Subaltern studies Italia

L’analisi e la classe - a cura di Ferdinando Dubla

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mercoledì 20 luglio 2022

I ‘POPOLI SENZA STORIA’: PROSA DEL MONDO O PROSA DELLA STORIA

 

 La critica di Guha alla filosofia di Hegel

 

Ranajit Guha - Il pathos della storicità 

 


La complicità tra l’imperialismo e la storia del mondo, (..), non rappresenta solo una questione di espropriazione del passato dei colonizzati da parte dei colonizzatori. Essa equivale anche alla globalizzazione di uno sviluppo locale specifico dell’Europa moderna, ovvero il superamento della prosa del mondo da parte della prosa della storia. 64.

il nostro esame richiede di porre la narratologia della storia del mondo in una prospettiva che consenta ad altri modelli narrativi, quelli che si trovano dall’altra parte del limite, di comparire e parlare nel passaggio successivo del nostro cammino argomentativo. 65

Gli esclusi non sono astrazioni etniche o geografiche: formano la parte prevalente dell’umanità con le sue culture, letterature, religioni, filosofie e così via. Il filosofo osserva sistematicamente la moltitudine per scovarli uno a uno e depositarli nella terra desolata della preistoria. Non solo sono eliminati i passati a cui è improntata la vita quotidiana dei cosiddetti “popoli senza storia”, ma anche gli stili adottati nei loro linguaggi per includere tali passati nella prosa dei loro rispettivi mondi. In questo modo, la storia del mondo ha favorito la supremazia di un particolare genere di narrazione storica su tutti gli altri. Il fatto che sia riuscita in questo intento dimostra molto bene l’intelligente mescolanza di forza e persuasione grazie alla quale il colonialismo ha imperato tanto a lungo in vari continenti. 67.

l’esperienza, che porta il mondo nella narrazione, mantiene la narrazione in una condizione di forte tributarietà nei confronti del mondo.84.

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I numeri si riferiscono alle pagine relative da cui sono tratte le citazioni, cfr. Ranajit Guha, La storia ai limiti della storia del mondo, Sansoni, 2003 (con introduzione di Massimiliano Guareschi), traduzione it. (Rosanna Stanga) di Id., History at the Limit of World-History, Columbia Univ Pr. (2002)

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- Accanto alle civiltà orientali ci sono i cosiddetti “popoli senza storia” che vivono in uno “stato di natura”, incapaci di costruire raffinate istituzioni politiche. Per descrivere la vita di questi popoli, Hegel usa il termine “prosa del mondo” alla quale contrappone la “prosa della storia”. La prosa della storia, la storiografia, è quella scandita dagli Stati che si evolvono con la loro dialettica interna e attraverso i rapporti e gli scontri con gli altri Stati, mentre la prosa del mondo è quella che descrive l’empirica varietà delle esistenze individuali e sociali incapaci di farsi Storia e di mettere in moto la dialettica che conduce alla costruzione dello Stato. (..)

La demarcazione concettuale della storia hegeliana esclude sia le civiltà orientali, prive di capacità evolutive, di vera dialettica storica, sia, a maggiore ragione, i “popoli senza storia” (+) , che conducono un’esistenza sempre uguale entro un tempo ciclico naturale. Questa linea di demarcazione, che distingue vari livelli dell’esperienza temporale dei quali soltanto uno è forgiatore di storia, assume anche un preciso profilo geografico perchè la storia così intesa si sviluppa in un percorso che dalla Grecia classica conduce alla riflessione filosofica dell’idealismo tedesco passando attraverso la reinterpretazione cristiana della filosofia antica: questo è il modello classico dell’interpretazione della genealogia della modernità.

+ Eric R. Wolf, L’Europa e i popoli senza storia, Il Mulino, 1990

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PaolCapuzzo, La critica postcoloniale e i paradigmi della storia del mondo, sta in Saperi in polvere - Una introduzione agli studi culturali e postcoloniali, ombre corte, 2012, pp. 17-18-19




lunedì 18 luglio 2022

EDWARD SAID tra Oriente ed Occidente

 

SAID, L’IMPERIALISMO E L’OCCIDENTE


- alla voce ORIENTALISMO

- Gramsci, Said e i Subaltern studies

- Note

- Video

- What is Postcolonial Studies? L’approccio ‘subalternista’

 

