Subaltern studies Italia

L’analisi e la classe - a cura di Ferdinando Dubla

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mercoledì 2 marzo 2022

L’APOCALISSE di DE MARTINO

 

Circondato da venti di guerra e, nei primi anni ‘60 del Novecento, dalla sua trasformazione possibile e da alcuni evocata, da ‘guerra fredda’ a conflitto globale nucleare, l’antropologo partenopeo intensificò i suoi studi e le sue analisi sulle apocalissi culturali e la ‘fine del mondo’, scritti e appunti che furono riordinati e pubblicati dodici anni dopo la sua morte, nel 1977, da Einaudi, con una prefazione di Clara Gallini. Erano, quegli appunti, uno sguardo sul mondo infinitamente grande e il microcosmo interiore, esistenziale, dell’essere umano. E la cultura, le culture, come mediatrici tra quello e queste. L’intento di superare, con lo sguardo etnologico filosofico, visioni parziali, a suo modo di vedere, della pluridimensionitá e onnilateralità dell’umano, proprio per la composizione di un necessario nuovo umanesimo, ha reso la sua riflessione non più solo legata e funzionale al riscatto dei gruppi subalterni, ma ‘disinteressata’ (fur ewig, aveva scritto Gramsci per se stesso) e profonda, perché capace di ipotizzare spiegazioni sulla ‘condizione umana’ che, sulla base delle indagini e ricerche documentali sulle classi subalterne del Mezzogiorno d’Italia e il loro mondo, durate per l’intera sua vita di studioso (e con le categorie interpretative in particolare dell’ethos del trascendimento e della destorificazione del negativo) si rivelava e manifestava nelle materiali condizioni dell’esistenza dei popoli e delle loro culture. Affatto una cesura, dunque, tra la ricerca e la riflessione analitica, ma una linea di continuità per l’indagine complessiva del rapporto tra storia, natura e cultura. A riprova di questo, un passo del primo testo impegnativo dell’antropologo, pubblicato da Laterza nel 1941, “Naturalismo e storicismo nell’etnologia”, in cui muove alla critica del naturalismo etnologico sperimentando gli strumenti dello storicismo crociano, dimostrando al contempo la sua inadeguatezza e insufficienza ermeneutica per l’auspicata apertura del confronto con le correnti antropologiche che si affacciavano alla contemporaneità, culturaliste e strutturaliste in primis. (+ cfr. Carla Pasquinelli, paragrafo in nota).

E’ bene dunque che di questo grande autore dei Subaltern studies italiani, non venga prodotto uno “spezzatino” [storicista crociano, meridionalista sul campo (marxista, gramsciano), filosofo delle apocalissi culturali, dell’ontologia ed esistenzialista (critico di Marx e Gramsci)], consegnandolo alle elucubrazioni accademiche astratte e sterilmente sganciato dalla prassi e dunque da una feconda interlocuzione con il presente. Possiamo sostenere che è proprio questo passo scritto dal giovane de Martino a consegnarcelo per intero, tra l’inizio del suo itinerario e l’apocalissi, tra l’angoscia esistenziale e il riscatto dei subalterni, tra la fine dei paradigmi di civiltà e la ‘fine del mondo’.

 

IL DRAMMA STORICO DELL’OCCIDENTE

 

“La nostra civiltà è in crisi: un mondo accenna ad andare in pezzi, un altro si annunzia. Naturalmente, come accade nelle epoche di crisi, variamente si atteggiano le speranze e variamente si configura il “quid maius” che sta per nascere. Tuttavia una cosa è certa: ciascuno deve scegliere il proprio posto di combattimento, e assumere le proprie responsabilità. Potrà essere lecito agire male: non operare, non è lecito. Ciò posto, quale è il compito dello storico? Tale compito è sempre stato, ed ora più che mai deve essere, l’allargamento dell’autocoscienza per rischiararare l’azione”.

E.de Martino, Naturalismo e storicismo nell'etnologia, Laterza, 1941, pag.12

 

sul blog: Le tre edizioni de ‘La fine del mondo’ di Ernesto de Martino

http://ferdinandodubla.blogspot.com/2020/07/interpretazioni-dellapocalisse-le-tre.html

 

Su Academia: l’edizione Laterza 1941 di ‘Naturalismo e storicismo nell’etnologia” in formato pdf

https://www.academia.edu/53008889/Ernesto_De_Martino_Naturalismo_e_Storicismo_nelletnologia_ed_Laterza_1941

 

paragrafo in nota

Carla Pasquinelli su “Naturalismo e storicismo nell’etnologia” (1941) di Ernesto de Martino

Cfr. anche http://ferdinandodubla.blogspot.com/2021/09/ernesto-de-martino-naturalismo-e.html



Del tutto trascurato il peso che sul giovane de Martino hanno esercitato quelle correnti culturali, con cui come storico delle religioni si è venuto a trovare in contatto.

È attraverso un ambito come questo, meno soggetto all’egemonia crociana e come tale più aperto ad una circolazione e ad uno scambio culturale altrimenti in altri campi gravemente compromesso, che de Martino è potuto venire a conoscenza di temi e correnti del pensiero europeo, come la psicoanalisi, la fenomenologia e l’esistenzialismo, che verranno progressivamente assumendo negli anni successivi un peso dominante all’interno della sua metodologia e della sua riflessione, ma che sono già allora largamente presenti. (..)

