Subaltern studies Italia

L’analisi e la classe - a cura di Ferdinando Dubla

Powered By Blogger

giovedì 10 ottobre 2024

GRAMSCI, LA ”SINISTRA WOKE” E LA CATACRESI

 


La catacresi, l’estensione del significato di un termine oltre i limiti della proprietà della cosa rappresentata dalla parola, è una figura retorica, un gioco linguistico. “Questa notte la luna mi parla”. Bella immagine poetica, ma catacretica, perché la luna non parla. La catacresi, in latino abusio, abuso del linguaggio appunto, nella dialettica significante/significato. La catacresi è il legame esistente tra ciò che si autodefinisce e viene nominata dai suoi avversari politici “sinistra”, il “politicamente corretto”, la woke culture e il capitalismo ‘woke’. Il principe non deve baciare Biancaneve: è abuso. E guai a metterlo in discussione. Al bando, fuori la legalità, l’inquisizione è woke. Il capitalismo ‘woke’, a nostro modo di vedere, impernia molta pubblicità, la forma di persuasione mercantile che si impone alle grandi masse. L’ Eni, che con i suoi pozzi distrugge le testimonianze della civiltà contadina in Basilicata e contribuisce all’inquinamento di Taranto, tanto per fare un esempio, ha nelle sue campagne la pulita energia del futuro, legandosi così al senso comune delle battaglie ambientaliste. O le banche, cuore dell’egemonia del capitale finanziario, il parassitismo mediatore dell’estorsione di plusvalore: amano l’arte, finanziano restauri, sponsorizzano opere. Vanno cioè incontro al ‘socialmente corretto’, che diventa il ‘politicamente corretto’. Si cui si fonda l’impalcatura di quella che viene mediaticamente appellata ‘sinistra’. Ma che sinistra non è se non per gioco linguistico. La catacresi, appunto. Temi presenti nelle modalità del suo tempo anche nelle analisi del filologo Gramsci: tra le sue categorie analitiche più importanti ci sono infatti quella di ‘senso comune’ e ‘conformismo’ di massa.

La catacresi. Della ‘sinistra’. Annega nella woke culture, del ‘politicamente corretto’ del conformismo borghese e della piccola borghesia declassata. Del senso comune di massa che indica il dominio, il potere e il suo segno di classe, come ci ha insegnato Gramsci. Non può esistere sinistra borghese, esiste una borghesia che si crede di ‘sinistra’. Perorando cause di diritti già universali per renderli ‘legalmente riconosciuti’, ma senza lotta di classe. Diritti e tutele sociali rischiano così di non incontrarsi mai. Il ‘vokismo’ è diventato uno strumento del capitalismo imperialista. Ecco perchè critichiamo la stessa  Sahra Wagenknecht, fondatrice e leader del partito BSW (Bündnis Sahra Wagenknecht, cioè un partito personale!) e il suo libro “Contro la sinistra neo liberale”, Fazi, 2022. Bisognerebbe scrivere correttamente ‘sinistra neoliberista’. Che è un ossimoro. O sinistra, o neoliberisti. Non esiste una sinistra ‘alla moda’. È accettare che il termine "sinistra" ricalchi lo stereotipo coniato dall’egemonia capitalista del senso comune guidato dalla destra politica. Non è sinistra la palude centrista neoliberista. La sinistra, o è di classe o non è. La sinistra o è antagonista o non è. Comunisti, socialisti, anarchici, devono nuotare in questa sinistra. Formarla, soprattutto. / fe.d.

Due libri importanti per l'analisi della 'woke culture' e del 'capitalismo woke'

 

L’INQUISIZIONE NON È PIÙ “SANTA”

La categoria gramsciana di ‘senso comune’ incrocia il conformismo di massa per il tramite dell’influenza del potere politico e dei suoi strumenti di persuasione ed è compito proprio della coscienza di classe penetrare la coltre dell’apparenza nel rapporto lessico-significato. La cultura ‘Woke’ e il ‘politicamente corretto’ si situano oggi allo stesso livello di potenza dei mezzi della comunicazione diffusa, sui social, in rete. L’”anomia” di Durkheim diventa l’ombra di un ‘grande fratello’. Le percezioni individuali una non più santa ma comunque terribile inquisizione e l’azzeramento della discussione collettiva in nome di assiomatiche asserzioni giocate su un lessico che permea dal senso comune i suoi significati. Il totalitarismo del neoliberismo permea così i valori relativi come assoluti, nell’”ordine naturale delle cose”. Ma c’è anche un limite in questa analisi: la dialettica struttura-sovrastruttura viene ‘rovesciata’ (è il caso di utilizzare il termine hegeliano ma nella circolarità dialettica di segno marxiano) illudendosi di un ‘binario parallelo’ fra diritti individuali e tutele sociali. Non è così, perchè solo le più forti delle tutele sociali determinano i diritti individuali nella dimensione collettiva.

- Andrea Zhok, “La profana inquisizione e il regno dell'anomia. Sul senso storico del «politicamente corretto» e della cultura woke”, Il Cerchio, 2024



Andrea Zhok è filosofo e professore di Antropologia filosofica e Filosofia morale all'Università degli Studi di Milano.

Il tema del libro ruota intorno al politicamente corretto e alla profana inquisizione, che ha le stesse caratteristiche di quella santa, salvo l'assenza di ispirazioni teologico/confessionali: la profana inquisizione, infatti, si ispira all'istanza anomica. E qui si arriva all'altro tema principale dello scritto: il concetto di anomia. Coniato dal sociologo Emile Durkheim, il termine indica un disorientamento di ordine valoriale e etico, un'assenza di direzione che guida la società, visibile, già ai suoi tempi, soprattutto nelle città occidentali. "Oggi questa forma culturale ha raggiunto un carattere egemonico - ha scritto Zhok - E' diventata un'ideologia estremamente influente nella componente della popolazione che ha le leve della cultura e dei media e che, quindi, ha la possibilità di influenzare l'opinione pubblica".

Cioè, un’élite funzionale alle classi dirigenti e ai gruppi di potere che corrodono la democrazia sostanziale.

- Infine: la critica radicale al capitalismo può portare ad un’escatologia salvifica di un’apocalissi culturale? È questo il comunismo? Ma l’apocalissi non è solo culturale, è il rischio immanente conseguenziale del conformismo di mercato. E del mercato politico.