Dipesh Chakrabarty,  Paolo Capuzzo, I.Chambers, Piero Onida, Robert JC Young, G.C.Spivak, Subaltern studies Italia

 

Gli studi subalterni fanno propria la visione post-coloniale, legata alla critica dell'orientalismo di Edward Said, così come all'analisi del discorso di Homi Bhabha e alle idee di Gayatri Spivak. Fin dal suo inizio, il collettivo Subaltern Studies ha posto domande sui metodi di scrittura della storia e si è inevitabilmente separato dal tradizionale metodo marxista inglese di cronaca della storia della classe operaia (l’autore si riferisce ad Eric Hobsbawm, Edward Palmer Thompson, Arnold Toynbee, principalmente, ndr).

Mentre gli studi subalterni discendono effettivamente da questa tradizione, sono diventati rapidamente una critica al campo accademico della storia.

Dipesh Chakrabarty Subaltern Studies and Postcolonial Historiography

su Journal for Historical Studies - Issue 3 / gennaio 2016

 

/Subaltern studies Italia/

 

  • alla voce ORIENTALISMO

 

L’opera di Said “Orientalismo” [Edward W.Said, Orientalismo. L’immagine europea dell’oriente, Feltrinelli, 1999 (1978)], che per molti aspetti ha aperto il campo degli studi postcoloniali, offre elementi significativi (..) assumendo la svolta tra Settecento e Ottocento come periodizzante per la costruzione di un’immagine di inferiorità dell’oriente che serve all’occidente per definire indirettamente se stesso come incarnazione di una serie di valori positivi. La costruzione di un sapere storiografico che vede l’occidente come il vertice della storia universale non è scindibile da un progetto di dominio che l’Europa mette in campo nel corso dell’Ottocento nei confronti degli altri continenti, sebbene esso vada considerato, così come fa Said per l’orientalistica, nella sua dimensione autonoma, non come epifenomeno di processi economici o politici. Il parallelismo tra imperialismo e immagine storiografica dell’occidente raggiunge il suo apice negli ultimi anni dell’Ottocento e nel primo Novecento. (..) Il declino sarà tuttavia repentino: questa indiscussa egemonia europea era destinata a inabissarsi nel pantano delle trincee della prima guerra mondiale.

Paolo Capuzzo, La critica postcoloniale e i paradigmi della storia del mondo, sta in Saperi in polvere - Una introduzione agli studi culturali e postcoloniali, ombre corte, 2012, pp.21-22

sul testo vedi post 12 ottobre 2021

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Permalink: https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=pfbid02QZdE3NETDjDfc9BhrEJXY4UNrnA4UMJojYmexKm4CuTgqqRH49oFyHsKyT9w9Gonl&id=102006355428935

 

#subalternstudiesitalia#EdwardSaid, #postcolonialism

 

Il grande salto effettuato nel pensiero critico occidentale da Gramsci e poi rielaborato da Said, è stato quello di capire che la lotta politica, culturale e storica non consiste nel rapporto tra la tradizione e la modernità, ma tra la parte subalterna e la parte egemonica del mondo.

 [I. Chambers, Il Sud, il subalterno e la sfida critica, sta in I.Chambers, Esercizi di potere, Gramsci, Said e il postcoloniale, Meltemi, 2006, IV di cop.]

 

 

  • GRAMSCI, SAID e i SUBALTERN STUDIES

 

di Piero Onida

 

- Nel Quaderno 8, il discorso relativo alla subalternità diviene tra i prediletti nelle analisi del pensatore sardo. Proprio in queste pagine non è difficile riconoscere una nuova impostazione storiografica da lui proposta: una narrazione storica delle classi e delle popolazioni subalterne (particolarmente in Q8 §66, 70) (1), tematica che, come vedremo in seguito, sarà di importanza centrale all’interno dei Subaltern studies. Successivamente,nel Q25, Gramsci affronta in maniera più decisa il ruolo del subalterno nella storia italiana, con particolare riferimento al Risorgimento, ove le classi subalterne divengono “ forze innovatrici[…]gruppi dirigenti e dominanti” (2), mostrando in tal modo un esempio di ribaltamento sociale da parte delle classi sottoposte. È particolarmente interessante, alla luce dello studio che segue, l’analisi di percezione della cultura egemone rispetto alle manifestazioni sociali di massa dei subalterni, che Gramsci delinea nel Q25,nota su Lazzaretti :“[…] questo era il costume culturale del tempo: invece di studiare le origini di un avvenimento collettivo, e le ragioni del suo diffondersi, del suo essere collettivo, si isolava il protagonista e ci si limitava a farne la biografia patologica, troppo spesso prendendo le mosse da motivi non accertati o interpretabili in modo diverso: per una élite sociale, gli elementi dei gruppi subalterni hanno sempre alcunché di barbarico e di patologico." (3)