A spingerlo in tale direzione certamente non era stata estranea l’influenza esercitata da Adolfo Omodeo, presso cui de Martino compì larga parte della sua formazione. (..)

Estendere la metodologia storicista alla etnologia non significa però per de Martino soltanto riscattare tale disciplina alle impasse della impostazione naturalistica, ma anche e soprattutto fornire allo storicismo un nuovo terreno di indagine all’interno del quale provare la propria consistenza metodologica e culturale e magari arricchire attraverso la conoscenza di nuovi mondi, di nuove società storiche una metodologia nata e maturatasi esclusivamente all’interno della cultura occidentale.

da Carla Pasquinelli, Croce e lo “storicismo eroico”, sta in Ernesto De Martino: riflessioni e verifiche, incontro-dibattito 15-17 dicembre 1975, a cura dell’Istituto Gramsci - sezione di Firenze e Istituto Ernesto De Martino - Milano, resoconto dattilografato Istituto Gramsci - Firenze, pp. 9,11, 16-17.


Carla Pasquinelli, (n.1939), antropologa



LA STRAGE DI ODESSA - 2 maggio 2014

 

AL FIANCO dei POPOLI

 

Chi paga le conseguenze di ogni guerra sono le popolazioni e le opere dovute all’alacre lavoro delle donne e degli uomini del mondo ed è per questo che ogni guerra è ingiusta. I media con l’elmetto, invece di far comprendere, storicamente e politicamente, e spingere per soluzioni pacifiche, costruiscono il “nemico” come il male assoluto da abbattere, il mostro che attacca la civiltà. Non è così, oggi come ieri.

Pensiamo che la Russia debba trovare altre strade che non quelle armate per difendere le repubbliche popolari indipendenti del Donbass e i diritti dei popoli di lingua e cultura russe, ma riteniamo altresì che l’accerchiamento USA-NATO alla Russia che utilizza l’Ucraina come avamposto di una politica di aggressione sviluppata, a sua volta, servendosi di milizie neonaziste violente e squadriste in funzione anticomunista, sia inaccettabile.- fe.d.

 

 

 

LA STRAGE di ODESSA - 2 maggio 2014

 

Riportiamo la voce che abbiamo contribuito a creare e sviluppare su Wikipedia nella sua redazione attuale e che può essere salvata in formato .pdf - link

https://it.wikipedia.org/.../page/pdf/Strage_di_Odessa

https://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Speciale:DownloadAsPdf&page=Strage_di_Odessa&action=show-download-screen

/Subaltern studies Italia/

 

La strage di Odessa è un massacro avvenuto il 2 maggio 2014 ad Odessa presso la Casa dei Sindacati, [1] in Ucraina, ad opera di estremisti di destra, neonazisti e nazionalisti ucraini ai danni dei manifestanti che si opponevano al nuovo governo instauratosi nel Paese in seguito alle rivolte di piazza di Euromaidan. In concomitanza del rogo, preceduto e seguito da linciaggi e violenze nei confronti degli aggrediti, trovarono la morte almeno 48 persone tra impiegati della Casa dei Sindacati, manifestanti contrari al nuovo governo, o favorevoli al separatismo, simpatizzanti filo-russi e membri di partiti di estrema sinistra.

 

ANTEFATTI

Con le rivolte di Euromaidan a Kiev, sostenute anche da milizie di estrema destra, [2] il presidente ucraino filo-russo Viktor Janukovyč venne destituito e sostituito da una "Giunta" filo-occidentale. Questo cambio di regime provocò la reazione dei sostenitori di Janukovyč e di una parte della popolazione ucraina contraria alla svolta filo-occidentale (tra cui i membri del Partito Comunista dell'Ucraina). Il 2 maggio 2014 si ebbero quindi anche ad Odessa scontri di piazza tra le fazioni contrapposte.

IL MASSACRO

In seguito agli scontri, in cui erano intervenute anche frange paramilitari nazionaliste (in particolare quelle di "Pravyj Sektor") [3], i manifestanti antigovernativi si rifugiarono nella Casa dei Sindacati. Questi manifestanti vennero seguiti ed aggrediti ferocemente all'interno dell'edificio dai sostenitori di Euromaidan e dai militanti di estrema destra, che successivamente circondarono l'edificio e appiccarono il fuoco. [4]

Nell'incendio che ne scaturì trovarono la morte 42 persone (34 uomini, 7 donne e un ragazzo di diciassette anni) [5], alcune delle quali del tutto estranee ai fatti in quanto si trovavano all'interno dell'edificio per ragioni di lavoro. Gli estremisti di destra impedirono ai vigili del fuoco di accedere all'area per poter intervenire. I pochi che riuscirono in maniera fortunosa a fuggire dall'incendio furono linciati dai militanti neonazisti che circondavano il palazzo.[6] Alla fine del rogo i testimoni trovarono i corpi carbonizzati dei manifestanti aggrediti e cadaveri di donne seviziate e violentate, tra cui una donna incinta strangolata con dei cavi telefonici.[6] Si scoprì che tra le vittime del massacro vi erano anche persone colpite da armi da fuoco e mutilate con armi da taglio.[4]

 

 

CONSEGUENZE

Il nuovo governo ucraino a capo di Oleksandr Turčynov è Arsenij Jacenjuk si limitò a parlare di una fatalità che era costata la vita a circa 30 persone. La stampa vicina al nuovo governo attribuì l'incendio ai manifestanti filo-russi. Ben presto questa versione venne smentita dalle testimonianze dei sopravvissuti e di vari osservatori.[4] Ad oggi (2022) nessun processo è stato intentato per la strage.