CAPITALISMO WOKE [1]



Carl Rhodes, “Capitalismo woke. Come la moralità aziendale minaccia la democrazia”, Fazi, 2023 - [pp.314]

dalla prefazione di Carlo Galli - estratto

- woke è il progressista mainstream che ipocritamente ostenta virtù civili per essere alla moda e che conformisticamente si colloca nella parte “giusta” della società, per stigmatizzare gli “altri”.

- la società è un unico magma informe, in cui i poteri forti sono quelli delle corporations, non certo quelli politici. È questo lo scenario del neoliberismo maturo, naturalmente, in cui le grandi aziende, i loro AD, danno per scontato che lo Stato abbia fallito nel risolvere determinate questioni sociali e che tocchi all’economia gestirle o direttamente oppure sponsorizzando movimenti politici di massa come, ad esempio, Me Too, Black Lives Matter, o le cause ambientali. Non più quindi i vecchi investimenti culturali nei grandi musei e nelle grandi biblioteche fondate nel Novecento dai “baroni ladri” ritiratisi in pensione, ma nuovi investimenti sociali delle aziende, che vogliono surrogare la politica. L’economia non si limita a invadere l’intera società, ma si sostituisce direttamente allo Stato.

- Sono cause meritevoli sì, ma simboliche o morali, ed economicamente innocue: hanno a che fare con diritti civili, non con diritti sociali strutturali, legati ai rapporti di potere tra capitale e lavoro. Rispetto ai quali funzionano come un diversivo: in ogni caso, l’attivismo aziendale le fa diventare cool, le integra nel discorso mainstream. È questa, del resto, la direzione prevalente delle politiche orientate “a sinistra” in età neoliberista.

- il capitalismo compra tempo – è la sua strategia di fondo, come ha argomentato Stiglitz –: non cerca soluzioni, ma differisce fin che può l’esplosione dei problemi che esso stesso genera.

- Il capitalismo woke è un capitalismo intelligente e sofisticato che, a differenza di quello conservatore antiwoke, si preoccupa del medio termine: e non vuole lasciare spazio a nulla al di fuori di sé, ma vuole dimostrare che solo il capitalismo è il motore della produzione economica, della ricostruzione sociale, della strategia politica.

“l’etica può anche sfidare il sistema stesso su cui poggia il capitalismo.”

“il capitalismo woke dovrebbe essere contrastato e combattuto su basi democratiche, poiché esso fa sì che gli interessi politici pubblici vengano sempre più dominati dagli interessi privati del capitale globale. (..) Quando la nostra stessa moralità viene imbrigliata e sfruttata come risorsa aziendale, dietro c’è sempre all’opera l’interesse privato delle imprese.“

“Come ci ricorda la politologa Wendy Brown, il concetto di democrazia non va confuso con l’idea del moderno Stato liberale democratico. Brown sostiene che, nell’attuale congiuntura storica, «gli impegni dello Stato democratico per l’uguaglianza, la libertà, l’inclusione e il costituzionalismo sono ora subordinati al progetto di crescita economica, di posizionamento competitivo e di valorizzazione del capitale». “

Su Wendy Brown in questo blog cfr. PER UNA CRITICA DELLA TEORIA CRITICA - Wendy Brown ed Agnes Heller

“la vera democrazia si fonda sul credere prima di tutto nella sovranità popolare.”

“Il capitalismo woke è l’odierna derivazione di questo feudalesimo rinnovato, che cede alle imprese non soltanto l’autorità legale, ma anche quella morale e politica.”

Stralci da Carl Rhodes, “Capitalismo woke”, Fazi ed., cit. da ed. digitale

- Su Sahra Wagenknecht, il suo partito e il marxismo leninismo -

appiccicano etichette: rosso-bruni, conservatori di sinistra, nostalgici della DDR. In realtà il limite serio della formazione di sinistra uscita da una costola della Linke è un accentuato leaderismo personalistico. Nel nome innanzitutto: BSW significa Bündnis Sahra Wagenknecht. Ad ogni modo mandiamo via tutti gli stereotipi che ci impone la narrazione delle classi dominanti europee: il punto che a noi sembra dirimente è un altro. Alcuni altri: tra questi c’è la specularità tra diritti civili e tutele sociali. La sfida del socialismo come ideale politico del presente e dell’avvenire non può essere la riproposizione di un azzeramento dei diritti che provengono dal liberalismo, ma combattere il liberismo con il libertarismo, il libertarismo sociale, perchè esiste anche quello falso-borghese.






È questa la vera ‘next revolution‘ in occidente. Così come il fenomeno dell’immigrazione: va certo studiato, analizzato ma anche gestito con la fraternità dei popoli, faro degli ideali comunisti e libertari nello stesso tempo. Non contrapposizione tra diritti e tutele, accoglienza e sfruttamento del capitale, centralità delle classi lavorative e marginali. Ma ricomposizione. In un processo rivoluzionario. Perchè rivoluzionario? Perchè fondamentale è il movimento di massa, la mobilitazione popolare, non solo la rappresentanza istituzionale per il riformismo del Welfare. Nessuna civetteria poi con il ciarpame ideologico di destra, nessuna possibilità di confusione. Il marxismo leninismo (senza trattino) del XXI secolo è tutta nelle sfide della nostra irriducibilità al capitalismo, alle guerre imperialiste, al fascismo e ai loro dis/valori. / fe.d.