In questo frammento di discorso, Gramsci propone una visione sull’analisi superficiale svolta dagli egemoni sulla manifestazione di eventi collegata ai sottoposti: la profondità del disagio sociale subalterno viene mascherata ed occultata come evento violento ed animalesco nella concezione egemone. (4)

Vi è dunque una orientalizzazione del subalterno, impossibilitato a rendere le proprie ragioni evidenti dal muro pregiudiziale costruito dalla classe dominante. Il concetto di subalterno orientalizzato in senso proprio, fu sviluppato in maniera organica da Edward W. Said nel suo celeberrimo saggio Orientalismo. (5)

Said ottempera alla necessità di applicare il concetto gramsciano al suo lavoro, collegando la condizione di sottoposizione del proletariato a quella delle culture non europee, in un connubio senza dubbio riuscito. Il subalterno in Said è,dunque, l’orientale ritenuto inferiore, nonché barbaro, dalla lettura culturale eurocentrica. Gramsci e Said risulteranno fondamentali nei Subaltern studies, ove il lavoro dei due viene costantemente utilizzato tanto per questioni di ricerca ed analisi metodologica quanto per l’affinità degli studi subalterni alle categorie concettuali elaborate dai due autori. La concezione di subalterno già vista in Said, è un collegamento ideale molto forte tra il concetto gramsciano e quello elaborato da Gayatri Chakravorty Spivak, filosofa americana di origine bengalese, studiosa di primissima importanza nel campo dei Subaltern studies. Il subalterno della Spivak è il proletario del mondo, incapace perfino di comunicare la sua situazione:

“[…] subalterno non è semplicemente un termine aulico per dire “oppresso”, per l’Altro, per colui che non riceve la sua fetta di torta […] In termini post-coloniali, chiunque abbia accesso parziale o non abbia accesso all’imperialismo culturale è subalterno. Ora, chi direbbe che stiamo parlando degli oppressi? Il proletariato è oppresso. Non è subalterno […] In tanti vogliono appropriarsi della

subalternità. Chi se ne appropria è dannoso e poco interessante. Voglio dire, essere solo una

minoranza discriminata in un campus universitario; questa non è “subalternità” […] Costoro possono vedere quali siano i meccanismi della discriminazione. Sono parte del discorso egemonico, anche se vogliono un pezzo di torta e non possono averlo, hanno la possibilità di parlare, di utilizzare il discorso egemonico. Non dovrebbero autoproclamarsi subalterni.” (6)

Gayatri Spivak, pur sfruttando il lemma gramsciano, ne critica l’utilizzo nella sua accezione più strettamente vicina agli studi di Antonio Gramsci: il subalterno della Spivak è al gradino più basso

della scala sociale mondiale; orientalizzato, sottoposto ed incapace di lamentarsi. I Subaltern studies tentano di costruire la storia di “questi” subalterni e non di coloro che reclamano la subalternità,

con tutte le difficoltà legate al dare voce e dignità storica a chi non l’ha mai avuta.

 

  • Note

1)  GERRATANA Valentino (a cura di) GRAMSCI Antonio, Quaderni del carcere, 4 voll., Einaudi, Torino 1975, Q8, §66 e §70 pag.980 e pag.982

2)  Ibidem, Q25, §48, pag.332

3) Ibidem, Q25, I, pag. 2279

4)  BUTTIGIEG Joseph A., subalterno, subalterni in LIGUORI Guido / VOZA Pasquale (a cura di), Dizionario Gramsciano, 1926-1937, Carocci Editore, 2009, Roma, pag. 830

5)  SAID Edward, Orientalismo, Feltrinelli, 1999 Milano

6)  DE KOCK Leon, Interview With Gayatri Chakravorty Spivak: New Nation Writers Conference in South Africa, in ARIEL: A Review of International English Literature, 23:3, July 1992

 

da Piero Onida, Subalternità e Subaltern studies, Relazione finale del corso Storia del colonialismo e della decolonizzazione, Università degli studi di Cagliari, su Academia.edu, 2014

 

Piero Onida - Google scholar https://scholar.google.it/citations?user=LpfqfoAAAAAJ&hl=it

 

·        Video

- Riascoltare oggi la voce di Said, l’autore di ”Orientalismo”, rivedere foto e filmati della sua vita (1935-2003), intervistato in qualita’ di docente della Columbia University, e’ un’esperienza resa possibile sul canale di Subaltern studies Italia.