 

NOTE

 

1. Posizione dell'UE sulla strage di Odessa, su europarl.europa.eu, 7 novembre 2014.

2. La strage senza colpevoli e il lato oscuro di Odessa, su ilgiornale.it, 9 giugno 2017.

«Vennero bruciati vivi, bastonati a morte e presi a fucilate dagli assedianti. Sotto gli occhi delle telecamere di mezzo mondo, il linciaggio si consumò in diretta tv senza che le autorità cittadine facessero nulla per impedire quell'orrore.».

3. L'incendio di Odessa e la stampa italiana, su Globalist. URL consultato il 23 febbraio 2022.

4. La strage di Odessa e la stampa italiana: censura di guerra?, su L'HuffPost, 5 maggio 2014.

5.https://www.ohchr.org/Documents/Countries/UA/OHCHRThematicReportUkraineJan2014-May2016_EN.pdf

6. La strage di Odessa e le ipocrisie dell’Occidente, su Panorama, 9 maggio 2014.


l'incendio alla casa dei sindacati di Odessa - 2 maggio 2014



mercoledì 23 febbraio 2022

IL DOMINIO SENZA EGEMONIA. GRAMSCI e GUHA

 

1. ANTONIO GRAMSCI

 

- La distinzione fra direzione – egemonia intellettuale e morale – e dominio – esercizio della forza repressiva - è così indicata da Gramsci:

«La supremazia di un gruppo sociale si manifesta in due modi, come dominio e come direzione intellettuale e morale. Un gruppo sociale è dominante dei gruppi avversari che tende a liquidare o a sottomettere anche con la forza armata, ed è dirigente dei gruppi affini e alleati. Un gruppo sociale può e anzi deve essere dirigente già prima di conquistare il potere governativo (è questa una delle condizioni principali per la stessa conquista del potere); dopo, quando esercita il potere ed anche se lo tiene fortemente in pugno, diventa dominante ma deve continuare ad essere anche dirigente».


Cfr. Quaderno 19 (1934-1935) (XIV), pp.2010/2011 (ed.Gerratana, Einaudi, 1975), § 24. Il problema della direzione politica nella formazione e nello sviluppo della nazione e dello Stato moderno in Italia.

- Comprendere come nella storia di ciascun paese si è raggiunta l'egemonia significa comprendere lo sviluppo della società di quel determinato paese e individuare le forze sociali che in essa agiscono.

Come si conquista l'egemonia, così essa può essere perduta: la crisi dell'egemonia si manifesta quando, anche mantenendo il proprio dominio, le classi sociali politicamente dominanti non riescono più a essere dirigenti di tutte quante le classi sociali, ossia non riescono a risolvere i problemi di tutta la collettività e a imporre a tutta la società la propria complessiva concezione del mondo.

 

2. RANAJIT GUHA


- Secondo l’analisi della storiografia indiana fatta da Guha, i caratteri assunti dalla conflittualità politica dei subalterni sono conseguenza degli espedienti con cui le élites nazionali hanno prima ottenuto l'Indipendenza grazie alla mobilitazione delle masse popolari e poi le hanno rigettate. In particolare, Guha, rielaborando la lettura del Risorgimento italiano offerta da Gramsci, mette in risalto questo rapporto confrontando gli atteggiamenti di Nehru, primo ministro dell’India indipendente, e Gandhi, leader spirituale della mobilitazione popolare, con quelli di Cavour e Mazzini. Nehru, infatti, come Cavour, ha condotto una «guerra di posizione» sfruttando le capacità di mobilitazione dei maggiori esponenti del partito più vicino al popolo. La logica che ha segnato la sorte di Gandhi e dei contadini indiani, inoltre, è la stessa di cui sono stati vittima Mazzini e i contadini italiani come massa di manovra. La stessa logica di emarginazione dei subalterni ha favorito in India il ripristino dei rapporti di subordinazione precedenti alla mobilitazione, garantendo un miglioramento effettivo solo ad una parte minoritaria della popolazione e alle élites che si sono sostituite al governo coloniale realizzando, di fatto, la transizione all'imperialismo. La politica nazionale dell’India dopo l’Indipendenza è, infatti, un riflesso delle decisioni prese nei centri del potere globale, un’applicazione di regole simili trasferite alla competenza delle élites locali. Guha, inoltre, definisce questo passaggio dal colonialismo all’imperialismo sulla falsariga della «rivoluzione passiva» pensata da Gramsci, come «dominio senza egemonia» ovvero «dittatura senza egemonia».


Gennaro Cosentino, tesi LA NOZIONE DI EGEMONIA. LA CONCETTUALIZZAZIONE DI ANTONIO GRAMSCI E ALCUNI SVILUPPI PIÙ RECENTI, Università degli studi di Firenze, Corso di laurea in Scienze Filosofiche, a.a. 2010/2011, pp.227-228

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Ranajit Guha, Dominance Without Hegemony: History and Power in Colonial India, Harvard Univ Pr (15 gennaio 1998), ed. inglese

 

dalla scheda tradotta [IT.]