 

Su questo blog vedi anche:

SENSO COMUNE E CONSENSO

 

LA CONQUISTA DELLA COSCIENZA di CLASSE per ANTONIO GRAMSCI


 a cura di Ferdinando Dubla, pagina FB: https://www.facebook.com/profile.php?id=61555253424792



 



lunedì 7 ottobre 2024

SINOSSI DELLA LOTTA DELLE CLASSI - da Domenico Losurdo

 

a cura di Ferdinando Dubla

LA LOTTA DI CLASSE DI LOSURDO. UNA STORIA POLITICA E FILOSOFICA

Domenico Losurdo, La lotta di classe. Una storia politica e filosofica, Laterza 2015

Un libro fondamentale del filosofo italiano e intellettuale comunista scomparso nel giugno 2018. Da studioso, passa ora ad essere studiato come uno degli autori più significativi in ambito marxista



Domenico Losurdo (1924-2018)

Scheda del libro

La crisi economica infuria e si discute sempre più del ritorno della lotta di classe. Ma siamo davvero sicuri che fosse scomparsa? La lotta di classe non è soltanto il conflitto tra classi proprietarie e lavoro dipendente. È anche "sfruttamento di una nazione da parte di un'altra", come denunciava Marx, e l'oppressione "del sesso femminile da parte di quello maschile", come scriveva Engels. Siamo dunque in presenza di tre diverse forme di lotta di classe, chiamate a modificare radicalmente la divisione del lavoro e i rapporti di sfruttamento e di oppressione che sussistono a livello internazionale, in un singolo paese e nell'ambito della famiglia. A fronte dei colossali sconvolgimenti che hanno contrassegnato il passaggio dal XX al XXI secolo, la teoria della lotta di classe si rivela oggi più vitale che mai a condizione che non diventi facile populismo che tutto riduce allo scontro tra umili e potenti, ignorando proprio la molteplicità delle forme del conflitto sociale. Domenico Losurdo procede a una originale rilettura della teoria di Marx ed Engels e della storia mondiale che prende le mosse dal Manifesto del partito comunista.

IL PLURALE DELLA LOTTA È NEI PROCESSI RIVOLUZIONARI

da un fondamentale libro di Domenico Losurdo

“Non c’è dubbio: per Dahrendorf, Habermas e Ferguson (ma anche, come vedremo, per autorevoli studiosi di orientamento marxista o post-marxista), la lotta di classe rinvia esclusivamente al conflitto tra proletariato e borghesia, e anzi a un conflitto tra proletariato e borghesia che è diventato acuto e di cui entrambe la parti hanno consapevolezza; ma è questa la visione di Marx ed Engels? Com’è noto, dopo aver evocato «lo spettro del comunismo» che si «aggira per l’Europa» e prima ancora di analizzare la «lotta di classe (Klassenkampf) già in atto» tra proletariato e borghesia, il Manifesto del partito comunista si apre enunciando una tesi destinata a diventare celeberrima e a svolgere un ruolo di primissimo piano nei movimenti rivoluzionari dell’Otto e Novecento: «La storia di ogni società sinora esistita è la storia delle lotte di classe» (Klassenkämpfe) (MEW, 4; 462 e 475). Il passaggio dal singolare al plurale fa chiaramente intendere che quella tra proletariato e borghesia è solo una delle lotte di classe e queste, attraversando in profondità la storia universale, non sono affatto una caratteristica esclusiva della società borghese e industriale. Se ancora ci fossero dubbi, qualche pagina dopo il Manifesto ribadisce: «La storia di tutta la società si è svolta sinora attraverso antagonismi di classe, che nelle diverse epoche hanno assunto forme diverse» (MEW, 4; 480). Dunque, a essere declinate al plurale non sono solo le «lotte di classe», ma anche le «forme» che esse assumono nelle diverse epoche storiche, nelle diverse società, nelle diverse situazioni concrete che via via si verificano. Ma quali sono le molteplici lotte di classe ovvero le molteplici configurazioni della lotta di classe?“



Domenico Losurdo, di Sannicandro di Bari (1941-2018) uno dei più importanti storici della filosofia marxista italiani

 

Domenico Losurdo, La lotta di classe: una storia politica e filosofica, Laterza, 2015



cit. da formato digitale, tratta di nodi teorico-politici molto importanti per lo stesso marxismo, primi tra tutti lo “Stato-nazione” e la sua degenerazione negli assetti imperialistici in quanto coloniali, il nazionalismo identitario, e la transizione al socialismo nel passaggio sempre necessario dalla “rottura” al “processo” rivoluzionario.

- La lotta delle classi intrecciata alle lotte di liberazione nazionale.

È proprio questo intreccio, non il nazionalismo identitario, che rende i processi di liberazione dei popoli oppressi oggettivamente, oltre che soggettivamente, rivoluzionari contro l’imperialismo colonialista, cioè la forma acuta di dominio ed egemonia del sistema economico del capitalismo. In Marx ed Engels

“l’interesse per i «moti delle nazionalità oppresse» non è meno vivo e costante di quello riservato all’agitazione del proletariato e delle classi subalterne.”, ma nell’ambito internazionalista, tant’è che

“ovvia è la necessità di una «economia politica della classe operaia», ma ciò non basta; occorre chiarire «alle classi operaie il dovere d’iniziarsi ai misteri della politica internazionale, di vegliare sugli atti dei loro rispettivi governi, di opporsi a essi, se è necessario, con tutti i mezzi in loro potere»; occorre che esse si rendano conto che la lotta per una «politica estera» di appoggio alle nazioni oppresse è parte integrante della «lotta generale per l’emancipazione della classe operaia» (MEW, 16; 11 e 13)+

 + la sigla MEW, seguita dall’indicazione del volume e della pagina, rinvia ai Werke, Marx K., Engels F. (1955-89), Werke, Dietz, Berlin (in traduzione it. ora per La Città del sole “Opere complete”, 2011-2016)

 

  La transizione al socialismo è preminentemente una questione politica.

Per leggerla gramscianamente è il passaggio dal dominio all’egemonia, dalla “guerra di movimento” alla “guerra di posizione”. Per Losurdo parte dalla distinzione, netta in Mao Tse Tung, tra “espropriazione politica” ed “espropriazione economica”.

L’ identità fra la lotta nazionale e la lotta di classe, secondo Mao, tende a verificarsi nelle rivoluzioni anticoloniali. La lotta di classe entra nelle guerre di resistenza e di liberazione nazionale e le insurrezioni e rivoluzioni anticoloniali.

