie marxiste.

6) Nella sua re-interpretazione della dialettica marxiana, Mao teorizza il carattere contingente della gerarchia tra le contraddizioni generate dal capitale e la necessità di una continua lettura di tali gerarchie a fronte del contesto spaziotemporale preso in considerazione. Così, ad esempio, la lotta del popolo cinese contro i colonizzatori europei e giapponesi assumeva, negli anni quaranta, il valore di contraddizione principale, rispetto alla quale anche la propensione internazionalista della lotta di classe del proletariato risultava temporaneamente subordinata all'esigenza della lotta all'imperialismo. È su questa disputa che già negli anni trenta si erano create notevoli tensioni tra i delegati russi del Comintern e i comunisti cinesi a Pechino.

7) L'analisi dell'esperienza della Rivoluzione culturale in Cina è senza dubbio molto complessa. Tuttavia ciò che viene in rilievo per la vicenda intellettuale da noi considerata sono gli esiti teorici che Mao trasse da essa, o che, viceversa, egli pose come supporto teorico alla lotta interna che va sotto il nome di «Rivoluzione culturale». Di fronte alla minaccia dell'imborghesimento dei quadri di partito (processo che d'altro canto può essere letto in termini di crescente fazionalismo interno al Partito comunista cinese) negli anni sessanta, Mao teorizza l'insufficienza della trasformazione del modo di produzione capitalistico per il raggiungimento del socialismo: una necessità ulteriore consisteva dunque in un cambiamento nella cultura, tale da inscrivere il socialismo come ideologia nella mentalità del popolo e dei quadri di partito. Di qui l'enfasi posta sulla sovrastruttura come termine dialettico della struttura stessa, dotato di capacità trasformativa sui rapporti di produzione. 

Ascione, pos. 540


DAI SUBALTERNI ALLA CRITICA POSTCOLONIALE

Nel 1988, una raccolta di studi subalterni selezionati si avvalse della prefazione di Edward Said, che li descrisse come una sorta di insurrezione intellettuale contro l'eurocentrismo: l'insufficienza delle categorie storiografiche occidentali, sosteneva Said, si inscriveva in un più ampio contesto di critica postcoloniale ai modi di rappresentazione occidentali delle scienze storico-sociali, che prendeva piede nella periferia del sistema-mondo. Simultaneamente, il saggio introduttivo del volume, scritto da Spivak (8) e un altro redatto dalla stessa O'Hanlon (9), criticavano il precedente lavoro del collettivo per l'assenza delle tematiche di genere e, radicalizzando le tesi decostruzioniste sulla costruzione della soggettività, lasciavano intravedere alcuni dei limiti intrinseci al progetto di «dare voce ai subalterni». La critica all'orientalismo e quella alla storiografia si incontravano così nello spazio condiviso dell'analisi del rapporto tra linguaggio e potere e, allo stesso tempo, il collettivo Subaltern Studies raggiungeva una audience internazionale, trovando consensi in quegli ambienti accademici in cui già erano diffusi i temi e le metodologie dei Cultural Studies britannici e americani (da Birmingham, a Leeds, a Manchester, a Toronto) (10) e all'interno dei quali in analogia con la retorica della post-modernità, si faceva largo il concetto di postcolonial (11). Nello stesso anno, in un volume curato da Lawrence Grossberg e Cary Nelson, Gayatri Chakravorty Spivak pubblicava il suo saggio dal titolo Can the Subaltern speak?, destinato a influenzare la successiva produzione intellettuale del collettivo, nel quale criticava l'ontologizzazione di qualsiasi oggetto di studio, compresi i gruppi subalterni, e problematizzava in modo radicale l'istanza originaria da cui il progetto Subaltern Studies aveva avuto origine, giungendo in ultimo a negare la certezza della possibilità gnoseologica di rintracciare e documentare la voce degli oppressi". (12)

8) Spivak, Deconstructing Historiography, in Select Subaltern studies, a cura di R.Guha e G.C.Spivak, New York 1988

9) Cfr. O'Hanlon, Recovering the Subject: Subaltern studies and Postcolonial  Historiography, in "Neplantla: Views from the South, 12, 2000, pag.212

10) Per un'analisi in prospettiva di lunga durata sui Cultural Studies e sulla loro collocazione nel panorama accademico e nel dibattito del secondo dopoguerra si veda R.Lee, Life and Times of Cultural Studies, Durham 2003

11) Per una sintesi delle principali questioni connesse all'uso del termine "postcoloniale" si veda Postcoloniality, in International Encyclopedia of Social and Behavioral Sciences, a cura di N.J. Smelser e P.B. Baltes, Amsterdam, 2001

12) Spivak, Can the Subaltern speak?, in L.Grossberg, G.Nelson, Marxism and the Interpretation of Culture, Urbana 1988. Per un'analisi parzialmente differente dello stesso problema teorico cfr. A. Shamsul, When will the Subaltern Speak. Central Issues in Historical Sociology of South Asia, in "Asian Profile", 21, 1993, pp.431-47.

 

Ascione, ivi e pos.547

Gennaro Ascione, "Indiani d'America": studi postcoloniali, in Storica, Anno XII, 2006, nr.34, Viella - citazioni dal formato digitale (pos. - posizione della pagina)





di Gennaro Ascione vedi anche su questo blog:

DECOLONIZZARE IL SAPERE - Subaltern Studies e studi postcoloniali in interlocuzione

 

sul tema:  PER UN DIBATTITO CRITICO SUI SUBALTERN STUDIES E POSTCOLONIAL STUDIES

segui la nostra pagina FB: Subaltern studies Italia

web.: http://lavoropolitico.it/subaltern_studies_italia.htm





Nessun commento:

Posta un commento