- Cos'è il colonialismo e cos'è uno stato coloniale? Ranajit Guha sottolinea che lo stato coloniale dell'Asia meridionale era fondamentalmente diverso dallo stato borghese metropolitano che lo generò. Lo stato metropolitano aveva un carattere egemonico e la sua pretesa di dominio si basava su una relazione di potere in cui la persuasione superava la coercizione. Al contrario, lo stato coloniale non era egemonico e nella sua struttura di dominio la coercizione era fondamentale. In effetti, l'originalità dello Stato coloniale dell'Asia meridionale risiede proprio in questa differenza: un paradosso storico, si trattava di un'autocrazia costituita e sostenuta in Oriente dalla massima democrazia del mondo occidentale. Non era possibile per quello Stato non egemonico assimilare a sé la società civile dei colonizzati. Quindi lo stato coloniale, come lo definisce Guha in quest'opera molto argomentata, era un paradosso: un dominio senza egemonia.

 

a cura di Subaltern studies Italia






sabato 19 febbraio 2022

COSCIENZA E SOGGETTO NEI SUBALTERN STUDIES : autonomia e politicità delle lotte

 

La quaestio della “soggettivazione” è insieme il tema del soggetto politico, dell’”agency” e della coscienza di classe/spontaneità. In Gramsci si pone come superamento della disgregazione dei gruppi subalterni. (Q.25) /


(..) "La storia dei gruppi sociali subalterni è necessariamente disgregata ed episodica. (..) Ogni traccia di iniziativa autonoma da parte dei gruppi subalterni dovrebbe perciò essere di valore inestimabile per lo storico integrale.", 

Antonio Gramsci, Quaderno 25 (XXIII), 1934, Ai margini della storia (Storia dei gruppi sociali subalterni).


a cura di  /Subaltern studies Italia/

 

4.5 L'hic et nunc delle lotte: il problema dell'autonomia e della politicità

di Mariangela Milone

 

AUTONOMIA e POLITICITA'  delle LOTTE

 Il problema della coscienza rivoluzionaria è al centro del dibattito dei Subaltern Studies: è una problematizzazione che, prima di comportare per il gruppo indiano l'ingresso in una fase in cui la lettura delle fonti occidentali si è svolta in un'ottica decostruzionista, è stato diretto contro quella parte della storiografia inglese, rappresentata da Thompson e Hobsbawm, che, se inizialmente aveva ispirato la scrittura di una History from below, non aveva però mancato di connotare le espressioni di insorgenza, di ribellione e di autonomia secondo le caratteristiche di una “pre-istoria”.

Queste definizioni, come dimostrano lavori come “The making of the English working class” di Thompson, diventano enucleabili in maniera diretta e certa solo se si pensa che la storia sia nata come sorella gemella del capitalismo, in quanto, cioè, canale che il tempo del capitale ha da percorrere, nella misura in cui ciò ha dato un senso ai suoi stadi progressivi ed alle soggettività che ne avrebbero assorbito i caratteri.

Lo stesso Hobsbawm individua una serie di forme di mobilitazione - come il banditismo sociale, le rivolte dei calzolai e le sollevazioni messicane che usavano lo strumento dell'occupazione delle terre (440) - a partire da cui avrebbero potuto trovare espressione ed essere indagate dalla storiografia le istanze delle classi subalterne. Tuttavia, il punto di divergenza tra lo storico inglese e il gruppo fondato da Guha consiste nell'attributo della politicità a insurrezioni che, per la storiografia britannica, essendo di natura spontaneistica e fuori dal controllo dei “ribelli primitivi”, non avevano una propria autonomia, né quella consapevolezza che deriva da un'agency capace di determinare alla rivolta dei soggetti consapevoli delle forze economiche che agiscono su di loro, collocandosi così all'esterno oppure, accordando una funzione progressiva alla storia, nel non-ancora del capitalismo.

Il problema degli studiosi del gruppo indiano è, allora, sottrarre il dominio del metodo alla Storia progressiva, impostata sulla base della “immedesimazione emotiva”, di cui parla Benjamin, propria dello storico (occidentale o comunque rappresentante dei vincitori) nel modo di guardare rispetto ai documenti e alle circostanze evenemenziali: in mancanza di una simile riflessione, infatti, “di qui in avanti – dice Guha – non si avrà nulla nella storia che possa apparire totalmente inaspettato” (441).

 

DALLA FRAMMENTAZIONE all’UNITÀ ORGANICA

Lo storico indiano, coerentemente con la lettura benjaminiana che identifica con l'accidia come peccato capitale quella brama di impadronirsi dell'immagine autentica del passato, vede questo effetto quale risultato dell'introduzione di “commutatori (shifters) dell'organizzazione del discorso, che aiutano l'autore a sovrapporre una sua propria temporalità a quella degli eventi narrati” (442).

Si sovrappone, così, il tempo della storia con il tempo del discorso stesso, “il tempo-carta, che intreccia la cronologia della materia-oggetto con quella dell'atto- linguaggio che esso presenta”(443).

Il risultato di questa operazione è un documento che, imbevuto di questo tempo- carta, va a comporre un patrimonio culturale che rivela al materialista storico, il cui compito è spazzolare la storia contropelo, “una provenienza che non può considerare senza orrore” (444).