[d’altra parte è stato così anche per la Resistenza italiana, cfr. l’analisi di Pietro Secchia in Ferdinando Dubla, “La Resistenza accusa ancora- Pietro Secchia e l’antifascismo comunista come liberazione popolare e lotta di classe (1943/45)”, Nuova Editrice Oriente, 2002]

 

“quando Marx parla della storia come storia della lotta di classe intende leggere in questa chiave non solo gli scioperi e i conflitti sociali di ogni giorno ma anche e soprattutto le grandi crisi, le grandi svolte storiche che si compiono sotto gli occhi di tutti: la lotta di classe è una macrostoria essoterica, non la microstoria esoterica cui spesso viene ridotta.” Certo, rimane il problema del segno di classe degli eventi storici: c’è il processo rivoluzionario (che è sia soggettivo che oggettivo) e c’è la reazione, la conservazione o il ritorno ad assetti regressivi dei sistemi sociali fondati sulla dialettica materialistica, asse portante dell’analisi marxista. Se la dialettica diventa genericamente masse/potere la lettura sociale diventa populista-qualunquista, anarcoide non anarchica, nel senso anche individuato da Gramsci: contro le frasi di «‘ribellismo’, di ‘sovversivismo’, di ‘antistatalismo’ primitivo ed elementare», espressione in ultima analisi di sostanziale «apoliticismo», cfr. Quaderni del carcere, ed. critica a cura di V. Gerratana, Einaudi, Torino, p. 2108-109 e 326-27.

 

prox.: LA “CATARSI” DI GRAMSCI, una nuova coscienza di classe per la transizione al socialismo dentro un processo rivoluzionario

 



Ferdinando Dubla- storico della filosofia, è condirettore della Scuola di Filosofia di Manduria "Giulio Cesare Vanini" e ricercatore di Subaltern studies Italia

 

Scuola di Filosofia "Giulio Cesare Vanini", Manduria (Ta) https://t.me/+q88FhLb0vFIyNjBk

Subaltern studies Italia - web -

http://lavoropolitico.it/subaltern_studies_italia.htm

Subaltern studies Italia FB

https://www.facebook.com/people/Subaltern-studies-Italia/100071061380125/

 

di e su Losurdo in questo blog

 

DOMENICO LOSURDO (1941-2018)

 

 

STORIA, STORIE E CONTROSTORIA: la premessa di Domenico Losurdo


 

martedì 1 ottobre 2024

DAL GENERE ALLA CLASSE TO BACK - Per una prospettiva marxista del femminismo

 


Il femminismo internazionalista guarda alla sperimentazione del confederalismo democratico del Rojava, all’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord-Est, dove centrale è la prassi della parità assoluta di genere, obiettivo del socialismo. Il femminismo internazionalista guarda, nella prassi e nella teoria, alla coniugazione della lotta di classe con la parità di genere, nè patriarcale nè matriarcale, termini dell’antropologia culturale che indicano la preminenza sociale di un genere sull’altro. L’ottica di classe è fondamentale anche nelle tesi subalterniste dell’analisi postcoloniale della Gayatry Spivak. Il femminismo internazionalista non è subalterno alla woke-culture, tipica delle società occidentali capitalistiche ad egemonia borghese. Generi di tutto il mondo, unitevi. / fe.d.

 

- A Roma dicono: "Famo a chiarisse". Per tutte quelle compagne che hanno salutato positivamente l'ascesa al "trono" di Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ribadisco che hanno tralignato dalla retta via o, nel caso delle giovanissime, mancano di una minima conoscenza storica. Per essere sintetica:

l'intersezionalismo, difeso dai movimenti femministi, nega il carattere classista dell'oppressione della donna promuovendo una lotta che si dovrebbe intersecare con una serie di lotte particolari tra le quali anche la lotta di classe. Ma, ahimè, quest'ultima non è intesa come lotta contro lo Stato, ma semplicemente come lotta economica e sindacale con la conseguente costruzione di movimenti di opinioni che non scalfiscono minimamente la classe dominante. Anzi, questi movimenti consentono a donne borghesi e piccolo borghesi di rompere il soffitto di cristallo occupando posti di potere nella società civile e nella politica. Indirizzare la lotta delle donne esclusivamente sul piano rivendicativo, di cui si riconosce l'importanza, non pone le basi per una reale liberazione ed emancipazione realizzabile solo con un'organizzazione di massa con orientamento di classe che miri alla costruzione di un governo socialista, democratico e popolare.

Le conquiste delle donne italiane, avvenute in un passato molto recente, diritto all'aborto, al divorzio, al voto, nell'Urss erano presenti già dopo la Rivoluzione di Ottobre. Mi si obietterà che alcune di tali conquiste vennero abolite o messe in discussione sotto Stalin. Ma anche qui, alla luce di un'analisi marxista, possiamo individuare le cause di tale regresso. Concludo dicendo che ignorare le contraddizioni di classe e di genere nel nostro sistema capitalistico e di imperialismo straccione, lottare per l'uguaglianza uomo-donna in contrapposizione fra loro, è un errore gravissimo e imperdonabile. L'uguaglianza di genere non è realizzabile nell'attuale sistema senza il suo abbattimento, senza una lotta che accomuni uomini e donne. Questo sistema imperialista e guerrafondaio, basato sul sangue delle classi più povere, per garantirsi la sopravvivenza ci sta spingendo sul precipizio di una terza guerra mondiale. Nello specifico, la Meloni, donna, madre e cristiana, conduce una guerra senza sosta in modo particolare contro le donne degli strati popolari. Care compagne della sedicente sinistra, non basta essere donne per condurre una lotta di liberazione della donna . La Meloni, da post fascista, cresciuta nell'ideologia fascio-razzista, pratica una politica di emarginazione delle donne delle fasce più deboli perchè lei è lei e non non siamo un .... Capito?




CHE GENERE DI DONNA

Meloni: una donna contro le donne.

Giorgia Meloni, è stata eletta Presidente del Consiglio,, paradosso della storia, grazie alle lotte e al lavoro collettivo di migliaia di donne, fra cui le madri costituenti che si sono battute per avere il diritto di voto, il diritto di autodeterminazione , la parità uomo-donna. Fra queste ultime e Meloni non c’è e non può esserci, per ragioni anagrafiche e per le sue radici culturali fasciste, nessuna corrispondenza d’amorosi sensi, anzi è in lei   un’avversione che non riesce a celare e che è presente nelle azioni politiche.  La sua storia ha un filo conduttore che non si è mai interrotto. Ha fatto politica fra gli uomini assorbendone  un humus razzista che le impedisce di avere qualsiasi coscienza di genere; appartiene a quella destra che si caratterizza per la normatività e la rigida separazione dei ruoli del patriarcato: donne madri  e uomini condottieri con una netta divisione dei compiti e con uno sguardo alla realtà odierna: tu, donna, puoi lavorare anche fuori  fuori casa, ma non dimenticare mai che la tua missione fondamentale è fare figli per la patria e a lei si affianca il cognato Lollobrigida con la proposta di servire la patria nell’agricoltura. Chiede di essere chiamata “il presidente” rifiutando in tal modo non solo la femminilità, ma veicolando l’idea che il potere anche quando è esercitato da una donna deve avere una matrice maschile.