EDWARD SAID - Palestinian Academic [ENG]

video, 54’11”

https://youtu.be/QtvZlMmvapk

 

  • What is Postcolonial Studies? L’approccio ‘subalternista’

 

- La teoria postcoloniale non riguarda tanto idee e pratiche statiche quanto il rapporto tra idee e pratiche: rapporti di armonia, rapporti conflittuali, rapporti creativi tra le diverse società e le loro culture. Il postcolonialismo esprime un mondo in continuo mutamento, anche grazie alle lotte dei popoli, e i suoi promotori non cercano che di cambiarlo ulteriormente.

Ciò che propongo è un approccio dal basso al postcolonialismo. Un postcolonialismo dal basso, sicuramente la sua prospettiva più consona, dato che si propone come la “voce” politica dei subalterni e cioè delle classi e dei popoli oppressi.(..)

[da Introduzione al postcolonialismo di Robert JC Young, Meltemi, 2005, pag. 14/15]

- Quando abbiamo iniziato a insegnare la “marginalità”, abbiamo cominciato con i testi chiave dello studio contemporaneo della politica culturale del colonialismo e delle sue conseguenze: con i “grandi” testi del mondo arabo, il più delle volte con quelli di Frantz Fanon, uno psichiatra cristiano della Martinica… È in questo contesto generale che abbiamo trovato il testo chiave della nostra disciplina: Orientalismo di Edward Said… Questo lavoro di Said non era uno studio della “marginalità”, nè della marginalizzazione. Era lo studio della costruzione di un oggetto, per indagarlo e controllarlo. Lo studio del discorso coloniale, derivato direttamente da lavori come quello di Said, è, tuttavia, fiorito in un giardino dove il marginale può parlare ed essere parlato, anche interpretato (Spivak, Outside in the Teaching Machine, New York, Routledge, 1993).

 

/Subaltern studies Italia/, per un approccio ’subalternista’ degli studi postcoloniali, 16 novembre 2021

 

Cfr. anche Carla Pasquinelli e lo sguardo dell'Occidente

Said, l’orientalismo e la costruzione discorsiva dell’Altro

Blog Subaltern studies Italia, 6 ottobre 2021, 👇

http://ferdinandodubla.blogspot.com/2021/10/carla-pasquinelli-e-lo-sguardo.html

 


compilato da compiled by द्वारा संकलित  [dvaara sankalit]

- prof. Ferdinando Dubla, in Academia edu - https://independent.academia.edu/FerdinandoDubla

promotore nella forma del collettivo di ricerca, in Italia, dei Subaltern studies internazionali fondati dallo storico indiano Ranajit Guha nel 1982 e che hanno sviluppato l’imprinting, con la studiosa di origini bengalesi Gayatri Chakravorty Spivak, Columbia University, degli studi cosiddetti post-coloniali o critica postcoloniale, di cui può essere considerato caposcuola il compianto Edward Said

[in arabo: إدوارد وديع سعيد‎, Idwārd Wadīʿ Saʿīd, (Gerusalemme, 1935 – New York, 2003)]

lo studioso palestinese anch’egli della Columbia University, autore del fondamentale “Orientalism”, pubblicato nel 1978.

 

BIOGRAPHY

https://ferdinandodubla.academia.edu/


Edward Said [in arabo: إدوارد وديع سعيد‎, Idwārd Wadīʿ Saʿīd, (Gerusalemme, 1935 – New York, 2003)]




domenica 17 luglio 2022

LINKS SUBALTERN STUDIES ITALIA - LINKS SUBALTERN STUDIES ITALY लिंक सबल्टर्न स्टडीज इटली [link sabaltarn stadeej italee]

 

compilato da / compiled by / द्वारा संकलित  [dvaara sankalit]

- prof. Ferdinando Dubla, in Academia edu - https://independent.academia.edu/FerdinandoDubla


promotore nella forma del collettivo di ricerca, in Italia, dei Subaltern studies internazionali fondati dallo storico indiano Ranajit Guha nel 1982 e che hanno sviluppato l’imprinting, con la studiosa di origini bengalesi Gayatri Chakravorty Spivak, Columbia University, degli studi cosiddetti post-coloniali o critica postcoloniale, di cui può essere considerato caposcuola il compianto Edward Said [in arabo: إدوارد وديع سعيد‎, Idwārd Wadīʿ Saʿīd, (Gerusalemme, 1935 – New York, 2003)] lo studioso palestinese anch’egli della Columbia University, autore del fondamentale “Orientalism”, pubblicato nel 1978.