Rispetto a questa distorsione che opera nella narrazione del passato, secondo Guha, non c'è niente che la storiografia possa fare, poiché lo iato che si produce tra lo storico e il materiale che studia è un fatto inerente alla stessa natura del discorso storico: il massimo a cui può ambire sta nel riconoscere l'impossibilità di accedere pienamente alla coscienza del passato, rendendo questo dato un'assunzione, un parametro della narrazione (445).

La storiografia ufficiale spiega il fallimento storico della nazione indiana di creare se stessa partendo da dati fondamentali e interdipendenti: l'impossibilità di rinvenire nei soggetti in lotta una coscienza rivoluzionaria o comunque di classe; l'assenza di una leadership in grado di condurre le masse in rivolta da uno stato di frammentazione locale ad un'entità organica di carattere generale che si costituisse e si identificasse in un movimento di liberazione nazionale.

Con riguardo a quest'ultimo punto, Guha lega la frammentazione delle insorgenze direttamente a questioni territoriali e di composizione demografica, prima ancora che politiche, in quanto l'organizzazione sociale di molte zone, in India come nell'America del Sud, era basata su divisioni in villaggi e tribù spesso distanti tra loro al punto da rendere problematica la circolazione delle informazioni.

Sulla questione, invece, della coscienza di far parte di un movimento di liberazione nazionale, il problema si sdoppia, in quanto la critica investe sia la coscienza soggettiva e di classe sia l'aspetto teleologico che riguarda la finalità (non raggiunta) di porsi lungo il cammino storico e progressivo culminante nella costituzione dello Stato-nazione.

 La storiografia ufficiale manca però di chiedersi, dando per scontata la risposta o comunque situandola entro una catena semiotica di sviluppo progressivo, quale sarebbe stato effettivamente l'esito delle mobilitazioni anticoloniali, soprattutto in relazione alla specificità di quella situazione storica e delle soggettività che con essa erano intrecciate, se si fosse seguita la ricetta liberale occidentale.

Non si può escludere, considerando proprio l'importanza della dimensione temporale delle lotte in relazione alla loro propria specificità, che “le lotte anticoloniali non sarebbero state in grado di mobilitare le masse se avessero posposto ulteriormente le proprie rivendicazioni in un futuro più o meno remoto; per questo motivo i movimenti di liberazione opposero sempre al “non ancora” del liberalismo ottocentesco l’hic et nunc del nazionalismo terzomondista” (446).

Ma anche volendo stare alla logica di una linearità del processo storico, la ricostruzione storica può suggerire un concatenamento diverso da quello che la storiografia ufficiale vorrebbe come prodromico allo Stato-nazione: in questo senso, Gautam Bhadra è stato il primo a mettere in relazione le rivolte anticoloniali con il passato indiano delle mobilitazioni contadine del periodo precoloniale, che è un passato di insurrezioni contro altri imperi, in particolare contro la dominazione Mogol, di cui lo storico rinviene documenti risalenti agli inizi del XVII secolo.

Il suo discorso tende così a rovesciare il discorso della storiografia ufficiale con gli stessi argomenti da questa utilizzati sull'assenza di una coscienza rivoluzionaria e di un'autonomia della classe contadina.

Infatti, secondo Bhadra, le rivolte anticoloniali, “con tutte le loro variazioni, erano parte della tradizione generale della ribellione contro lo stato Mogol. In quest’area, le sollevazioni prese in esame segnarono anche l’inizio di una tradizione di resistenza contadina” (447).

La mancata integrazione delle masse lavoratrici entro il sistema discorsivo della lotta nazionalista di cui erano portavoce le élites derivava perciò non solo dalla impossibilità di ricodificare quel discorso in un immaginario e in una materialità radicalmente differenti, ma anche e conseguentemente dalla necessità politica di creare uno spazio nuovo e diverso che fosse in grado di preservare dall'oblio la propria tradizione delle lotte: come rileva Ascione, “per Guha [...] era proprio nell’atto del sottrarsi all’interazione con il potere che i gruppi subalterni salvaguardavano la propria indipendenza d’azione e di pensiero, la loro essenziale alterità” (448).

 Quella che la massa lavoratrice va a costituire è “la politica del popolo [...] [quale] spazio autonomo, la cui esistenza non era effetto della politica dell'élite e che non dipendeva da essa” (449).

Allora il punto è, seguendo Guha, che se l’insurrezione dei contadini nell’India coloniale è letta come a-politica e non autonoma, lo è proprio perché e nella misura in cui lo storico adopera le categorie interpretative che assumono la storia della composizione sociale di classe occidentale come modello di riferimento.

 NOTE

 

440)  Cfr: E.Hobsbawm, Gente non comune, BUR, Milano 2007

441)  R.Guha, La prosa della contro-insurrezione, in R.Guha – G.Ch.Spivak, Subaltern Studies. Modernità e (post)colonialismo, Ombre Corte, 2002, p.66.