Se anche le parole definiscono l’individuo  e ne rivelano la storia, quale enorme differenza fra il  discorso della presidentessa del Messico Claudia Sheinbaum e quello della nostra Presidente del Consiglio! La prima : “Non sono arrivata qui da sola ma ci siamo arrivate tutte insieme, le nostre eroine che hanno creato la patria, le nostre antenate, le nostre figlie e le nostre nipoti”; la Meloni cita una serie di nomi senza cognome, Tina, Teresa, Nilde senza sottolineare che assieme a tante altre donne hanno lottato contro l’emarginazione e l’oppressione della donna durante la dittatura  fascista  di quel Mussolini che, da ragazza, definì grande statista.

Al di là degli spot elettorali  Dio, Patria e Famiglia ( Su cui ci sarebbe molto da dire) urlati con occhi fuori dalle orbite ( vi ricorda qualcuno?), a definirne l’essenza fascista sono i provvedimenti adottati in questi due anni di governo nero. Infatti, la cara estimatrice della famiglia tradizionale, ha tagliato il 70% delle risorse per la prevenzione della violenza contro le donne passando dai 17 milioni di euro stanziati dal governo Draghi ai 5 milioni del 2023 previsti soprattutto per la repressione. Prevenzione ed educazione sono state tralasciate contravvenendo alla convenzione di Istanbul.

A conti fatti la politica “Dio patria e famiglia” ha peggiorato le condizioni di vita delle donne italiane registrando un arretramento relativamente a welfare, lavoro, servizi pubblici. Ha aumentato le tasse sui beni di prima necessità per l’infanzia e per l’igiene intima  ( la legge di bilancio del 2024 ha aumentato l’Iva dal 5 al 10% per latte in polvere e pannolini e al 22%per i seggiolini  da installare nelle automobili, riportato l’Iva al 22%  sugli assorbenti), ha tolto le facilitazioni per la pensione ( Opzione donna- Ape  sociale), ha tagliato i fondi del PNNR destinati alla costruzione di asili nido e centri antiviolenza al sud utilizzando beni confiscati alle mafie. La Meloni è ossessionata dall’inverno demografico, considera le donne solo in quanto madri al pari del duce; propone il riconoscimento giuridico dell’embrione, agisce con lucida violenza obbligando le donne che vogliono abortire ad ascoltare il battito del cuore, ostacolando l’aborto farmaceutico ed introduce la presenza dei Pro vita nei consultori stanziando fondi del PNRR.

Le politiche della Presidente del Consiglio sono quelle che discendono dal MSI neofascista, un partito costituito dai sostenitori del dittatore Benito Mussolini, salito al potere grazie all’appoggio di industriali ed agrari.

La Meloni, una donna contro le donne, chiariamoci: contro le donne proletarie, le donne degli strati popolari che devono vivere per sfornare figli che siano schiavi del capitalismo, carne da cannone per le guerre di cui la Presidente è sostenitrice. Una madre a senso unico, che è incapace di empatie nei confronti delle madri palestinesi che generano figli che vedranno morire prima degli anni di Cristo e che oggi vedono la luce della vita e il buio della notte nello stesso giorno. Sotto il cielo del capitalismo nasce l’oppressione di uomini e donne proletari, lumpen e piccolo borghesi.

 

Settimia Martino, 28.09.2024




alcuni link utili per l'approfondimento in questo blog:

La Rani di Sirmur - Gayatri Chakravorty Spivak

LARANI di SIRMUR e il CANONE OCCIDENTALE

 

Il Rojava appartiene a  noi

ILROJAVA APPARTIENE A NOI

 

Alexandra Kollontaj

ALEXANDRA,amore e rivoluzione

 

Femminismo internazionalista proletario

 ILFEMMINISMO o E’ ANTICAPITALISTA o non è



martedì 24 settembre 2024

IL POETA, L'ETNOLOGO E GLI STUDI SUBALTERNI

 


Il difficile rapporto Scotellaro-de Martino ricostruito da Leonardo Sacco

[Nel 1951, ndr] de Martino si era recato a Tricarico mentre Scotellaro non era in paese, ma ottenne di essere ospitato in casa del Sindaco (da poco venuto fuori dalla traumatica esperienza carceraria). [vedi nota] 

In casa di Rocco l'etnologo vide, fra l'altro, la lettera che il contadino Tammone aveva inviato al Sindaco mentre era in carcere, e l'utilizzò per intero nella sua ricerca, ma senza avvertirne il destinatario-proprietario. Per il quale l'invasione di campo , e la pubblicazione di fatti paesani, scene, canzoni popolari, ecc. già doveva rappresentare una sottrazione di materiali con i quali intendeva lavorare lui stesso. L'uso non autorizzato della lettera di Tammone fu evidentemente l'elemento straripante per indisporre Scotellaro.

[..] Scotellaro esprimerà insoddisfazione , e criticherà de Martino ancora qualche anno dopo, come si potrà leggere in un suo scritto postumo, all'indomani dell'assegnazione del Premio Viareggio, e forse proprio per questo ripescato dal giornale che glielo aveva richiesto, cioè "Vie Nuove", che nella primavera del '53 aveva preparato un fascicolo speciale dedicato al sessantesimo compleanno di Togliatti con una sezione di canti dialettali sul dirigente comunista. In quel fascicolo, come ha ricordato Bronzini, ripubblicandolo per intero e opportunamente commentandolo (1), "non trovò posto il saggio di Scotellaro con i canti lucani da lui raccolti o trascritti, che si distingueva per impostazione critica e per originalità di documentazione".

Non era stato pubblicato ancora il materiale della 'spedizione' lucana dell'autunno del '52, e Scotellaro , riferendosi evidentemente proprio alle Note lucane sentiva di poter rilevare un artificioso sovraccarico di significati estranei al termine popolare, "soprattutto per quanto riguarda il momento creativo di una poesia, di una canzone, di un racconto, di un semplice brindisi".