 

BIOGRAPHY

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L’elenco, in Academia edu, di alcuni dei contributi di ricerca <tag: Subaltern studies Italia> di studiosi italiani

 

authors <tags> Subaltern studies Italia su Academia edu

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per una storia del collettivo Subaltern  studies Italia - web - http://lavoropolitico.it/subaltern_studies_storia.htm

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Canale video -  https://www.youtube.com/channel/UCSyF6sPozHw2u8yJMg8FN6A




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mercoledì 6 luglio 2022

Can San Luca Speak?

 


“Proveremo a pensare la storia del mondo come l’impensabile che è racchiuso all’interno dei suoi confini, (..) Ranajit Guha, La storia ai limiti della storia del mondo, 2003

SUD ASPRO MONTANO: San Luca ai confini della storia


Siamo la #gentediAspromonte [a San Luca] “il mare si indovinava nel grande vuoto dell’orizzonte”, Corrado Alvaro, 1930 /

 

Come Alvaro, così San Luca. Il paese natale dello scrittore porta le stimmate di epicentro della 'ndrangheta, delle faide malavitose, dei proiettili sul cartello di entrata, dei commissariamenti comunali per infiltrazioni mafiose. Spariscono le ragioni sociali, rientrano le tesi lombrosiane dell'antropologia criminale. Alvaro è calabrese e il suo Cristo si è fermato a San Luca. L'autore di Gente in Aspromonte è indiziato di meridionalismo, di aver narrato i senza voce, i subalterni dell'Aspro Montano. Datato, certo, come tutta la questione storico-sociale del Mezzogiorno. La connessione, però, si fa evidente: le aspettative di un popolo diventano frustrazione della propria condizione sociale, l'atavico retaggio tradizionale senza escatòn (il riscatto di de Martino) l'insediamento nel nuovo capitalismo finanziario con la critica delle armi.

San Luca può parlare?- fe.d.

 

 

NEL NOSTRO PASSATO è RACCHIUSO IL FUTURO


epilogo di “Gente in Aspromonte” di Corrado Alvaro: “Aspettava la sua sorte. Quando vide i berretti dei carabinieri, e i moschetti puntati su di lui di dietro agli alberi, buttò il fucile e andò loro incontro. ‘Finalmente,’ disse, ‘potrò parlare con la Giustizia. Chè ci è voluto per poterla incontrare e dirle il fatto mio!”.


Quello che di San Luca (RC) ci ha consegnato la società dello spettacolo descritta da Debord è l’immagine stereotipata di una caratterizzazione antropologica degna della pseudo-“genosomatica” di Cesare Lombroso e che è entrata nelle narrazioni dominanti della “questione meridionale” come “questione criminale”, quella che Gramsci denunciava per riproporla come “questione sociale”. La terra natale di Corrado Alvaro genera però anche la sua contronarrazione, non edulcorata nè retorica, ma incisa nella sofferenza e nel riscatto possibile del mondo subalterno. I volti, le mani, il lavoro e l’arte come cultura dell’appartenenza, come soglia di un altro mondo possibile. - #subalternstudiesitalia

 

“Avevamo un’identità di popolo che purtroppo abbiamo perso; non siamo più noi, ma gareggiamo tra noi per diventare ‘altri’”.

Fortunato Nocera (San Luca, 1938), scrittore e saggista.