442)  Ibidem

443)  Ibidem

444)  W.Benjamin, Sul concetto di storia, Einaudi; 1997, p.31 (tesi VII)

445) R.Guha, La prosa della contro-insurrezione, op. cit., p.88

446)  G.Ascione, A Sud di nessun sud, Postcolonialismo, movimenti antisistemici e studi decoloniali, I libri di Emil, 2010, p.42

447)  G.Bhadra, Two Frontier Uprisings in Moghul India, in AA.VV., Subaltern Studies Vol. II, a cura di R.Guha, Oxford University Press, New Delhi 1983, p.59

448)  G.Ascione, A Sud di nessun sud, op. cit., p.53

449)  P.Chatterjee, A proposito di alcuni aspetti della storiografia dell'India coloniale, in R.Guha – G.Ch.Spivak, Subaltern Studies. Modernità e (post)colonialismo, op. cit., p.35

 

- dalla Tesi di dottorato - Mariangela Milone, Università di Salerno, a.a. 2012/2013, “Genealogie della soggettivazione postcoloniale. Una lettura foucaltiana”

pag. 123/126

Mariangela Milone è ricercatrice dell’Università di Salerno.

 

La nuova titolazione dei sottoparagrafi è di Subaltern studies Italia.





domenica 6 febbraio 2022

LA COREA a MILANO: il meridiano subalterno del Nord di Danilo Montaldi

 

Danilo Montaldi /1929-1975/

NORD-SUD, meridiano subalterno

 - Il lavoro di ricerca di Danilo Montaldi (1929/1975) centrato sulla cultura degli strati subalterni (periferia metropolitana milanese, aree rurali della Bassa Padana, le concrete vite dei marginali) lo pongono come scrittore ’subalternist’ nella temperie degli anni ‘50, ‘60 e ‘70 del Novecento italiano. In qualche modo muove il suo interesse la conoscenza dei margini della storia, delle tracce “non in elenco”, dei tratti culturali dei soggetti ai limiti della storia del mondo, così come, fino al 1953, nell’Italia capovolta sud meridiana, Rocco Scotellaro aveva indagato i contadini della sua terra, con metodologie pur grezze non dissimili da quelle di Montaldi; sollevarono entrambi spocchie dell’accademia e della scolastica sociologica, ma proprio per questo risulta oggi documentaria scrittura di scienze socioantropologiche, voce di voci altrimenti disperse nella crisi e nel tramonto di civiltà.

Le posizioni politiche di Danilo Montaldi erano notoriamente internazionaliste e vicine a quelle di Giangiacomo Feltrinelli: sarà infatti proprio la casa editrice fondata da «Osvaldo» a pubblicare, nel 1960, il suo primo libro, -Milano, Corea. Inchiesta sugli immigrati - scritto in collaborazione con Franco Alasia.

Danilo Montaldi politicamente accettò la coperta-categoria sommaria di ‘stalinismo’ per criticare i vertici delle organizzazioni del movimento operaio, in primis del PCI, di cui pur aveva fatto parte seppur solo per il biennio 1945-1946, ma poi anche della nuova Left rivoluzionaria o sedicente tale. Ciò che rimane di questo ricercatore cremonese annegato in modalità mai chiarite nelle acque del fiume Roia, presso il confine italo-francese, a soli 46 anni, è una capacità di scrittura non comune per dar voce, identità e soggettività culturale al mondo subalterno della bassa padana, ad umili e disperati della civiltà rurale e delle periferie del Nord Italia, in una ‘questione settentrionale’ rovesciata rispetto al canone sviluppista ad egemonia capitalista e che incontra dunque il diseredato del sud e/o l’immigrato (come in Corea, Italia) in modalità non latitudinaria, ma sociale, al tramonto da una parte e alla crisi, dall’altra, dei paradigmi della civiltà. In qualche modo la resistenza, da misurare quanto residuale, alla mutazione antropologica di pasoliniana memoria. La critica all’analisi di Gramsci, che era in sostanza la critica alla lettura ‘togliattiana’ di Gramsci, non gli impedì di morire nel 1975 lo stesso giorno dell’autore dei Quaderni dal carcere, il 27 aprile.

/Subaltern studies Italia/,28/01/2022

 - scheda per l’edizione Donzelli (2010)

- Milano, 1959: Danilo Dolci propone a Giangiacomo Feltrinelli la pubblicazione di 32 storie di «sottoccupati», immigrati a Milano. Le interviste sono raccolte da Franco Alasia, operaio alla Breda; da Dolci viene l’idea di spostare il terreno di osservazione da una società arcaica a una società in pieno sviluppo, dal Sud di Banditi a Partinico alla città simbolo della ricchezza industriale. Non a caso, gli intervistati vengono da quelle periferie milanesi punteggiate da disordinati e irregolari insediamenti spontanei, in gergo chiamati «coree». Sono storie di ogni tipo: manovali in transito da un’impresa all’altra, ambulanti abusivi, contadini muratori, prostitute e pederasti. Non si tratta di un mondo destinato a scomparire, ma di una marginalità che nasce dentro il tessuto stesso della modernità, di un sommovimento che sta cambiando radicalmente la struttura sociale dell’Italia del boom. Il tema, del resto, è già divenuto scottante in seguito a una serie di scandali, come il mancato affitto di case ai «meridionali». Per presentare le interviste di Alasia, la Feltrinelli affida la stesura di un saggio al giovane sociologo Danilo Montaldi. A conquistarlo immediatamente è lo stile delle interviste: niente magnetofono, solo la trascrizione minuziosa delle parole dell’intervistato, comprese inflessioni, anacoluti e incertezze: «Da questo materiale emerge una serie di questioni: le conseguenze della guerra, la trasformazione sociale, la crisi agraria, la struttura economica, la città…». A cinquant’anni dalla sua prima pubblicazione, Milano, Corea si presenta come uno straordinario documento della convulsa modernizzazione italiana. Un’inchiesta che si è fatta «storia», come osserva Guido Crainz nella sua introduzione. Un libro di incredibile attualità, se si pensa alle affinità profonde che legano i percorsi dei meridionali di allora a quelli degli immigrati di oggi.