Il poeta di Tricarico sottolineava poi una lacuna non ammissibile nella produzione contemporanea dell'arte popolare: ora "si possoo e debbono rintracciare e segnalare i veri autori con il loro nome e cognome, anzi che porli, mentre vivono, nel registro degli ignoti solo perchè può essere un comodo intellettuale di chi si occupa identificare nella singola persona l'anima collettiva". Fin troppo evidente - per chi conosceva i fatti - il riferimento a quanto de Martino aveva pubblicato su Tricarico mancando di precisare il ruolo determinante di Scotellaro nella combattività della sinistra, nonchè per tante manifestazioni creative popolari. Solo per la "canzone della Rabata" Scotellaro era stato citato come presente con il gruppo di contadini che l'aveva formulata, e con l'annotazione "che però aveva avuto una parte relativamente modesta nella elaborazione della canzone". Rocco replicava nello scritto per "vie Nuove":

" (..) proprio  negli scritti del de Martino si rileva una certa disattenzione per l'elemento già colto, per l'intellettuale, il piccolo borghese pervenuto all'adesione o all'aperta amicizia per i contadini e gli operai. Il lavoro progressivo, di cui quegli elementi sono capaci, risulta come fatto accertato che occorre, pertanto, mettere in tutta evidenza. Personalmente ho avuto tutta un'esperienza di chi ha "studiato" in molte di queste manifestazioni, generalmente definite popolari, e, volta a volta, mi sono trovato a essere sia principale autore sia semplice collaboratore con la modestia e l'orgoglio che dà il lavoro comune".

(1) Giovanni Bronzini, Togliatti e i canti popolari, in "Belfagor", 1980, nr.4, pp.443-449

da Leonardo Sacco, Ernesto De Martino tra Bradano e Sinni, Basilicata editrice, 1985, pp. 31-32.


 




Note

L'8 febbraio 1950 Rocco Scotellaro (insieme a Domenico Scaiella) viene arrestato sotto l’infamante imputazione del duplice reato di concussione, arrestato e condotto presso il carcere di Matera, dove resta per 44 giorni. Il 24 marzo 1950 la Corte Appello di Potenza lo assolve definitivamente da tutte le imputazioni.



Leonardo Sacco, Matera, 1924-2018, giornalista e scrittore, l’ultimo meridionalista, autore di un testo prezioso, Ernesto de Martino tra Bradano e Sinni, Basilicata editrice, 1985



Il nostro speciale su Rocco Scotellaro

Lavoro Politico_Scotellaro page


(A cura di Ferdinando Dubla)




lunedì 9 settembre 2024

IL PENSIERO DECOLONIALE E LA CATEGORIA DI "COLONIALISMO INTERNO"

 

La categoria del “colonialismo interno” [già presente per alcuni aspetti in Gramsci e in alcuni più accorti ‘meridionalisti' di ascendenza marxista (Cinanni, Misefari, Zitara)] serve, a nostro avviso, a reinquadrare la tradizionale “questione meridionale” italiana, nell’ambito del pensiero decoloniale e la rimodulazione non latitudinaria del Sud e dei Sud del mondo, restituendo così le cause sociali, politiche, economiche e culturali inerenti i processi di sistema oggi specifici dell’ineguaglianza strutturale del capitalismo e dell’imperialismo colonialista. Studiamone dunque lo spessore ermeneutico / fe.d.


Salvo Torre, Il pensiero decoloniale, UTET, 2024

Scheda del libro

- A partire dalla metà del XX secolo, con una forza crescente, sono state espresse critiche e proposte politiche che invitano a ripensare in modo radicale la storia degli ultimi secoli e le gerarchie su cui si sono fondati i sistemi di dominio. È un insieme di teorie che ha fatto irruzione nel campo delle scienze sociali e della teoria politica, rivendicando modi di interpretare il mondo, ha animato movimenti politici e sociali, ha mostrato come la violenza brutale dell'esperienza coloniale sia stata fondamentale per la costruzione della modernità capitalista. Con il termine pensiero decoloniale si può indicare ormai questo insieme di idee e teorie che sono nate in aree differenti e che stanno contribuendo a ridefinire anche la grande crisi planetaria degli ultimi decenni. È un pensiero che tende costantemente a ridefinirsi, cerca spazi innovativi e si reinterpreta continuamente, per questo è più facile definirlo come un processo, non come un campo classico di studi o una corrente di ricerca. Il pensiero decoloniale ci propone di immaginarci oltre i nostri limiti storici, di collocarci in un tempo e in uno spazio sociale differenti da quelli attuali, di costruire un mondo liberato dalle forme di oppressione.

-Salvo Torre è ricercatore di Geografia presso il Dipartimento di Scienze della Formazione dell'Università degli Studi di Catania, docente di Geografia culturale, fa parte del comitato di redazione della rivista “La libellula”.

 

SUL COLONIALISMO INTERNO

 