 

Non è molto raro, in Italia, che si parli e si accusi per sentito dire. Non si può definire timido o rassegnato chi, a soli 27 anni firma assieme ad altri 52  illustri intellettuali coraggiosi, tra cui Umberto Zanotti Bianco, Eugenio Montale, Piero Calamandrei, e lo stesso Giovanni Amendola, il manifesto antifascista che Benedetto Croce scrisse in risposta a quello pro fascismo di Giovanni Gentile; chi, nel Mondo dello stesso Amendola, giornale apertamente antifascista, continuò a scrivere contro il nascente regime totalitario: “Nel 1922 ero al Mondo il giornale di opposizione al fascismo. Vi scrissi volontariamente cose che mi costarono poi molti guai… Gli attacchi che mi facevano i giornali mi impedivano di vivere e riparai a Berlino…Ero antifascista per temperamento, per cultura, per indole, per inclinazione, per natura.” A causa di questa persecuzione, per la quale i giornali e le riviste rifiutavano ogni suo scritto, Alvaro precipitò addirittura nell’indigenza e nella disperazione morale ed economica. Minacciato parecchie volte dagli squadristi, fu aggredito fisicamente dagli stessi il 16 dicembre 1925, mentre passeggiava con l’amico filosofo e critico Adriano Tilgher, pure lui malmenato. Riparò a Berlino dove l’aveva invitato Luigi Pirandello ed altri intellettuali rifugiati nella Repubblica di Weimar. Qui, riuscì a trovare lavoro in vari giornali e riviste, anche francesi, e a completare Gente in Aspromonte, La signora dell’isola e altri scritti e a pubblicare L’amata alla finestra

Ma anche leggendo le opere di Alvaro si riesce a capire il suo carattere non rinunciatario o rassegnato: Antonello Argirò, il protagonista del suo racconto più conosciuto ed apprezzato, Gente in Aspromonte, reagisce in maniera anche violenta alle angherie perpetrate dai padroni contro la sua famiglia che, per distruggerla economicamente, bruciano la stalla e la mula che ci sta dentro, unica fonte di entrata della famiglia. Antonello dà fuoco ai boschi e alle mandrie dei padroni. Mario La Cava commenta così l’episodio: Nel racconto i fatti si svolgono con alto senso di drammaticità. Una burla atroce è al centro dell’azione. I nobili fannulloni mettono fuoco alla capanna in cui è custodita la mula del povero Argirò, unica risorsa per mantenere il figlio agli studi. Un altro suo figlio si sacrificava lavorando lontano nell’impegno di aiutare il padre a mantenere il figlio studente. Distrutte le loro speranze, il figlio che lavorava appicca il fuoco ai boschi dei nobili, nel vano tentativo di liberare il popolo oppresso. Non riesce a nulla, riesce soltanto a gridare alto il suo bisogno di giustizia di fronte al mondo.

 Questo non è certo un atteggiamento di cultura della rassegnazione.   

da Calabria Post https://www.calabriapost.net/cultura/corrado-alvaro-tutt-altro-che-rassegnato?fbclid=IwAR341YBLHzxru0Q5ZhkNFtstHBNCvWT0Hy6-eix-4GcIfM0oGxGnXHKrRw0


#fortunatonocera



Video realizzato dal centro culturale San Luca Illustrato. #sanlucaillustrato

https://youtu.be/IJ-UmROQ25c

 

 

Qui, in questo luogo di abbandoni e di rovine, di bellezze e di devastazioni, bisogna fare i conti con la storia profonda e sotterranea, bisogna ascoltare e decifrare le voci di quelli che hanno raccontato e inventato i luoghi, occorre cercare un nuovo modo di relazionarsi con loro.

Vito Teti, Il senso dei luoghi, Donzelli (2004). e.book 2014, referre, pos.332

 

racconto fotografico #casanatale #corradoalvaro antica.sartoria.sanluchese di via san sebastiano / incontro di Subaltern studies Italia con San Luca e l’aspra controstoria dei subalterni, 3 giugno 2022

https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=pfbid029DMBma2hYsZgEGEkyCrk1subkoXHZbKKh3WoAwPx15BTaX9oYY6VJwBK17kqqwsJl&id=102006355428935



San Luca (RC)


Corrado Alvaro (San Luca, 1895 - Roma, 1956)







lunedì 4 luglio 2022

I subalterni possono parlare? (Ania Loomba) 2a parte

 

 "Una delle questioni su cui il confronto è più acceso negli studi postcoloniali è se il soggetto-agente colonizzato, o "subalterno", può essere recuperato e rappresentato dagli studi postcoloniali".