 

Bibliografia

Milano, Corea. Inchiesta sugli immigrati con Franco Alasia, + Feltrinelli, 1960 (seconda accresciuta 1975; ristampa Donzelli 2010)

Autobiografie della leggera, Einaudi, 1961 (ristampa Bompiani 2012 e 2018)

Militanti politici di base, Einaudi, 1971

Korsch e i comunisti italiani. Contro un facile spirito di assimilazione, Samonà e Savelli, 1975

Saggio sulla politica comunista in Italia 1919-1970, Edizioni Quaderni piacentini, 1976 (ristampa Colibrì Edizioni, 2016)

Bisogna sognare. Scritti 1952-1975, Colibrì Edizioni, 1994

Testo di critica storico-teorica di riferimento:

Stefano Merli, L'altra storia. Bosio, Montaldi e le origini della nuova sinistra, Feltrinelli (1977)

 

+ Franco Alasia, (1927-2006), operaio delle officine Breda di Milano, è stato tra i più stretti collaboratori di Danilo Dolci, con il quale ha condotto importanti lotte contro il lumpensviluppo e il fenomeno mafioso in Sicilia.

 

DANILO DOLCI e LE VOCI dal BASSO

Anni erano passati. Laterza aveva pubblicato coraggiosamente, anche se con un anno di ritardo, Banditi a Partinico. Avevamo cercato di capire come nella provincia di Palermo viveva il sottoproletariato; dalle esperienze di Franco Cagnetta e Rocco Scotellaro ricevevamo conferma e suggerimenti; oltre che dallo stesso nostro lavoro, dal genere di obiezioni (tra l’altro, molti dicevano di noi e degli altri che studiavamo analizzando dalla base, con disprezzo: “Sono degli empirici”) ci eravamo resi conto a che livello fosse ancora l’ignoranza degli italiani sulla loro vita e come fosse necessario esplorare attentamente, analizzare pazientemente dal di dentro, dal particolare, un luogo o un problema man mano allargando per arrivare a delle - anche se ancora limitate - valide generalizzazioni. Le inchieste Vigorelli e Tremelloni, dopo una prima ondata di discussioni, erano rimaste negli scaffali. Come era, sotto la nebbia della retorica bigotta e presuntuosa, in ogni regione, questa vita nel basso? Come era, che origine aveva a Roma, a Milano per esempio? Quali caratteristiche specifiche assumeva? Solo nella misura in cui avessimo avuto studi attenti dal basso, si sarebbe delineato, alla coscienza e alla responsabilità nazionale, il volto più ignorato (e spesso nascosto) dell’Italia. (..) sapere non è condizione sufficiente affinché le cose cambino - e bene, - ma certamente indispensabile.

Danilo Dolci, 1960

dalla prefazione a Franco Alasia e Danilo Montaldi, Milano, Corea - Inchiesta sugli immigrati, Feltrinelli, 1960

+nota: la ”Commissione parlamentare di inchiesta sulla disoccupazione", di cui alla proposta di inchiesta parlamentare di iniziativa dei deputati Tremelloni, Saragat, Bennani e Vigorelli, n. 1682, era stata approvata dalla Camera il 4 dicembre 1951.

/Subaltern studies Italia,/ 05/02/2022




Danilo Dolci (1924-1997) - Subaltern studies Italia





mercoledì 2 febbraio 2022

LUIGI LOMBARDI SATRIANI e il mondo popolare subalterno

 

Ancora “Intorno” a una storia del mondo popolare subalterno di de Martino / la discussione critica

di Luigi M. Lombardi Satriani

[post precedenti cfr. 28 e 29 giugno 2021- - in Subaltern studies Italia, https://www.facebook.com/Subaltern-studies-Italia-102006355428935]