Nel 2010 viene ripubblicato un testo del 1984, “Oprimidos pero no vencidos” (Rivera Cusicanqui,  2010a), che propone una ricostruzione della storia della conflittualità politica e sociale contadina nelle  comunità aymara e quechua del XX secolo. Il testo contiene diverse indicazioni metodologiche ed è  anche un’occasione per rilanciare la teoria sul colonialismo interno. L’autrice opera un interessante  parallelismo con il pensiero di Marc Bloch (1949), si concentra sull’idea della memoria corta (breve),  costruita nelle narrazioni di potere e assunta in toto dagli oppressi, la definisce un elemento che nella  società boliviana accomuna campesiños e operai, i ceti lavoratori. Nella sua specificità, soprattutto nel  sottolineare come i campesiños non siano tutti appartenenti alle comunità indigene e non abbiano  necessariamente le stesse richieste o esigenze, in realtà si riconnette molto alla struttura della critica  marxista. Silvia Rivera Cusicanqui sembra intravedere nello scontro tra la memoria breve e la memoria  lunga (la memoria larga), una parte consistente di tale processo. In questo quadro la costruzione della  memoria nazionalista è contrapposta e conflittuale rispetto a quella indigena. La nuova nazione, nata  dall’indipendenza, deve inglobare le minoranze e collocarle in spazi contenuti e per realizzare ciò ha  bisogno anche di una narrazione identitaria forte e di distruggere le altre memorie.  Una parte del ragionamento proviene indubbiamente anche dagli studi di Maurice Halbwachs  (1925), sulla costruzione della memoria condivisa. Lo spostamento dell’attenzione sulla costruzione del  discorso ci sembra in effetti un punto di incontro forte anche con i dispositivi foucaultiani, sul necessario  riconoscimento da parte dei colonizzati dell’ordine sociale generale (Restrepo, 2004). L’applicazione di  quel quadro di indagine al caso delle comunità andine, porta la sociologa a considerare la memoria  collettiva un campo specifico di lotta per la decolonizzazione di tutte le relazioni sociali: il recupero della  memoria genera consapevolezza dello sfruttamento di lungo periodo e sostiene la ricerca di un’identità  forte4.  Nello stesso anno viene pubblicata anche una riflessione sulle pratiche decolonizzatrici,  “Ch’ixinakax utxiwa”, testo che riveste una certa importanza per la comprensione del metodo proposto.  La rivendicazione iniziale, «Io sono Chixi», il modo con cui è scritto, cioè il confronto con la comunità  aymara e l’uso ricorrente del pronome collettivo, per indicare che il testo è una responsabilità condivisa,  rappresentano anche una specifica proposta di pratica decolonizzatrice (Rivera Cusicanqui, 2010b;  2012). Il testo contiene anche un intervento che sintetizza il conflitto diretto con la teoria della  decolonialidad e con i postcolonial studies. Si tratta di una posizione forte, indigenista e antioccidentale,  in cui autori come Quijano e Mignolo sono considerati esplicitamente espressione del sistema di potere  coloniale delle accademie statunitensi e in cui allo stesso modo gli esponenti dei postcolonial studies  vengono indicati come subordinati a quel sistema di potere. Silvia Rivera ritiene che la categoria di  colonialismo interno ispirata da Pablo González Casanova sia più utile a definire le modalità di  funzionamento del potere.

Sebbene il colonialismo interno come sistema di dominio somigli molto a  varie proposte del dibattito post-strutturalista sull’analisi del potere, in realtà González Casanova (1963;  1987) offre una lettura della società molto più dipendente dai processi economici e interna al marxismo  latinoamericano. Per González Casanova (1965) il colonialismo interno è strettamente legato alla nascita  dello Stato-nazione e alle modalità con cui la questione dello Stato coinvolge l’autodeterminazione dei  popoli, l’espressione della loro autonomia. Il dibattito a cui fa riferimento è essenzialmente quello della  storia politica europea, soprattutto della lettura storica dei conflitti sociali che hanno determinato la  composizione nazionale degli stati.

da Salvo Torre, Maura Benegiamo, Alice Dal Gobbo,“Il pensiero decoloniale: dalle radici del dibattito ad una  proposta di metodo”, in ACME: An International Journal for Critical Geographies, 19(2), 448–468. https://doi.org/10.14288/acme.v19i2.1946

Biblio.:

-Rivera Cusicanqui, Silvia. 2010c. Violencias (re)encubiertas en Bolivia. La Paz: La Mirada  Salvaje/Editorial PiedraRota.

-Rivera Cusicanqui, Silvia. 2010b. Ch’ixinakax utxiwa: una reflexión sobre prácticas y discursos  descolonizadores, Buenos Aires: Tinta Limón.

-Rivera Cusicanqui, Silvia. 2012. Ch’ixinakax utxiwa: A Reflection on the Practices and Discourses of  Decolonization, The South Atlantic Quarterly 111 (1), 95-109.

-Bloch, Marc. 1949. Apologie pour l'histoire ou métier d'historien. Paris: Armand Colin, Cahier des  Annales, 3.

-Halbwachs, Maurice. 1925. Les Cadres sociaux de la mémoire. Paris: Félix Alcan.

-Restrepo, Eduardo. 2004. Teorías contemporáneas de la etnicidad. Stuart Hall y Michel Foucault.  Santiago de Cali: Editorial Universidad del Cauca.

-González Casanova, Pablo. 1963. Sociedad plural, colonialismo interno y desarrollo en América Latina.  Revista del Centro Latinoamericano de Ciencias Sociales 3, 31-51.

-González Casanova, Pablo. 1965. La democracia en México. Ciudad de México: Era. 

González Casanova, Pablo. 1987. Sociología de la explotación. Ciudad de México: Siglo XXI. 

-González Casanova, Pablo. 2000. La formación de conceptos en los pueblos indios. In, Velasco,  Ambrosio (ed.). El concepto de heurística en las ciencias y las humanidades. Ciudad de México:  Siglo XXI.



Cfr. su questo blog:







mercoledì 4 settembre 2024

JAMES C. SCOTT: LA ‘CONDIZIONE UMANA’ È SENZA STATO

 

“vivere in assenza di strutture statali era la norma della condizione umana”



James Campbell Scott (Mount Holly, 2 dicembre 1936 – Durham, 19 luglio 2024)

LA TRASCRIZIONE  NASCOSTA

L’antropologo statunitense James Campbell Scott si è spento il 19 luglio scorso nella sua casa di Durham (Connecticut) a 87 anni.

Professore di antropologia a Yale, è stato autore di importanti ricerche sulla resistenza dei contadini del sud-est asiatico alle forme di dominio. Intellettuale libertario, può essere annoverato tra gli studiosi “subalternisti”, con numerosi libri tradotti in tutto il mondo:

Il dominio e l'arte della resistenza, I «verbali segreti» dietro la storia ufficiale, Elèuthera, 2006 (3.a ed. 2021)

dove espone la teoria de “la trascrizione nascosta dei subalterni” *

Elogio dell'anarchismo, Elèuthera, 2014

Le origini della civiltà, Einaudi, 2018

Lo sguardo dello Stato, Elèuthera, 2019

L'arte di non essere governati, Einaudi, 2020

* “La trascrizione nascosta dei subalterni”

In Domination and the Arts of Resistance: Hidden Transcripts (1990) Scott sostiene che i gruppi subalterni utilizzano strategie di resistenza che passano inosservate. Le definisce "infrapolitiche". L’antropologo descrive le interazioni pubbliche tra dominatori e oppressi come una "trascrizione pubblica" e la critica del potere che avviene fuori scena come una "trascrizione nascosta". I gruppi sotto dominazione - schiavistica e violenta - non possono essere compresi solo dalle loro apparenze. Per studiare i sistemi di dominio, occorre prestare molta attenzione a ciò che si nasconde sotto la superficie del comportamento evidente e pubblico. In pubblico, gli oppressi accettano il loro dominio, ma lo mettono sempre in discussione fuori scena. Nel caso di una pubblicizzazione di questa "trascrizione nascosta", le classi dominate e/o gruppi subalterni assumono apertamente il loro discorso e diventano consapevoli del loro destino comune.