Ania Loomba, 1998, 16

 

Il dibattito nella critica postcoloniale sulla costituzione della soggettività antagonista e della parola ai subalterni (2a parte). La 1a parte è stata pubblicata l'11 giugno 2022.

http://ferdinandodubla.blogspot.com/2022/06/i-subalterni-possono-parlare-ania.html

 

Ania Loomba - Colonialismo/Postcolonialismo

 

Per una élite sociale, gli elementi dei gruppi subalterni hanno sempre alcunché di barbarico e di patologico.

Antonio Gramsci, Quaderno 25 ed. 1975 pag.2279

 Siamo interessati a recuperare le voci dei subalterni perchè ci interessa cambiare le relazioni di potere contemporanee.

Ania Loomba, 1998, 236

 

La nostra sfida attuale è proprio quella di cercare di capire come le classi inferiori che vogliamo studiare siano costruite in modi conflittuali come soggetti, ma allo stesso tempo trovino anche, attraverso la lotta, il modo di realizzarsi in modi coerenti e centrati soggettivamente in qualità di soggetti-agenti.

O’Hanlon e Washbrook, After Orientalism, 1992

 

Le relazioni fra noi e i “subalterni” che cerchiamo di portare alla luce si basano anche sul fatto che le storie del passato continuano a dare forma al mondo in cui viviamo.

Ania Loomba, 1998, 237

 

 

Non bisogna pensare che solo quanti si trovano in situazioni di estrema marginalità siano i "veri" subalterni e che solo le loro voci debbano essere "recuperate". Allo stesso tempo dovremmo ricordare che quanti, sulle orme di Gramsci, hanno recuperato questo termine per gli studi storici lo hanno fatto per creare delle distinzioni all'interno delle popolazioni colonizzate, fra l'élite e il resto della società. Chiunque siano i subalterni, essi sono presenti simultaneamente in diversi discorsi sul potere e sulla resistenza. La relazione fra colonizzatore e colonizzato era, in fin dei conti, continuamente attraversata e divisa da molte altre forme di relazioni di potere. Ciò significa anche che qualunque esempio di soggettività-agente, o qualunque atto di ribellione, può essere letto in molti modi. Frederick Cooper (Conflict and Connection: Rethinking Colonial African History,  The American Historical Review, Vol.99. nr.5, dec. 1994) per esempio, ci invita a riflettere se considerare le azioni della classe operaia nell'Africa francese e britannica come un esempio di militanza africana, della lotta universale della classe operaia o della riuscita cooptazione degli africani nelle pratiche occidentali. Cooper ci ricorda che "tutte e tre le letture contengono delle verità, ma il punto importante è la loro relazione dinamica": i movimenti operai si trovavano in una tensione creativa con le lotte anticoloniali, come quelle rurali e contadine con le forme di ribellione più urbane e occidentalizzate. Si può quindi pensare ai soggetti individuali e collettivi in molti modi in uno stesso momento e dobbiamo rimanere aperti sul significato che possono assumere subalternità e dominazione. Si tratta di una questione di primaria importanza. porre i subalterni in una molteplicità di gerarchie non è abbastanza. dobbiamo pensare anche alla relazione cruciale fra queste gerarchie, fra diverse possibilità e diversi discorsi. (..)

Lata Mani sottolinea che il nostro impegno nella ricerca delle voci subalterne può spostarsi fra diverse location. Per questo la studiosa propone una distinzione tra il modo in cui il suo lavoro sulle sati messe a tacere ha trovato una risonanza nelle università americane, in Inghilterra e in India. Occuparsi di queste differenze l'ha portata a formulare in modo nuovo la domanda da cui eravamo partiti:

La domanda "I subalterni possono parlare?" dovrebbe forse essere trasformata in una serie di interrogativi: quale gruppo costituisce i subalterni in un testo dato? qual è la loro relazione vicendevole? come si può riconoscere, in un determinato insieme di materiali, se essi stiano parlando o invece tacciano? e con quale effetto?... +

+ Lata Mani, Cultural Theory, Colonial Texts: Reading Eyewitness Accounts of Widow Burning, in Cultural Studies, 1992, Routledge, pag.403

 

da Ania Loomba - Colonialismo/Postcolonialismo, Meltemi, 2000, pp. 232-233 e 237.



Ania Loomba (Delhi, 1955) è una studiosa di letteratura indiana che lavora come professoressa all'Università della Pennsylvania. Il suo lavoro si concentra sul colonialismo e sugli studi postcoloniali, sulla teoria razziale e femminista, sulla letteratura e cultura indiana contemporanea e sulla prima letteratura moderna.