 - In Intorno a una storia del mondo popolare subalterno (in Società’, a.V, nr.3, 1949, pp.411-435), Ernesto de Martino denuncia il fatto che le forme popolari del mondo subalterno “si sono configurate essenzialmente come materiale da praticamente ordinare in una scienza naturale dell’uomo, come un complesso di problemi tecnici per filologi addestrati”. Ciò è messo in rapporto al fatto che tale “mondo popolare subalterno costituisce, per la società borghese, un mondo di cose più che di persone, un mondo naturale che si confonde con la natura dominabile e spettabile, ovvero se ne distingue per caratteri non decisivi”. Viene così messo in luce il nesso da effetto a causa che intercorre tra “il circoscritto umanesimo della ‘civiltà occidentale’ e la struttura stessa della società borghese: appunto perchè è carattere di tale società che Cristo non vada ‘oltre Eboli’, il mondo che vive oltre Eboli è apparso alla etnologia e al folklore borghese come astorico, ovvero come storia possibile ma che attualmente non si affaccia alla memoria dello storiografo”. De Martino non si limita però alla fase della denuncia; egli nota principalmente come tale atteggiamento prevalente della cultura ufficiale di fronte alle forme culturali del mondo popolare subalterno sia entrato in crisi insieme alla società di cui era un’espressione. Il nuovo discorso dell’etnologo italiano si inserisce in una prospettiva di comprensione ai fini di una opera profilattica di storicizzazione. Questo saggio suscita una vivace discussione sulla stampa quotidiana e periodica, nella quale intervengono, fra gli altri, Ernesto Ragionieri (in ‘Il nuovo corriere’, 27 novembre 1949), Raffaello Franchini (in ‘Il mondo’, 14 gennaio 1950), Franco Fortini (in ‘Paese Sera’, 23 febbraio 1950), Ranuccio Bianchi Bandinelli (in ‘Sardegna nuova’, febbraio 1950), Luigi Anderlini (in ‘L’Avanti!’, Milano, 12 marzo 1950), e Cesare Luporini (Intorno alla storia del ‘mondo popolare subalterno’, in Societa’, a.VI, nr.1, 1950, pp.95-106).

- - - Luigi Lombardi Satriani, Antropologia culturale e analisi della cultura subalterna, Rizzoli, 1980, nota 34, pp.76/77

 

 L’ESOTICO INTERNO

 L’attualità di un testo di Luigi Lombardi Satriani, Folklore e profitto - Tecniche di distruzione di una cultura, pubblicato nel 1973 da Guaraldi, ristampato nel 2021 per le edizioni Museo Pasqualino con introduzione di Letizia Bindi e post-fazione di Ignazio E.Buttitta. Ne scrive Vincenzo Santoro su BlogFoolk Magazine, numero 534 del 13 gennaio 2022.

extract. dal blog

(..) il lavoro conserva valore, non solo all’interno della storia degli studi etno-antropologici, rispetto alla critica dei processi di “patrimonializzazione dell’immateriale”, rivelandosi ancora utile, e in certi casi addirittura profetico. Ad esempio, mettendo in luce aspetti legati alla “commercializzazione” delle culture locali, destinata a consolidarsi come prassi progressivamente più invadente e vessatoria. In questo senso, appare particolarmente significativa la scrupolosa indagine, condotta nel capitolo “Tecniche di etnocidio”, sul “folk market”, cioè sulle strategie pubblicitarie con cui grandi aziende capitalistiche incorporano e sfruttano temi del “folklore” per promuovere merci di largo consumo, riportando una serie di casi emblematici, (..) Segue la critica del rapporto fra “cultura tradizionale” e turismo, poggiando lo sguardo su quelle destinazioni marginali e “conservative”, che cominciavano proprio allora ad essere proposte a gente di città in cerca di evasione dalla realtà urbana e di esperienze alternative: al già affermato “esotico esterno”, oltre i confini nazionali, si giustappone dunque un “esotico interno”. Emergono le prassi di quel “marketing territoriale”, che sottopone le culture locali a una sorta di “plasmazione merceologica” – da alcuni perfino auspicata come antidoto alla scomparsa delle “tradizioni” – che continuano ad essere particolarmente controverse per ragioni di diversa natura, non da ultima il protagonismo assunto dalle amministrazioni locali. Infine, mi paiono ulteriormente stimolanti i passaggi riferiti a quello snodo cruciale dei primi anni ’70, sul ruolo svolto da intellettuali “progressisti” rispetto al “folklore”, che spesso sfociava (e sfocia) in atteggiamenti meramente paternalistici, e su come in breve tempo l’industria culturale (e in particolare i discografici e le televisioni) avesse riassorbito anche le istanze più radicali della “contestazione” in logiche di tipo eminentemente commerciale. (..) per Lombardi Satriani, senza un cambiamento radicale – e dunque rivoluzionario – dei rapporti sociali, la tradizione e il folklore siano inevitabilmente destinati ad “illanguidire”, fino a sparire, facendo eco alla visione pasoliniana di una “società dei consumi” che omologa e cancella le culture locali. Anche senza condividere la radicalità dell’analisi, occorre riconoscere come gran parte degli esiti paventati si siano successivamente realizzati, con l’ampia diffusione di percorsi di valorizzazione di patrimoni immateriali – spesso fortemente sostenuti anche economicamente dalle amministrazioni locali – in cui le finalità turistiche e commerciali hanno gradualmente prevalso (processo in qualche modo accelerato anche dalla corsa alle “nomine Unesco”). Da questo punto di vista, esemplare di come sia difficile sfuggire a un certo destino, anche per operazioni inizialmente promosse “dal basso” e con le migliori intenzioni, è la sorte del movimento salentino della “pizzica”, ormai in gran parte assorbito in dinamiche di sempre più spregiudicato marketing turistico e – in particolare col mega evento “identitario” della Notte della taranta – in logiche di spettacolarizzazione estrema banalizzanti e mercificatorie. fine extract.

 

recensione-saggio integrale qui:

https://www.blogfoolk.com/2022/01/luigi-maria-lombardi-satriani-folklore.html?fbclid=IwAR2q9QCgvwwcGxjoTQtsyMqvUHqNaMwUThFfVA-8Vr4_P1aHoBKNe3EfFWA


Luigi Lombardi Satriani - antropologo (Briatico,1936)