I verbali segreti» stanno dietro i comportamenti codificati tra dominanti e dominati. Al di là delle apparenze, queste relazioni sono conflittuali e intrise d'inganno: da una parte i subordinati simulano la propria deferenza al potere e dall'altra i detentori del potere «recitano» la propria supremazia. Utilizzando innumerevoli esempi tratti, nel tempo e nello spazio, dalla letteratura, dalla storia e dall'etnologia, Scott propone un'inedita analisi sia dei ruoli interpretati sulla scena pubblica da potenti e subalterni, sia del loro «discorso» dietro le quinte, reciprocamente irridente e astioso. Uno studio sull'infrapolitica dei «senza potere», ovvero sulle strategie di insubordinazione messe in atto al di fuori dell'ambito politico, che rimane una pietra miliare per la comprensione della subordinazione, della resistenza, dell'egemonia, della cultura popolare e della rivolta.

L’IMPORTANTE OPERA DI JAMES C. SCOTT: I “SENZA STATO” DEGLI ALTIPIANI

L’antropologo recentemente scomparso è autore di un altro libro importante, “L’arte di non essere governati - Una storia anarchica degli altopiani del Sud-est asiatico”, Einaudi, 2020, ora anche in formato digitale, da cui citiamo.

- scheda-

Per duemila anni, fino a metà del secolo scorso, le comunità di una vasta regione montuosa del Sud-est asiatico hanno tenacemente resistito all'idea di integrarsi in una qualche forma di dominio da parte dello Stato. 'Zomia' è il nome di quest'area d'insubordinazione che non appare su alcuna carta (una zona montagnosa grande come l'Europa, che attraversa cinque nazioni del Sud-est asiatico e quattro province della Cina), ed è il vasto altopiano dove trovarono rifugio circa cento milioni di persone unite dalla volontà di sfuggire al controllo dei governi delle pianure. Trattati come «barbari», questi popoli nomadi misero in atto strategie di resistenza a volte sorprendenti per evitare lo Stato, sinonimo di lavoro forzato, tasse, epidemie e leva militare obbligatoria. Favorirono pratiche agricole che incentivavano la mobilità residenziale, insieme a forme sociali egualitarie, fondate sull'eclettismo religioso e l'accoglienza. Alcuni popoli decisero persino di abbandonare la scrittura per evitare l'appropriazione della loro memoria e della loro identità, mentre l'oralità consentiva di riformulare continuamente la negoziazione degli accordi tra gruppi. 'Zomia' ci rammenta che «civiltà» può essere sinonimo di oppressione e che il significato della storia non è così univoco come pensiamo.



Cit.:

“Zomia è un nuovo nome che designa i territori posti a un’altitudine superiore a circa trecento metri che si estendono dagli Altopiani centrali del Vietnam fino all’India nord-orientale, attraverso cinque nazioni del Sud-est asiatico (Vietnam, Cambogia, Laos, Thailandia e Birmania) e quattro province della Cina (Yunnan, Guizhou, Guangxi e parte del Sichuan). Questi territori si estendono per 2,5 milioni di chilometri quadrati e sono abitati all’incirca da cento milioni di persone, appartenenti a minoranze, con un’incredibile varietà di etnie e linguaggi.”

“ La vasta letteratura sulla creazione dello stato, nella storia e nella contemporaneità, non presta quasi attenzione al fenomeno opposto, vale a dire all’essere, in modo deliberato e attivo, senza stato. Questo libro è la storia di quelli che se ne sono andati: senza tenerne conto non si può comprendere la storia della creazione dello stato. Questo è anche ciò che rende questa storia una storia anarchica. Il mio resoconto implicitamente riunisce le storie di tutti i popoli espulsi a causa della formazione coercitiva dello stato e dei sistemi di lavoro forzato: gli zingari, i cosacchi, le tribú poliglotte formate dai rifugiati delle reducciones spagnole nel Nuovo Mondo e nelle Filippine, le comunità di schiavi fuggitivi, gli arabi delle paludi, i boscimani e cosí via.“

Nel suo elogio dell’anarchia l’etnologo Scott cerca fondamenti antropologici all’anarchismo politico, trovando nelle popolazioni degli altopiani del Sud Est asiatico la caratterizzazione storica e culturale di questa fondazione. “Zomia” è un nuovo nome che designa i territori posti a un’altitudine superiore a circa trecento metri che si estendono dagli Altopiani centrali del Vietnam fino all’India nord-orientale, attraverso cinque nazioni del Sud-est asiatico (Vietnam, Cambogia, Laos, Thailandia e Birmania) e quattro province della Cina (Yunnan, Guizhou, Guangxi e parte del Sichuan). Questi territori si estendono per 2,5 milioni di chilometri quadrati e sono abitati all’incirca da cento milioni di persone, appartenenti a minoranze, con un’incredibile varietà di etnie e linguaggi.

“Tutti si consideravano portatori di ordine, progresso, conoscenza e civiltà. Tutti volevano portare in zone non ancora governate i vantaggi della disciplina amministrativa, associata allo stato o a una religione organizzata.”

“Lo scontro tra stati espansionisti e popoli autogovernati non è avvenuto solo nel Sud-est asiatico: si ritrova nel processo culturale e amministrativo del «colonialismo interno» che caratterizza la formazione di gran parte degli stati-nazione occidentali moderni;”

“Solo lo stato moderno, sia nella forma coloniale sia di stato indipendente, ha avuto le risorse per attuare il progetto di dominio che il suo antenato precoloniale poteva solo desiderare: costringere all’obbedienza spazi e popoli non statali.”

James C.Scott, in The Art of Not Being Governed: An Anarchist History of Upland Southeast Asia, Yale University Press, 2009, ed. digitale in it. Einaudi, 2020

a cura di Ferdinando Dubla. Subaltern studies Italia

https://www.facebook.com/p/Subaltern-studies-Italia-100071061380125/